Con l’ammodernarsi della Scuola, ci si trova a fronteggiare situazioni inedite non sempre di facile risoluzione e tuttavia risolvibili. Dal momento che l’ammodernamento fa quasi esclusivamente capo alla digitalizzazione, e all’uso di strumenti di tecnologia informatica, la gran parte di queste situazioni inedite afferisce all’uso di questo tipo di strumenti. Cose di cui è bene parlare per aprire un dibattito ampio, aperto a vari interpenti, suggerimenti e stimoli e potenzialmente foriero di indicare le dovute soluzioni. Oggi se sei insegnante ti viene assegnata una casella di posta elettronica che viene definita istituzionale con la quale sei invitato a dialogare con la Scuola. Direi che nell'avere una casella di posta istituzionale non c'è niente di strano o di male, anzi, direi che si tratti di una cosa addirittura opportuna. Ma è comunque bene ricordare che la Scuola non ha sempre avuto bisogno di questi strumenti. È esistito un tempo, neanche troppo lontano, nel quale si poteva fare scuola, ed essere insegnanti senza avere bisogno che ti venisse assegnata una casella di posta elettronica. C’era, nei casi richiesti, la posta ordinaria, quella cartacea, tradizionale, per intendersi. Per il resto ti approvvigionavi con i documenti in bacheca, una bacheca analogica, non digitale, o con quelli che trovavi in aula insegnati, o che passavano nelle classi, circolari, documenti cartacei, ed era sufficiente. Questo per dissipare fin dall'inizio il dubbio circa quella che viene oggi percepita come l'indispensabilità di questi strumenti, poiché l'assenza di questi non ha mai pregiudicato la didattica in passato né, a detta di molti, la pregiudicherebbe oggi, che essa semplicemente si svolgeva in modo diverso, e forse addirittura migliore per certi versi, in ogni caso si svolgeva senza di essi. C'è un altro dubbio da dissipare prima di essere tacciati come retrogradi passatisti e prima lo si fa e meglio è. Non stiamo in alcun modo dicendo che la scuola debba rinunciare agli strumenti di tecnologia informatica, che devono poter sussistere anche semplicemente per essere conosciuti da chi ne dovrà fare presumibilmente un uso abbastanza massiccio nella vita, vuoi per diletto, vuoi per lavoro, ma semplicemente che la trasformazione dei fenomeni sociali a cui questo uso porta e le problematiche che essi innescano debbono essere adeguatamente valutate e risolte nell'inetresse generale di tutti, e che, per fare questo l'invito al dibattito dovrebbe essere accettato e condiviso, anche esteso, e in ogni caso certe spunti di riflessione, certe puntualizzazioni sembrano divenire necessarie. Gli strumenti di tecnologia informatica hanno invaso il mondo di oggi in ogni settore e sarebbe sciocco pensare che la Scuola non debba usarli, farli conoscere, perché ci sono, sono utili e anche io li ritengo tali però, per quanto riguarda l'apprendimento, non sono indispensabili per raggiungere taluni risultati positivi, nel senso che la tradizione scolastica ci ha insegnato che un certo tipo di conoscenze, soprattutto quelle di base che sono quelle indispensabili e fondamenali per definizione, soprattutto quelle di tipo teoretico, si possono conseguire anche senza di essi, e c'è chi sostiene che si possono conseguire meglio senza di essi, sostenendosi con l'idea che l'informatica sostituisce processi che prima erano necessariamente mentali e che questa sostituzione, che crea un vantaggio apparente, ha l'inconveniente di atrofizzare quelle zone cerebrali e quelle facoltà ad esse associate che prima venivano usate a quello scopo, tant'è che alcune scuole, anche negli Stati Uniti d'America, ne bandiscono l'uso per interi cicli scolastici, offrendone l'uso solo molto dopo a livello scolastico, intorno ai sedici anni se non erro, e sono ritenute scuole tra le migliori e più avanzate ed aggiornate del panorama scolastico americano, e questa è una cosa da tenere presente, almeno tanto quanto quella che li vorrebbe vedere come indispensabili. E l'incontro di queste due teorie fa nascere una terza teoria, quella che li vede appunto come utili ma non indispensabili. Dipende sempre molto dall'impiego che se ne fa, dal come quindi, ma anche da quando e da quanto.
