Per le tecniche miste su carta o altre tecniche che compaiono in questo Diario Elettronico firmate a nome Alessio, tutti i diritti sono riservati.







lunedì 28 settembre 2026

NON SAPEVO DI CHI SI TRATTASSE

 Eravamo negli anni '50, uno degli ultimi, non ricordo con esattezza quale.
Studiavo all’Istituto G. Pascoli di Firenze e, vivendo in Mugello, dovevo viaggiare col treno.
Ero una studentessa poco volenterosa cosa di cui ahimè, oggi molto mi pento, ed ero sempre quella dell’ultimo minuto, nel senso che per me c’era sempre tempo e sfruttavo fino all’ultimo istante quello che avevo a disposizione, per dormire un attimo di più, per finire una lettura oppure un disegno o…qualunque cosa stessi facendo; mi muovevo sempre in extremis, all’ultimo tuffo, verso l’appuntamento o l’impegno preso per una determinata ora.
Avevo quindi lo stesso rapporto col treno; la nonna mi svegliava per tempo ma io gustavo con grande calma la colazione che trovavo già pronta, dopo aver indugiato a letto; indugiavo in bagno e indugiavo nel vestirmi, ma non perché mettessi una particolare cura in tutto questo: non mi truccavo per niente e non avevo problemi nella ricerca di  “ cosa mi metto?”; facevo a quel tempo abbastanza bella figura qualsiasi cosa indossassi ed ero, ritengo, abbastanza carina, così giovane, da non sentire il bisogno di truccarmi che anzi, mi sembrava addirittura potesse il trucco imbruttirmi.
Insomma indugiavo, indugiavo perché… c’era tempo; indugiavo…fino a che non sentivo il campanello che accompagnava l’abbassarsi delle sbarre del casello ferroviario, poco distante da dove vivevo. Era il segnale che il treno era già partito da Borgo S. Lorenzo o stava per partire; Io lo prendevo alla stazione di Vicchio che distava circa un chilometro e mezzo da casa mia.
Allora cominciavano i brontolii ansiosi della nonna:


<< Guarda che tu lo perdi il treno!>>   

<<Sempre così tutte le mattine!>>   

 <<Muoviti, o farai tardi!>>  

<<Non cambi proprio mai! Mai!>>


A quel punto cominciavo ad affrettarmi; legavo i libri con la cinghia, come spesso si usava allora, un saluto alla nonna e via veloce come il vento. A volte in bicicletta, a volte a piedi, cominciava la corsa contro il tempo, sempre col timore di sentire lo sferragliare del treno sopraggiungere e superarmi.
A volte entravo in stazione ansimante per la corsa proprio mentre il treno si fermava, altre volte il treno mi superava o prima del passaggio a livello o poco dopo e allora correvo con lui.
Una volta ho corso persino nel sentierino sterrato e parallelo al binario dove il treno stava passando; quando ci penso mi vengono i brividi che non provavo allora.
Il più delle volte, anche se di poco, il treno arrivava per primo; gli amici che salivano a Borgo e occupavano un posto per me, si affacciavano allora al finestrino e, appena mi avvistavano, gridavano al capostazione che stava per fischiare la partenza:
<< Eccola! Eccola!>>
E cominciavano a tifare sbracciandosi e urlando:
<<Dai, svelta!>> 

<< Corri, corri!!>>  

<< Dai! Che ce la fai!>>  

<< Eccola! Forza!>>…


Questi strepiti richiamavano talvolta l‘attenzione degli altri viaggiatori che, incuriositi o forse infastiditi, si affacciavano anche loro al finestrino e c’era sempre qualcuno che si univa al tifo: <<Dai! Dai! >>   <<Forza!>>   <<Eccola!>>…
Il capostazione oramai sapeva che si trattava di me, e gentilmente indugiava qualche secondo prima di fischiare, il tempo necessario perché arrivassi e potessi salire. Come era fatale che prima o poi succedesse e come profetizzava, a ragione, ogni mattina mia nonna, un bel giorno ce la feci: lo persi!
Quella volta, appena arrivata in vista della stazione feci appena in tempo a vedere la coda del treno sparire dietro la prima curva della ferrovia. Che fare? pensai.
Tornare a casa e sorbirmi gli inevitabili <<Lo dicevo io! Eh?!>> della nonna, e i brontoloni o le quasi sicure punizioni di mia madre che era molto severa? Oppure attendere il treno successivo ed entrare a scuola in ritardo o magari aspettare il momento del ritorno bighellonando un po' per Firenze?
Meglio aspettare, mi dissi. Entrai nella sala d’attesa e mi sedetti su una delle due panchine che si fronteggiavano da due pareti opposte; aprii il libro di storia su cui però mi appisolai quasi subito in un dormiveglia vigile, per timore di perdere anche il secondo treno.
Mi risvegliò, dopo un po’, la consapevolezza di non essere più sola.
Un’anziana signora si era seduta alla mia sinistra e, sulla panchina dinanzi a me, c’era un sacerdote che stava osservando delle carte che sembravano molto importanti per lui, tanto era assorto.
Mi colpì la sua figura maestosa e dimessa allo stesso tempo; ma, soprattutto mi colpì quel suo viso, pallidissimo, specialmente in contrasto al nero dell’abito talare ; l’ovale del volto, dalla fronte molto alta, mi fece venire in mente per qualche strana ragione una mela Deliziosa, cui un  folletto dispettoso aveva tolto il colore.
C’era qualcosa in quel prete che stimolò la mia attenzione e la mia curiosità; qualcosa di profondamente carismatico, qualcosa che mi affascinava e suggestionava e, un po' sfacciatamente, presi ad osservarlo senza riuscire quasi a togliergli gli occhi di dosso.
Poi lui ripiegò i fogli che stava esaminando e li infilò in una delle due capaci tasche della sua veste e alzò gli occhi: scuri, vivi e intelligenti, pieni di un forte spirito battagliero, ma seri, anzi, direi profondamente tristi.
I nostri sguardi si incrociarono e lessi nel suo, oltre alla tristezza, un guizzo di complicità:
<<Perduto il treno?>>, lo sentii domandare.
 Assentii con la testa e lo salutai, con una qualche soggezione, timidamente, con un <<Buongiorno>> appena accennato, muovendo solo le labbra.
Mi accennò un sorriso, anche se gli occhi rimasero seri, ma sulle guance apparve il miracolo di due fossette come avevo visto solo sui volti paffuti dei bambini.
C’era in quel volto qualcosa di dolcemente infantile e nello stesso tempo di forza e determinazione.
Il campanello ci avvertì che il treno stava entrando in stazione.
Ci perdemmo mentre salivamo in treno.
Durante il viaggio pensai continuamente a quella straordinaria figura di prete che non avevo mai visto prima; conoscevo, almeno di vista, quasi tutti i sacerdoti della zona; in quei tempi non c’era pieve o semplice chiesetta di frazione che non avesse il suo sacerdote.
Era venuto in visita da qualcuno e stava forse ripartendo? Oppure era un sacerdote nuovo arrivato da poco?
Doveva avere un bel caratterino!
E come aveva fatto a capire che avevo perso il treno?
Pensai che forse mi aveva vista, qualche mattina, arrivare trafelata e prendere il treno in corsa, accompagnata dagli schiamazzi dei miei amici. Questo poteva spiegare quel guizzo che gli avevo letto negli occhi inquisitori.
Ma perché il suo sguardo appariva così triste? Perché era così pallido? Non mi veniva in mente nessuno pallido in ugual misura. Tutte domande forse un po' indiscrete che ponevo a me stessa, domande che poi sfumarono col tempo che trascorre inesorabile spostando interessi e pensieri.

Continuavo a inseguire treni e a studiare.
Passarono alcuni anni; mi diplomai e cominciai ad insegnare. La scuola in cui comincia ad insegnare era la scuola elementare di Vicchio.
Non avevo più incontrato quel sacerdote, ma ogni tanto lo ripensavo. Chissà dove era? Poi un giorno, dopo aver accompagnato gli alunni all’uscita, mentre stavo dando una ravviata al materiale sulla cattedra che tenevo in un angolo vicino alla finestra, lo vidi passare! Era Lui! Era proprio Lui! E si stava addirittura dirigendo verso l’ingresso della scuola!
Velocemente uscii dall’aula; guardai in giro ma non lo vidi.

