Per le tecniche miste su carta o altre tecniche che compaiono in questo Diario Elettronico firmate a nome Alessio, tutti i diritti sono riservati.







sabato 27 settembre 2025

Scuola e dati personali

 Con l’ammodernarsi della Scuola, ci si trova a fronteggiare situazioni inedite non sempre di facile risoluzione e tuttavia risolvibili. Dal momento che l’ammodernamento fa quasi esclusivamente capo alla digitalizzazione, e all’uso di strumenti di tecnologia informatica, la gran parte di queste situazioni inedite afferisce all’uso di questo tipo di strumenti. Cose di cui è bene parlare per aprire un dibattito ampio, aperto a vari interpenti, suggerimenti e stimoli e potenzialmente foriero di indicare le dovute soluzioni. Oggi se sei insegnante ti viene assegnata una casella di posta elettronica che viene definita istituzionale con la quale sei invitato a dialogare con la Scuola. Direi che nell'avere una casella di posta istituzionale non c'è niente di strano o di male, anzi, direi che si tratti di una cosa addirittura opportuna. Ma è comunque bene ricordare che la Scuola non ha sempre avuto bisogno di questi strumenti. È esistito un tempo, neanche troppo lontano, nel quale si poteva fare scuola, ed essere insegnanti senza avere bisogno che ti venisse assegnata una casella di posta elettronica. C’era, nei casi richiesti, la posta ordinaria, quella cartacea, tradizionale, per intendersi. Per il resto ti approvvigionavi con i documenti in bacheca, una bacheca analogica, non digitale, o con quelli che trovavi in aula insegnati, o che passavano nelle classi, circolari, documenti cartacei, ed era sufficiente. Questo per dissipare fin dall'inizio il dubbio circa quella che viene oggi percepita come l'indispensabilità di questi strumenti, poiché l'assenza di questi non ha mai pregiudicato la didattica in passato né, a detta di molti, la pregiudicherebbe oggi, che essa semplicemente si svolgeva in modo diverso, e forse addirittura migliore per certi versi, in ogni caso si svolgeva senza di essi. C'è un altro dubbio da dissipare prima di essere tacciati come retrogradi passatisti e prima lo si fa e meglio è. Non stiamo in alcun modo dicendo che la scuola debba rinunciare agli strumenti di tecnologia informatica, che devono poter sussistere anche semplicemente per essere conosciuti da chi ne dovrà fare presumibilmente un uso abbastanza massiccio nella vita, vuoi per diletto, vuoi per lavoro, ma semplicemente che la trasformazione dei fenomeni sociali a cui questo uso porta e le problematiche che essi innescano debbono essere adeguatamente valutate e risolte nell'inetresse generale di tutti, e che, per fare questo l'invito al dibattito dovrebbe essere accettato e condiviso, anche esteso, e in ogni caso certe spunti di riflessione, certe puntualizzazioni sembrano divenire necessarie. Gli strumenti di tecnologia informatica hanno invaso il mondo di oggi in ogni settore e sarebbe sciocco pensare che la Scuola non debba usarli, farli conoscere, perché ci sono, sono utili e anche io li ritengo tali però, per quanto riguarda l'apprendimento, non sono indispensabili per raggiungere taluni risultati positivi, nel senso che la tradizione scolastica ci ha insegnato che un certo tipo di conoscenze, soprattutto quelle di base che sono quelle indispensabili e fondamenali per definizione, soprattutto quelle di tipo teoretico, si possono conseguire anche senza di essi, e c'è chi sostiene che si possono conseguire meglio senza di essi, sostenendosi con l'idea che l'informatica sostituisce processi che prima erano necessariamente mentali e che questa sostituzione, che crea un vantaggio apparente, ha l'inconveniente di atrofizzare quelle zone cerebrali e quelle facoltà ad esse associate che prima venivano usate a quello scopo, tant'è che alcune scuole, anche negli Stati Uniti d'America, ne bandiscono l'uso per interi cicli scolastici, offrendone l'uso solo molto dopo a livello scolastico, intorno ai sedici anni se non erro, e sono ritenute scuole tra le migliori e più avanzate ed aggiornate del panorama scolastico americano, e questa è una cosa da tenere presente, almeno tanto quanto quella che li vorrebbe vedere come indispensabili. E l'incontro di queste due teorie fa nascere una terza teoria, quella che li vede appunto come utili ma non indispensabili. Dipende sempre molto dall'impiego che se ne fa, dal come quindi, ma anche da quando e da quanto.

Personalmente sono sempre a disagio quando sitratta di argomentare circa la casella di posta elettronica cosiddetta istituzionale. In effetti vorrei averne una, ne sarei lieto, ma vorrei che avesse talune caratteristiche che oggi mi sembrano assenti, e l'assenza delle quali genera dubbi e perplessità, anche un po' di sconcerto. Se la casella di posta elettronica è istituzionale, e l'istituzione a cui fa capo è la Scuola pubblica italiana, bisognerebbe che si trattasse di una casella di posta elettronica pubblica e italiana. Per esempio vorrei che questa casella di posta elettronica non trasferisse dati al di fuori dell'Italia o quantomeno al di fuori della 'frontiera' europea, che è già molto ampia. Sappiamo infatti che il GDPR non consente per legge il trasferimento dei dati in Paesi dove essi non siano tutelati alla stessa stregua dell'Unione europea. Quindi  si potrebbe dire che il problema del trasferimento dei dati, anche strettamente personali, potrebbe essere risolto, in via del tutto teorica, se tutti i Paesi del mondo salvaguardassero i dati personali alla stessa stregua di quanto fa l'Unione europea stessa e l'Italia. Si tratterebbe di una sorta di adeguamento ad alti livelli di tutela. In teoria è quindi semplice ma in pratica no.

