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sabato 28 settembre 2024

Schiavi del digitale nel Tecnofeudalesimo

Dallo stato di emergenza sanitaria ai fondi recupero, e poi al PNRR, il famoso Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza.
Col PNRR arrivano soldi anche alla Scuola che devono essere spesi e non mancano i suggerimenti ovviamente. Se vuoi condizionare una istituzione come quella scolastica elargire soldi con l’obbligo di spenderli è un sistema infallibile. Che poi questi soldi vengano spesi per corsi sulla digitalizzazione, sulla transizione digitale, sull’Intelligenza Artificiale proprio quella che cerca di sostituirsi agli insegnanti, come dimostrano talune iniziative recenti, spiega bene il perché dell’elargire i fondi, lo scopo ultimo di chi li elargisce, acquisire un potere di ricatto rispetto al corpo docente, per esempio. E la scuola purtroppo non sembra capace di accorgersene né quindi di approntare dei correttivi opportuni. Immagino il gusto di chi vede come ci si stia adoperando per la propria autodistruzione, un po' come la famosa immagine del tacchino che ringrazia il giorno del Ringraziamento, c'è chi prova una cinica soddisfazione nel guardare da lontano certe scene. Niente ormai nella scuola origina dal basso, tutto è imposto dall’alto, un'altra conquista delle verticalizzazioni del potere che sempre purtroppo si accompagna all’autoritarismo. Insomma, a ben guardare la pandemia sembra alla scaturigine di molti effetti negativi, sembra una sorta di peccato originale dal quale è difficile liberarsi. Senza di essa non ci sarebbe stata la chiusura di migliaia di imprese cioè, in fondo, la crisi economica, quindi non ci sarebbero stati i fondi recupero, senza i fondi recupero non ci sarebbe stato il Pnrr, e la Scuola non avrebbe avuto fondi che è obbligata a spendere. Senza l'obbligo di spesa i progetti hanno uma maggiore possibilità di originare dal basso, de vere esigenze contestualizzate, con l'obbligo invece è giocorfa subire l'iniziativa dall'alto, a cui è certamente difficile dire no, per tutta una serie di ragioni anche psicologiche. E gli effetti sono devastanti, sia nel particolare, cioè a dire nel 'microcosmo Scuola', sia in generale nella società italiana, ma anche europea, perché queste dinamiche a dirla tutta sembrano andare incontro a politiche autoritarie, e guardando gli effetti, alla demolizione della classe media, tramite per esempio la sostituzione di manodopera, di servizi e funzioni, attraverso la robotizzazione, la digitalizzazione e l'Intelligenza Artificiale, proprio quelle il cui studio i fondi incentivano, per condurci rapidamente verso uno stato di ricattati perenni, e quindi in sostanza verso l'istituzione di un tecnofeudalesimo, cioè di una conformazione della società simil feudale. In questo neo mondo similfeudale pochissimi detengono grandissime ricchezze e potrebbero quindi essere paragonati ai feudatari di un tempo, e moltissimi detengono pochissimo o non detengono niente, e potrebbero quindi essere benissimo paragonati ai servi della gleba di un tempo e subire ogni iniziativa che procede dai primi. Con l'aggravante però che nel medioevo, vera sede storica del feudalesimo,come tutti sanno, il digitale non c'era, mentre oggi c'è e vuole farci sentire tutti i suoi effetti negativi, dalla sostituzione dei lavoratori, alla creazione di percorsi obbligati che rendono i cittadini dei criceti costretti a passare dove vuole il padrone perché i percorsi tradizionali non ci sono più, all'essere costretti ad esibire una certificazione verde per prendere un caffè o peggio, per lavorare, che al caffè si potrebbe anche rinunciare volendo ma al lavoro, su cui è fondata la nostra Repubblica, no. Insomma il tecnofeudalesimo propone una società in cui le classi sociali sono ridotte ai soli feudatari e servi della gleba, dove la forbice della diseguaglianza ha raggiunto il massimo, il parossismo, dove quindi la società non è scalettata, non ha passaggi graduali, e l'ascesa e la discesa che rendono dinamica e viva una moderna socità democratica non è possibile, e dove il potere è nelle mani dei primi e si esercita anche con tutto il potere escludente del digitale, controllando i cittadini neo servi della gleba ad ogni passo, in ogni istante, e negando per esempio il consenso da remoto a operazioni che ancora oggi, per il momento, bisogno di questo consenso non hanno. E quel che è peggio, è che la negazione di taluni consensi da remoto potrebbe avvenire per puro capriccio. I diritti sarebbero a forte rischio, e quindi ovviamente anche lo Stato di diritto, quello su cui la nostra società dice di essere fondata.

