Riprendiamo dall'articolo pecedente. In quello dicevamo, tra le altre cose, che la lingua madre fa da tramite al passaggio del nascituro dallo stato di gestazione a quello di individuo pienamente formato, quindi 'venuto al mondo', cioè nato. In alcune popolazioni artiche si dice che ci sia un particolare 'rito' che si svolge in concomitanza con la nascita di un nuovo membro della famiglia e del gruppo sociale. Il padre e forse gli altri parenti in prossimità del lieto evento cominciano a pronunciare dei nomi in serie, uno dietro l'altro e quando il bambino nasce il nome pronunciato in quel preciso momento diviene il suo nome, quello con cui la comunità potrà chiamarlo. Si attribuisce alla cosa uno speciale significato, si crede cioè che ciò non sia un caso, come una mentalità di tipo essenzialmente positivista tenderebbe ad avallare, ma che ciò dipenda dal fatto che il prossimo nascituro, sia uscito dal grembo materno proprio perché ha udito il suo vero nome, ne è stato richiamato fuori. Dunque è perché ha sentito pronunciare il suo autentico nome, come una vera e proria chiamata, che si è deciso ad uscire dal grembo materno. Ecco che l'idea del suono della lingua madre come tramite tra i due stati, quello protetto, all'interno della genitrice, e quello del mondo esterno ad essa, viene corroborata e rafforzata da talune credenze popolari, le quali non nascono dal nulla, bensì manifestano le conoscenze tradizionali di un popolo, una conoscenza più profonda di quanto non possa apparire a prima vista, o a primo udito, se mi si passa il distinguo. Una conoscenza che si collega direttamente alle proprietà mistiche del suono, in questo caso alle proprietà della lingua madre di un popolo, che si manifesta, nel caso specifico, nella pronuncia dei nomi propri tipici di quella popolazione e del vero nome proprio del nuovo individuo, quel nome con cui ci sarà una identificazione per il resto della vita. Dare il nome giusto alle cose è importante, è un procedimento del rispetto dell'ordine delle cose, ordine microcosmico che riflette quello macrocosmico, quindi è un procedimento del rispetto dell'ordine cosmico. Da sempre ci si è chiesti per esempio qual è il vero nome di Dio, principio di ogni cosmogonia, creatore di tutte le cose. Così l'individuazione del vero nome del neonato, creatura di Dio, manifestazione del creato al pari di tutte le altre, allude forse all'intento e all'esigenza di una ricerca di maggiore portata, la ricerca del vero nome di Dio, e fornisce anche una chiave, per così dire, metodologica alla ricerca stessa, una metodologia che si fonda sul suono.
Nella mentalità scientifico-positivista queste concezioni risultano astruse, rimangono al di fuori di ciò che è l'evento in sé, l'evento della nascita di un nuovo individuo, e sono difficili da accettare come veritiere. Nel caso di specie, ciò dipenderebbe naturalmente dal fatto che in prossimità della nascita, il travaglio può essere più o meno lungo ma prima o poi dovrà pur giungere ad una conclusione. Cioè a dire, se non è prima è poi ma, ad un certo punto, il feto verrà alla luce. Ed è chiaro che se in prossimità di quel momento si cominciano a pronunciare una serie di nomi, per forza di cose al momento dell'uscita dal grembo materno, il neonato si troverà in concomitanza con la pronuncia di un di quei nomi, e l'attribuzione del nome che ne scaturisce ne risulterebbe del tutto casuale.