E così si arriva a toccare il punto centrale dei problemi connessi all'uso delle tecnologie informatiche, quello a cui allude il titolo di questo articolo, che è essenzialmente legato alla sua permeabilità che rende i dati che circolano attraverso di essa carpibili, esfiltrabili e quindi utilizzabili da terzi in molteplici modi non sempre modi rispettosi dei diritti altrui. Non è un caso se esiste il DPR ed esisteil Garante per la Protezione dei Dati Personali. Non vogliamo ribadire quanto sia importante la salvaguardia dei dati personali. Sappiamo che essi sono considerati il petrolio del futuro, e se sono considerati così forse una ragione c'è. Anche la nota trasmissione REPORT in una puntata dedicata al problema dei dati personali intitolata non a caso "Sorvegliati speciali" li definiva il petrolio del futuro se non erro. Probabilmente perché su di essi si basa un certo tipo di personalizzazione dell'offerta commerciale, ma forse anche per altre ragioni meno evidenti, per esempio perché aiutano il controllo e la manipolazione di massa e individuale a prescindere dal commercio, con sofisticatissimi sistemi di persuasione sia palese che occulta, sistemi che sfruttano certamente i gusti personali ma anche le debolezze personali, le peculiarità dell'individuo, il suo pensiero, la sua psicologia, le sue idiosincrasie, cose che, se conosciute possono poi essere impugnate proprio per questo tipo di utilizzo, per la manipolazione. Così il possesso dei dati personali finisce per essere l'elemento attraverso il quale portare trasformazioni sociali e politiche, oltrepassando di gran lunga la pura e semplice, si fa per dire,  importanza commerciale. Diamo questi concetti per scontati in questa sede, anche se forse così scontati non sono. In effetti c'è molto da aprofondire su di essi e il dibattito è in corso, ed è avviamente bene che sia in corso, e deve essere alimentato e diffondersi nella pubblica opinione. Auspichiamo quindi che da questo dibattito scaturisca in generale una maggiore consapevolezza circa la questione della salvaguardia della riservatezza dei dati personali.

Salvaguardare adeguatamente i dati personai dei cittadini italiani significa adoperarsi nella difesa stessa della Patria che è un dovere, anzi, un SACRO DOVERE, dove l'aggettivo sacro sta ad indicare che questo dovere ha caratteristiche che lo rendono in qualche modo speciale, vorrei dire superiore, forse.

E dal momento che abbiamo comunque sottolineato alcune delle ragioni per quali la salvaguardia dei dati personali è importante, vorremmo contestualmente far notare che è per questo che l'Istituto del Garante per la Protezione dei Dati Personali è oggi una delle massime istituzioni del Paese, e che la sua importanza è destinata a crescere, cosa che ho cercato in alcune circostanze di sottolineare, anche in altre sedi e in alcune ricorrenze.

 

Qui un commento in occasione di un incontro del GPDP col PdR Mattarella

Abbiamo del resto un articolo della Costituzione, il 52 per l'esattezza al cui primo comma si legge:

La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino.

Ecco, personalmente non sentirei di difendere la Patria, utilizzando dei sistemi informatici che trasferissero dati al di fuori del perimetro indicato da GDPR, quello dell'Unione europea, e meglio ancora sarebbe se i sistemi non li trasferissero neanche al di fuori dell'Italia, perché l'articolo della Costituzione, il 52, quando parla di Patria allude ovviamente all'Italia, al nostro Paese. E quindi è sempre con una certa sofferenza, un certo imbarazzo che mi trovo a gestire la questione del cosiddetto profilo istituzionale degli insegnanti, anche perché dà luogo quasi sempre a incomprensioni e fraintendimenti per lo più dettati da pregiudizi. Eppure non sembrerebbe impossibile trovare la quadra della situazione. Anticipo intanto che in Francia sono capacissimi a non trasferire dati al di fuori del perimetro che la norma GDPR richiede e che la gestione della corrispondenza tra scuola e docenti avviene a livello locale, il che spinge a supporre che ragionevolmente i dati non vengano trasferiti neanche a di fuori del perimetro nazionale francese. Sembra quindi essere tecnicamente possibile, constatazione a cui fa seguito la domanda spontanea: perchè i francesi sono capaci di fare una cosa che a noi italiani risulta così difficile, quasi impossibile? Se il problema consiste nell'assenza di certe conoscenze o informazioni, nell'assenza di un certo bagaglio tecnico ed esperienziale, bisognerebbe con un po' di modestia andare a chiedere queste conoscenze, queste informazioni a chi le possiede, a colmare quindi il divario, sperando che da questo nasca una sorta di emancipazione e che si colmi appunto il divario tecnico, esperienziale, culturale che impedisce di emanciparsi e di trovare la soluzione. La questione è evidentemente complessa e non può essere banalizzata. Comunque di fronte all'obiezione di chi chiedesse perché i dati non dovrebbero essere traseriti fuori dal perimetro sopracitato, si potrebbe anche rispondere chiedendo di converso perché mai dovrebbero farlo se è tecnicamente possibile non farglielo fare. Se pui non fare una cosa che apre delle vulnerabilità perchénon evitare di farla?

Il primo comma dell' articolo 11bis del DPR 16 aprile 2013 n. 62 come modificato dal DPR del 13 giugno 2023 n. 81, inerente all’utilizzo delle tecnologie informatiche dice che << L'amministrazione, attraverso i propri responsabili di struttura, ha facoltà di svolgere gli accertamenti necessari e adottare ogni misura atta a garantire la sicurezza e la protezione dei sistemi informatici, delle informazioni e dei dati.