Si pone la questione oggi di cosa si vuole essere, se essere sudditi, o peggio, schiavi del digitale, oppure cittadini del digitale. I sudditi o schiavi del digitale sono quelli a cui il digitale stesso ha tolto possibilità, strade, scelte;  i cittadini del digitale sono quelli a cui il digitale ha offerto nuove possibilità, nuove strade, nuove scelte che si sommano a quelle tradizionali. In questo secondo caso sarebbero i cittadini stessi ad andare gradualmente verso il digitale,in modo spontaneo, se esso offrisse veramente dei vantaggio, il passaggio dai sistemi tradizionali a quelli digitalizzati sarebbe graduale, questa gradualità offrirebbe tempo,per l'adattamento ma anche per la meditazione, la percezione e il rilevamento delle criticità collegate al digitale stesso, in modo da apportare eventualmente dei correttivi, per ovviare ai problemi, e fare aderire la digitalizzazione a buoni livelli democratici. Esistono infatti delle priorità, dei primati, per esempio la conquista della Democrazia, il primato di essa, che devono essere rispettati, e devono rappresentare gli strumenti con cui la digitalizzazione viene gestita, plasmata, devono essere gli strumenti che delimitano il perimetro e i modi con cui il digitale può esprimersi e albergare nel nostro mondo. Altrimenti il rischio dell'affermarsi di un tecnofeudalesimo si farebbe purtroppo molto concreto.

venerdì 2 agosto 2024

Come difendersi dalla cultura della divisione in compartimenti stagni?

 Abbiamo accennato nell'articolo precedente al fatto che alcune dinamiche in corso nel mondo occidentale in generale e in Europa in particolare sono capaci da sole di determinare notevoli contrazioni democratiche e vistosi arretramenti sociali. Abbiamo indicato tra queste dinamiche quelle inerenti la cultura della deresponsabilizzazione, la verticalizzazione del potere e, cosa di cui vorremmo trattare adesso, la cultura della divisione in compartimenti stagni. Alla domanda del titolo potremmo rispondere subito, che da quella cultura ci si difende con la cultura interdisciplinare, e non sbaglieremmo. Ma cerchiamo di capire meglio che cosa sia e come funzioni la cultura della divisione in compartimenti stagni. Se un ambito culturale è aperto, anche alle critiche, esso si arricchisce, se invece è chiuso, diveta cioè per così dire a tenuta stagna, esso diviene autoreferenziale, e consuma la sua ragion d'essere in un circolo limitato. Non è bene quindi che un ambito culturale si isoli dagli altri, e questo dovrebbe essere qualcosa di cui si dovrebbe essere consapevoli, ed anzi, essendo una opinione di buon senso, e nemmeno nuova, dovrebbe essere pacifico che un isolamento non sarebbe positivo. Eppure delle dinamiche in questo senso ci sono e sembrano giungere più dalle tecniche del corporativismo settoriale che non dal mondo della cultura, anche quando l'ambito di appartenze è quello della scienza, in generale, e della medicina in particolare. A che pro rendere il proprio comparto a tenuta stagna?