Personalmente sono sempre a disagio quando sitratta di argomentare circa la casella di posta elettronica cosiddetta istituzionale. In effetti vorrei averne una, ne sarei lieto, ma vorrei che avesse talune caratteristiche che oggi mi sembrano assenti, e l'assenza delle quali genera dubbi e perplessità, anche un po' di sconcerto. Se la casella di posta elettronica è istituzionale, e l'istituzione a cui fa capo è la Scuola pubblica italiana, bisognerebbe che si trattasse di una casella di posta elettronica pubblica e italiana. Per esempio vorrei che questa casella di posta elettronica non trasferisse dati al di fuori dell'Italia o quantomeno al di fuori della 'frontiera' europea, che è già molto ampia. Sappiamo infatti che il GDPR non consente per legge il trasferimento dei dati in Paesi dove essi non siano tutelati alla stessa stregua dell'Unione europea. Quindi si potrebbe dire che il problema del trasferimento dei dati, anche strettamente personali, potrebbe essere risolto, in via del tutto teorica, se tutti i Paesi del mondo salvaguardassero i dati personali alla stessa stregua di quanto fa l'Unione europea stessa e l'Italia. Si tratterebbe di una sorta di adeguamento ad alti livelli di tutela. In teoria è quindi semplice ma in pratica no.
E così si arriva a toccare il punto centrale dei problemi connessi all'uso delle tecnologie informatiche, quello a cui allude il titolo di questo articolo, che è essenzialmente legato alla sua permeabilità che rende i dati che circolano attraverso di essa carpibili, esfiltrabili e quindi utilizzabili da terzi in molteplici modi non sempre modi rispettosi dei diritti altrui. Non è un caso se esiste il DPR ed esisteil Garante per la Protezione dei Dati Personali. Non vogliamo ribadire quanto sia importante la salvaguardia dei dati personali. Sappiamo che essi sono considerati il petrolio del futuro, e se sono considerati così forse una ragione c'è. Anche la nota trasmissione REPORT in una puntata dedicata al problema dei dati personali intitolata non a caso "Sorvegliati speciali" li definiva il petrolio del futuro se non erro. Probabilmente perché su di essi si basa un certo tipo di personalizzazione dell'offerta commerciale, ma forse anche per altre ragioni meno evidenti, per esempio perché aiutano il controllo e la manipolazione di massa e individuale a prescindere dal commercio, con sofisticatissimi sistemi di persuasione sia palese che occulta, sistemi che sfruttano certamente i gusti personali ma anche le debolezze personali, le peculiarità dell'individuo, il suo pensiero, la sua psicologia, le sue idiosincrasie, cose che, se conosciute possono poi essere impugnate proprio per questo tipo di utilizzo, per la manipolazione. Così il possesso dei dati personali finisce per essere l'elemento attraverso il quale portare trasformazioni sociali e politiche, oltrepassando di gran lunga la pura e semplice, si fa per dire, importanza commerciale. Diamo questi concetti per scontati in questa sede, anche se forse così scontati non sono. In effetti c'è molto da aprofondire su di essi e il dibattito è in corso, ed è avviamente bene che sia in corso, e deve essere alimentato e diffondersi nella pubblica opinione. Auspichiamo quindi che da questo dibattito scaturisca in generale una maggiore consapevolezza circa la questione della salvaguardia della riservatezza dei dati personali.
Salvaguardare adeguatamente i dati personai dei cittadini italiani significa adoperarsi nella difesa stessa della Patria che è un dovere, anzi, un SACRO DOVERE, dove l'aggettivo sacro sta ad indicare che questo dovere ha caratteristiche che lo rendono in qualche modo speciale, vorrei dire superiore, forse.
E dal momento che abbiamo comunque sottolineato alcune delle ragioni per quali la salvaguardia dei dati personali è importante, vorremmo contestualmente far notare che è per questo che l'Istituto del Garante per la Protezione dei Dati Personali è oggi una delle massime istituzioni del Paese, e che la sua importanza è destinata a crescere, cosa che ho cercato in alcune circostanze di sottolineare, anche in altre sedi e in alcune ricorrenze.

Qui un commento in occasione di un incontro del GPDP col PdR Mattarella
Abbiamo del resto un articolo della Costituzione, il 52 per l'esattezza al cui primo comma si legge:
La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino.