Proprio per questo, arrivati a questo punto dovremmo pur chiederci se rendere i dati carpibili, esfiltrabili, a livello transfrontaliero, quando è tecnicamente possibile non trasferirli, garantisca la sicurezza, la garantisce? E in rapporto all'articolo 52 della Costituzione il cui primo comma abbiamo citato, dovremmo pur chiederci se indirizzare i dati al di fuori della 'frontiera' del perimetro dell'Ue, e del perimetro italiano, coincida col sacro dovere di difendere la Patria. Qualche dubbio affiora.

Del tutto istintivamente la mia personalità ha già risposto a queste domande e la risposta che essa si dà è NO. Se poi questo istinto possa anche coincidere con più alti livelli di interpretazione giuridica o no, questo non lo so esattamente, ma quello che provo, istintivamete appunto è questo, e trovo conseguentemene che sia un atteggiamento sia sano che coerente attenermi a quello che mi dice l'istinto o questo insieme al mio grado di comprensione attuale.

Per questo ho difficoltà ad accettare l'utilizzo di questi strumenti, nella fattispecie appunto dell'indirizzo di posta elettronica cosiddetto istituzionale. Infatti non è un mistero che questo tipo di indirizzi faccia capo a Google, che è una azienda privata, una piattaforma proprietaria, che persegue i fini tipici, e probabilmene proprio da statuto, delle piattaforme proprietarie, per esempio il profitto. Stiamo nella fattispecie parlando del profitto pecuiniario, non del profitto scolastico. Penso che sia condivisibile l'opinione secondo la quale immettere nella scuola dinamiche di tipo privatistico che tipicamente perseguono il profitto pecuniario, non sia così indicato per istituzioni che perseguono la formazione cultuturale dei discenti, in un'ottica principalmente teoretica. E questo scollamento dai saperi di base è ciò che costituisce attualmente uno degli elementi di maggiore preoccupazione agli occhi dei più sensibili osservatori della Scuola. Inoltre non è oltraggioso verso nessuno penso, constatare il fatto che i fini dell'uno non siano del tutto sovrapponibili a quelli dell'altra e che da questa non sovapponibilità possano scaturire delle frizioni, dei rapporti disarmonici che poi vanno ad incidere anche significativamente sulla trasformazione in corso della Scuola ma non necessariamente in un senso positivo, anzi, direi piuttosto in un senso negativo.

Mi chiedo che cosa ne penserebbe Antonello Soro predecessore di Stanzione, GPDP fino al luglio del 2020, che espresse chiari dubbi proprio sull'uso delle piattaforme proprietarie esattamente in quel periodo che, lo ricordiamo, era nel pieno della 'vicenda covid', suggerendo proprio al ministero dell'Istruzione di preferirgli i registri elettronici che, sempre a detta di lui, già non erano privi di qualche criticità dal punto di vista della salvaguardia dei dati personali.

Non si capisce del resto che tipo di scandalo possa costituire il fatto che taluni insegnanti sentano fortemente il bisogno di avere profili istituzionali che siano propriamente tali, che siano cioè pubblici, ministeriali, afferenti a servoconnettori che risiedono nel nostro territorio, e senza cioè che questi siano gestiti da piattaforme proprietarie, ma anzi pubbliche, ministerial, territoriali appunto e senza di conseguenza dover necessariamente trasferire dati al di fuori del perimetro del GDPR, dove non sono trattati alla stessa stregua di quelli che quel perimetro salvaguarda.

Qui NON si tratta di essere contro qualcuno ma a favore di qualcosa. Si tratta di essere a fovore di una situazione che permetta alla Scuola di esprimere il meglio di sé. Questa condizione deve necessariamente avere talune caratteristiche, la didattica per esempio deve potersi svolgere in un ambiente protetto perché la Scuola ospita minori, che sono da sempre la parte più delicata e preziosa di una società, e la cui salvaguardia dovrebbe essere messa al di sopra di ogni altra cosa. Citavamo Google, multinazionale a maggioranza americana, ragione per la quale qualcuno potrebbe essere sospinto, forse sinceramente, forse strumentalmente, a definire l'atteggiamento 'protezionistico' di cui sopra, come anti americano, che si tratti insomma di antiamericanismo, ma NON è così. Intanto il sottoscritto non è mai stato antiamericano, né lo è attualmente. E poi essere a favore del rispetto della riservatezza per la porzione più sensibile e delicata della società italiana, quella costituita dai discenti, dai giovani, non significa essere contro altre società di altre Nazioni. Essere pro, non è essere contro. Aggiungiamo che l'esempio della 'maggior tutela dei dati personali' se perseguita da tutti alla stessa stregua, cioè a livelli paritetici, è un vantaggio per tutti e mette tutti democraticamente sullo stesso piano. Amare la l'Italia non è odiare l'America, se si casca in questo banale tranello si rischia di fare dei danni incalcolabili.

Ammiro Google per l'alta professionalità, per i livelli tecnlogici, per i servizi e gli applicativi utili e interessanti che fornisce, per i suoi famosi algoritmi che la rendono una delle migliori aziende di servizi informatici sul pianeta e, come si può notare da questo Diario Elettronico, come privato cittadino, ne faccio anche uso, ma quando si tratta di Scuola pubblica, cioè di una istituzione tra le più importanti e delicate del Paese, di un Paese sovrano, e del rapporto tra questa istituzione pubblica e i pubblici ufficiali, come gli insegnanti che vi lavorano nell'interesse pubblico, il discorso per me, e forse non solo per me, cambia.