Abbiamo assistito durante il periodo di emergenza sanitaria, al tentativo, purtroppo riuscito, di imporre un'unica visione sulla 'questione pandemica' con la conseguente offerta di un'unica soluzione al problema. Per giungere a tanto si sono sommati errori su errori, e un tipo di informazione poco critica ha contribuito a creare il clima 'giusto' per fare accettare questa unica soluzione.

Durante il periodo di emergenza sanitaria, ogni decesso veniva indicato come 'decesso covid' come a dire che poteva sussistere un'unica causa. Teniamo presente questa circostanza per comprendere bene il ragionamento che segue.

Supponiamo che un cittadino possieda una Enciclopedia Medica e cominci a leggerla sulla scorta del fatto che desidera incrementare il proprio sapere in ambito medico, anche stimolato dal fatto che, di questo è stato convinto, c'è una pandemia in corso. Ecco, non passerrebbe molto tempo dall'inizio della lettura che si troverebbe a leggere informazioni sulle cause delle malattie. Apprenderebbe ben resto che le cause di malattia possono suddividersi in determinanti e coadiuvanti, in necessarie e favorenti, in dirette e indirette, in sufficienti e insufficienti. Apprenderebbe la nozione di costellazione di cause, per una sola malattia. Se un decesso è dovuto a molteplici malattie, potremmo affermare che ci sono costellazioni di cause a determinarlo. Ora, l'immediatezza con cui si classificavano i decessi come covid, comincerebbe a risultare sospetta, troppo veloce e troppo superficiale.

Una persona anche senza una laurea in medicina, per il solo fatto di possedere una Enciclopedia Medica e di leggerla, è entrata in possesso di nozioni, anche se non certificate ufficialmente da un documento, nozioni peraltro neanche troppo specifiche, quanto piuttosto generiche, di ambito medico, che gli permettono di sollevare dubbi legittimi sul modo con cui vengono catalogati i decessi.

In un eventuale dibattito televisivo non sarebbe mai tenuto in considerazione, non facendo parte del comparto medico, non avendo una laurea in questo settore. Per far capire come funziona la tenuta stagna, immaginiamo che un medico laureato, che si fregia dunque legittimamente di questo titolo, o un politico che si occupa politicamente di questioni sanitarie, potrebbero mettere presto a tacere una persona che si è formata una propria opinione studiando su di una Enciclopedia Medica, semplicemente sottolineando il fatto che quella persona non ha un laurea medica di nessun tipo. Per caso lei ha una laurea per parlare di questi argomenti? Ecco una domanda tipica di chi chiude il compartimento e lo rende stagno, impermeabile alle osservazioni scomode. E l'intento sembra proprio essere quello di evitare osservazioni scomode.

Penso che si debbano tenere presenti alcuni concetti generali. Intanto qualsiasi persona ha il diritto di esprimersi su qualsiasi argomento; chi ha una laurea ha il diritto di fregiarsi del giusto titolo ed ha certamente una pertinenza certificata nell'argomentare su questioni di sua competenza, pertanto ben vengano le lauree; ma una persona che non ha una laurea in medicina non significa che non abbia acquisito nozioni o competenze in quel settore; è legittomo pensare che quando si tratta di informarsi su questioni mediche sia bene informarsi interloquendo con medici competenti e dalle competenze certificate; tuttavia non è da escludersi che una persona anche se non è laureata in medicina abbia su determinati argomenti di medicina delle competenze, anche se non certificate, che gli permettono di argomentare legittimamente, anche con i medici.