Ecco, personalmente non sentirei di difendere la Patria, utilizzando dei sistemi informatici che trasferissero dati al di fuori del perimetro indicato da GDPR, quello dell'Unione europea, e meglio ancora sarebbe se i sistemi non li trasferissero neanche al di fuori dell'Italia, perché l'articolo della Costituzione, il 52, quando parla di Patria allude ovviamente all'Italia, al nostro Paese. E quindi è sempre con una certa sofferenza, un certo imbarazzo che mi trovo a gestire la questione del cosiddetto profilo istituzionale degli insegnanti, anche perché dà luogo quasi sempre a incomprensioni e fraintendimenti per lo più dettati da pregiudizi. Eppure non sembrerebbe impossibile trovare la quadra della situazione. Anticipo intanto che in Francia sono capacissimi a non trasferire dati al di fuori del perimetro che la norma GDPR richiede e che la gestione della corrispondenza tra scuola e docenti avviene a livello locale, il che spinge a supporre che ragionevolmente i dati non vengano trasferiti neanche a di fuori del perimetro nazionale francese. Sembra quindi essere tecnicamente possibile, constatazione a cui fa seguito la domanda spontanea: perchè i francesi sono capaci di fare una cosa che a noi italiani risulta così difficile, quasi impossibile? Se il problema consiste nell'assenza di certe conoscenze o informazioni, nell'assenza di un certo bagaglio tecnico ed esperienziale, bisognerebbe con un po' di modestia andare a chiedere queste conoscenze, queste informazioni a chi le possiede, a colmare quindi il divario, sperando che da questo nasca una sorta di emancipazione e che si colmi appunto il divario tecnico, esperienziale, culturale che impedisce di emanciparsi e di trovare la soluzione. La questione è evidentemente complessa e non può essere banalizzata. Comunque di fronte all'obiezione di chi chiedesse perché i dati non dovrebbero essere traseriti fuori dal perimetro sopracitato, si potrebbe anche rispondere chiedendo di converso perché mai dovrebbero farlo se è tecnicamente possibile non farglielo fare. Se pui non fare una cosa che apre delle vulnerabilità perchénon evitare di farla?
Il primo comma dell' articolo 11bis del DPR 16 aprile 2013 n. 62 come modificato dal DPR del 13 giugno 2023 n. 81, inerente all’utilizzo delle tecnologie informatiche dice che << L'amministrazione, attraverso i propri responsabili di struttura, ha facoltà di svolgere gli accertamenti necessari e adottare ogni misura atta a garantire la sicurezza e la protezione dei sistemi informatici, delle informazioni e dei dati.
Proprio per questo, arrivati a questo punto dovremmo pur chiederci se rendere i dati carpibili, esfiltrabili, a livello transfrontaliero, quando è tecnicamente possibile non trasferirli, garantisca la sicurezza, la garantisce? E in rapporto all'articolo 52 della Costituzione il cui primo comma abbiamo citato, dovremmo pur chiederci se indirizzare i dati al di fuori della 'frontiera' del perimetro dell'Ue, e del perimetro italiano, coincida col sacro dovere di difendere la Patria. Qualche dubbio affiora.
Del tutto istintivamente la mia personalità ha già risposto a queste domande e la risposta che essa si dà è NO. Se poi questo istinto possa anche coincidere con più alti livelli di interpretazione giuridica o no, questo non lo so esattamente, ma quello che provo, istintivamete appunto è questo, e trovo conseguentemene che sia un atteggiamento sia sano che coerente attenermi a quello che mi dice l'istinto o questo insieme al mio grado di comprensione attuale.
Per questo ho difficoltà ad accettare l'utilizzo di questi strumenti, nella fattispecie appunto dell'indirizzo di posta elettronica cosiddetto istituzionale. Infatti non è un mistero che questo tipo di indirizzi faccia capo a Google, che è una azienda privata, una piattaforma proprietaria, che persegue i fini tipici, e probabilmene proprio da statuto, delle piattaforme proprietarie, per esempio il profitto. Stiamo nella fattispecie parlando del profitto pecuiniario, non del profitto scolastico. Penso che sia condivisibile l'opinione secondo la quale immettere nella scuola dinamiche di tipo privatistico che tipicamente perseguono il profitto pecuniario, non sia così indicato per istituzioni che perseguono la formazione cultuturale dei discenti, in un'ottica principalmente teoretica. E questo scollamento dai saperi di base è ciò che costituisce attualmente uno degli elementi di maggiore preoccupazione agli occhi dei più sensibili osservatori della Scuola. Inoltre non è oltraggioso verso nessuno penso, constatare il fatto che i fini dell'uno non siano del tutto sovrapponibili a quelli dell'altra e che da questa non sovapponibilità possano scaturire delle frizioni, dei rapporti disarmonici che poi vanno ad incidere anche significativamente sulla trasformazione in corso della Scuola ma non necessariamente in un senso positivo, anzi, direi piuttosto in un senso negativo.
Mi chiedo che cosa ne penserebbe Antonello Soro predecessore di Stanzione, GPDP fino al luglio del 2020, che espresse chiari dubbi proprio sull'uso delle piattaforme proprietarie esattamente in quel periodo che, lo ricordiamo, era nel pieno della 'vicenda covid', suggerendo proprio al ministero dell'Istruzione di preferirgli i registri elettronici che, sempre a detta di lui, già non erano privi di qualche criticità dal punto di vista della salvaguardia dei dati personali.