Di fronte a queste argomentazioni il livello di civilissima protesta pesonale è del resto molto blando a ben guardare, consistendo nel semplice non utilizzo di quella casella di posta elettronica cosiddetta istituzionale, uso che comunque non risulta essere obbligatorio.

Al secondo capoverso del secondo comma sempre dell’articolo 11bis del DPR 16 aprile 2013 n. 62, come modificato dal DPR del 13 giugno 2023 n. 81, si legge infatti che <<L'utilizzo di caselle di posta elettroniche personali è di norma evitato per attività o comunicazioni afferenti il servizio, salvi i casi di forza maggiore dovuti a circostanze in cui il dipendente, per qualsiasi ragione, non possa accedere all'account istituzionale.>>

Iniziamo intanto col dire che ‘evitato’ non è ‘vietato’ e poi aggiungiamo anche che il sostantivo ‘norma’ o meglio, la locuzione ‘di norma’ non è presumibilmente da intendersi come ‘secondo la norma’, giacché la norma è questa, quanto piuttosto con il significato conferito dall’avverbio ‘normalmente’ a cui immediatamente rimanda, o dall'avverbio ‘abitualmente’, o con la locuzione ‘di solito’ il che non fa che confermare il fatto che l'utilizzo delle caselle di posta elettroniche cosiddette istituzionali non è obbligatorio. 

Insomma, col cosiddetto ammodernamento una delle questioni di maggior rilievo che si pone è quella inerente alla gestione dei dati personali, dati in questo caso di insegnanti e studenti dei vari istituti, che devono essere salvaguardati al massimo grado.

D'altro canto, se non ho interpretato male certe informazioni desunte dal sito MONITORA PA le soluzioni ci sarebbero anche e nemmeno particolarmente esose. Si tratterebbe in certi casi di utilizzare degli specifici programmi di navigazione, quelli chiamati browsere, che impediscono alla fonte di trasferire i dati. Non sembrerebbe quindi impossibile venire incontro a certe esigenze che scaturiscono da un autentico amore per i diritti, per la Nazione e non dal disamore per qualche altra cosa, e che, come tali, sono del tutto legittime, nonché legittimate da una prudenza che oggi appare quasi necessaria in un mondo che sembra aver perso certe coordinate e certe linee di principio che dovrebbero essere urgentemente riscoperte.

giovedì 28 agosto 2025

Elogio del complottista

 Con le polemiche scoppiate in seguito alla vicenda della Commissione consultiva sui vaccini, che hanno visto annulare le nomine alla stessa a causa di proteste contro due rispettabilissime persone che erano nella lista, si è riaccesa la polemica sulla gestione della 'vicenda covid', se ne è quindi tornati a parlare in modo acceso e naturalmente nel riaccendersi delle polemiche sono tornate pure tutte le vecchie diciture o, per meglio dire, le vecchie etichette, che mai sono passate in disuso a dire il vero, ma assistiamo ad una intensificazione in questi giorni, nell’impiego di tali etichette, sintomo forse di un qualche nervosismo. Per cui, per sottolineare l'erroneo e strumentale impiego delle stesse etichiette, e per sottolineare questo vizio, asseriamo che non solo ci sembra di essere nel giusto quando sentiamo di difendere la figure del complottista, che tra queste è una delle più usate, come attestato dall’articolo di luglio, ma pensiamo che sia addirittura necessario tesserne le lodi, fargli i meritati elogi. E questo per sottolineare quanto sbagliato sia il pregiudizio su tale figura che svolge un'azione sociale molto importante, unica, e che già abbiamo giustamente definito creativa e interessante. Ma vorremmo concentrarci in questo frangente, in questa sede, sulle specifiche caratteristiche del modus operandi del complottista, in modo da metterne in evidenza la portata culturale, una portata tutt'altro che da sottovalutare.

Se guardiamo al complottista come all’attore sociale in un'ottica emic, dal suo punto di vista, la sua ipotesi, certo più spregiudicata o audace che cauta, è creduta da lui senz’altro vera, egli la crede vera.
Dal punto di vista scientifico, dell’osservatore, antropologo, sociologo, scienziato che sia, ma insomma, in un'ottica etic, dal punto di vista di chi osserva quell’attore sociale che è costituito nella fattispecie proprio dal complottista stesso, egli formula una ipotesi che, in quanto appunto spregiudicata o audace difficilmente può aderire alla realtà a detta dell'osservatore e a detta di molti di quelli che seguono le opinioni dell'osservatore. Ma è qui che occorre fare talune considerazioni, suscettibili di determinare una serie di rivalutazioni interessanti, legate naturalmente al complottista, ma anche ad alcune concezioni dello strutturalismo ontologico. Affermare che in un certo senso il complottista ha sempre ragione, come spiegato nell'articolo di luglio, perché ipostatizza la sua ipotesi, affermare cioè che egli la rende vera con questa operazione di ipostatizzazione, significa affermare che siamo di fornte ad un'operazione che è un'operazione che si basa su di un assunto, sull’idea filosofica per cui ciò che è il prodotto della mente riproduce le leggi che sono leggi della realtà, e ciò rivaluta appunto certe concezioni dello strutturalismo ontologico, riportando in auge tutta una temperie culturale in cui è richiamato anche lo strutturalismo metodologico e le polemiche fruttuose intercorse tra queste due concezioni culturali accomunate dall'idea di struttura. E questa è una cosa di cui oggi peraltro si sente francamente il fortissimo bisogno.

