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sabato 31 gennaio 2026

Della Costituzione e dello sviluppo armonico

Nella nostra Costituzione della Repubblica Italiana son presenti molte nozioni e molti concetti, a cominciare dall'articolo 1, in cui compare la nozione di Repubblica e quindi la concezione che vi è associata. Proseguendo compare il concetto di solidarietà associato a quello di dovere, il che fa subito presente il fatto che oltre ai diritti nella Costituzione si esprimono dei doveri a cui ci si deve attenere e sono doveri importanti, a cui spesso non pensiamo. Sono presenti quindi nozioni e concetti che in qualche modo sappiamo attenersi alla sfera dei diritti e a quella dei doveri. Ma per quanto riguarda il concetto di sviluppo armonico esso sembra addentrarsi in percorsi un po' particolari per essere presenti in una fonte del diritto, che è anche una fonte del dovere, in qualcosa cioè che è anche molto tecnico e che attiene principalmente alla sfera giuridica.

Forse nella Costituzione è quindi presente il concetto di sviluppo armonico? No, non è presente questo concetto però ne è presente uno non del tutto dissimile, quello di 'pieno sviluppo della persona umana' giacché non è forzoso pensare che uno sviluppo per essere 'pieno' debba in qualche modo essere armonico, cioè debba rispondere a criteri di armonia, essere conforme e armonizzarsi con le leggi di uno Stato di diritto e forse in generale anche del cosmo. Ne deriva che l'accostamento dei due concetti è legittimo, autorizzato, anche dalla constatazione del fatto che la disarmonia, in quanto tale, genera intoppi, se non traumi in qualche caso, e questi intoppi, questi traumi, per propria natura rappresentano un rallentamento dello sviluppo e in alcuni casi forse anche l'interruzione dello stesso. Appare ovvio a questo punto che se una cosa si interrompe non può essere piena ma solo parziale. Possiamo quindi affermare che, se anche nella Costituzione non è presente in modo esplicito il concetto di sviluppo armonico, questo è in qualche modo richiamato dall'idea stessa della pienezza di uno sviluppo che è quello della persona umana.

Altre nozioni compaiono poi nella Costituzione, anche quella di arte e quella di scienza che sono dichiarate libere. Anche attraverso di esse l'uomo può sviluppare se stesso, e se questo sviluppo sia pieno o no solo farne esperienza può darne una risposta. Ma non c'è dubbio che per qualcuno scegliere l'una o l'altra, o anche entrambe che, del resto nessuna delle due esclude l'altra essendo in qualche modo interconnesse, è un fatto naturale, spontaneo, naturalezza e spontaneità che stanno a sottolineare l'appropriatezza della scelta del percorso. In taluni casi questa appropriatezza è tale che spinge a formulare il pensiero per cui non è la persona ad aver scelto l'arte o a scienza, ma queste ultime, in un certo senso, ad aver scelto quella persona.

Nessuno può servire la scienza in modo utile se non seguendo la direzione verso la quale è naturalmente condotto dall’indole della sua intelligenza, sosteneva Marius Schneider, etnomusicologo alsaziano, esprimendo con questo un principio sano, onesto, vorremmo dire giusto, ma sicuramente appropriato per sviluppare armonicamente la persona umana, un principio quindi volto ad ottenere ciò che la Costituzione della Repubblica Italiana vuole che i cittadini di cui essa è fonte principale del diritto conseguano, cioè a dire il già citato pieno sviluppo della persona umana.

Sviluppare pienamente la persona umana non è risultato da poco, anzi, è risultato difficile. Ed è per questo che ogni persona ha il diritto di richiederlo come obiettivo alto della Costituzione e nello stesso tempo ha il dovere di non impedirlo ai suoi concittadini.

E attraverso che cosa la Costituzione vorrebbe conseguire questo sviluppo? Si potrebbe rispondere in generale attraverso la piena attuazione di se stessa, il che non sarebbe sbagliato, ma essa entra anche più nello specifico, dichiarando esplicitamente quella che è una via privilegiata, cioè attraverso la rimozione degli ostacoli di ordine sociale ed economico poiché essi limitano di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini.

Dunque la Costituzione, affidando alla Repubblica la rimozione di questi ostacoli, intende rendere liberi i cittadini nelle proprie scelte e vuole che essi siano eguali dinanzi alla possibilità di compiere queste scelte liberamente.

Pur non trattando direttamente di sviluppo armonico, la Costituzione quindi lo richiama indirettamente nella nozione di pieno sviluppo, e sembra ritenere che per esso la Repubblica, nelle sue istituzioni e nei suoi rappresentanti, ma anche nei cittadini ordinari, debba adoperarsi rimuovendo ostacoli, particolarmente di ordine sociale ed economico.

Non rimuovere questi ostacoli è un po' come non permettere questo sviluppo ed è quindi sbagliato, ed apporne addirittura sbagliatissimo oltre che incostituzionale.

sabato 27 dicembre 2025

Considerazioni ulteriori sulla lingua madre

Ci riserviamo di tornare sull'argomento, ma per dare una parvenza di conclusione ad un discorso inerente all'importanza della lingua madre che richiederebbe per potersi ritenere esaustivo dell'apporto di un maggior numero di contributi, ma considerando appunto che qui non si ha questa pretesa bensì il più modesto intento di fornire alcuni spunti di riflessione, vorremmo infine indicare come, nel caso delle lingue presenti sul territorio italiano, ci sia un atteggiamento giustamento protettivo, teso alla difesa delle minoranze linguistiche stesse. Quello della difesa delle minoranze linguistiche, prima di essere un atteggiamento fondato su di una particolare giurisprudenza, è bene sottolineare come tragga spunto inanzitutto da un atteggiamento culturale fondato sul rispetto dell'altro, del diverso, dell'esistente. Ma poi questo atteggiamento trova anche una sua consequenziale e opportuna dimensione giuridica. Nel caso dell'Italia questo atteggiamento si manifesta concretamente a cominciare dalla maggiore fonte del diritto che abbiamo in Italia, la Costituzione, che ha un suo preciso articolo dedicato a questo scopo. Si tratta dell'articolo 6 che recita:

La Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche.