Mi diressi verso l’ufficio del Dottor Zangrilli, il Direttore Didattico, che mi aveva peraltro fatto chiamare perché dovevamo fissare come andare a Firenze, al corso C.E.M.E.A che ci sarebbe stato da lì a due settimane.

Bussai.
<<Avanti!>>
 Come aprii la porta lo vidi, il mio prete.
Era lì, seduto davanti alla scrivania del direttore didattico. Era più magro e mi sembrò, incredibile ma vero, ancora più pallido.
I due uomini si alzarono contemporaneamente e il direttore mi si avvicinò:
<<Maestra Cerbai…le presento Don Milani!>>

domenica 30 agosto 2026

Scartabellando tra testi digitali

A volte scartabellando tra i testi digitali, tra i documenti di testo digitali, ne incontri di curiosi, di particolari, persino di commoventi. Mi è capitato di recente quando ho dovuto controllare il contenuto di una chiavetta USB, e vi ho scoperto degli scritti di mia madre, purtroppo scomparsa da un paio d'anni. Uno di questi si intitola: Non ti auguro un dono qualsiasi. Il dono a cui si riferisce è il tempo in sue varie declinazioni, una sorta di poesia in cui si augura il modo di viverlo al meglio, il modo di impiegarlo proficuamente. Continuando a scartabellare ne ho trovato un altro in cui parla di un suo incontro speciale, un breve racconto autobiografico intitolato: Non sapevo di chi si trattasse. Ma in questo momento non saprei se rivelare subito di chi si trattava perché vorrei lasciarmi la possibilità di poterlo pubblicare, e in questi casi si lascia il gusto della sorpresa. Potrei pubblicarlo, se non tutto parzialmente, magari su queste pagine. Posso anticipare che si tratta di un personaggio veramente famoso, anche controverso, ma in generale molto stimato, certamente molto considerato.

venerdì 28 agosto 2026

Continuando a discutere di Ermeneutica e Coerenza

Proseguendo dall'articolo precedente e cercando di completare il ragionamento.

La nostra mente non è una tabula rasa, anzi essa si presenta all’esperienza, per esempio, della lettura di un testo, con una serie di precomprensioni. Queste precomprensioni, come dice la parola sono comprensioni precedenti, cioè precedentemente acquisite e sono costituite da nozioni, concetti, esperienze, che rappresentano il nostro bagaglio culturale, per così dire. È l’appropriatezza delle precomprensioni che rende il testo più o meno comprensibile e interpretabile, assimilabile. Se le precomprensioni non sono adeguate si verifica un urto col testo e il lettore, definibile come l’interpretante, deve formarsi nuove adeguate precomprensioni o, per così, dire rimodellare le precedenti e con questi strumenti rinnovati tornare successivamente a fruire del testo. Questo rapporto tra interpretante e testo per cui dinanzi al già menzionato urto c'è l'esigenza di un aggiornamento tale che si può tornare su uno stesso testo più volte ed ogni volta con una migliorata capacità interpretativa, è definibile <<circolo ermeneutico>> ma anche << oscillazione ermeneutica>> mediando da Sergio Moravia.

Quando poi ad essere interpretato non è più soltanto un testo ma una qualsiasi cosa suscettibile di essere interpretata, quando cioè l'azione ermeneutica da specifica si generalizza, si parla proprio di interpretato e non più solamente di testo scritto. Ed è qui che l'ermeneutica diviene tecnica dell'interpretazione della realtà, quindi anche tecnica a disposizione della filosofia e del filosofeggiare, in un certo senso. Ma in quanto tecnica diviene applicabile a molti ambiti alcuni dei quali aventi una stretta relazione con aspetti sostanziali della società.

Abbiamo quindi che l'interpretato è l'oggetto dell'interpretazione, ciò che viene appunto interpretato, che può essere un testo scritto, come nel caso classico, ma anche un fenomeno sociale o naturale, senza limiti; abbiamo che l'interpretante è colui che interpreta; che la precomprensione è il bagaglio culturale ed esperienziale dell'interpretante;  che se questa è inadeguata si verifica un urto con l'interpretato; che per rimediare all'urto si deve aggiornare la precomprensione; che questo dialogo continuo tra interpretante con la sua precomprensione che può mostrarsi inadeguata, e interpretato, con le sue difficoltà interpretative, potendo essere costituito da urti, necessita di continui aggiornamenti in un rapporto circolare chiamato circolo ermeneutico, e che l'intensità dell'urto è dovuto all'ampiezza dell'inadeguatezza e questa è paragonabile ad una oscillazione, la cui ampiezza diminuisce progressivamente con l'aggiornarsi della precomprensione ed è chiamata oscillazione ermeneutica.

Oscillazione ermeneutica, come in un pendolo che riduce progressivamente l’ampiezza della sua oscillazione tra precomprensione dell’interpretante e urto con l’interpretato, in quanto trova, per così dire, un suo centro gravitazionale, che è poi una sintonizzazione, se si vuole, con l’interpretato stesso, col suo significato.
La nozione di oscillazione ermeneutica sembra potersi preferire a quella di circolo ermeneutico in quanto meglio inquadra la problematica metodologica, rispetto all’altra che meglio inquadra la problematica filosofica. Cioè a dire, se parlo di circolo ermeneutico mi riferisco alla filosofia, se parlo di oscillazione ermeneutica mi riferisco alla metodologia.
Del resto è noto come Betti, uno dei maggiori giuristi italiani di sempre, accusasse Gadamer di aver trascurato la questione metodologica per concentrarsi eccessivamente su quella filosofica, quando per lui era evidente che insistere sul metodo poteva fornire risposte concrete a problemi impellenti, ed avere un importante scopo sociale.

Ecco che con quanto scritto sopra si è tentato di spiegare succintamente la terminologia essenziale dell'ermeneutica con le sue nozioni di interpretante, interpretato, con quella di precomprensione, di urto, di circolo ermeneutico e di oscillazione ermeneutica.

Cosa significa quindi: passato il tempo delle grandi oscillazioni ermeneutiche possiamo scoprirci persone coerenti?

Probabilmente a questo punto una prima bozza di risposta comincia a farsi intravedere all'orizzonte grazie soprattutto alla definizione della nozione di oscillazione ermeneutica. Il che significa, parlando per l'appunto in termini ermeneutici, che gli scritti di questa pagina costituiscono un elemento di aggiornamento della propria precomprensione rispetto alla prima volta che ci siamo chiesti il significato della frase in corsivo che è oggetto della nostra indagine: passato il tempo delle grandi oscillazioni ermeneutiche possiamo scoprirci persone coerenti. 

Ma potrebbe non risultare inutile l'aggiunta di ulteriori elementi di spiegazione. 

Nella frase si parla di 'tempo' delle grandi oscillazioni ermeneutiche. A che cosa ci si riferisce esattamente? C'è forse un tempo delle grandi oscillazioni ermeneutiche e un tempo delle piccole oscillazioni ermeneutiche? Oppure c'è un tempo delle oscillazioni ermeneutiche, grandi o piccole che siano, e un tempo in cui le oscillazioni ermeneutiche svaniscono?

Cercheremo di rispondere a queste domande. 

Ma diciamo subito che un periodo delle grandi oscillazioni ermeneutiche in effetti c'è a ben guardare e possiamo farlo corrispondere sostanzialmente alla giovinezza, la giovinezza di ogni essere umano quando, su molte idee, molti argomenti e molte questioni entra in gioco un elemento emotivo o emozionale che si sostituisce sovente a quello razionale o che non vi si amalgama del tutto. Fattori emozionali e psicologici che salgono in cattedra a dirigere le danze quando ancora la nostra precomprensione è chiaramente aggiornabilissima giacché, pur non essendo la nostra mente una tabula rasa che, trattandosi di giovinezza e non di infanzia, di anni ne sono pur sempre trascorsi, anche se non moltssimi e di studi ne sono pur stati compiuti, è ancora ovviamente suscettibile di contenere un gran numero di concetti e nozioni, di creare collegamenti sinaptici, impalcature, di procedere a collegamenti, relazioni e confronti, insomma molto ancora vi si può scrivere, su ogni tipo di argomento. Il periodo della giovinezza è quindi un periodo in cui ci si può scoprire improvvisamente lontani da una nostra affermazione precedentemente espressa, il che può succcedere quando una nuova nozione, un nuovo concetto, diciamo anche una improvvisa illuminazione, vengono ad immettere informazioni del tutto o parzialmente ma sostanzialmente nuove o a creare relazioni tra nozioni e concetti che non avevamo precedentemente considerato, determinando un agiornamento della nostra precomprensione. Ecco, diciamo che il periodo della giovinezza non è un periodo in cui rifulge al massimo la coerenza. 