Quell’esercizio che il complottista compie, che ha una sua dinamica e una sua logica ben precise, che è unisce intuizione emozionale ad esercizio astratto di logica combinatoria, con la quale combina tra loro elementi apparentemente eterogenei ma forse, in un'ottica appunto strutturalista, accomunabili da un comune denominatore, quell'esercizio, dicevamo, che egli compie con grande creatività e spirito strutturalista, assimilando quegli elementi sotto una chiave di lettura che li rende subito meno eterogenei se non addirittura armonici, fornisce in qualche modo modelli “veri” della realtà, perché è stata ipostatizzata, come verità, quella che era solo l’ipotesi operativa, per quanto spregiudicata, audace, con cui egli era partito ma anche il risutato a cui egli è pervenuto, e ciò in quanto le operazioni del pensiero riproducono le relazioni della realtà, in quanto le leggi della mente sono isomorfe alle leggi della natura. Ed è proprio questo isomorfismo reversibile che rende plausibile l'ipotesi, in quanto se le leggi della mente sono isomorfe alle leggi della natura, quando nella mente subentra un' ipotesi, questa ipotesi può trovare potenziale realizzazione al di fuori della mente stessa, nella natura in cui sono presenti le stesse leggi che l'hanno ispirata, estensivamente può trovare realizzazione nella realtà.

Se dunque l’apologia del complottista, la rivalutazione di questa figura tanto bistrattata, passata agli onori della cronaca in senso esclusivamente negativo, è utile, lo è per molte cose, anche quella per cui attraverso di essa si rende evidente l'ipotizzabilità di un prodotto che è la sintesi tra intuizione emozionale e logica combinatoria, qual è il complotto che egli indica, ma lo sarebbe anche semplicemente per la rivalutazione implicita, insieme ad essa, dello strutturalismo ontologico e, vorremo dire, dello strutturalismo in generale, a cui le leggi che lo animano richiama. E già questa da sola è ragione sufficiente per fare capire la portata filosofica, quindi sociologica e antropologica, quindi culturale, di una simile rivalutazione che egli ispira e innesca. La portata culturale del suo gesto creativo è qualcosa di gran lunga superiore all'intento puramente denigratorio dei suoi detrattori che nel chiamarlo complottista cercano semplicemente di emarginarlo e relegarlo in un angolino, di indicarlo come qualcuno da mettere alla berlina, il che sta ad indicare come quella che abbiamo definito la portata creativa del suo gesto sfugga quasi completamente alla comprensione dei suoi denigratori. E anche solo per questo bisognerebbe dirgli grazie.

Egli non è solo da difendere, è da elogiare.

sabato 16 agosto 2025

Abdicando alla propriocezione

Propriocezione è una parola che io proporrei come potenzialmente utile ad interpretare e descrivere il cambiamento dei tempi. Non è una parola di uso comune, e questo naturalmente crea delle difficoltà ad impiegarla con la ragionevole certezza che i discorsi che la contengono e ad essa collegati risultino di facile e immediata comprensione. Ma se è vero che oggi 'propriocezione' non è di uso comune, come del resto non sono comuni quei vocaboli che afferiscono a branche specifiche della medicina, è vero anche che non è del tutto sconosciuta e comunque non è detto che un giorno non debba diventarlo, di uso comune intendo, ed è quello che io auspico, perché ritengo che la sua conoscenza possa essere molto utile a far comprendere meglio molte delle questioni più in vista di oggi, questioni che sono collegate a idee moderne, molto pervasive, ma che appaiono non sempre limpidissime, non sempre suffragate da dati scientifici inoppugnabili, idee che insomma sono controverse, suscitano dubbi, e in modo progressivamente maggiore con l'andare del tempo. Mi riferisco a questioni come quella del cambiamento climatico, del surriscaldamento del pianeta, ma anche alla questione dei positivi asintomatici a determinati agenti virali, questione anche quest'ultima molto controversa, per quanto le controversie che la riguardavano e tutt'oggi la riguardano si fondino su dati che non vengono adeguatamente messi in evidenza, né si tendeva in passato, né si tende oggi a farle emergere a dovere, e così si toglie la possibilità all'opinione pubblica di approfondire la questione, cosa di cui si sentirebbe invece un gran bisogno. 

Cosa hanno in comune cambiamento climatico e questione dei positivi asintomatici

A prima vista nulla, ma a ben guardare qualcosa che li accomuna invece c'è e come vedremo non si tratta nemmeno di cose di secondo ordine ma di questioni della massima importanza, dal momento che spero di poter mettere abbastanza bene in evidenza, in luce, come esse siano addirittura legate a questioni che oserei definire fondamentali, esattamente come fondamentale è la salute, questioni di salute sia psichica che fisica, ma anche ad altrettanto fondamentali questioni di carattere sociale, politico, e in ultimo vorrei dire di carattere democratico. 

E cosa hanno a che vedere cambiamento climatico e positivi asintomatici con la propriocezione?

Anche qui cercheremo di spiegare premettendo che in questo caso il compito di dimostrare questa relazione si presenta di una certa complessità poiché non può prescindere da una generosa licenza, da una concessione, quella di estendere il significato di propriocezione, tale che così avremmo una proprocezione propriamente detta, scusate il bisticcio di parole, una propriocezione stricto sensu, se preferite, e una propriocezione estensivamente intesa.

Non è una concessione da poco.

Cos'è intanto la propriocezione?

Propriocezione, deriva da propriocettore, singolare, maschile, parola composta dal latino prôprius ‘proprio’ e dalla contrazione di recettore di cui viene preso ‘cettore’.