Per queste ragioni chiudere il compartimento e renderlo stagno non è mai bene. Insomma  sembra di poter ritenere che la cultura della divisione in compartimenti stagni abbia come obiettivo quello di rendersi impermeabile alle critiche, anche in ambiti dove il dubbio diviene metodo, come nell'ambito medico e scientifico perché l'atteggiamento del ricercatore deve sempre essere quello di chi mette in dubbio le proprie certezze cercando deliberatamente confutazioni alle proprie tesi. Come possiamo notare invece, la cultura della divisione in compartimenti stagni, è utilizzata proprio per evitare la confutazione delle proprie tesi, cioè per inficiare alla radice un metodo che dovrebbe proprio essere quello scientifico, quello che sta alla base delle proprie competenze. Potremmo anche affermare che questo tipo di cultura, svolga la funzione di evitare controlli, che invece devono sempre poter sussistere. Mi isolo per non essere controllato, se non eventualmente da miei pari, ma così si rischia di divenire, come abbiamo accennato, autoreferenziali e soprattuto senza controlli esterni, che sempre dovono poter sussistere.

Per contrastare questa cultura, che finirebbe per inficiare proprio i metodi scintifici, è necessario adottare e quindi opporgli la cultura interdisciplinare, che apre gli ambiti gli uni agli altri. Ma anche una modesta cultura del rispetto della persona o una cultura modestamente giuridica, quella del rispetto del diritto di opinione, potrebbe riuscire ad affiancarsi a quella interdisciplinare per contrastare potenziali chiusure deleterie.

I danni di queste chiusure li abbiamo visti con i nostri occhi e sono stati notevoli e sono ancora in corso.

Riconoscere chi adotta la cultura della divisione in compartimenti stagni non è difficile. Se una persona ti chiededesse se per caso tu possieda una laurea che ti conferisce il diritto di argomentare su di una certa questione, è una indicazione abbastanza precisa del fatto che ci si trovi dinanzi a qualcuno che è un adepto di questa cultura e che forse ha ricevuto precise istruzioni per diffonderla a macchia d'olio. Ne emerge subito una assenza del rispetto dell'interlocutore, un tentativo di intimidazione, nonché una confusione giuridica, perché si confonde diritto di esprimersi, che c'è sempre, a prescindere da diplomi o lauree, e pertinenza nell'esprimersi che solo questa potrebbe eventualmente essere fatta oggetto di discussione. Infatti una persona non laureata in medicina è del tutto evidente che potrebbe esprimere dei giudizi non pertinenti, ma prima di giudicarli tali bisognerebbe aspettare che eserciti il sacrosanto diritto di esprimerli questi pensieri, questi concetti. Se poi la persona studia per conto proprio, come nel caso della persona che legge l'Enciclopedia Medica, potrebbe non solo fare delle osservazioni pertinenti, ma addirittura dirimenti, potrebbe cioè contribuire fattivamente e concretamente ad inquadrare il problema nella giusta direzione. Sollevare dubbi su troppo facili e veloci attribuzioni di cause di decessi ad agenti patogeni, senza considerare che le cause dei decessi potrebbero avere molteplici origini e potrebbe derivare dalla somma di molte malattie, e che una sola malattia può essere determinata da una costellazione di cause, non è un esercizio che non abbia un qualche senso, e potrebbe appunto riusicre a contribuire ad una migliorata visione della situazione in corso, in una ipotetica pandemia.

Non è necessario avere una laurea per leggere una Enciclopedia Medica ed entrare in contatto con certe nozioni, è sufficiente saper leggere ed è questa una cosa che si impara nella Scuola Primaria, e se chi è laureato sfortunatamente se le dimentica, non è male che gli vengano ricordate, ciò svolge una funzione di stimolo e di controllo e non credo ci sia bisogno di ricordare che la funzione del controllo in una Democrazia compiuta è una delle funzioni di maggiore importanza. Se la cultura della divisione in compartimenti stagni impedisce stimoli e controlli, è una cultura negativa, antidemocratica, sbagliata che non può fare del bene alla nostra società e che pertanto deve essere contrastata. Impariamo intanto a sapere che c'è, impariamo a saperla riconoscere, e poi impariamo a contrastarla anche ribadendo alcuni semplici concetti, cioè che il diritto di parola e di esprimere libere opinioni sussiste sempre, che la cultura dell'inerdisciplinarità apre gli ambiti a preziosi confronti, e che il pensiero divergente stimola il pensatore a trovare moltelici soluzioni ad uno stesso problema.