Sussiste quindi anche la possibilità che vi sia un tempo delle grandi oscillazioni e un tempo delle piccole oscillazioni ermeneutiche, nel senso che aggiornamento della precomprensione dopo aggiornamento della precomprensione, l'interpretato diviene progressivamente meno ostico da interpretare e i giudizi su di esso si fanno gradualmente più solidi e strutturati. Col passare del tempo ci si fa incontro all'interpretato con un bagaglio di conoscenze, di esperienze, con strumenti concettuali più raffinati e quindi è logico e naturale per certi versi che si conquisti una certa coerenza rispetto a determinati argomenti. Ecco, possiamo forse definire la coerenza come la cessazione di ogni oscillazione ermeneutica rispetto ad uno stesso interpretato. 

Ma dobbiamo anche considerare il fatto che di interpretati ne esistono molti e il maggiore di tutti questi interpretati è la vita stessa, che li comprende tutti, per cui realisticamente non possiamo affermare che esista un tempo in cui le oscillazioni ermeneutiche possano svanire del tutto. Probabilmente la coerenza assoluta non esiste in questi termini, e si può e si deve parlare di coerenza relativa, relativa cioè a determinati argomenti, a specifici interpretati.

Ma possiamo decidere di essere coerenti ad un principio, quello di essere fedeli alla logica dell'ermeneutica, quello di essere onesti con se stessi e di lasciarsi aperti alle logiche degli oggiornamenti della precomprensione. Cambiare idea, i questo senso, non deve essere visto come un atto di incoerenza, ma come la coerenza alle logiche dell'aggiornamento. Cambiare idea può essere possibile purché siano intervenuti dei fattori sostanziali di revisione del punto di vista, riconoscendo che c'era ancora una spazio di aggiornamento e che questo aggiornamento è avvenuto in base a determinate nuove acquisizioni. In ogni caso con l'andare del tempo e la strutturazione di un pensiero solido, diviene sempre più difficile che su specifici argomenti sussistano margini ampi di aggiornamento, soprattutto se l'argomento, o interpretato, in oggetto, è stato analizzato profondamente e con sforzo da parte dell'interpretante. La fedeltà alle logiche dell'aggiornamento della precomprensione non deve divenire la scusa per cambiare idea ad ogni piè sospinto, quella è incoerenza. La fedeltà, la coerenza, alle logiche dell'aggiornamento della propria precomprensione , alle logiche del circolo ermenteutico e dell'oscillazione ermeneutica, deve avvenire se, e solo se, intervengono sostanziali, profondi e importanti fattori di aggiornamento.

Passato il tempo delle grandi oscillazioni ermeneutiche possiamo scoprirci persone coerenti, significa quindi che non si è più nell'età della giovinezza, dove queste oscillazioni ermeneutiche erano la norma, ma che avendo qualche anno sulle spalle, e perciò avendo ampliato le proprie conoscenze, avendo passato varie esperienze, avendo acquisito competenze, strumenti pratici e concettuali, possiamo scoprire che di fronte a certi argomenti è difficile cambiare idea.                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                               

venerdì 31 luglio 2026

Ermeneutica e coerenza

 Passato il tempo delle grandi oscillazioni ermeneutiche possiamo scoprirci persone coerenti. 

Mi sono trovato talvolta a scrivere questa frase in piattaforme sociali. Suona bene come frase, mi pare, ma cosa significa esattamente? Il testo di oggi cercherà appunto di spiegare la frase sopra esposta, approfittando della circostanza per cercare anche di evidenziare contestualmente alcune caratteristiche che si ritengono intercorrere nel rapporto tra Ermeneutica e coerenza come vorrebbe il titolo. In questo intento mi soccorre una ricerca che svolsi come insegnante reintegrato, nel periodo di 'emergenza sanitaria' intercorrente tra la reintegra limitata, limitata cioè dal fatto di non poter rientrare nelle classi, a quello della reintegra completa. Ci fecero rientrare a scuola quindi ma non nelle classi, pareva brutto, e ci aumentarono le ore di lavoro, cioè di permanenza a scuola. Così ci vennero proposte varie attività da svolgere, per così dire, in disparte, attività afferenti a ricerca, formulazione di progetti didattici, e aggiornamento, ed io le svolsi tutte, raccogliendone le testimonianze poi in una cartella di raccolta che ho intitolato "I miei scritti da reintegrato" per non buttare via un lavoro che comunque, a prescindere da una situazione che io percepivo come surreale, si era dimostrato proficuo. Tra queste c'era appunto l'attività di ricerca, e in questo ambito ne svolsi alcune di ricerche e una di queste verteva sul potenziale ruolo dell'Ermeneutica nella scuola. Oggi quell'esperienza di ricerca e questo scritto in particolare mi tornano abbastanza utili per la redazione del presente articolo. 

Nel corso del tempo l'Ermeneutica ha subìto dei significativi cambiamenti. Da un lato si è, per così dire, specificizzata, dall'altro si è generalizzata, e così abbiamo una Ermeneutica biblica e una giuridica, e ne abbiamo anche una artistica per esempio, ma in generale c'è stato un passaggio da filosofia o metodo dell'interpretazione dei testi scritti a quella di filosofia o metodo dell'interpretazione del messaggio in generale, senza escludere il primo ma anche a prescindere dal testo scritto, cosa che la avvicina alquanto alla semiotica o semiologia, ed è quindi sfociata in un certo senso verso una filosofia e un metodo di interpretazione della realtà, in generale. Naturalmente in questi passaggi che abbracciano secoli, dall'antichità ad oggi, l'Ermeneutica ha destato l'interesse di vari filosofi che hanno contribuito variamente a queste trasformazioni e che possono essere annoverati come facenti parte di questa interessante storia di sviluppo e di estensione. Da Platone e Aristotele a Sant'Agostino, da Spinoza a Chladenius, da Wolf a Schleiremacher, per giungere a Gadamer e ad Heidegger, solo per citarne alcuni.

Ciò che ci interessa particolarmente è la sua forma attuale, quella alla quale è giunta soprattuto grazie a Gadamer e Heidegger. Ci interessa poi molto anche la terminologia specifica che essa adotta con la quale chi intendessa approfondire la stessa filosofia dovrebbe necessariamente familiarizzare. Diviene quindi importante familiarizzare con la nozione di interpretante, con quella di interpretato, con quella di precomprnsione e di circolo ermeneutico.