Essa ha a che vedere quindi con la percezione sensoriale avvicinandosi per certi versi a quella tattile anche se, come vedremo, viene considerata un po’ a se stante come una specie di sesto senso. Afferisce a vari recettori, i recettori propriocettivi, dislocati nel corpo i quali hanno il compito di permettere il riconoscimento della posizione di esso e dei suoi componenti come gli arti per esempio, nello spazio, nonché lo stato di tensione dei muscoli e dei tendini che modificano la postura del sistema muscoloscheletrico, tensioni che evidentemente hanno una relazione stretta con la postura stessa, in quanto sono prorio esse che la determinano.

Quindi la propriocezione, che è nota anche come cinestesia, è la capacità di percepire e riconoscere la posizione del proprio corpo nello spazio e lo stato di contrazione dei propri muscoli, come abbiamo detto, ma bisogna specificare un particolare importante, che questo riconoscimento avviene senza l'ausilio visivo, senza il supporto della vista. E qui vorremmo concederci il pemesso di spingerci a suggerire che la propriocezione potrebbe essere usata come argomento e come metodo per sedute yogiche, che si svolgono generalmente, anche se non sempre, ad occhi chiusi, per una migliore concentrazione interiore. 

Descritta per la prima volta da Charles Scott Sherrington, anche qui avevamo anticipato di sopra il fatto che per certi versi è considerata un ‘sesto senso’, tesi per suffragare la quale si tende a sottolineare il fatto che ad essa afferisca una regione specifica del SNC, il sistema nervoso centrale, in quanto è regolata cioè da una parte specifica del cervello, porpio come gli altri sensi sono analogamente regolati da porzioni specifiche di esso. La propriocezione assume un'importanza fondamentale nel complesso meccanismo di controllo del movimento tramite i neuroni di riscontro sensoriale, per cui viene utilizzata efficacemente anche nella fisioterapia, nel recupero dei pazienti da traumi di vario genere, ed anche in allenamento.

La propriocezione è precocemente presente nell’essere umano, anche nelle sue fasi di gestazione, in gestazione avanzata, due mesi prima della nascita. Si ritiene cioè che sia presente già nel feto di sette mesi, quando comincia a distinguere gli stimoli esterni da quelli interni. Essa peraltro non è legata esclusivamente all’uomo, si può anzi ben ipotizzare che sia presente anche negli animali ma secondo il botanico Rosario Muleo essa è posseduta anche dalle piante superiori, che sarebbero dotate quindi di un senso propriocettivo.

Ora, se ai sensi ordinari quali vista, udito, olfatto, gusto, tatto, aggiungiamo la propriocezione, e a questa aggiungiamo poi la percezione dei propri visceri, dei propri organi molli, una percezione interna che non a caso viene chiamata interocezione, arriviamo anche ad un settimo senso, si potrebbe dire.

Questi sette sensi sono capaci insieme di darci una piena e immediata valutazione di noi stessi, una percezione complessiva di noi stessi.

Ma come definire l'insieme generale delle percezioni che diano unite insieme una percezione appunto generale di sé?

Non so esattamente ma non credo che esista una parola. Per questa ragione la mia proposta è quella non tanto di ricorrere ad un neologismo, ma di usare una parola già esistente, estendendone semplicemente il significato, di usare cioè proprio propriocezione e scusate l'ennesimo bisticcio di parole.

Propriocezione, per la sua etimologia, è utile a descrivere in senso estensivo la percezione generale di sé, di sé medesimi, di se stessi, di tutto ciò che ci è proprio, la percezione del proprio stato generale.

E perché abbiamo bisogno di una parola che descriva la percezione del nostro stato generale?

Perché abbiamo bisogno di un supporto che ci sia utile per arginare un fenomeno purtroppo inquietante e molto pericoloso, quello inerente alla sostituzione delle proprie sensazioni, delle proprie percezioni, anche della sensazione del proprio stato di salute, con qualcosa di diverso che è indotto e sospinto da terzi, con qualcosa di probabilmente neanche veritiero.

Siamo quindi a richiedere quella licenza poetica, linguistica, di cui parlavamo sopra.

Cosa sia la propriocezione in senso stretto lo abbiamo detto. Estensivamente intesa, la propriocezione, potrebbe quindi essere considerata l’insieme di quelle informazioni generali legate ai sensi, ma anche alla propriocezione strictu sensu e anche alla interocezione, ma anche alla percezione generale del proprio stato di salute, che ti permettono insieme di avere un quadro esauriente di te, e di renderti istintivamente e immediatamente conto se stai bene o no. Significa in altre parole fidarsi dei propri sensi, dei propri impulsi, quelli di cui la natura ci ha dotati. E se la natura ci ha dotati di quegli impulsi sensoriali, che hanno permesso al genere umano di dominare il pianeta terra e che sono il frutto di una evoluzione di milioni di anni, qualcosa di buono in questi recettori dovrà pur esserci. La fiducia nei propri sensi è anche la fiducia nelle proprie capacità cognitive e quindi in ultima analisi in se stessi. Mi fido dei miei sensi, quelli con cui osservo e interpreto il mondo, me stesso e gli altri, mi fido quindi di come essi mi descrivono il mondo e anche di come mi descrivono me stesso e gli altri, anche quando descrivono la mia postura, lo stato dei miei organi, il mio stato di salute generale.