Si tratta di un breve e conciso articolo ma molto significativo, con il quale si riconosce l'importanza  della tutela delle minoranze linguistiche presenti nel territorio italiano, il che coincide ovviamente con la tutela delle lingue minoritarie stesse, e con questo impedisce qualsiasi forma di discriminazione  inerente all'appartenenza a queste minoranze. Inoltre, contribuisce alla promozione della conservazione del patrimonio culturale, poiché come tale è vista la varietà linguistia presente nel territorio italiano, come ricchezza culturale, associandosi in questo all'articolo 9 della Costituzione stessa che ne rafforza, da questo punto di vista, il significato.

Ogni lingua è un piccolo miracolo, è un patrimonio culturale ed è considerabile come un bene demoetnoantropologico, e come tale deve essere difeso.

Le minoranze linguistiche nel nostro Paese sono almeno dodici: albanese, catalana, germanica, greca, slovena, croata, francese, francoprovenzale, friulana, ladina, occitana e sarda.

Per due di queste minoranze, tedesca e francese, quelle riferite alle due regioni a statuto speciale, la tutela della lingua e della cultura sono esplicitate negli specifici statuti, e ci rifieriamo al Trentino-Alto adige e alla Valle d'Aosta.

Ma in generale tutte e dodici queste minoranze trovano la propria tutela nella legge denominata "Norme in materia di tutela delle minoranze linguistiche storiche" o Legge 15 dicembre 1999, n.482 che ha dato attuazione all'articolo 6 della Costituzione.

Ciò è una conferma di quanto la nostra Costituzione della Repubblica Italiana rappresenti una delle più  evolute Costituzioni al mondo, ma dimostra anche quanti sforzi siano necessari per arrivare alle norme che rendono effettivo il dettato costituzionale.

Per questa ed altre ragioni, personalmente insisto molto nell'indicare la nostra Costituzione come qualcosa che deve trovare ancora oggi a distanza di molti decenni una piena attuazione. Pur essendo essa la legge fondamentale dello Stato, spesso non è conosciuta dai comuni cittadini e questo implica sia il fatto che essi non siano consapevoli di tutti i propri diritti e i propri doveri, ma neanche possono farsene una ragione di legittimo orgoglio.

L'Italia come dice la Costituzione, è una Repubblica democratica fondata sul lavoro, ed è per questo che insisto molto, spesso a rischio di divenire pedante e antipatico, sul ruolo della Democrazia che oggi sembra svilito da molteplici fattori, sui quali non ci soffermiamo adesso, ma che deve necessariamente essere riscoperto. Se l'Occidente ha dei vanti, tra essi possiamo certamente annoverare l'aver forgiato l'idea stessa di Democrazia, ed è per questo che se lo stesso vuole ritrovare se stesso deve compiere ogni sforzo possibile per riscoprire i benefici che la Democrazia conferisce a chi la pratica, a chi la attua, e tra questi vi è naturalmente anche l'effetto positivo derivante dall'atteggiamento di tutela dei beni demoetnoantropologici, e quindi delle lingue stesse, che devono essere salvaguardate sempre, anche in quanto lingue madri di minoranze.


 


venerdì 28 novembre 2025

Sempre in difesa della lingua madre

 Riprendiamo dall'articolo pecedente. In quello dicevamo, tra le altre cose, che la lingua madre fa da tramite al passaggio del nascituro dallo stato di gestazione a quello di individuo pienamente formato, quindi 'venuto al mondo', cioè nato. In alcune popolazioni artiche si dice che ci sia un particolare 'rito' che si svolge in concomitanza con la nascita di un nuovo membro della famiglia e del gruppo sociale. Il padre e forse gli altri parenti in prossimità del lieto evento cominciano a pronunciare dei nomi in serie, uno dietro l'altro e quando il bambino nasce il nome pronunciato in quel preciso momento diviene il suo nome, quello con cui la comunità potrà chiamarlo. Si attribuisce alla cosa uno speciale significato, si crede cioè che ciò non sia un caso, come una mentalità di tipo essenzialmente positivista tenderebbe ad avallare, ma che ciò dipenda dal fatto che il prossimo nascituro, sia uscito dal grembo materno proprio perché ha udito il suo vero nome, ne è stato richiamato fuori. Dunque è perché ha sentito pronunciare il suo autentico nome, come una vera e proria chiamata, che si è deciso ad uscire dal grembo materno. Ecco che l'idea del suono della lingua madre come tramite tra i due stati, quello protetto, all'interno della genitrice, e quello del mondo esterno ad essa, viene corroborata e rafforzata da talune credenze popolari, le quali non nascono dal nulla, bensì manifestano le conoscenze tradizionali di un popolo, una conoscenza più profonda di quanto non possa apparire a prima vista, o a primo udito, se mi si passa il distinguo. Una conoscenza che si collega direttamente alle proprietà mistiche del suono, in questo caso alle proprietà della lingua madre di un popolo, che si manifesta, nel caso specifico, nella pronuncia dei nomi propri tipici di quella popolazione e del vero nome proprio del nuovo individuo, quel nome con cui ci sarà una identificazione per il resto della vita. Dare il nome giusto alle cose è importante, è un procedimento del rispetto dell'ordine delle cose, ordine microcosmico che riflette quello macrocosmico, quindi è un procedimento del rispetto dell'ordine cosmico. Da sempre ci si è chiesti per esempio qual è il vero nome di Dio, principio di ogni cosmogonia, creatore di tutte le cose. Così l'individuazione del vero nome del neonato, creatura di Dio, manifestazione del creato al pari di tutte le altre, allude forse all'intento e all'esigenza di una ricerca di maggiore portata, la ricerca del vero nome di Dio, e fornisce anche una chiave, per così dire, metodologica alla ricerca stessa, una metodologia che si fonda sul suono. 

Nella mentalità scientifico-positivista queste concezioni risultano astruse, rimangono al di fuori di ciò che è l'evento in sé, l'evento della nascita di un nuovo individuo, e sono difficili da accettare come veritiere. Nel caso di specie, ciò dipenderebbe naturalmente dal fatto che in prossimità della nascita, il travaglio può essere più o meno lungo ma prima o poi dovrà pur giungere ad una conclusione. Cioè a dire, se non è prima è poi ma, ad un certo punto, il feto verrà alla luce. Ed è chiaro che se in prossimità di quel momento si cominciano a pronunciare una serie di nomi, per forza di cose al momento dell'uscita dal grembo materno, il neonato si troverà in concomitanza con la pronuncia di un di quei nomi, e l'attribuzione del nome che ne scaturisce ne risulterebbe del tutto casuale.