domenica 28 giugno 2026

Cittadini, e non sudditi del digitale

 Per essere cittadini del digitale è necessario che il digitale o, se preferite la digitalizzazione, fornisca opzioni aggiuntive a quelle tradizionali e preesistenti. Se invece di fornire opzioni aggiuntive le limita o addirittura le riduce in modo tale che l'unico sistema di accesso ad un servizio è il digitale stesso, abbiamo quella che è a tutti gli effetti una contrazione delle possibilità di scelta, il ventaglio si riduce, e si creano percorsi obbligati. Questo fa di un cittadino libero, come lo vorrebbe la Costituzione, un cittadino assai meno libero, come NON lo vuole la Costituzione. Dobbiamo imparare a familiarizzare con questi concetti perché molto del nostro futuro si gioca su questo tipo di dinamiche. Consideriamo anche che un percorso obbligato rende prevedibile il tuo passaggio, e che quando un passaggio è prevedibile, quando cioè so che sei costretto a passare per forza di lì, ciò rende molto semplice applicare delle gabelle. Un po' come quando nel medioevo si pagava il dazio doganale appena usciti se non dal feudo, dal castello, dalla cittadina o dall'abitato. Nota è per esempio la scena con Benigni e Troisi di "Non ci resta che piangere" con la richiesta del fiorino. Dobbiamo poi immaginare che purtroppo l'apposizione di una tassa, che coincide spesso e volentieri con l'apposizione di un sistema di controllo anche connesso ai possibili effetti sanzionatori, risulta essere molto appetibile per un certo tipo di potere, diciamo così, incline all'autoritarismo, nonché per un certo tipo di personalità particolarmente sensibile al fascino del potere. Ne deriva che una digitalizzazione sbagliata, che avviene in modo superficiale e sbagliato, rischierebbe di incentivare, di sollecitare, ma vorrei dire proprio di solleticare tutta una serie di appetiti collegati alla volontà di potenza, rispetto ai quali il genere umano, sia nelle varie singolarità, sia in determinate formazioni sociali, ha sempre mostrato la propria debolezza, la propria cedevolezza. In pratica una digitalizzazione superficiale e sbagliata, di tipo limitante, rischierebbe di fornire facili appigli ad una deriva autoritaria. Non è un fatto che vada sottovalutato dal momento che la società democratica rappresenta una eccezione nella storia, rispetto ad altre forme di esercizio del potere, nelle quali non era difficile incorrere in una maltitudine di ingiustizie e sopraffazioni. Anche da un punto di vista strettamente statistico, dobbiamo fare ogni possibile sforzo per tenerci stretta la Democrazia, che costituisce una eccezione ed anzi, proprio perché costituisce una eccezine e ci ha dato la possibilità di vivere condizioni 'eccezionali', Democrazia che avrà pure i suoi paradossi e i suoi piccoli difetti ma che, come confermerebbe lo stesso citatissimo Winston Cherchil, interrogato a proposito di Democrazia, che tra le forme di governo essa è quella da preferire in assoluto rispetto a tutte le altre. Ogni scostamento dal solco democratico, che è solco di recentissima conquista, scostamento a cui potrebbe dare luogo la digitalizzazione se avviene al di fuori del primato della cornice del diritto, sarebbe quindi, anche da un punto di vista strettamente statistico, suscettibile di determinare un potenziale arretramento politico e sociale, e di farci cadere nuovamente in una qualche peggiore forma di governo con tutte le conseguenze del caso. Occorre quindi tenere gli occhi ben aperti e fuggire dai troppo facili entusiasmi e dalle spesso ingenue fascinazioni per quello che è comunemente percepito essere il magico mondo del digitale; è necessario fuggire da una troppo facile ed acritica affabulazione per la digitalizzazione. La digitalizazione NON è la panacea ad ogni male. Può risultare utile naturalmente sì, a risolvere determinate problematiche, a facilitare alcune mansioni, a sveltire alcune pratiche, ma solo alla condizione che aggiunga percorsi a quelli preesistenti aumentando il ventaglio delle possibilità di scelta di un cittadino. Altrimenti rischia di trasformarsi in qualcosa che non solo non sarebbe di personale o pubblica utilità, ma che potrebbe appunto risultare addirittura dannoso, ed innescare processi a ritroso, processi di involuzione, di perdita di livelli democratici e di partecipazione, di perdita di libertà, di diritti civili, di conquieste sociali, processi a ritroso che potrebbero portarci anche verso una potenziale nuova forma di feudalesimo, con i suoi feudatari, vassali, valvassini e valvassori, si trattarebbe certo di un feudalesimo un po'strano, anomalo, tecnologizzato, ma pur sempre di qualcosa avente una struttura molto simile a quella del feudalesimo propriamente detto e, unendo, diciamo pure sintetizzando le vecchie caratteristiche con le nuove, diciamo si potrebbe forse parlare a tutti gli effetti di un tecnofeudalesimo.

domenica 31 maggio 2026

Democrazia e tecnologia

 Come la tecnologia potrebbe aiutare la Democrazia, ovvero come potrebbe ostacolarla? Perché si danno entrambe le possibilità, per cui giudicare il peso dell'apporto delle moderne tecnologie in rapporto alla Democrazia diviene sovente una questione non solo di pesi ma anche di cotrappesi, di bilanciamento tra costi e benefici. Oggi si identifica la tecnologizzazione con la digitalizzazione. E in effetti potremmo dire che la sovrapposizione è quasi totale ma rimangono aspetti legati alla meccanizzazione e alla robotizzazione che, pur facendo impiego di apparati digitali, dai quali difficilmente un qualsiasi prodotto tecnologico è oggi slegato, rappresentano, almeno esternamente, un modello di tecnologizzazione di tipo appunto meccanico, materiale, certamente più affine ai modelli del secolo scorso e quindi in un certo senso più comprensibile e apparentemente senza criticità apparenti, senza problematiche che non siano già conosciute. La cornice entro la quale ci muoviamo è costituita da un mondo dinamico di produzione, quindi offerta di innovazione soprattutto in campo informatico e delle telecomunicazioni in cui le novità vegono accettate quasi acriticamente. Si colgono di esse gli aspetti più superficiali e immediati e si tralasciano le implicazioni più profonde ma quasi nascoste, che non emergono immediatamente, in prima battuta. quando poi le si considerano se ne minimizza la portata. Uno degli aspetti di maggior rilevanza nel campo della telefonia, dell'informatica, della rete internet, è quello legato ai dati sensibili e all'esfiltrabilità degli stessi. Si sente dire spesso che i dati rappresentano il petrolio del futuro, forse già dell'oggi. così carpirli sembra divenire particolrmente alettante. Ma ci viene in soccorso per fortuna una importante istituzione, quella del Garante per la Protezione dei Dati Personali, destinata ad acquisire sempre magiore importanza con l'andare del tempo. Quello del GPDP è un presidio indispensabile proprio per la salvaguardia della Democrazia in tempi di tecnologizzazione. Un cittadino può essere veramente libero solo se non è manipolabile, influenzabile, sia esplicitamente che in modo subliminale. Oggi al fenomeno della manipolazione di massa deve aggiungersi quello della manipolazione indviduale la quale per espletarsi al meglio, si fa per dire, può contare sulla conoscenza del soggetto da manipolare, il quale lasciando diero di sé una scia pressoché illimitata di 'bricioline dipane, di dati parziali, o a volte integrali di sé, dei propri gusti, delle proprie abitudini, delle proprie aspirazioni, delle proprie condizioni e caratteristiche, rende possibile la trasmissioni di informazioni che vanno poi a costituire proprio il supporto per una efficacie manipolazione. Della manipolazione fa parte anche il controllo più o meno diretto della persona, anche in quelle circostanze nelle quali è chiamato ad esprimersi come cittadino attivo di una Democrazia, per esempio durante il voto. Garantire la salvaguardia di certi dati personali, stare lontano a fonti di condizionamento evidenti o subliminali, diviene indispensabile nel mondo di oggi. Diviene evidente cme uno strumento come i cellulari di ultima generazione, costituisce una fonte inesauribile di dati. Se qualcuno è intenzionato a carpirli, ad esfiltrarli, difficilmente potrà essere fermato. I reati informatici sono ormai all'ordine del giorno, il fatto che una cosa sia illegale non ferma chi è motivato a procedere ad una infrazione carpendo dati sensibili di una persona se la cosa è ritenuta appetibile. forse bisognerebbe pensare a pene più severe per questo tipo di reati, d'altrone è in gioco l'esistenza stessa della Democrazia. Infatti un cittadino che non sia libero, in quanto condizionato da fattori potenti ancorché nascosti, o costretto a subire pressioni più o meno dirette attraverso un certo tipo di messaggistica che potrebbe essere anche violenta, non può dirsi capace di incidere nella società con un propri contributo creativo. Vivere in uno Stato democratico seignifica pote rdialogare e partecipare a vari livelli con le istituzioni, dire la propria, concorrere a modellare la società con propri apporti creativi, ma se non sei libero questo non lo puoi fare agevolemente e se i tuoi dati sensibili sono stati esfiltrati e anche aspetti sui quali è doveroso mantenere il riserbo sono stati conosciuti, rischi fortemente di non essere libero. Così come non sei libero quando si creano percorsi obbligati. Si tratta in questo caso della discrepanza che sussiste tra l'essere cittadini del digitale e l'essere sudditi di esso. Un cittadino del digitale è colui a cui la teconologizzazione ha aperto un maggior numero di percorsi, avendo per esempio essa aggiunto percrsi digitali a quelli tradizionali; suddito del digitale o ancor peggio schiavo del digitale, è quel cittadino a cui la tecnologizzazione ha tolto, magari di colpo, i vecchi percorsi, lasciando esclusivamente il percorso digitale diminuendo in tal senso il ventaglio delle possibilità attraverso le quali si era abituati a dispiegare un certo impegno.