Ciò che questa mentalità pragmatica e scientifico-positivista, per propria natura, non coglie nella lettura pertanto inevitabilmente asettica del lieto evento e della tradizione che gli si associa, è un aspetto filosoficamente profondo ed in vero estremamente rilevante che si cela dietro di esso, dietro ad una credenza che comunque avrebbe già di per se stessa il pregio di infondere poesia ad uno dei momenti di maggiore importanza nella vita di uno essere umano, di una donna, di una famiglia, quello delle venuta al mondo di un nuovo essere vivente, di un nuovo essere umano. Tuttavia, come dicevamo, c'è qualcosa in aggiunta di molto significativo. Questa credenza in fondo non fa che proporre e confermare la concezione della creazione sonora del mondo, dell'anteriorità del suono, del logos. Quella stessa concezione, anch'essa citata nell'articolo precedente, cui ci richiamiamo, e che vede nell'idea di Martin Heidegger, quell'idea secondo la quale "Non è l'uomo a parlare il linguaggio ma è il linguaggio a parlare l'uomo" il centro di un ribaltamento in qualche modo "copernicano" o modestamente tale, cioè il cambiamento di un punto di vista, un ribaltamento del punto di vista, con cui guardare al mondo ordinato, al cosmos, in greco κόσμος (kósmos), ponendosi all'interno di un discorso filosoficamente profondo. In effetti la concezione secondo la quale il bambino nell'udire il suo nome, sentendosi chiamato si decide ad uscir fuori, sta lì proprio a sottolineare il fatto che a quel bambino il nome era già stato in qualche modo assegnato, anteriormente, quindi quello stesso bambino era in un certo senso 'già stato parlato dal logos' e qui la vicinanza con la concezione heideggeriano si fa evidentemente notare. In altre parole, la credenza popolare di cui stiamo parlando è molto affine alla concezione heideggeriana.
Non è che la visione pragmatica e scientifico-positivista sia priva di senso o di logica, per sua stessa natura una logica c'è ovviamente, il problema semplicemente è che nell'usare quel senso e quella logica essa va a togliere quasi tutto l'alone poetico a quella tradizione, il quale alone poetico cela a sua volta al suo interno il riflesso di una concezione filosofica della vita paragonabile a quella che ci offre un insigne filosofo, proprio Martin Heidegger e che esprime in sintesi con la sua famosa frase che abbiamo citato sopra.
Si comprende bene come la generale difesa dei beni culturali tra i quali rientrano anche queste concezioni popolari, queste tradizioni, in quanto beni definibili come demoetnoantropologici abbia un profondo senso e contribuisca a fornire chiavi di lettura della realtà che, in quanto tali, sono certamente anche attuali.
Ma avevamo lasciato l'articolo precedente menzionando il ruolo dei mezzi di informazione di massa nel conservare ovvero nel mutare una certa lingua. Il caso dell'Italia credo che sia emblematico da questo punto di vista. Se pensiamo all'editoria, quindi ai libri, ai quotidiani, ma particolarmente a mezzi i maggiore diffusione territoriale, cioè alla radio e alla televisione, come mezzi che hanno unito l'intera Nazione sotto le stesse identiche pubblicazioni e trasmissioni, con decine di migliaia, poi centinaia di migliaia e poi ancora milioni di persone, tra lettori, uditori, spettatori o telespettatori, non è difficile intuire il ruolo svolto da questi mezzi nel rendere omogenea la linua italiana proprio all'interno del territorio italiano. Di converso a questa diffusione della lingua italiana ufficiale, faceva da contraltare una contrazione nell'uso dei dialetti e degli idiomi locali, ma senza impensierire gli stessi, che del resto rimanevano in auge in molti contesti, particolarmente quei contesti che non necessitavano dell'italiano ufficiale, contesti magari più ristretti, come i contesti familiari, per esepio. Inoltre bisogna anche dire che lo stesso italiano ufficiale si uniformava in qualche modo al contesto regionale, conferendo ad una stessa lingua identica nella scrittura, accentazioni del tutto diverse, riflesso di una consolidata tradizione fonetica ovviamente legata al dialetto o all'idioma locale. Così 'italiano si avvicinava ai dialetti in modo del tutto naturale rendendosi peraltro più apprezzabile e fruibile. In Italia ogni cittadino sa distinguere benissimo un italiano parlato da un sardo, da un campano o da un romagnolo, solo per fare degli esempi. Ed anche i toscani, che hanno contribuito in modo certamente rilevante alla formazione della lingua italiana, mantengono accentazioni e pronuncie, derivanti anch'esse dagli idiomi locali, che ne rendono il gusto del tutto particolare. E tutto questo contribuisce a rendere variagata e colorita una stessa identica lingua, conferendo un numero consistente di piacevoli sfumature.