Non si capisce del resto che tipo di scandalo possa costituire il fatto che taluni insegnanti sentano fortemente il bisogno di avere profili istituzionali che siano propriamente tali, che siano cioè pubblici, ministeriali, afferenti a servoconnettori che risiedono nel nostro territorio, e senza cioè che questi siano gestiti da piattaforme proprietarie, ma anzi pubbliche, ministerial, territoriali appunto e senza di conseguenza dover necessariamente trasferire dati al di fuori del perimetro del GDPR, dove non sono trattati alla stessa stregua di quelli che quel perimetro salvaguarda.
Qui NON si tratta di essere contro qualcuno ma a favore di qualcosa. Si tratta di essere a fovore di una situazione che permetta alla Scuola di esprimere il meglio di sé. Questa condizione deve necessariamente avere talune caratteristiche, la didattica per esempio deve potersi svolgere in un ambiente protetto perché la Scuola ospita minori, che sono da sempre la parte più delicata e preziosa di una società, e la cui salvaguardia dovrebbe essere messa al di sopra di ogni altra cosa. Citavamo Google, multinazionale a maggioranza americana, ragione per la quale qualcuno potrebbe essere sospinto, forse sinceramente, forse strumentalmente, a definire l'atteggiamento 'protezionistico' di cui sopra, come anti americano, che si tratti insomma di antiamericanismo, ma NON è così. Intanto il sottoscritto non è mai stato antiamericano, né lo è attualmente. E poi essere a favore del rispetto della riservatezza per la porzione più sensibile e delicata della società italiana, quella costituita dai discenti, dai giovani, non significa essere contro altre società di altre Nazioni. Essere pro, non è essere contro. Aggiungiamo che l'esempio della 'maggior tutela dei dati personali' se perseguita da tutti alla stessa stregua, cioè a livelli paritetici, è un vantaggio per tutti e mette tutti democraticamente sullo stesso piano. Amare la l'Italia non è odiare l'America, se si casca in questo banale tranello si rischia di fare dei danni incalcolabili.
Ammiro Google per l'alta professionalità, per i livelli tecnlogici, per i servizi e gli applicativi utili e interessanti che fornisce, per i suoi famosi algoritmi che la rendono una delle migliori aziende di servizi informatici sul pianeta e, come si può notare da questo Diario Elettronico, come privato cittadino, ne faccio anche uso, ma quando si tratta di Scuola pubblica, cioè di una istituzione tra le più importanti e delicate del Paese, di un Paese sovrano, e del rapporto tra questa istituzione pubblica e i pubblici ufficiali, come gli insegnanti che vi lavorano nell'interesse pubblico, il discorso per me, e forse non solo per me, cambia.
Di fronte a queste argomentazioni il livello di civilissima protesta pesonale è del resto molto blando a ben guardare, consistendo nel semplice non utilizzo di quella casella di posta elettronica cosiddetta istituzionale, uso che comunque non risulta essere obbligatorio.
Al secondo capoverso del secondo comma sempre dell’articolo 11bis del DPR 16 aprile 2013 n. 62, come modificato dal DPR del 13 giugno 2023 n. 81, si legge infatti
che <<L'utilizzo
di caselle di posta elettroniche personali è di norma evitato per attività o
comunicazioni afferenti il servizio, salvi i casi di forza maggiore dovuti a
circostanze in cui il dipendente, per qualsiasi ragione, non possa accedere
all'account istituzionale.>>
Iniziamo intanto col dire che ‘evitato’ non è ‘vietato’ e poi aggiungiamo anche che il sostantivo ‘norma’ o meglio, la
locuzione ‘di norma’ non è presumibilmente da intendersi come ‘secondo la norma’,
giacché la norma è questa, quanto piuttosto con il significato conferito dall’avverbio ‘normalmente’ a cui immediatamente rimanda, o dall'avverbio ‘abitualmente’,
o con la locuzione ‘di solito’ il che non fa che confermare il fatto che l'utilizzo delle caselle di posta elettroniche cosiddette istituzionali non è obbligatorio.
Insomma, col cosiddetto ammodernamento una delle questioni di maggior rilievo che si pone è quella inerente alla gestione dei dati personali, dati in questo caso di insegnanti e studenti dei vari istituti, che devono essere salvaguardati al massimo grado.
D'altro canto, se non ho interpretato male certe informazioni desunte dal sito MONITORA PA le soluzioni ci sarebbero anche e nemmeno particolarmente esose. Si tratterebbe in certi casi di utilizzare degli specifici programmi di navigazione, quelli chiamati browsere, che impediscono alla fonte di trasferire i dati. Non sembrerebbe quindi impossibile venire incontro a certe esigenze che scaturiscono da un autentico amore per i diritti, per la Nazione e non dal disamore per qualche altra cosa, e che, come tali, sono del tutto legittime, nonché legittimate da una prudenza che oggi appare quasi necessaria in un mondo che sembra aver perso certe coordinate e certe linee di principio che dovrebbero essere urgentemente riscoperte.