Ciò che questa mentalità pragmatica e scientifico-positivista, per propria natura, non coglie nella lettura pertanto inevitabilmente asettica del lieto evento e della tradizione che gli si associa, è un aspetto filosoficamente profondo ed in vero estremamente rilevante che si cela dietro di esso, dietro ad una credenza che comunque avrebbe già di per se stessa il pregio di infondere poesia ad uno dei momenti di maggiore importanza nella vita di uno essere umano, di una donna, di una famiglia, quello delle venuta al mondo di un nuovo essere vivente, di un nuovo essere umano. Tuttavia, come dicevamo, c'è qualcosa in aggiunta di molto significativo. Questa credenza in fondo non fa che proporre e confermare la concezione della creazione sonora del mondo, dell'anteriorità del suono, del logos. Quella stessa concezione, anch'essa citata nell'articolo precedente, cui ci richiamiamo, e che vede nell'idea di Martin Heidegger, quell'idea secondo la quale "Non è l'uomo a parlare il linguaggio ma è il linguaggio a parlare l'uomo" il centro di un ribaltamento in qualche modo "copernicano" o modestamente tale, cioè il cambiamento di un punto di vista, un ribaltamento del punto di vista, con cui guardare al mondo ordinato, al cosmos, in greco κόσμος (kósmos), ponendosi all'interno di un discorso filosoficamente profondo. In effetti la concezione secondo la quale il bambino nell'udire il suo nome, sentendosi chiamato si decide ad uscir fuori, sta lì proprio a sottolineare il fatto che a quel bambino il nome era già stato in qualche modo assegnato, anteriormente, quindi quello stesso bambino era in un certo senso 'già stato parlato dal logos' e qui la vicinanza con la concezione heideggeriano si fa evidentemente notare. In altre parole, la credenza popolare di cui stiamo parlando è molto affine alla concezione heideggeriana.

Non è che la visione pragmatica e scientifico-positivista sia priva di senso o di logica, per sua stessa natura una logica c'è ovviamente, il problema semplicemente è che nell'usare quel senso e quella logica essa va a togliere quasi tutto l'alone poetico a quella tradizione, il quale alone poetico cela a sua volta al suo interno il riflesso di una concezione filosofica della vita paragonabile a quella che ci offre un insigne filosofo, proprio Martin Heidegger e che esprime in sintesi con la sua famosa frase che abbiamo citato sopra.

Si comprende bene come la generale difesa dei beni culturali tra i quali rientrano anche queste concezioni popolari, queste tradizioni, in quanto beni definibili come demoetnoantropologici abbia un profondo senso e contribuisca a fornire chiavi di lettura della realtà che, in quanto tali, sono certamente anche attuali.

Ma avevamo lasciato l'articolo precedente menzionando il ruolo dei mezzi di informazione di massa nel conservare ovvero nel mutare una certa lingua. Il caso dell'Italia credo che sia emblematico da questo punto di vista. Se pensiamo all'editoria, quindi ai libri, ai quotidiani, ma particolarmente a mezzi i maggiore diffusione territoriale, cioè alla radio e alla televisione, come mezzi che hanno unito l'intera Nazione sotto le stesse identiche pubblicazioni e trasmissioni, con decine di migliaia, poi centinaia di migliaia e poi ancora milioni di persone, tra lettori, uditori, spettatori o telespettatori, non è difficile intuire il ruolo svolto da questi mezzi nel rendere omogenea la linua italiana proprio all'interno del territorio italiano. Di converso a questa diffusione della lingua italiana ufficiale, faceva da contraltare una contrazione nell'uso dei dialetti e degli idiomi locali, ma senza impensierire gli stessi, che del resto rimanevano in auge in molti contesti, particolarmente quei contesti che non necessitavano dell'italiano ufficiale, contesti magari più ristretti, come i contesti familiari, per esepio. Inoltre bisogna anche dire che lo stesso italiano ufficiale si uniformava in qualche modo al contesto regionale, conferendo ad una stessa lingua identica nella scrittura, accentazioni del tutto diverse, riflesso di una consolidata tradizione fonetica ovviamente legata al dialetto o all'idioma locale. Così 'italiano si avvicinava ai dialetti in modo del tutto naturale rendendosi peraltro più apprezzabile e fruibile. In Italia ogni cittadino sa distinguere benissimo un italiano parlato da un sardo, da un campano o da un romagnolo, solo per fare degli esempi. Ed anche i toscani, che hanno contribuito in modo certamente rilevante alla formazione della lingua italiana, mantengono accentazioni e pronuncie, derivanti anch'esse dagli idiomi locali, che ne rendono il gusto del tutto particolare. E tutto questo contribuisce a rendere variagata e colorita una stessa identica lingua, conferendo un numero consistente di piacevoli sfumature. 

Ma la televisione e particolarmente la RAI ha offerto anche trasmissioni specificamente rivolte all'insegnamento elementare in cui un ruolo importante aveva l'alfabetizzazione di base a cui si accompagnava il concomitante studio della lingua italiana, scritta e parlata. È il caso per esempio di "Non è mai troppo tardi"che negli anni '60 ebbe un grande successo. Questa trasmissione televisiva, praticamente un corso di istruzione popolare per il recupero dell'adulto analfabeta, è stata condotta dall'educatore, ma anche scrittore e politico italiano Alberto Manzi e prodotta dalla RAI in collaborazione con il Ministero della pubblica istruzione. Andava in onda dal lunedì al venerdì fino al '68 riscuotendo grande successo. Aveva lo scopo d'insegnare lettura e scrittura agli italiani fuori età scolare ed ancora parzialmente analfabeti, ma tutti potevano guardarla, anche i meno analfabeti o gli istruiti, e con questo si accomunavano italiani di tutte le regioni in uno stesso tempo anche se non n uno stesso luogo, regioni diverse e distanti, tutti insieme a studiare una stessa lingua, negli stessi orari di fronte ad uno stesso elettrodomenstico. Praticamente riuscì a far prendere a quasi un milione e mezzo di italiani la licenza elementare e, a dimostrazione del successo del formato televisivo, venne riprodotta all'estero in ben 72 Paesi divesri, ciascuno dei quali ovviamente insegnava la propria lingua. A proposito di Manzi scrittore, ma anche educatore, insegnante elementare, aggiungo una piccola nota autobiografica giacché la figura dell'insegnante è sempre stata importante nella mia vita, avendo avuto una madre insegnante, ed avendo avuto, come quasi tutti del resto, una brava insegnate, maestra elementare, medaglia d'oro della Pubblica istruzione, che ho frequentato anche negli anni successivi a quelli dell'insegnamento, per cui non sono mancate le occasione di prendere insieme dei caffè, durante i quali la figura di Manzi veniva menzionata spesso, mi riferisco alla mia cara maestra Bonamici Vigiani Fiammetta, che Dio ne abbia cura, a cui tutte le mattine rivolgo una preghiera anche per aiutarmi a divenire un buon insegnante, e non solo per questo. 

