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lunedì 28 settembre 2026

NON SAPEVO DI CHI SI TRATTASSE

 Eravamo negli anni '50, uno degli ultimi, non ricordo con esattezza quale.
Studiavo all’Istituto G. Pascoli di Firenze e, vivendo in Mugello, dovevo viaggiare col treno.
Ero una studentessa poco volenterosa cosa di cui ahimè, oggi molto mi pento, ed ero sempre quella dell’ultimo minuto, nel senso che per me c’era sempre tempo e sfruttavo fino all’ultimo istante quello che avevo a disposizione, per dormire un attimo di più, per finire una lettura oppure un disegno o…qualunque cosa stessi facendo; mi muovevo sempre in extremis, all’ultimo tuffo, verso l’appuntamento o l’impegno preso per una determinata ora.
Avevo quindi lo stesso rapporto col treno; la nonna mi svegliava per tempo ma io gustavo con grande calma la colazione che trovavo già pronta, dopo aver indugiato a letto; indugiavo in bagno e indugiavo nel vestirmi, ma non perché mettessi una particolare cura in tutto questo: non mi truccavo per niente e non avevo problemi nella ricerca di  “ cosa mi metto?”; facevo a quel tempo abbastanza bella figura qualsiasi cosa indossassi ed ero, ritengo, abbastanza carina, così giovane, da non sentire il bisogno di truccarmi che anzi, mi sembrava addirittura potesse il trucco imbruttirmi.
Insomma indugiavo, indugiavo perché… c’era tempo; indugiavo…fino a che non sentivo il campanello che accompagnava l’abbassarsi delle sbarre del casello ferroviario, poco distante da dove vivevo. Era il segnale che il treno era già partito da Borgo S. Lorenzo o stava per partire; Io lo prendevo alla stazione di Vicchio che distava circa un chilometro e mezzo da casa mia.
Allora cominciavano i brontolii ansiosi della nonna:


<< Guarda che tu lo perdi il treno!>>   

<<Sempre così tutte le mattine!>>   

 <<Muoviti, o farai tardi!>>  

<<Non cambi proprio mai! Mai!>>


A quel punto cominciavo ad affrettarmi; legavo i libri con la cinghia, come spesso si usava allora, un saluto alla nonna e via veloce come il vento. A volte in bicicletta, a volte a piedi, cominciava la corsa contro il tempo, sempre col timore di sentire lo sferragliare del treno sopraggiungere e superarmi.
A volte entravo in stazione ansimante per la corsa proprio mentre il treno si fermava, altre volte il treno mi superava o prima del passaggio a livello o poco dopo e allora correvo con lui.
Una volta ho corso persino nel sentierino sterrato e parallelo al binario dove il treno stava passando; quando ci penso mi vengono i brividi che non provavo allora.
Il più delle volte, anche se di poco, il treno arrivava per primo; gli amici che salivano a Borgo e occupavano un posto per me, si affacciavano allora al finestrino e, appena mi avvistavano, gridavano al capostazione che stava per fischiare la partenza:
<< Eccola! Eccola!>>
E cominciavano a tifare sbracciandosi e urlando:
<<Dai, svelta!>> 