domenica 26 aprile 2026

Costituzione e indifferenza

 Cosa ce ne facciamo di una Costituzione se non siamo nemmeno consapevoli del suo contenuto? Si potrebbe rispondere che l'importante è che sia il legislatore a conoscerne il contenuto. In effetti esiste anche l'opinione tra gli esperti giuristi e costituzionalisti secondo la quale essa si rivolge prima di tutto al legislatore e un linguaggio tecnico in essa contenuto starebbe a dimostrarlo. Egli, il legislatore, deve fare leggi conformi alla Costituzione, ne comprende il linguaggio, interpreta correttamente e legifera. I due rami del Parlamento si controllano a vicenda, pronti ad intervenire all'occorrenza con emendamenti vari, proposte di miglioramento. Quindi è bene che il legislatore conosca la Costituzione. Se sbaglia nel legiferare la Corte Costituzionale, se interpellata, può aggiustare gli errori. Per meglio dire può dichiarare incostituzionale la legge sottoposta a revisione, parzialmente o in totale. Ma essendo la Costituzione la legge fondamentale dello Stato, la fonte principale del diritto, ma anche dei doveri, di tutti i cittadini, è bene che essa sia conosciuta da ognuno di essi o dal maggior numero possibile di essi, l'intera Nazione ne avrebbe giovamento. In ogni caso, per un cittadino che voglia vivere appieno la propria cittadinanza, che voglia viverla cioè nella piena consapevolezza, diviene doveroso, se non addirittura indispensabile, conoscerne il contenuto. Questa conoscenza sarebbe suscettibile di rimuovere ostacoli che potrebbero impedire il pieno sviluppo della persona umana che, peraltro, è uno degli obiettivi della Costituzione stessa, come dimostra l'artiolo 3 di essa.

Sussiste una qualche indifferenza alla Costituzione.

Piero Calamandrei parlava di indifferentismo politico.

 


sabato 28 marzo 2026

Proseguendo sull'auget deturpationem subiecti

Guglielmo di Alvernia nell'avanzare delle riserve alle concezioni del bello di tipo oggettivo trova la strada per quella concezione nota agli studiosi di estetica medievale sotto la definizione di auget deturpationem subiecti. Egli parte dal concetto che la bellezza è una proprietà oggettiva delle cose belle per se stesse, per se ipsum,  ma la bellezza per quanto sia oggettiva, per quanto appartanga per essenza alla natura di una cosa, opera solo sotto certe condizioni, le quali condizioni qualora non dovessero sussistere, qualora non dovessero adempiersi, la bellezza stessa non sussisterebbe, non si troverebbe essa stessa ad essere adempiuta, così non sarebbe operante e non potrebbe quindi procurare diletto. In pratica colori e forme belli in se stessi non appaiono tali se non stanno dove la natura li ha posti che, peraltro, stando dove la natura li ha posti acqusirebbero il pregio di essere naturali, il pregio della naturalezza. Ma questo, secondo Guglielmo, vale anche per altre proprietà, come le proprietà spirituali. E per dimostrare questo egli ricorre a vari tipi di esempi tra i quali troviamo anche quello che ci interessa particolarmente e che è oggetto della presente trattazione. Egli sostiene infatti che "è bello essere educati o intelligenti, ma se un malvagio possiede queste qualità, esse aumentano la sua malvagità" e siccome essere malvagi è deplorevole e deturpa la persona che è tale, che è malvagia, esse aumentano la deturpazione del soggetto malvagio, ed eccoci appunto all'auget deturpationem subiecti. E questa è per l'appunto una concezione nata nel medioevo, pertanto a tutti gli effetti medievale, rispondente a meditazioni ed esigenze medievali, come potrebbe quindi applicarsi in un contesto lontano dal medioevo, in un contesto per esempio come quello moderno, o addirittura contemporaneo? Diciamo intanto che in linea di principio non è assolutamente detto che se una concezione è vera o ritenuta tale ed applicata in un determinato periodo, non possa essere ritenuta vera ed applicarsi anche in un altro periodo, e aggiungiamo che se Guglielmo di Alvernia ha ragione nel suo filosofare su questioni estetiche, se la concezione con la quale esprime riserve all'oggettività del bello è veridica, e a noi sembra tale, questa sua veridicità non può tovare confini temporali e non può non risultare vera anche ai giorni nostri, e così ci appare in effetti, applicabile anche al mondo contemporaneo. Ma per qualche strano artificio, per qualche nascosta ragione che sarebbe opportuno indagare, questa concezione estetica appare oggi non solo vera ed applicabile come è stata applicata in passato, essa appare addirittura potersi esprimere a dei livelli prima impossibili, sembra cioè che la società di oggi costituisca per questa concezione un terreno estremamente fertile, un terreno come mai ne aveva avuti prima a disposizione e fornisca quindi occasioni del tutto straordinarie di manifestarsi e di farlo in modo abbondante, copioso. E questo purtroppo non può certo rallegrarci giacché alla base di questa concezione alverniana in fondo c'è una dissonanza cognitiva, uno stridere di opposte impressioni.

Gli esempi di applicabilità della concezione estetica in questione sarebbero molti e non escludo in futuro di offrirne alla lettura svariati altri. Ma adesso mi limito a citarne particolarmente uno che mi sembra abbastanza significativo per la rilevanza che occupa oggi, e che è inerente a talune problematiche dell'Unione europea. Questa Ue sappiamo bene che è stata vissuta fin dal suo esordio come una fonte di speranza dai cittadini europei in generale e italiani in particolare, ma con l'andare del tempo dobbiamo riconoscere che purtroppo ha deluso e disilluso molti e ad essere sinceri molti sono in effetti i problemi che sussistono e rimangono irrisolti, per non parlare di quelli nuovi che sono scaturiti dall'Unione stessa e quindi nuovi. Anche qui gli esempi sarebbero svariati, da quello della moneta unica, a quello cosiddetto del deficit democratico, per citarne alcuni, ma non voglio disperdere troppo l'attenzione degli eventuali lettori, così a titolo di maggiore esempio citerò leggermente più addentro, le problematiche inerenti i parametri economici,da molti giudicati del tutto arbitrari e autolesionistici, nonché superabili, quelli del rapporto tra deficit e pil che i vari Stati devono mantenere sotto un certo livello, per cui la crescita è resa difficile se non sostanzialmente impossibile. Questo è un problema, un grande problema, ed è un problema attuale che genera dei risvolti negativi sulla società, sulle imprese, sulle famiglie, che non possono contare su manovre espansive. L'Italia purtroppo è uno dei Paesi che risente maggiormente di queste resrizioni arbitrarie e gli effetti sono evidenti, palpabili e anche appurabili dai dati. Ma non vorrei farla troppo lunga e cerco quindi di correre ai ripari sintetizzando. Questi problemi ci sono, sono molti, sono importanti, e le persone, che ne siano consapevoli o no li vivono addosso a sé, e quseti non permettono alle persone di vivere serenamente, vorrei dire con gioia, si sente spesso anzi una grande angoscia. Questo ha 'deturpato' in un certo senso la sua immagine, questo sta dando dell'Ue una immagine negativa, l'immagine di un 'soggetto' che percepito inizialmente come positivo oggi da molti è percepito come 'negativo'. Ora, sappiamo che l'inno ufficiale dell'Ue è l'Inno alla gioia, così chiamato per i versi dell'ode Alla gioia di Friedrich Schiller e che musicalmente sappiamo essere una celebre composizione di Ludwig van Beethoven, la sinfonia numero 9 in Re minore, molto nota. Ecco, proviamo a pensare a quelle persone profondamente deluse, che sono immerse in gravi problemi sociali ed economici, molti dei quali potrebbero essere probabilmente risolti con un minimo sforzo, cioè dinanzi ad un minore rigore sulle percentuali del deficit, ecco, quale effetto pensate che faccia quell'inno su questa moltitudine di persone deluse? Ebbene, l'effetto non è certo quello di instillare gioia, l'effetto è piuttosto quello di aumentare, per una sorta di stridore che la mente non sa armonizzare, la percezione negativa dell'Ue, quello di aumentare la deturpazione del soggetto Ue, per quanto si tratti di un soggetto evidentemente del tutto particolare, non certo di un sigolo soggetto o persona, non certo quindi di un soggetto come quello a cui originariamente venne applicato il concetto in questione, in quel lontano passato. Ma insomma l'effetto che ne scaturisce è del tutto sovrapponibile a quello dell'auget deturpationem subiecti.