Per tornare al ruolo dei mezzi di informazione di massa, possiamo notare come nel parlare la lingua ufficiale di una determinata Nazione, essi, a prescindere dalle trasmissioni specificamente dedicate alla formazione linguistica, come nel caso di cui sopra, ne diffondono e consolidano l'uso a prescindere appunto dal tipo di trasmissione. La grande diffusione di massa della televisione intesa come elettrodometico, divenuta alla portata di ogni portafoglio, aveva permesso di avere in ogni famiglia uno strumento importantissimo per unificare la ligua parlata di una specifica Nazione, nel caso di specie l'Italia, fornendo un modello di riferimento di carattere popolare, il che non inficiava la possibilità di un successivo approfondimento, nel corso di un percorso scolastico e magari universitario, per approdare quindi a lessici specifici di vario carattere. Ma avere un base comune così diffusa permetteva di muoversi da un terreno di partenza comune e consentiva di interfacciarsi, per così dire, ad italiani di varia provenienza regionale, e che perciò avevano vissuto in contesti in cui il linguaggio parlato era ancora fortemente influenzato dai dialetti e dagli idiomi locali, con la ragionevole certezza di poter counicare in modo esaustivo e completo. Non era necessaria alcun tipo di forzatura, con la televisione una sorta di omogenizzazione linguistica procedeva spontaneamente, senza peraltro sostituirsi ai dialetti stessi, agli idiomi, o alle lingue minoritarie nel Paese, e per queste ultime si era pensato ad ufficializzarne la salvaguardia con appositi articoli, anche di carattere costituzionale.

sabato 25 ottobre 2025

Della difesa della lingua madre

 Che cosa sia la lingua madre credo che lo sappiano un po' tutti, si intuisce. Forse è un po' meno scontato essere consapevoli della sua enorme importanza per ogni essere umano e ravvisare che alcune di esse, e la lingua italiana è tra queste, necessitino particolarmente oggi di essere difese.

È con questo intento che nasce il presente articolo, peraltro concepito ormai da molti anni ma purtroppo sempre rimandato. Nasce con l'intento cioè di sottolineare la necessità di difendere la lingua italiana dal rischio di corrompersi irrimediabilmente e di perdere in questo modo molte delle sue funzioni, nonché molta della sua bellezza ma forse anche del suo esserci lingua madre. Precisiamo intanto che amare la propria lingua madre è naturale, amarla e difenderla inoltre non significa minimamente odiare le altre, anzi, sigifica conferire anche alle altre lo stesso diritto, ognuno ha infatti il diritto di difendere la propria lingua madre, ed essendo ogni lingua un piccolo miracolo, l'intento principale del presente articolo si traduce nell'auspicio di una difesa generale delle lingue attualmente esistenti come cose preziose e fragili, un po'in sintonia, se vogliamo, col sentimento di chi vuole difendere la biodiversità, per esempio.

Difendere la lingua madre da chi e da che cosa? Posso solo sperare di riuscire ad abbozzare una parvenza di risposta, di fornire alcune indicazioni.

Intanto diciamo che la grande importanza che riveste una lingua madre risiede in vari fattori. primo fra tutti, probabilmente, quello inerente al fatto che è la lingua che sentiamo parlare fin dal nostro risiedere nel grembo materno, nello stato di gestazione, quando siamo ancora in piena formazione. Stazioniamo nel grembo materno e non sappiamo che dovremo esserne 'espulsi', proiettati fuori e intanto di questo 'fuori' cominciamo ad imparare qualcosa e la prima cosa che conosciamo di esso è il suono che da lì ci giunge, tra cui quello della lingua che lì si parla e che coincide col suono della voce della propria madre che ci stà ospitando e proteggendo. Così al momento del nostro ingresso nel mondo, quel mondo verso cui ci dirigiamo, così ignoto e perciò stesso così pauroso per certi versi, come sempre è pauroso ciò che ci è ignoto, non è poi più così ignoto perché alcune sue caratteristiche le abbiamo già conosciute. Sono appunto quelle del suono della lingua che evidentemente hanno fatto da tramite a quel passaggio che è la nascita, da legame tra uno stato e l'altro. Ne abbiamo cominciato ad udire il suono dentro il corpo di un'altra persona, appunto, e non una persona qualsiasi, quando eravamo vicini alle sue viscere, per questo il legame con la propria lingua madre è così intenso, si dice, così viscerale. In queste dinamiche sono in gioco fattori identitari e psicologici non indifferenti. Forgiata da secoli di civiltà, la lingua madre, non è chiamata così solo perché è parlata dalla nostra vera e propria madre, ma anche perché racchiude la saggezza e la conoscenza di una intera civilà che ci è madre pure essa e che l'ha forgiata nei secoli. Queste conoscenze vivono in essa ed essa ci fa da madre appunto,  quasi una seconda madre. Ma c'è di più perché potremmo anche avanzare  l'ipotesi forse un po' azzardata che sia addirittura la prima vera madre. Se assumiamo come vera l'idea di Martin Heidegger, per cui "non è l'uomo che parla il linguaggio, ma è il linguaggio che parla l'uomo" per cui da esso l'uomo come tutto il creato scaturisce ed è mantenuto come fa da mantenimento un cibo costante, egli ne è in qualche modo figlio, ecco che il rapporto di genitorialità col linguaggio, il quale si manifesta concretamente nel suono della lingua, che ne è un riflesso, ne fa in qualche modo una madre addirittura per certi versi anteriore alla nostra madre carnale, quella dalla quale siamo usciti e siamo stati immessi nel mondo. Si potrebbe quindi arrivare ad ipotizzare che la lingua parlata dalla nostra madre rivaleggi con lei nel primato materno. Se, come dice l'etnomusicologo alsaziano Marius Schneider, il suono è l'allegoria più antica del verbo creatore, del logos, la lingua parlata, partecipando del suono, è l'immagine più evidente e potente del logos creatore stesso. La lingua madre non è solo la lingua parlata dalla nostra madre, non è solo la lingua della nostra civiltà, ma è la lingua che ci è madre e che è madre della nostra madre. Lingua e madre tendono così a coincidere profondamente, quasi ad identificarsi.