Questi impulsi ci descrivono contemporaneamente una estesissima mole di dati carpiti dall’esterno ma anche dall’interno, i quali ci permettono di renderci conto per esempio, insieme a tutto il resto, se stiamo bene o stiamo male. Se stiamo bene ci muoviamo negli ambienti sociali a cui ci è possibile accedere normalmente, e normalmente ci comportiamo in essi, se invece stiamo male ci riguardiamo e magari chiamiamo il dottore che ci dirà come comportarci. Si dovrebbe comprendere bene quindi come essa propriocezione sia utile per NON incorrere nella dissonanza cognitiva.
Dissonanza cognitiva infatti c'è quando i tuoi sensi ti dicono una cosa e qualcuno ti dice che non ti devi fidare di loro, bensì di quello che ti dice qualcun altro, magari la televisione, o altri mezzi di informazione, o in generale la politica dominante in quel preciso momento.

Per fare degli esempi, se tu percepisci che l'estate che stai vivendo è un'estate fresca, hai il diritto di pensarla fresca, anche se taluni organi di stampa, e forse di rimando la stessa televisione, ti dicono il contrario, cioè che è la più calda e torrida mai registrata da che mondo è mondo. Abdicando alla propriocezione estensivamente intesa, come somma di tutti i sensi utili a descriverti la tua sitazione ma anche il mondo circostante in cui ti muovi e con cui ti relazioni, rischi di dare ragione a chi cerca di persuaderti, per qualche recondito scopo di una cosa non veritiera. Dobbiamo necessariamente obiettare a chi cerca di dirci una cosa che i nostri propri sensi ci dicono essere diversa. Altrimenti andiamo appunto verso quella che è l'induzione alla dissonanza cognitiva, che, potendo essere vista come una patologia, sotto certi aspetti, potrebbe configurarsi come l'induzione di una patologia appunto, quindi anche come reato.

Somiglia molto infatti molto da vicino ad una violenza, come quel tipo di molestie a cui ti sottopone chi ti costringe a dire il falso, accompagnando il tutto con miaccie, per esempio di chi ti impone di dichiarare che il bianco è nero, e viceversa.

Ecco che quindi abbiamo evocato la questione del cambiamento climatico inizialmente menzionato, nonché quella del surriscaldamento globale del pianeta che gli viene generalmente collegato. Ed ecco perché il diritto di pensare fresca un'estate fresca, nella sua semplicità tautologica, acquisisce una funzione sociale e politica, oltre ad essere un sacrosanto diritto di chi ha una pecezione spontanea di questo genere, percezione che si ha il diritto di vivere senza subire molestie, senza lasciarsi influenzare dalle notizie che circolano, notizie che potrebbero essere non veritiere, e neanche disinteressate.

Parimenti, la propriocezione estensivamente intesa, intesa cioè come la percezione globale di sé, anche del proprio stato di salute, giova ripeterlo, conferisce a una persona che sta bene e così giustamente si sente, il diritto di pensarsi sana. È di gran lunga socialmente preferibile il diritto di pensarsi sani e comportarsi di conseguenza che non il dovere, magari indotto, sospinto forzosamente, di pensarsi affetto da qualche male pur non riscontrandolo personamente, non percependo alcun sintomo ad esso ricollegabile. Solo nel caso in cui il non percepirlo dovesse essere dovuto a fattori esogeni come introduzione nel proprio organismo di sostanze che alterano la coscienza la percezione di sé e dell’ambiente circostante si dovrebbe rivalutare la posizione.

E ci siamo quindi collegati evidentemente anche alla questione dei positivi asintomatici, apparsa alla ribalta durante la 'vicenda covid' ma riproposta anche di recente per il virus Ovest Nilo, che ha destato una certa attenzione, non giustificata peraltro a detta di vari esperti.

Ora, chi vuole a tutti i costi convincerti che il virus dell'ovest Nilo, analogamente al virus sars cov2, sia nell'80% dei casi asintomatico si pone nelle condizioni di esercitare su di te e su una moltitudine di persone, tra le quali potrebbero essercene magari anche di un po' ipocondriache, una sorta di violenza psicologica simile a quella descritta in precedenza, e crea un allarme ingiustificabile che si inerpica e si protende verso il procurato allarme che è, dobbiamo ricordarlo, nientemeno che un reato. Intanto, per chi fa certe dichiarazioni, è doveroso tirare furi i dati, da quali studi? Se i dati non dovessero sussistere la configurabilità di reato di procurato allarme si farebbe particolarmente realistica.

A me sembra che questo significhi, in generale, che a qualche anno di distanza dai clamorosissimi errori di gestione della 'vicenda covid', di diffusione di concetti sbagliati, di uso strumentale della paura, non solo non si riescano ad ammettere gli stessi errori, ma che si è pronti a ripeterli senza battere ciglio. Sembra che taluni ignorino completamente il nuovo corso sanitario negli Stati Uniti d'America, le dichiarazioni rilasciate in importanti commissioni come la celebre Commissione per la sicurezza interna e gli affari governativi del Senato sulla supervisione governativa della ricerca sui virus ad alto rischio, dichiarazioni tra le quali annoveriamo quelle di Robert Redfield, ex Direttore dei CDC&P, il quale ha chiaramente detto che i farmaci mRNA sono tossici, che la proteina S è tossica, tanto che lui non li ha prescritti e non li prescive ai suoi pazienti, ed altre dichiarazioni ancora, e si ignorano i cambi ai vertici delle istituzioni sanitarie statunitensi, si ignora o si fa finta di ignorare che il nuovo direttore dell'FBI, Kash Patel ha fatto i complimenti a chi ha resistito, non inoculandosi, resistito dicevamo ad una compagna mediatica per cui miliardi e miliardi di dollari sono stati spesi. Abbiamo il dovere di essere scettici rispetto a chi ripropone gli stessi stilemi usati durante la 'vicenda covid' e dichiara dubbie asintomatologie con percentuali improbabili, soprattutto se non fornisce alcun dato, alcuno studio con tanto di revisione paritaria, che suffraghi queste affermazioni e a maggior ragione se, oltre a non fornire dati, dimostra di ignorare tutti quei cambiamenti di cui abbiamo accenato sopra, mostrandosi oltretutto estremamente distratto, poco informato, quasi vivesse in una bolla separata dal mondo.