<< Corri, corri!!>>  

<< Dai! Che ce la fai!>>  

<< Eccola! Forza!>>…


Questi strepiti richiamavano talvolta l‘attenzione degli altri viaggiatori che, incuriositi o forse infastiditi, si affacciavano anche loro al finestrino e c’era sempre qualcuno che si univa al tifo: <<Dai! Dai! >>   <<Forza!>>   <<Eccola!>>…
Il capostazione oramai sapeva che si trattava di me, e gentilmente indugiava qualche secondo prima di fischiare, il tempo necessario perché arrivassi e potessi salire. Come era fatale che prima o poi succedesse e come profetizzava, a ragione, ogni mattina mia nonna, un bel giorno ce la feci: lo persi!
Quella volta, appena arrivata in vista della stazione feci appena in tempo a vedere la coda del treno sparire dietro la prima curva della ferrovia. Che fare? pensai.
Tornare a casa e sorbirmi gli inevitabili <<Lo dicevo io! Eh?!>> della nonna, e i brontoloni o le quasi sicure punizioni di mia madre che era molto severa? Oppure attendere il treno successivo ed entrare a scuola in ritardo o magari aspettare il momento del ritorno bighellonando un po' per Firenze?
Meglio aspettare, mi dissi. Entrai nella sala d’attesa e mi sedetti su una delle due panchine che si fronteggiavano da due pareti opposte; aprii il libro di storia su cui però mi appisolai quasi subito in un dormiveglia vigile, per timore di perdere anche il secondo treno.
Mi risvegliò, dopo un po’, la consapevolezza di non essere più sola.
Un’anziana signora si era seduta alla mia sinistra e, sulla panchina dinanzi a me, c’era un sacerdote che stava osservando delle carte che sembravano molto importanti per lui, tanto era assorto.
Mi colpì la sua figura maestosa e dimessa allo stesso tempo; ma, soprattutto mi colpì quel suo viso, pallidissimo, specialmente in contrasto al nero dell’abito talare ; l’ovale del volto, dalla fronte molto alta, mi fece venire in mente per qualche strana ragione una mela Deliziosa, cui un  folletto dispettoso aveva tolto il colore.
C’era qualcosa in quel prete che stimolò la mia attenzione e la mia curiosità; qualcosa di profondamente carismatico, qualcosa che mi affascinava e suggestionava e, un po' sfacciatamente, presi ad osservarlo senza riuscire quasi a togliergli gli occhi di dosso.
Poi lui ripiegò i fogli che stava esaminando e li infilò in una delle due capaci tasche della sua veste e alzò gli occhi: scuri, vivi e intelligenti, pieni di un forte spirito battagliero, ma seri, anzi, direi profondamente tristi.
I nostri sguardi si incrociarono e lessi nel suo, oltre alla tristezza, un guizzo di complicità:
<<Perduto il treno?>>, lo sentii domandare.
 Assentii con la testa e lo salutai, con una qualche soggezione, timidamente, con un <<Buongiorno>> appena accennato, muovendo solo le labbra.
Mi accennò un sorriso, anche se gli occhi rimasero seri, ma sulle guance apparve il miracolo di due fossette come avevo visto solo sui volti paffuti dei bambini.
C’era in quel volto qualcosa di dolcemente infantile e nello stesso tempo di forza e determinazione.
Il campanello ci avvertì che il treno stava entrando in stazione.
Ci perdemmo mentre salivamo in treno.
Durante il viaggio pensai continuamente a quella straordinaria figura di prete che non avevo mai visto prima; conoscevo, almeno di vista, quasi tutti i sacerdoti della zona; in quei tempi non c’era pieve o semplice chiesetta di frazione che non avesse il suo sacerdote.
Era venuto in visita da qualcuno e stava forse ripartendo? Oppure era un sacerdote nuovo arrivato da poco?
Doveva avere un bel caratterino!
E come aveva fatto a capire che avevo perso il treno?
Pensai che forse mi aveva vista, qualche mattina, arrivare trafelata e prendere il treno in corsa, accompagnata dagli schiamazzi dei miei amici. Questo poteva spiegare quel guizzo che gli avevo letto negli occhi inquisitori.
Ma perché il suo sguardo appariva così triste? Perché era così pallido? Non mi veniva in mente nessuno pallido in ugual misura. Tutte domande forse un po' indiscrete che ponevo a me stessa, domande che poi sfumarono col tempo che trascorre inesorabile spostando interessi e pensieri.

Continuavo a inseguire treni e a studiare.
Passarono alcuni anni; mi diplomai e cominciai ad insegnare. La scuola in cui comincia ad insegnare era la scuola elementare di Vicchio.
Non avevo più incontrato quel sacerdote, ma ogni tanto lo ripensavo. Chissà dove era? Poi un giorno, dopo aver accompagnato gli alunni all’uscita, mentre stavo dando una ravviata al materiale sulla cattedra che tenevo in un angolo vicino alla finestra, lo vidi passare! Era Lui! Era proprio Lui! E si stava addirittura dirigendo verso l’ingresso della scuola!
Velocemente uscii dall’aula; guardai in giro ma non lo vidi.

Mi diressi verso l’ufficio del Dottor Zangrilli, il Direttore Didattico, che mi aveva peraltro fatto chiamare perché dovevamo fissare come andare a Firenze, al corso C.E.M.E.A che ci sarebbe stato da lì a due settimane.

Bussai.
<<Avanti!>>
 Come aprii la porta lo vidi, il mio prete.
Era lì, seduto davanti alla scrivania del direttore didattico. Era più magro e mi sembrò, incredibile ma vero, ancora più pallido.
I due uomini si alzarono contemporaneamente e il direttore mi si avvicinò:
<<Maestra Cerbai…le presento Don Milani!>>