Ed ecco appena espresse alcune delle ragioni per le quali la difesa della lingua madre ha una sua precisa e importante ragion d'essere, identitaria, affettiva, psicologica, ma anche in fondo di carattere ontologico.

Ciò implica una istintiva tendenza alla difesa di essa lingua, giacché questa difesa si identifica in un certo senso con quella della stessa propria madre, nonché con quella della propria civiltà e cultura di appartenenza, ma in fondo con la difesa del nostro stesso essere. Si è portati istintivamente a questa difesa, è quasi un impulso sottocorticale, immediato, come la difesa della propria stessa sopravvivenza.

Naturalmente le lingue, tutte le lingue, cambiano ed evolvono in base a vari fattori e direttrici. Una lingua parlata non è un fossile, è viva e, in quanto tale, è soggetta ai naturali cabiamenti, riflessi del naturale inarrestabile movimento, che è la vita. I cambiamenti possono avere varia natura ed essere variamente condizionati. Possiamo rintracciare tra i fattori di cambiamento aluni di essi definibili semantici ed onomasiologici. Una stessa parola può modificare leggermente il suo suono anche semplicemente perché una persona la pronuncia fortuitamente in modo diverso, un ristretto gruppo di persone segue il cambiamento, il contesto si allarga e leggero cambiamento dopo leggero cambiamento, questo può farsi consistente al punto da stravolgere consistentemente una parola che tuttavia continuerebbe a designare comunque sempre la stessa cosa, continuerebbe ad avere lo stesso significato. Cambia il significante, rimane il signifcato. Oppure una parola che riesce a rimanere sostanzialmente invariata nel corso del tempo, finisce per designare una cosa diversa. In questo caso cambia il significato, rimane invariato il sigificante. Questi fattori, spesso fortuiti, contribuiscono alla differenziazione delle lingue nel tempo e nei luoghi. Altri fattori si uniscono nel determinare il cambiameno di una lingua. Ci sono per esempio gli 'aggiornamenti' dati dai neologismi che sono condizionati e in qualche modo richiesti dal progresso tecnologico, per cui necessitiamo di nuove parole e il vocabolario si arricchisce. Ci sono stati e ci sono fattori collegati allo spostamento dei popoli, più o meno consistenti, spesso avvenuti in modo purtroppo non incruento, che hanno dato luogo a convivenze forzate, spesso non facili ma poi progressivamente stemperate, che hanno trasmesso e trasmettono suoni inusitati, prima mai uditi, lingue nuove per una deteminata regione geografica incontrano lingue vecchie per quella stessa regione, e quelle nuove lasciano qualcosa a quelle vecchie, ma viceversa anche le vecchie a quelle nuove, in una sorta di osmosi. Nuovi risultati si producono con queste dinamiche. Si ratta comunque di una questione molto complessa da lasciareagli esperti del settore. Non è infatti questa la sede per trattare un argomento per l'appunto così complesso come la trasformazione delle lingue nel tempo e nei luoghi. A noi basta sapere, per gli scopi di questo articolo, che è da ritenersi naurale sia l'attaccamento istintivo alla propria lingua madre, sia il fatto che dei cambiamenti, spontanei o meno spontanei, siano per certi versi inevitabili, in alcuni casi addirittura auspicabili, e che fanno in fondo parte del gioco e come tali debbano essere accettati, soprattuto quando sono lievi o gradualmente disciolti, per così dire, nel tempo. Tuttavia ci sono cambiamenti che sembrano efettivamente essere troppo drastici, repentini o troppo consistenti, sì da destareunacerta attenzione se non un certo allarme, un certo sospetto, cambiamenti tali da 'fare la spia', da destare attenzione, evidenziandosi da sé. Cambiamenti graduali non rischiano di urtare il naturale attaccamento identitario alla propria lingua madre, ma cambiamenti troppo repentini, al contrario, rischiano di urtare contro questo naurale attacamento che, come abbiamo detto, ha profonde ragion d'essere, ragioni affettive, psicologiche, culturali ed anche ontologiche. Del resto i latini lo sapevano bene, natura aborret saltum, dicevano. Eh sì, la natura aborrisce i salti, pensate per esempio ad uno sbalzo termico repentino e consistente che non permetta a determinate forme di vita di adottare le opportune contromisure, di adattarsi al nuovo ambiente, quando un cambiamento graduale potrebbe permettere invece, essendo meno traumatico, un adattamentograduale in modo da permettere a quelle stesse forme di vita di sopravvivere. 

 Nasce il problema della conservazione di una lingua, poiché giustamente ritenuta ricettacolo e condensato di secoli di culura, prodotto dell'evoluzione dell'uomo in generale e di quello specifico uomo di quella specifica regione, pertanto di quella determinata culura, e dei suoi sistemi di comunicazione. Bisogna dire che da questo punto di vista, quello cioè della conservazione, i sistemi venuti in auge particolarmente con l'Illuminismo, come per esempio le enciclopedie e i vocabolari, hanno dato una grossa mano a chi doveva affrontare questo problema della conservazione dei lemmi di una determinata lingua. Ma lo spirito scientifico positivista di cui essi erano una manifestazione, d'altro canto aveva portato per altre vie, e in altri settori, a trasformazioni di altro carattere, di tipo tecnologico connessi per esempio alla rivoluzione industriale. Pensiamo ai mezzi di trasporto che avevano reso meno difficili gli spostamenti delle persone, dando luogo ad un tipo dverso di fussi di persone, e nuovi problemi sociali collegati a questi flussi. Persone attratte peraltro dai paesi industrializzati, da nuove prospettive lavorative e sociali. E con questo sorgevano nuovi problemi sociali appunto da affrontare,  e tra questi anche quelli di 'conservazione' delle lingue. Insomma, com'è logico aspettarsi, ogni nuovo tempo propone nuove sfide. Naturalmente queste persone finivano col parlare necessariamente la lingua del paese ospitante, che non era quindi la lingua madre, ma il processo richiedeva del tempo e non era difficile incappare in 'isole' in cui la lingua parlata rimaneva per lungo tempo quella del paese d'origine, proprio a corroborare una volta di piùl'idea dell'importanza di un legame che era pur sempre legame affettivo con la terra d'origine. Sono tutte dinamiche normali, e normalmente connesse ai flussi migratori. Ma proprio per quanto riguarda le lingue e i problemi connessi alla conservazione ovvero alla commistione di esse, il processo interressante arriva forse successivamente, non tanto con i mezzi di trasporo a cui abbiamo appena accennato, e che comunque continuano a perfezionarsi enormemente nel frattempo, ma con i mezzi di comunicazione di massa.