Ma la televisione e particolarmente la RAI ha offerto anche trasmissioni specificamente rivolte all'insegnamento elementare in cui un ruolo importante aveva l'alfabetizzazione di base a cui si accompagnava il concomitante studio della lingua italiana, scritta e parlata. È il caso per esempio di "Non è mai troppo tardi"che negli anni '60 ebbe un grande successo. Questa trasmissione televisiva, praticamente un corso di istruzione popolare per il recupero dell'adulto analfabeta, è stata condotta dall'educatore, ma anche scrittore e politico italiano Alberto Manzi e prodotta dalla RAI in collaborazione con il Ministero della pubblica istruzione. Andava in onda dal lunedì al venerdì fino al '68 riscuotendo grande successo. Aveva lo scopo d'insegnare lettura e scrittura agli italiani fuori età scolare ed ancora parzialmente analfabeti, ma tutti potevano guardarla, anche i meno analfabeti o gli istruiti, e con questo si accomunavano italiani di tutte le regioni in uno stesso tempo anche se non n uno stesso luogo, regioni diverse e distanti, tutti insieme a studiare una stessa lingua, negli stessi orari di fronte ad uno stesso elettrodomenstico. Praticamente riuscì a far prendere a quasi un milione e mezzo di italiani la licenza elementare e, a dimostrazione del successo del formato televisivo, venne riprodotta all'estero in ben 72 Paesi divesri, ciascuno dei quali ovviamente insegnava la propria lingua. A proposito di Manzi scrittore, ma anche educatore, insegnante elementare, aggiungo una piccola nota autobiografica giacché la figura dell'insegnante è sempre stata importante nella mia vita, avendo avuto una madre insegnante, ed avendo avuto, come quasi tutti del resto, una brava insegnate, maestra elementare, medaglia d'oro della Pubblica istruzione, che ho frequentato anche negli anni successivi a quelli dell'insegnamento, per cui non sono mancate le occasione di prendere insieme dei caffè, durante i quali la figura di Manzi veniva menzionata spesso, mi riferisco alla mia cara maestra Bonamici Vigiani Fiammetta, che Dio ne abbia cura, a cui tutte le mattine rivolgo una preghiera anche per aiutarmi a divenire un buon insegnante, e non solo per questo.
Per tornare al ruolo dei mezzi di informazione di massa, possiamo notare come nel parlare la lingua ufficiale di una determinata Nazione, essi, a prescindere dalle trasmissioni specificamente dedicate alla formazione linguistica, come nel caso di cui sopra, ne diffondono e consolidano l'uso a prescindere appunto dal tipo di trasmissione. La grande diffusione di massa della televisione intesa come elettrodometico, divenuta alla portata di ogni portafoglio, aveva permesso di avere in ogni famiglia uno strumento importantissimo per unificare la ligua parlata di una specifica Nazione, nel caso di specie l'Italia, fornendo un modello di riferimento di carattere popolare, il che non inficiava la possibilità di un successivo approfondimento, nel corso di un percorso scolastico e magari universitario, per approdare quindi a lessici specifici di vario carattere. Ma avere un base comune così diffusa permetteva di muoversi da un terreno di partenza comune e consentiva di interfacciarsi, per così dire, ad italiani di varia provenienza regionale, e che perciò avevano vissuto in contesti in cui il linguaggio parlato era ancora fortemente influenzato dai dialetti e dagli idiomi locali, con la ragionevole certezza di poter counicare in modo esaustivo e completo. Non era necessaria alcun tipo di forzatura, con la televisione una sorta di omogenizzazione linguistica procedeva spontaneamente, senza peraltro sostituirsi ai dialetti stessi, agli idiomi, o alle lingue minoritarie nel Paese, e per queste ultime si era pensato ad ufficializzarne la salvaguardia con appositi articoli, anche di carattere costituzionale.