Queste osservazioni che abbiamo svolto, non sono da intendersi minimamente contro il comparto medico, né contro i medici o altro personale sanitario, al contrario, sono osservazioni che vanno precisamente a tutela di essi e del comparto a cui essi stessi appartengono, perché la tutela della libera espressione, la tutela degli strumenti del controllo, nonché quella della Democrazia in genrale, non può che rappresentare una garanzia per tutti, ivi compresi i medici che, se supportati da adeguati strumenti, verrebbero tutelati da eventuali ulteriori obblighi di inoculazione che potrebbero giungere, che le inoculazioni devono sempre essere libere e non obbligate. Anche in questo caso, come nelle osservazioni inerenti alla digitalizzazione, il principio cardine è sempre quello della libera scelta e non dei percorsi obbligati.

C'è un'ultima osservazione che vorremmo fare prima di concludere, ed è quella relativa alle piattaforme sociali nelle quali libere persone esprimono liberi pensieri. Questo esercizio di libertà è importante per la Democrazia, proprio perché contribuisce a contrastare la cultura della divisione in compartimenti stagni dando a ciascuno il diritto di opinare su questioni che sono opinabili e che tali devono essere e rimanere a prescindere dal possesso di diplomi o lauree.

Come abbiamo visto, dare voce ai soli 'esperti' non è sempre una buona cosa, porebbero dimenticarsi nozioni che si trovano nelle prime pagine delle Enciclopedie Mediche e questo non è un bene. Se talune iniziative per il controllo delle piattaforme sociali, col pretesto di contrastare la disinformazione, finiscono per contrastare chi contrasta la cultura della divisione in compartimenti stagni, così pericolosa e deleteria, non svolgono una funzione sociale per il bene dei popoli e il miglioramento della società ma quella di una censura interessata e rischiano proprio di favorire la chiusura dei compartimenti, e la creazione di 'gruppi di sapienti' che potrebbero essere tentati dal creare un 'cartello culturale' che incentivi la dimenticanza di certe nozioni, spesso basilari, per favorire una miope visione su dinamiche anche importanti come quelle di una pandemia, per risolversi a suggerire una sola soluzione in luogo di molte che invece potrebbero essere possibili. Per cui è necessario definire bene che cosa sia 'disinformazione' prima di procedere a silenziare utenti, a intimidirli, utenti che stanno solamente esprimendo liberamente la propria opinione e che potrebbero proprio per questo creativamente contribuire al concorso di idee, utili per individuare quelle possibili molteplici soluzioni che potrebbero sussistere e che nella maggioranza dei casi effettivamente sussistono. Esiste da sempre un potere che non ama il libero pensiero, è un potere dispotico che sfrutta la verticalizzazione per stare lontano da quel popolo di cui chiede i voti, ma su cui poi esercita uno striungente controllo, tuttavia quella relativa alla verticalizzazioni è una questione che potendo, affronteremo in un'altro momento. Per il momento ci limitiamo ad osservare un legame che le verticvalizzazioni del potere hanno con la divisione in compartimenti stagni, derivante dal fatto che se chiudi i compartimenti e li rendi stagni, essi possono entrare in contatto solo attraverso il tramite di chi li domina, per così dire, dall'alto, ed è chiaro quindi che le verticalizzazioni siano molto funzionali a questo scopo, allo scopo cioè di dominare dall'alto i vari compartimenti, che si sono indeboliti dall'autoisolamento e che non parlando tra di sé, prestano il fianco a farsi dirigere da chi li può osservare tutti, ma la condizione indispensabile perché essi siano tutti osservabili è proprio quella di stare in alto. Naturalmente l'esercizio del dominio dei compartimenti dall'alto potrebbe avvenire in modo non equilibrato, non imparziale e potrebbe immettere nella società dinamiche arbitrarie e ingiuste.