sabato 27 settembre 2025

Scuola e dati personali

 Con l’ammodernarsi della Scuola, ci si trova a fronteggiare situazioni inedite non sempre di facile risoluzione e tuttavia risolvibili. Dal momento che l’ammodernamento fa quasi esclusivamente capo alla digitalizzazione, e all’uso di strumenti di tecnologia informatica, la gran parte di queste situazioni inedite afferisce all’uso di questo tipo di strumenti. Cose di cui è bene parlare per aprire un dibattito ampio, aperto a vari interpenti, suggerimenti e stimoli e potenzialmente foriero di indicare le dovute soluzioni. Oggi se sei insegnante ti viene assegnata una casella di posta elettronica che viene definita istituzionale con la quale sei invitato a dialogare con la Scuola. Direi che nell'avere una casella di posta istituzionale non c'è niente di strano o di male, anzi, direi che si tratti di una cosa addirittura opportuna. Ma è comunque bene ricordare che la Scuola non ha sempre avuto bisogno di questi strumenti. È esistito un tempo, neanche troppo lontano, nel quale si poteva fare scuola, ed essere insegnanti senza avere bisogno che ti venisse assegnata una casella di posta elettronica. C’era, nei casi richiesti, la posta ordinaria, quella cartacea, tradizionale, per intendersi. Per il resto ti approvvigionavi con i documenti in bacheca, una bacheca analogica, non digitale, o con quelli che trovavi in aula insegnati, o che passavano nelle classi, circolari, documenti cartacei, ed era sufficiente. Questo per dissipare fin dall'inizio il dubbio circa quella che viene oggi percepita come l'indispensabilità di questi strumenti, poiché l'assenza di questi non ha mai pregiudicato la didattica in passato né, a detta di molti, la pregiudicherebbe oggi, che essa semplicemente si svolgeva in modo diverso, e forse addirittura migliore per certi versi, in ogni caso si svolgeva senza di essi. C'è un altro dubbio da dissipare prima di essere tacciati come retrogradi passatisti e prima lo si fa e meglio è. Non stiamo in alcun modo dicendo che la scuola debba rinunciare agli strumenti di tecnologia informatica, che devono poter sussistere anche semplicemente per essere conosciuti da chi ne dovrà fare presumibilmente un uso abbastanza massiccio nella vita, vuoi per diletto, vuoi per lavoro, ma semplicemente che la trasformazione dei fenomeni sociali a cui questo uso porta e le problematiche che essi innescano debbono essere adeguatamente valutate e risolte nell'inetresse generale di tutti, e che, per fare questo l'invito al dibattito dovrebbe essere accettato e condiviso, anche esteso, e in ogni caso certe spunti di riflessione, certe puntualizzazioni sembrano divenire necessarie. Gli strumenti di tecnologia informatica hanno invaso il mondo di oggi in ogni settore e sarebbe sciocco pensare che la Scuola non debba usarli, farli conoscere, perché ci sono, sono utili e anche io li ritengo tali però, per quanto riguarda l'apprendimento, non sono indispensabili per raggiungere taluni risultati positivi, nel senso che la tradizione scolastica ci ha insegnato che un certo tipo di conoscenze, soprattutto quelle di base che sono quelle indispensabili e fondamenali per definizione, soprattutto quelle di tipo teoretico, si possono conseguire anche senza di essi, e c'è chi sostiene che si possono conseguire meglio senza di essi, sostenendosi con l'idea che l'informatica sostituisce processi che prima erano necessariamente mentali e che questa sostituzione, che crea un vantaggio apparente, ha l'inconveniente di atrofizzare quelle zone cerebrali e quelle facoltà ad esse associate che prima venivano usate a quello scopo, tant'è che alcune scuole, anche negli Stati Uniti d'America, ne bandiscono l'uso per interi cicli scolastici, offrendone l'uso solo molto dopo a livello scolastico, intorno ai sedici anni se non erro, e sono ritenute scuole tra le migliori e più avanzate ed aggiornate del panorama scolastico americano, e questa è una cosa da tenere presente, almeno tanto quanto quella che li vorrebbe vedere come indispensabili. E l'incontro di queste due teorie fa nascere una terza teoria, quella che li vede appunto come utili ma non indispensabili. Dipende sempre molto dall'impiego che se ne fa, dal come quindi, ma anche da quando e da quanto.

Personalmente sono sempre a disagio quando sitratta di argomentare circa la casella di posta elettronica cosiddetta istituzionale. In effetti vorrei averne una, ne sarei lieto, ma vorrei che avesse talune caratteristiche che oggi mi sembrano assenti, e l'assenza delle quali genera dubbi e perplessità, anche un po' di sconcerto. Se la casella di posta elettronica è istituzionale, e l'istituzione a cui fa capo è la Scuola pubblica italiana, bisognerebbe che si trattasse di una casella di posta elettronica pubblica e italiana. Per esempio vorrei che questa casella di posta elettronica non trasferisse dati al di fuori dell'Italia o quantomeno al di fuori della 'frontiera' europea, che è già molto ampia. Sappiamo infatti che il GDPR non consente per legge il trasferimento dei dati in Paesi dove essi non siano tutelati alla stessa stregua dell'Unione europea. Quindi  si potrebbe dire che il problema del trasferimento dei dati, anche strettamente personali, potrebbe essere risolto, in via del tutto teorica, se tutti i Paesi del mondo salvaguardassero i dati personali alla stessa stregua di quanto fa l'Unione europea stessa e l'Italia. Si tratterebbe di una sorta di adeguamento ad alti livelli di tutela. In teoria è quindi semplice ma in pratica no.