sabato 21 febbraio 2026

Auget deturpationem subiecti

 Auget deturpationem subiecti. Con questa espressione si definisce una concezione estetica piuttosto originale che nasce nel medioevo, nel basso medioevo precisamente, espressione coniata da Guglielmo d'Alvernia, vescovo di Parigi, filosofo e teologo, nonché confessore di San Luigi dei Francesi, fatto da citare per consentire di definire il contesto storico, giacché quest'ultimo peronaggio è certamente più noto di Gugliemo d'Alvernia. Questa concezione rappresenta in un certo senso una sorta di anticipazione dell'estetica del brutto, di quell'estetica cioè venuta in auge solo molto più tardi con Rosencrantz, nell'Ottocento, e già per questa sola caratteristica è degna di lode. Ma la sua lodevolezza trascende questa sola caratteristica giacché essa presenta dei lati di grande interesse che ne fanno uno dei migliori strumenti che oggi avremmo a disposizione per decifrare addirittura la nostra epoca. Infatti risulta essere molto utile proprio al giorno d'oggi, nonostatnte l'età, perché ci permette di dare un nome ad una sensazione, una sensazione estetica, che si sta diffondendo rapidamente, a macchia d'olio, un po' ovunque ma particolarmente in Europa o, per meglio dire, in Unione europea.

Quando nel XII secolo comincia a realizzarsi il radicale progetto concettuale conforme ai principi cristiani della scolastica, ci si attardava a concepire una conforme concezione estetica. Dovremo aspettare il XIII secolo per definire questo tipo di estetica scolastica, con un ordine, il Francescano, che è il primo a interessarsi della materia, cosa certamente dovuta all'influenza del fondatore, San Francesco, che aveva mostrato un atteggiameno nei confronti del mondo anche di questo tipo, cioè di tipo estetico. Il primo maestro francescano, Alessandro di Hales nella Summa attribuita a lui e ai suoi allievi, la Summa fratris Alexandri di cui abbiamo parlato in questo stesso Diario Elettronico nell' articolo intitolato Senza etica e senza estetica, figura un capitolo in cui si tratta di estetica.

Ma nello stesso periodo vi sono anche due Guglielmi a trattare di estetica, il nostro Guglielmo di Alvernia e Guglielmo di Auxerre le cui concezioni possono essere ritenute, insieme a quelle francescane, le più rappresentative del primo momento delle filosofia scolastica. Considerando tra queste quelle appunto di Guglielmo di Alvernia vediamo che alle concezioni oggettive del bello egli avanza delle riserve.

sabato 31 gennaio 2026

Della Costituzione e dello sviluppo armonico

Nella nostra Costituzione della Repubblica Italiana sono ovviamente presenti molte nozioni e molti concetti, a cominciare dall'articolo 1, in cui compare la nozione di Repubblica e quindi la concezione che vi è associata. Proseguendo all'articolo 2 compare il concetto di solidarietà associato a quello di dovere, il che fa subito presente il fatto che oltre ai diritti nella Costituzione si esprimono dei doveri a cui ci si deve attenere e sono peraltro doveri importanti, a cui spesso non pensiamo come quelli di solidarietà politica, sociale ed economica. Sono presenti quindi nozioni e concetti che in qualche modo noi sappiamo già attenersi alla sfera del diritto e a quella del dovere. Ma per quanto riguarda il concetto di sviluppo armonico esso sembra addentrarsi in percorsi un po' troppo particolari per essere presente in una fonte del diritto, che è anche una fonte del dovere come abbiamo appena visto, sembra addentrarsi in sentieri e in ambiti troppo particolari per essere presente in qualcosa cioè che è anche molto tecnico e che attiene principalmente alla sfera giuridica.

Forse nella Costituzione è quindi presente il concetto di sviluppo armonico? No, non è presente questo concetto però ne è presente uno non del tutto dissimile, quello di 'pieno sviluppo della persona umana' giacché non è forzoso pensare che uno sviluppo per essere veramente 'pieno' debba in qualche modo essere armonico, cioè debba rispondere a criteri di armonia, essere conforme e armonizzarsi alle leggi di uno Stato, vorrei dire di uno Stato di diritto, e forse in generale anche con le leggi universali del cosmo. Ne deriva che l'accostamento dei due concetti risulta essere legittimo, autorizzato anche dalla constatazione del fatto che la disarmonia, in quanto tale, genera intoppi, se non traumi veri e propri in qualche caso, quando è portata a parossismo, e questi intoppi, questi traumi, per propria natura rappresentano un rallentamento dello sviluppo e in alcuni casi forse anche l'interruzione stessa di questo sviluppo, il suo arresto. Dovrebbe apparire abbastanza ovvio a questo punto che se una cosa si interrompe non può essere piena nel vero senso della parola ma soltanto parziale, incompleta. Possiamo quindi affermare che, se anche nella Costituzione non è presente in modo esplicito il concetto di sviluppo armonico, questo è in qualche modo richiamato dall'idea stessa di pienezza, dall'idea della pienezza di uno sviluppo che è quello appunto della persona umana.

Altre nozioni interessanti e non strettamente giuridiche compaiono poi nella Costituzione, anche quella di arte e quella di scienza che sono dichiarate libere. Anche attraverso di esse l'uomo può peraltro sviluppare se stesso, e se questo sviluppo sia pieno o no solo farne esperienza potrebbe darne una risposta. Ma non c'è dubbio che per qualcuno scegliere la strada dell'una o dell'altra, o anche di entrambe che, del resto nessuna delle due esclude l'altra, essendo in qualche modo interconnesse, è un fatto piuttosto naturale, spontaneo, naturalezza e spontaneità che stanno a sottolineare l'appropriatezza della scelta del percorso. In taluni casi questa appropriatezza è tale che spinge a formulare il pensiero per cui non è la persona ad aver scelto l'arte o la scienza, ma queste ultime, in un certo senso, ad aver scelto quella persona.

Nessuno può servire la scienza in modo utile se non seguendo la direzione verso la quale è naturalmente condotto dall’indole della sua intelligenza, sosteneva Marius Schneider, etnomusicologo alsaziano, esprimendo con questo un principio condivisibile, sano, onesto, vorremmo dire giusto, ma sicuramente appropriato per sviluppare armonicamente la persona umana, un principio quindi volto ad ottenere ciò che la Costituzione della Repubblica Italiana vuole che i cittadini di cui essa è fonte principale del diritto conseguano, cioè a dire il già citato pieno sviluppo della persona umana.

Sviluppare pienamente la persona umana non è risultato da poco, anzi, è risultato difficile, in qualche caso velleitario. Ed è per questo che è anche molto prezioso ed auspicabile. Ogni persona ha il diritto di richiederlo come obiettivo alto della Costituzione e nello stesso tempo ha il dovere di non impedirlo ai suoi concittadini.

E attraverso che cosa la Costituzione vorrebbe conseguire questo sviluppo? Si potrebbe rispondere in generale attraverso la piena attuazione di se stessa, il che non sarebbe sbagliato, ma essa entra anche più nello specifico, dichiarando esplicitamente quella che è una via privilegiata per ottenere questo, cioè attraverso la rimozione degli ostacoli di ordine sociale ed economico poiché essi limitano di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini.

Dunque la Costituzione, affidando alla Repubblica la rimozione di questi ostacoli, intende rendere liberi i cittadini nelle proprie scelte e vuole che essi siano eguali dinanzi alla possibilità di compiere queste scelte liberamente.

Pur non trattando direttamente di sviluppo armonico, la Costituzione quindi lo richiama indirettamente nella nozione di pieno sviluppo, e sembra ritenere che per esso la Repubblica, nelle sue istituzioni e nei suoi rappresentanti, ma anche nei cittadini ordinari, debba adoperarsi rimuovendo ostacoli, particolarmente di ordine sociale ed economico.