mercoledì 31 luglio 2024

Digitalizzazione e Democrazia

Nel mondo di oggi assistiamo ad un incremento del fenomeno della digitalizzazione. Questo incremento fa nascere molte domande, alle quali sembra urgente dare delle risposte. In che rapporto sta questo processo di digitalizzazione con la Democrazia? Ecco una domanda che riteniamo abbastanza interessante. Abbiamo la sensazione che molto spesso nell'avanzamento della digitalizzazione non si tenga conto di questo rapporto

In questo caso il rischio è quello di vedere contrarre i livelli democratici nella società. Quando il digitale sposa dinamiche che si muovono in contrasto con la Democrazia rischia di accelerare enormemente il processo di contrazione democratica, a dei livelli che per noi oggi sono ancora impensabili per quanto qualcuno li intuisca.

Ma quali sono queste dinamiche a cui il digitale potrebbe sposarsi?

Cultura della deresponsabilizzazione, cultura della divisione in compartimenti stagni, verticalizzazione del potere, con conseguente allontanamento sociale dalla popolazione, sono dinamiche già di per se stesse tutte suscettibili di determinare notevoli contrazioni democratiche e consistenti retrocessioni sociali e civili. Potrebbe risultare di un qualche interesse far capire come l'intreccio di queste col digitale farebbe aumentare esponenzialmente i rischi di una contrazione democratica.

Ci viene incotro, in questo senso, una recente esperienza a fare da scuola, e magari non avesse mai avuto modo di venirci incontro, significherebbe esserci risparmiati momenti veramente difficili, momenti di contrazione dello stato di diritto, momenti di prevaricazione, di ingiustizia. 

Durante il regime di emergenza sanitaria non c'è alcun dubbio che la cultura della divisione in compartimenti stagni abbia giocato un certo ruolo. Attraverso di essa si è cercato di mettere a tacere un numero consistente di domande legittime e di legittime perplessità, espresse da individui anche dotati di una certa cultura, ma in altri casi anche semplicemente dotati di buon senso, profani di molte questioni relative alla medicina ma dotati comunque di buonsenso appunto, persone semplici a cui non si voleva concedere il diritto di esprimere dubbi, intanto perché non facenti parte del compartimento stagno della medicina, poi perché gli scienziati patentati avevano già sentenziato che l'unica strada per uscire dal labirinto dell'emergenza sanitaria era il "vaccino" mentre erano in corso numerosissimi fenomeni di guarigione dovuti ad una precoce assunzione di antinfiammatori secondo determinati protocolli che funzionavano benissimo e che funzionano benissimo anche oggi. In quest'ultimo caso vi erano medici che si esprimevano in senso contrario ad altri medici, e in senso contrario a quanto le televisioni proponevano attraverso un certo limitato numero di figure di riferimento, numero limitato che però garantiva una sorta di onnipresenza pervasiva. E l'informazione corrente non permetteva a quei medici dotati di proposte alternative e sensatissime di esprimersi adeguatamente. Se non veniva permesso a dei medici di esprimersi liberamente in un bilanciato dibattito, figuriamoci a delle persone che non appartenevano al 'compartimento medicina' che venivano subito etichettate come incompetenti anche quando esprimevano opinioni del tutto ricalcabili e assimilabili a quelle dei medici dissidenti, che del compartimento medicina evidentemente erano, e sono, una componente legittima a tutti gli effetti e sotto tutti i punti di vista. Quella che possiamo definire una tendenza a mettere a tacere l'interlocutore, a marginalizzarlo quando esprimeva una opinione diversa da quella che proponeva l'informazione corrente, è tutto sommato analoga alla tendenza, ed ecco che compare il digitale, a marginalizzare l'individuo attraverso dispositivi elettronici, digitali, sotto forma per esempio di certificazioni, dette certificazioni verdi covid, tessere che avevano il compito di stabilire quale cittadino avesse il diritto a partecipare al lavoro, a frequentare ceri ambienti, a spostarsi, insomma, ad esercitare certi diritti, tutto in base ad un segno verde di spunta, un semaforo verde, che si accendeva quando si era dimostrato di avere certi requisiti, quando si era dimostrato, o così si pensava, di non avere quel famigerato agente patogeno, il sars cov due, in circolo nell'organismo, tutto attraverso sistemi diagnostici molto opinabili, tanto opinabili che nemmeno l'OMS ha potuto astenersi dal sottolineare il fatto che la reazione a catena della polimerasi, uno dei sistemi diagnostici più in voga in quel momento, doveva effettuarsi abbassando i cicli di amplificazione per non confondere presenza del virus e rumore di fondo. Confusione che invece c'è stata ed ha continuato ad esserci, confusione tra presenza del virus e rumore di fondo che probabilmente c'è anche adesso, oggi, nonostante l'invito dell'OMS del dicembre 2020. abbastanza precoce tuittosommato, e nonostante il fatto che molti di quelli che si affidavano a questo tipo di diagnostica manifestassero devozione nei confronti di questo organismo, salvo fare all'occorrenza, a quanto pare, delle debite e vistosissime eccezioni. 

