Per le tecniche miste su carta o altre tecniche che compaiono in questo Diario Elettronico firmate a nome Alessio, tutti i diritti sono riservati.







giovedì 28 agosto 2025

Elogio del complottista

 Con le polemiche scoppiate in seguito alla vicenda della Commissione consultiva sui vaccini, che hanno visto annulare le nomine alla stessa a causa di proteste contro due rispettabilissime persone che erano nella lista, si è riaccesa la polemica sulla gestione della 'vicenda covid', se ne è quindi tornati a parlare in modo acceso e naturalmente nel riaccendersi delle polemiche sono tornate pure tutte le vecchie diciture o, per meglio dire, le vecchie etichette, che mai sono passate in disuso a dire il vero, ma assistiamo ad una intensificazione in questi giorni, nell’impiego di tali etichette, sintomo forse di un qualche nervosismo. Per cui, per sottolineare l'erroneo e strumentale impiego delle stesse etichiette, e per sottolineare questo vizio, asseriamo che non solo ci sembra di essere nel giusto quando sentiamo di difendere la figure del complottista, che tra queste è una delle più usate, come attestato dall’articolo di luglio, ma pensiamo che sia addirittura necessario tesserne le lodi, fargli i meritati elogi. E questo per sottolineare quanto sbagliato sia il pregiudizio su tale figura che svolge un'azione sociale molto importante, unica, e che già abbiamo giustamente definito creativa e interessante. Ma vorremmo concentrarci in questo frangente, in questa sede, sulle specifiche caratteristiche del modus operandi del complottista, in modo da metterne in evidenza la portata culturale, una portata tutt'altro che da sottovalutare.

Se guardiamo al complottista come all’attore sociale in un'ottica emic, dal suo punto di vista, la sua ipotesi, certo più spregiudicata o audace che cauta, è creduta da lui senz’altro vera, egli la crede vera.
Dal punto di vista scientifico, dell’osservatore, antropologo, sociologo, scienziato che sia, ma insomma, in un'ottica etic, dal punto di vista di chi osserva quell’attore sociale che è costituito nella fattispecie proprio dal complottista stesso, egli formula una ipotesi che, in quanto appunto spregiudicata o audace difficilmente può aderire alla realtà a detta dell'osservatore e a detta di molti di quelli che seguono le opinioni dell'osservatore. Ma è qui che occorre fare talune considerazioni, suscettibili di determinare una serie di rivalutazioni interessanti, legate naturalmente al complottista, ma anche ad alcune concezioni dello strutturalismo ontologico. Affermare che in un certo senso il complottista ha sempre ragione, come spiegato nell'articolo di luglio, perché ipostatizza la sua ipotesi, affermare cioè che egli la rende vera con questa operazione di ipostatizzazione, significa affermare che siamo di fornte ad un'operazione che è un'operazione che si basa su di un assunto, sull’idea filosofica per cui ciò che è il prodotto della mente riproduce le leggi che sono leggi della realtà, e ciò rivaluta appunto certe concezioni dello strutturalismo ontologico, riportando in auge tutta una temperie culturale in cui è richiamato anche lo strutturalismo metodologico e le polemiche fruttuose intercorse tra queste due concezioni culturali accomunate dall'idea di struttura. E questa è una cosa di cui oggi peraltro si sente francamente il fortissimo bisogno.

Quell’esercizio che il complottista compie, che ha una sua dinamica e una sua logica ben precise, che è unisce intuizione emozionale ad esercizio astratto di logica combinatoria, con la quale combina tra loro elementi apparentemente eterogenei ma forse, in un'ottica appunto strutturalista, accomunabili da un comune denominatore, quell'esercizio, dicevamo, che egli compie con grande creatività e spirito strutturalista, assimilando quegli elementi sotto una chiave di lettura che li rende subito meno eterogenei se non addirittura armonici, fornisce in qualche modo modelli “veri” della realtà, perché è stata ipostatizzata, come verità, quella che era solo l’ipotesi operativa, per quanto spregiudicata, audace, con cui egli era partito ma anche il risutato a cui egli è pervenuto, e ciò in quanto le operazioni del pensiero riproducono le relazioni della realtà, in quanto le leggi della mente sono isomorfe alle leggi della natura. Ed è proprio questo isomorfismo reversibile che rende plausibile l'ipotesi, in quanto se le leggi della mente sono isomorfe alle leggi della natura, quando nella mente subentra un' ipotesi, questa ipotesi può trovare potenziale realizzazione al di fuori della mente stessa, nella natura in cui sono presenti le stesse leggi che l'hanno ispirata, estensivamente può trovare realizzazione nella realtà.

Se dunque l’apologia del complottista, la rivalutazione di questa figura tanto bistrattata, passata agli onori della cronaca in senso esclusivamente negativo, è utile, lo è per molte cose, anche quella per cui attraverso di essa si rende evidente l'ipotizzabilità di un prodotto che è la sintesi tra intuizione emozionale e logica combinatoria, qual è il complotto che egli indica, ma lo sarebbe anche semplicemente per la rivalutazione implicita, insieme ad essa, dello strutturalismo ontologico e, vorremo dire, dello strutturalismo in generale, a cui le leggi che lo animano richiama. E già questa da sola è ragione sufficiente per fare capire la portata filosofica, quindi sociologica e antropologica, quindi culturale, di una simile rivalutazione che egli ispira e innesca. La portata culturale del suo gesto creativo è qualcosa di gran lunga superiore all'intento puramente denigratorio dei suoi detrattori che nel chiamarlo complottista cercano semplicemente di emarginarlo e relegarlo in un angolino, di indicarlo come qualcuno da mettere alla berlina, il che sta ad indicare come quella che abbiamo definito la portata creativa del suo gesto sfugga quasi completamente alla comprensione dei suoi denigratori. E anche solo per questo bisognerebbe dirgli grazie.

Egli non è solo da difendere, è da elogiare.