Non rimuovere questi ostacoli è un po' come non permettere questo sviluppo ed è quindi sbagliato, ma  addirittura apporne risulterebbe sbagliatissimo oltre che a risultare del tutto incostituzionale.

sabato 27 dicembre 2025

Considerazioni ulteriori sulla lingua madre

Ci riserviamo di tornare sull'argomento, ma per dare una parvenza di conclusione ad un discorso inerente all'importanza della lingua madre che richiederebbe per potersi ritenere esaustivo dell'apporto di un maggior numero di contributi, ma considerando appunto che qui non si ha questa pretesa bensì il più modesto intento di fornire alcuni spunti di riflessione, vorremmo infine indicare come, nel caso delle lingue presenti sul territorio italiano, ci sia un atteggiamento giustamento protettivo, teso alla difesa delle minoranze linguistiche stesse. Quello della difesa delle minoranze linguistiche, prima di essere un atteggiamento fondato su di una particolare giurisprudenza, è bene sottolineare come tragga spunto inanzitutto da un atteggiamento culturale fondato sul rispetto dell'altro, del diverso, dell'esistente. Ma poi questo atteggiamento trova anche una sua consequenziale e opportuna dimensione giuridica. Nel caso dell'Italia questo atteggiamento si manifesta concretamente a cominciare dalla maggiore fonte del diritto che abbiamo in Italia, la Costituzione, che ha un suo preciso articolo dedicato a questo scopo. Si tratta dell'articolo 6 che recita:

La Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche.

Si tratta di un breve e conciso articolo ma molto significativo, con il quale si riconosce l'importanza  della tutela delle minoranze linguistiche presenti nel territorio italiano, il che coincide ovviamente con la tutela delle lingue minoritarie stesse, e con questo impedisce qualsiasi forma di discriminazione  inerente all'appartenenza a queste minoranze. Inoltre, contribuisce alla promozione della conservazione del patrimonio culturale, poiché come tale è vista la varietà linguistia presente nel territorio italiano, come ricchezza culturale, associandosi in questo all'articolo 9 della Costituzione stessa che ne rafforza, da questo punto di vista, il significato.

Ogni lingua è un piccolo miracolo, è un patrimonio culturale ed è considerabile come un bene demoetnoantropologico, e come tale deve essere difeso.

Le minoranze linguistiche nel nostro Paese sono almeno dodici: albanese, catalana, germanica, greca, slovena, croata, francese, francoprovenzale, friulana, ladina, occitana e sarda.

Per due di queste minoranze, tedesca e francese, quelle riferite alle due regioni a statuto speciale, la tutela della lingua e della cultura sono esplicitate negli specifici statuti, e ci rifieriamo al Trentino-Alto adige e alla Valle d'Aosta.

Ma in generale tutte e dodici queste minoranze trovano la propria tutela nella legge denominata "Norme in materia di tutela delle minoranze linguistiche storiche" o Legge 15 dicembre 1999, n.482 che ha dato attuazione all'articolo 6 della Costituzione.

Ciò è una conferma di quanto la nostra Costituzione della Repubblica Italiana rappresenti una delle più  evolute Costituzioni al mondo, ma dimostra anche quanti sforzi siano necessari per arrivare alle norme che rendono effettivo il dettato costituzionale.

Per questa ed altre ragioni, personalmente insisto molto nell'indicare la nostra Costituzione come qualcosa che deve trovare ancora oggi a distanza di molti decenni una piena attuazione. Pur essendo essa la legge fondamentale dello Stato, spesso non è conosciuta dai comuni cittadini e questo implica sia il fatto che essi non siano consapevoli di tutti i propri diritti e i propri doveri, ma neanche possono farsene una ragione di legittimo orgoglio.

L'Italia come dice la Costituzione, è una Repubblica democratica fondata sul lavoro, ed è per questo che insisto molto, spesso a rischio di divenire pedante e antipatico, sul ruolo della Democrazia che oggi sembra svilito da molteplici fattori, sui quali non ci soffermiamo adesso, ma che deve necessariamente essere riscoperto. Se l'Occidente ha dei vanti, tra essi possiamo certamente annoverare l'aver forgiato l'idea stessa di Democrazia, ed è per questo che se lo stesso vuole ritrovare se stesso deve compiere ogni sforzo possibile per riscoprire i benefici che la Democrazia conferisce a chi la pratica, a chi la attua, e tra questi vi è naturalmente anche l'effetto positivo derivante dall'atteggiamento di tutela dei beni demoetnoantropologici, e quindi delle lingue stesse, che devono essere salvaguardate sempre, anche in quanto lingue madri di minoranze.


 


venerdì 28 novembre 2025

Sempre in difesa della lingua madre

 Riprendiamo dall'articolo pecedente. In quello dicevamo, tra le altre cose, che la lingua madre fa da tramite al passaggio del nascituro dallo stato di gestazione a quello di individuo pienamente formato, quindi 'venuto al mondo', cioè nato. In alcune popolazioni artiche si dice che ci sia un particolare 'rito' che si svolge in concomitanza con la nascita di un nuovo membro della famiglia e del gruppo sociale. Il padre e forse gli altri parenti in prossimità del lieto evento cominciano a pronunciare dei nomi in serie, uno dietro l'altro e quando il bambino nasce il nome pronunciato in quel preciso momento diviene il suo nome, quello con cui la comunità potrà chiamarlo. Si attribuisce alla cosa uno speciale significato, si crede cioè che ciò non sia un caso, come una mentalità di tipo essenzialmente positivista tenderebbe ad avallare, ma che ciò dipenda dal fatto che il prossimo nascituro, sia uscito dal grembo materno proprio perché ha udito il suo vero nome, ne è stato richiamato fuori. Dunque è perché ha sentito pronunciare il suo autentico nome, come una vera e proria chiamata, che si è deciso ad uscire dal grembo materno. Ecco che l'idea del suono della lingua madre come tramite tra i due stati, quello protetto, all'interno della genitrice, e quello del mondo esterno ad essa, viene corroborata e rafforzata da talune credenze popolari, le quali non nascono dal nulla, bensì manifestano le conoscenze tradizionali di un popolo, una conoscenza più profonda di quanto non possa apparire a prima vista, o a primo udito, se mi si passa il distinguo. Una conoscenza che si collega direttamente alle proprietà mistiche del suono, in questo caso alle proprietà della lingua madre di un popolo, che si manifesta, nel caso specifico, nella pronuncia dei nomi propri tipici di quella popolazione e del vero nome proprio del nuovo individuo, quel nome con cui ci sarà una identificazione per il resto della vita. Dare il nome giusto alle cose è importante, è un procedimento del rispetto dell'ordine delle cose, ordine microcosmico che riflette quello macrocosmico, quindi è un procedimento del rispetto dell'ordine cosmico. Da sempre ci si è chiesti per esempio qual è il vero nome di Dio, principio di ogni cosmogonia, creatore di tutte le cose. Così l'individuazione del vero nome del neonato, creatura di Dio, manifestazione del creato al pari di tutte le altre, allude forse all'intento e all'esigenza di una ricerca di maggiore portata, la ricerca del vero nome di Dio, e fornisce anche una chiave, per così dire, metodologica alla ricerca stessa, una metodologia che si fonda sul suono. 

Nella mentalità scientifico-positivista queste concezioni risultano astruse, rimangono al di fuori di ciò che è l'evento in sé, l'evento della nascita di un nuovo individuo, e sono difficili da accettare come veritiere. Nel caso di specie, ciò dipenderebbe naturalmente dal fatto che in prossimità della nascita, il travaglio può essere più o meno lungo ma prima o poi dovrà pur giungere ad una conclusione. Cioè a dire, se non è prima è poi ma, ad un certo punto, il feto verrà alla luce. Ed è chiaro che se in prossimità di quel momento si cominciano a pronunciare una serie di nomi, per forza di cose al momento dell'uscita dal grembo materno, il neonato si troverà in concomitanza con la pronuncia di un di quei nomi, e l'attribuzione del nome che ne scaturisce ne risulterebbe del tutto casuale.