E così si arriva a toccare il punto centrale dei problemi connessi all'uso delle tecnologie informatiche, quello a cui allude il titolo di questo articolo, che è essenzialmente legato alla sua permeabilità che rende i dati che circolano attraverso di essa carpibili, esfiltrabili e quindi utilizzabili da terzi in molteplici modi non sempre modi rispettosi dei diritti altrui. Non è un caso se esiste il DPR ed esisteil Garante per la Protezione dei Dati Personali. Non vogliamo ribadire quanto sia importante la salvaguardia dei dati personali. Sappiamo che essi sono considerati il petrolio del futuro, e se sono considerati così forse una ragione c'è. Anche la nota trasmissione REPORT in una puntata dedicata al problema dei dati personali intitolata non a caso "Sorvegliati speciali" li definiva il petrolio del futuro se non erro. Probabilmente perché su di essi si basa un certo tipo di personalizzazione dell'offerta commerciale, ma forse anche per altre ragioni meno evidenti, per esempio perché aiutano il controllo e la manipolazione di massa e individuale a prescindere dal commercio, con sofisticatissimi sistemi di persuasione sia palese che occulta, sistemi che sfruttano certamente i gusti personali ma anche le debolezze personali, le peculiarità dell'individuo, il suo pensiero, la sua psicologia, le sue idiosincrasie, cose che, se conosciute possono poi essere impugnate proprio per questo tipo di utilizzo, per la manipolazione. Così il possesso dei dati personali finisce per essere l'elemento attraverso il quale portare trasformazioni sociali e politiche, oltrepassando di gran lunga la pura e semplice, si fa per dire,  importanza commerciale. Diamo questi concetti per scontati in questa sede, anche se forse così scontati non sono. In effetti c'è molto da aprofondire su di essi e il dibattito è in corso, ed è avviamente bene che sia in corso, e deve essere alimentato e diffondersi nella pubblica opinione. Auspichiamo quindi che da questo dibattito scaturisca in generale una maggiore consapevolezza circa la questione della salvaguardia della riservatezza dei dati personali.

Salvaguardare adeguatamente i dati personai dei cittadini italiani significa adoperarsi nella difesa stessa della Patria che è un dovere, anzi, un SACRO DOVERE, dove l'aggettivo sacro sta ad indicare che questo dovere ha caratteristiche che lo rendono in qualche modo speciale, vorrei dire superiore, forse.

E dal momento che abbiamo comunque sottolineato alcune delle ragioni per quali la salvaguardia dei dati personali è importante, vorremmo contestualmente far notare che è per questo che l'Istituto del Garante per la Protezione dei Dati Personali è oggi una delle massime istituzioni del Paese, e che la sua importanza è destinata a crescere, cosa che ho cercato in alcune circostanze di sottolineare, anche in altre sedi e in alcune ricorrenze.

 

Qui un commento in occasione di un incontro del GPDP col PdR Mattarella

Abbiamo del resto un articolo della Costituzione, il 52 per l'esattezza al cui primo comma si legge:

La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino.

Ecco, personalmente non sentirei di difendere la Patria, utilizzando dei sistemi informatici che trasferissero dati al di fuori del perimetro indicato da GDPR, quello dell'Unione europea, e meglio ancora sarebbe se i sistemi non li trasferissero neanche al di fuori dell'Italia, perché l'articolo della Costituzione, il 52, quando parla di Patria allude ovviamente all'Italia, al nostro Paese. E quindi è sempre con una certa sofferenza, un certo imbarazzo che mi trovo a gestire la questione del cosiddetto profilo istituzionale degli insegnanti, anche perché dà luogo quasi sempre a incomprensioni e fraintendimenti per lo più dettati da pregiudizi. Eppure non sembrerebbe impossibile trovare la quadra della situazione. Anticipo intanto che in Francia sono capacissimi a non trasferire dati al di fuori del perimetro che la norma GDPR richiede e che la gestione della corrispondenza tra scuola e docenti avviene a livello locale, il che spinge a supporre che ragionevolmente i dati non vengano trasferiti neanche a di fuori del perimetro nazionale francese. Sembra quindi essere tecnicamente possibile, constatazione a cui fa seguito la domanda spontanea: perchè i francesi sono capaci di fare una cosa che a noi italiani risulta così difficile, quasi impossibile? Se il problema consiste nell'assenza di certe conoscenze o informazioni, nell'assenza di un certo bagaglio tecnico ed esperienziale, bisognerebbe con un po' di modestia andare a chiedere queste conoscenze, queste informazioni a chi le possiede, a colmare quindi il divario, sperando che da questo nasca una sorta di emancipazione e che si colmi appunto il divario tecnico, esperienziale, culturale che impedisce di emanciparsi e di trovare la soluzione. La questione è evidentemente complessa e non può essere banalizzata. Comunque di fronte all'obiezione di chi chiedesse perché i dati non dovrebbero essere traseriti fuori dal perimetro sopracitato, si potrebbe anche rispondere chiedendo di converso perché mai dovrebbero farlo se è tecnicamente possibile non farglielo fare. Se pui non fare una cosa che apre delle vulnerabilità perchénon evitare di farla?

Il primo comma dell' articolo 11bis del DPR 16 aprile 2013 n. 62 come modificato dal DPR del 13 giugno 2023 n. 81, inerente all’utilizzo delle tecnologie informatiche dice che << L'amministrazione, attraverso i propri responsabili di struttura, ha facoltà di svolgere gli accertamenti necessari e adottare ogni misura atta a garantire la sicurezza e la protezione dei sistemi informatici, delle informazioni e dei dati.

Proprio per questo, arrivati a questo punto dovremmo pur chiederci se rendere i dati carpibili, esfiltrabili, a livello transfrontaliero, quando è tecnicamente possibile non trasferirli, garantisca la sicurezza, la garantisce? E in rapporto all'articolo 52 della Costituzione il cui primo comma abbiamo citato, dovremmo pur chiederci se indirizzare i dati al di fuori della 'frontiera' del perimetro dell'Ue, e del perimetro italiano, coincida col sacro dovere di difendere la Patria. Qualche dubbio affiora.

Del tutto istintivamente la mia personalità ha già risposto a queste domande e la risposta che essa si dà è NO. Se poi questo istinto possa anche coincidere con più alti livelli di interpretazione giuridica o no, questo non lo so esattamente, ma quello che provo, istintivamete appunto è questo, e trovo conseguentemene che sia un atteggiamento sia sano che coerente attenermi a quello che mi dice l'istinto o questo insieme al mio grado di comprensione attuale.