Se la propriocezione estensivamente intesa, ti dice che stai bene, in quanto non hai sintomi, hai il pieno diritto di pensarti sano, anche se c'è qualcuno di estremamente disinformato sull'ultimo corso sanitario che ti dice il contrario, e il ricorso a questo diritto, come dicevamo prima, è di gran lunga preferibile, è di gran lunga socialmente più utile che non il dovere di pensarti malato asintomatico, una contraddizione in termini, che spesso cela soltanto l'inesistenza della malattia se non addirittura quella dell'agente patogeno, batterio o virus che esso sia, e solo la circostanza dei fattori esogeni di sopra descritti e quella ulteriore per la quale esistessero metodi assolutamente incontrovertibili di diagnosi tali per cui pur non avendo sintomi si appurasse la presenza di un patogeno in dosi infettanti, potrebbe costituire l'eccezione, che non può certo divenire la regola. Ma la PCR, soprattuto ad alti cicli di amplificazione, non ha mai avuto, non ha oggi e non aveva durante la 'vicenda covid' questa caratteristica, anzi è ben noto che generasse uno sconfinato numero di falsi positivi.

Insomma, convincere una persona che i suoi sensi non gli dicono il vero non è esattamente una bella cosa, non è neanche un buon metodo, né un buon esempio da dare, e può avere anzi degli effetti devastanti, sia sul singolo sia a livello di massa, socialmente parlando. Effetti devastanti sulla psiche delle persone che ne potrebbe risultare danneggiata in quanto giustamente incapaci di armonizzare due opposte sensazioni, la prima che deriva dai propri sensi e la seconda che è indotta da terzi. Quindi insistere nel convincimento della malattia asintomatica, non si configurerebbe semplicemente, se così si può dire, come una azione semplicemente antipedagogica, bensì gli effetti negativi di questo modus operandi estenderebbero le conseguenze negative fino a divenire addirittura antisalutari, poiché ledere la psiche delle persone, anche senza intenzione, induce la dissonanza cognitiva, e indurre la dissonanza cognitiva è un fatto gravissimo che va a detrimento della salute mentale delle persone che la subiscono, quindi della salute dei singoli individui e di quella generale, a cui allude proprio quell'interesse generale di cui all'articolo 32 della Costituzione, quel famoso articolo collegato al diritto alla salute, e così spesso malinterpretato.
 

Armonizzare due opposte impressionipuò creare disarmonia, scompensi. È un po’ come se qualcuno ti dicesse che no, non stai in piedi, che tu sei seduto. E invece stai effettivamente in piedi, tu lo percepisci ed altri eventuali presenti te lo confermerebbero. Uso questo esempio perché riguarda chiaramente la propriocezione strictu sensu, la percezione istintiva che abbiamo della postura del nostro corpo nelle sue singole sezioni e nell’insieme, anche quando non coadiuvata da altri sensi come il tatto o la vista. Così si va verso la distorsione pura e semplice della realtà, la quale ha bisogno di essere filtrata dai propri sensi, nei quali c'è a sua volta bisogno di riversare fiducia. Abbiamo bisogno di avere fiducia nei nostri sensi.

In un certo senso la propriocezione estensivamente intesa è una forma molto complessa e anche molto completa di autovalutazione. Quello di auto valutarsi è un esercizio che implica consapevolezza. Mettere in crisi le risposte spontanee di un organismo sano per cui, la percezione della propria postura, della propria salute, i giudizi della coscienza, non devono essere ritenuti veritieri, quanto ingannevoli, crea appunto dissonanza cognitiva cioè, in una parola, patologia, che viene immessa nella società, nel mondo. In base a un certo modus operandi, potresti essere indotto a ritenerti malato anche se sei sano, potresti essere stato indotto a crederti un dispensatore di virus letali, pur stando benissimo e non manifestando alcun sintomo e questo non è che sia semplicemente grave, è GRAVISSIMO. Non è un caso se si è giunti ad affermare che durante la 'vicenda covid' l'essere umano è stato regredito da corona della creazione, ad agente patogeno. E qui vorrei sottolineare come dal punto di vista dei credenti cristiani significherebbe che Dio ha creato degli agenti patogeni quando a creato l'uomo, sarebbe cioè una pura e semplice bestemmia. Abbiamo detto e ripetiamo che se una persona sta bene, ha il pieno diritto di pensarsi sana. Questo elementare concetto deriva dal semplice buon senso. Metterlo in crisi significa quindi simultaneamente mettere in crisi il buon senso, che è una merce talmente rara di questi tempi che il dover rinunciare alle residue porzioni di esso significherebbe forse il collasso sociale, e quello della salute che vi è collegata.

Abdicando alla propriocezione chiunque potrebbe convincerci di qualsiasi cosa, che il fresco è caldo, che stai male anche se stai bene, e via discorrendo, per giungere agli esempi di molestie personali a cui abbiamo accennato precedentemente.

Riappropriamoci quindi di percezione e propriocezione. Oggi probabilmente sono questi gli strumenti con cui ripristinare stato di diritto e Democrazia nel nostro Paese, e ne abbiamo un grande bisogno.