Ciò che questa mentalità pragmatica e scientifico-positivista, per propria natura, non coglie nella lettura pertanto inevitabilmente asettica del lieto evento e della tradizione che gli si associa, è un aspetto filosoficamente profondo ed in vero estremamente rilevante che si cela dietro di esso, dietro ad una credenza che comunque avrebbe già di per se stessa il pregio di infondere poesia ad uno dei momenti di maggiore importanza nella vita di uno essere umano, di una donna, di una famiglia, quello delle venuta al mondo di un nuovo essere vivente, di un nuovo essere umano. Tuttavia, come dicevamo, c'è qualcosa in aggiunta di molto significativo. Questa credenza in fondo non fa che proporre e confermare la concezione della creazione sonora del mondo, dell'anteriorità del suono, del logos. Quella stessa concezione, anch'essa citata nell'articolo precedente, cui ci richiamiamo, e che vede nell'idea di Martin Heidegger, quell'idea secondo la quale "Non è l'uomo a parlare il linguaggio ma è il linguaggio a parlare l'uomo" il centro di un ribaltamento in qualche modo "copernicano" o modestamente tale, cioè il cambiamento di un punto di vista, un ribaltamento del punto di vista, con cui guardare al mondo ordinato, al cosmos, in greco κόσμος (kósmos), ponendosi all'interno di un discorso filosoficamente profondo. In effetti la concezione secondo la quale il bambino nell'udire il suo nome, sentendosi chiamato si decide ad uscir fuori, sta lì proprio a sottolineare il fatto che a quel bambino il nome era già stato in qualche modo assegnato, anteriormente, quindi quello stesso bambino era in un certo senso 'già stato parlato dal logos' e qui la vicinanza con la concezione heideggeriano si fa evidentemente notare. In altre parole, la credenza popolare di cui stiamo parlando è molto affine alla concezione heideggeriana.

Non è che la visione pragmatica e scientifico-positivista sia priva di senso o di logica, per sua stessa natura una logica c'è ovviamente, il problema semplicemente è che nell'usare quel senso e quella logica essa va a togliere quasi tutto l'alone poetico a quella tradizione, il quale alone poetico cela a sua volta al suo interno il riflesso di una concezione filosofica della vita paragonabile a quella che ci offre un insigne filosofo, proprio Martin Heidegger e che esprime in sintesi con la sua famosa frase che abbiamo citato sopra.

Si comprende bene come la generale difesa dei beni culturali tra i quali rientrano anche queste concezioni popolari, queste tradizioni, in quanto beni definibili come demoetnoantropologici abbia un profondo senso e contribuisca a fornire chiavi di lettura della realtà che, in quanto tali, sono certamente anche attuali.

Ma avevamo lasciato l'articolo precedente menzionando il ruolo dei mezzi di informazione di massa nel conservare ovvero nel mutare una certa lingua. Il caso dell'Italia credo che sia emblematico da questo punto di vista. Se pensiamo all'editoria, quindi ai libri, ai quotidiani, ma particolarmente a mezzi i maggiore diffusione territoriale, cioè alla radio e alla televisione, come mezzi che hanno unito l'intera Nazione sotto le stesse identiche pubblicazioni e trasmissioni, con decine di migliaia, poi centinaia di migliaia e poi ancora milioni di persone, tra lettori, uditori, spettatori o telespettatori, non è difficile intuire il ruolo svolto da questi mezzi nel rendere omogenea la linua italiana proprio all'interno del territorio italiano. Di converso a questa diffusione della lingua italiana ufficiale, faceva da contraltare una contrazione nell'uso dei dialetti e degli idiomi locali, ma senza impensierire gli stessi, che del resto rimanevano in auge in molti contesti, particolarmente quei contesti che non necessitavano dell'italiano ufficiale, contesti magari più ristretti, come i contesti familiari, per esepio. Inoltre bisogna anche dire che lo stesso italiano ufficiale si uniformava in qualche modo al contesto regionale, conferendo ad una stessa lingua identica nella scrittura, accentazioni del tutto diverse, riflesso di una consolidata tradizione fonetica ovviamente legata al dialetto o all'idioma locale. Così 'italiano si avvicinava ai dialetti in modo del tutto naturale rendendosi peraltro più apprezzabile e fruibile. In Italia ogni cittadino sa distinguere benissimo un italiano parlato da un sardo, da un campano o da un romagnolo, solo per fare degli esempi. Ed anche i toscani, che hanno contribuito in modo certamente rilevante alla formazione della lingua italiana, mantengono accentazioni e pronuncie, derivanti anch'esse dagli idiomi locali, che ne rendono il gusto del tutto particolare. E tutto questo contribuisce a rendere variagata e colorita una stessa identica lingua, conferendo un numero consistente di piacevoli sfumature. 

Ma la televisione e particolarmente la RAI ha offerto anche trasmissioni specificamente rivolte all'insegnamento elementare in cui un ruolo importante aveva l'alfabetizzazione di base a cui si accompagnava il concomitante studio della lingua italiana, scritta e parlata. È il caso per esempio di "Non è mai troppo tardi"che negli anni '60 ebbe un grande successo. Questa trasmissione televisiva, praticamente un corso di istruzione popolare per il recupero dell'adulto analfabeta, è stata condotta dall'educatore, ma anche scrittore e politico italiano Alberto Manzi e prodotta dalla RAI in collaborazione con il Ministero della pubblica istruzione. Andava in onda dal lunedì al venerdì fino al '68 riscuotendo grande successo. Aveva lo scopo d'insegnare lettura e scrittura agli italiani fuori età scolare ed ancora parzialmente analfabeti, ma tutti potevano guardarla, anche i meno analfabeti o gli istruiti, e con questo si accomunavano italiani di tutte le regioni in uno stesso tempo anche se non n uno stesso luogo, regioni diverse e distanti, tutti insieme a studiare una stessa lingua, negli stessi orari di fronte ad uno stesso elettrodomenstico. Praticamente riuscì a far prendere a quasi un milione e mezzo di italiani la licenza elementare e, a dimostrazione del successo del formato televisivo, venne riprodotta all'estero in ben 72 Paesi divesri, ciascuno dei quali ovviamente insegnava la propria lingua. A proposito di Manzi scrittore, ma anche educatore, insegnante elementare, aggiungo una piccola nota autobiografica giacché la figura dell'insegnante è sempre stata importante nella mia vita, avendo avuto una madre insegnante, ed avendo avuto, come quasi tutti del resto, una brava insegnate, maestra elementare, medaglia d'oro della Pubblica istruzione, che ho frequentato anche negli anni successivi a quelli dell'insegnamento, per cui non sono mancate le occasione di prendere insieme dei caffè, durante i quali la figura di Manzi veniva menzionata spesso, mi riferisco alla mia cara maestra Bonamici Vigiani Fiammetta, che Dio ne abbia cura, a cui tutte le mattine rivolgo una preghiera anche per aiutarmi a divenire un buon insegnante, e non solo per questo. 

Per tornare al ruolo dei mezzi di informazione di massa, possiamo notare come nel parlare la lingua ufficiale di una determinata Nazione, essi, a prescindere dalle trasmissioni specificamente dedicate alla formazione linguistica, come nel caso di cui sopra, ne diffondono e consolidano l'uso a prescindere appunto dal tipo di trasmissione. La grande diffusione di massa della televisione intesa come elettrodometico, divenuta alla portata di ogni portafoglio, aveva permesso di avere in ogni famiglia uno strumento importantissimo per unificare la ligua parlata di una specifica Nazione, nel caso di specie l'Italia, fornendo un modello di riferimento di carattere popolare, il che non inficiava la possibilità di un successivo approfondimento, nel corso di un percorso scolastico e magari universitario, per approdare quindi a lessici specifici di vario carattere. Ma avere un base comune così diffusa permetteva di muoversi da un terreno di partenza comune e consentiva di interfacciarsi, per così dire, ad italiani di varia provenienza regionale, e che perciò avevano vissuto in contesti in cui il linguaggio parlato era ancora fortemente influenzato dai dialetti e dagli idiomi locali, con la ragionevole certezza di poter counicare in modo esaustivo e completo. Non era necessaria alcun tipo di forzatura, con la televisione una sorta di omogenizzazione linguistica procedeva spontaneamente, senza peraltro sostituirsi ai dialetti stessi, agli idiomi, o alle lingue minoritarie nel Paese, e per queste ultime si era pensato ad ufficializzarne la salvaguardia con appositi articoli, anche di carattere costituzionale.