Per questo ho difficoltà ad accettare l'utilizzo di questi strumenti, nella fattispecie appunto dell'indirizzo di posta elettronica cosiddetto istituzionale. Infatti non è un mistero che questo tipo di indirizzi faccia capo a Google, che è una azienda privata, una piattaforma proprietaria, che persegue i fini tipici, e probabilmene proprio da statuto, delle piattaforme proprietarie, per esempio il profitto. Stiamo nella fattispecie parlando del profitto pecuiniario, non del profitto scolastico. Penso che sia condivisibile l'opinione secondo la quale immettere nella scuola dinamiche di tipo privatistico che tipicamente perseguono il profitto pecuniario, non sia così indicato per istituzioni che perseguono la formazione cultuturale dei discenti, in un'ottica principalmente teoretica. E questo scollamento dai saperi di base è ciò che costituisce attualmente uno degli elementi di maggiore preoccupazione agli occhi dei più sensibili osservatori della Scuola. Inoltre non è oltraggioso verso nessuno penso, constatare il fatto che i fini dell'uno non siano del tutto sovrapponibili a quelli dell'altra e che da questa non sovapponibilità possano scaturire delle frizioni, dei rapporti disarmonici che poi vanno ad incidere anche significativamente sulla trasformazione in corso della Scuola ma non necessariamente in un senso positivo, anzi, direi piuttosto in un senso negativo.

Mi chiedo che cosa ne penserebbe Antonello Soro predecessore di Stanzione, GPDP fino al luglio del 2020, che espresse chiari dubbi proprio sull'uso delle piattaforme proprietarie esattamente in quel periodo che, lo ricordiamo, era nel pieno della 'vicenda covid', suggerendo proprio al ministero dell'Istruzione di preferirgli i registri elettronici che, sempre a detta di lui, già non erano privi di qualche criticità dal punto di vista della salvaguardia dei dati personali.

Non si capisce del resto che tipo di scandalo possa costituire il fatto che taluni insegnanti sentano fortemente il bisogno di avere profili istituzionali che siano propriamente tali, che siano cioè pubblici, ministeriali, afferenti a servoconnettori che risiedono nel nostro territorio, e senza cioè che questi siano gestiti da piattaforme proprietarie, ma anzi pubbliche, ministerial, territoriali appunto e senza di conseguenza dover necessariamente trasferire dati al di fuori del perimetro del GDPR, dove non sono trattati alla stessa stregua di quelli che quel perimetro salvaguarda.

Qui NON si tratta di essere contro qualcuno ma a favore di qualcosa. Si tratta di essere a fovore di una situazione che permetta alla Scuola di esprimere il meglio di sé. Questa condizione deve necessariamente avere talune caratteristiche, la didattica per esempio deve potersi svolgere in un ambiente protetto perché la Scuola ospita minori, che sono da sempre la parte più delicata e preziosa di una società, e la cui salvaguardia dovrebbe essere messa al di sopra di ogni altra cosa. Citavamo Google, multinazionale a maggioranza americana, ragione per la quale qualcuno potrebbe essere sospinto, forse sinceramente, forse strumentalmente, a definire l'atteggiamento 'protezionistico' di cui sopra, come anti americano, che si tratti insomma di antiamericanismo, ma NON è così. Intanto il sottoscritto non è mai stato antiamericano, né lo è attualmente. E poi essere a favore del rispetto della riservatezza per la porzione più sensibile e delicata della società italiana, quella costituita dai discenti, dai giovani, non significa essere contro altre società di altre Nazioni. Essere pro, non è essere contro. Aggiungiamo che l'esempio della 'maggior tutela dei dati personali' se perseguita da tutti alla stessa stregua, cioè a livelli paritetici, è un vantaggio per tutti e mette tutti democraticamente sullo stesso piano. Amare la l'Italia non è odiare l'America, se si casca in questo banale tranello si rischia di fare dei danni incalcolabili.

Ammiro Google per l'alta professionalità, per i livelli tecnlogici, per i servizi e gli applicativi utili e interessanti che fornisce, per i suoi famosi algoritmi che la rendono una delle migliori aziende di servizi informatici sul pianeta e, come si può notare da questo Diario Elettronico, come privato cittadino, ne faccio anche uso, ma quando si tratta di Scuola pubblica, cioè di una istituzione tra le più importanti e delicate del Paese, di un Paese sovrano, e del rapporto tra questa istituzione pubblica e i pubblici ufficiali, come gli insegnanti che vi lavorano nell'interesse pubblico, il discorso per me, e forse non solo per me, cambia.

Di fronte a queste argomentazioni il livello di civilissima protesta pesonale è del resto molto blando a ben guardare, consistendo nel semplice non utilizzo di quella casella di posta elettronica cosiddetta istituzionale, uso che comunque non risulta essere obbligatorio.

Al secondo capoverso del secondo comma sempre dell’articolo 11bis del DPR 16 aprile 2013 n. 62, come modificato dal DPR del 13 giugno 2023 n. 81, si legge infatti che <<L'utilizzo di caselle di posta elettroniche personali è di norma evitato per attività o comunicazioni afferenti il servizio, salvi i casi di forza maggiore dovuti a circostanze in cui il dipendente, per qualsiasi ragione, non possa accedere all'account istituzionale.>>

Iniziamo intanto col dire che ‘evitato’ non è ‘vietato’ e poi aggiungiamo anche che il sostantivo ‘norma’ o meglio, la locuzione ‘di norma’ non è presumibilmente da intendersi come ‘secondo la norma’, giacché la norma è questa, quanto piuttosto con il significato conferito dall’avverbio ‘normalmente’ a cui immediatamente rimanda, o dall'avverbio ‘abitualmente’, o con la locuzione ‘di solito’ il che non fa che confermare il fatto che l'utilizzo delle caselle di posta elettroniche cosiddette istituzionali non è obbligatorio. 

Insomma, col cosiddetto ammodernamento una delle questioni di maggior rilievo che si pone è quella inerente alla gestione dei dati personali, dati in questo caso di insegnanti e studenti dei vari istituti, che devono essere salvaguardati al massimo grado.

D'altro canto, se non ho interpretato male certe informazioni desunte dal sito MONITORA PA le soluzioni ci sarebbero anche e nemmeno particolarmente esose. Si tratterebbe in certi casi di utilizzare degli specifici programmi di navigazione, quelli chiamati browsere, che impediscono alla fonte di trasferire i dati. Non sembrerebbe quindi impossibile venire incontro a certe esigenze che scaturiscono da un autentico amore per i diritti, per la Nazione e non dal disamore per qualche altra cosa, e che, come tali, sono del tutto legittime, nonché legittimate da una prudenza che oggi appare quasi necessaria in un mondo che sembra aver perso certe coordinate e certe linee di principio che dovrebbero essere urgentemente riscoperte.