Naturalmente, in ogni caso, c'era una semaforo verde sempre acceso per chi aveva optato per l'inculazione e non aveva bisogno, secondo lo scientismo imperante, di sottoporsi a reazioni a catena della polimerasi. In questo caso il problema degli alti cicli di amplificazione e del relativo rumore di fondo era risolto alla fonte.

Oggi che Robert Redfield, direttore dei CDC dal 2018 al 2021, durante l’audizione dell’undici luglio dell'anno corrente, alla Commissione per la sicurezza interna e gli affari governativi del Senato sulla supervisione governativa della ricerca sui virus ad alto rischio, negli USA, ha confermato i pericoli dei “vaccini” nRNA contro la covid definendoli nientemeno che tossici, qualcuno sta per caso pensando che quel famoso semaforo verde delle certificazioni verdi covid si era costantemente acceso per degli individui che hanno rischiato di intossicarsi e che, anzi, si sono iniettati sostanze tossiche per davvero?

E qualcuno sta pensando che quel semaforo verde era cpstantemente acceso per degli individui che non avevano minimamente la certezza di essere immuni in mezzo ad altri immuni, contribuendo ad una maggiore diffusione del patogeno per una falsa sensazione di sicurezza tutta politica e niente affatto scientifica?

Adesso che si sta dimostrando con sempre maggiore evidenza e con una crescita numericamente importante degli individui che ne sono consapevoli, che le cerficazioni non assicuravano di trovarsi tra persone incapaci di trasmette il virus, si è disposti a riconoscere che la tecnologia digitale collegata all'uso di quelle certificazioni non ha incrementato né la sicurezza né i livelli di Democrazia nel nostro Paese, e neanche negli altri? Perché se si è disposti a riconoscerlo, da una esprienza negativa si possono ricavare dei dati suscettibili di evitare il riproporsi degli stessi errori, altrimenti se non si è disposti a riconoscerlo sussiste sempre il rischio di una riproposizione degli stessi errori.

In ogni caso si dimostra come la cultura della divisione in compartimenti stagni, servisse solo a far tacere opinioni che oggi sono addirittura molto accreditate, e sono accreditate da figure di primissimo piano come Robert Redfield stesso, appunto, ma anche da Istituti come il Robert Koch Institute, in Germania, che non ha mai avallato la tesi della 'pandemia dei non vaccinati' per quanto qualcuno avesse quasi fatto pensare il contrario, cioè che la stesse avallando, a dimostrazione del fatto di quanto sia facile manipolare l'informazione e creare false credebze e false tesi non scientificamente dimostrabili, facendo credere alla pubblica opinione che taluni autorevoli Istituti le condividessero, le avallassero, proprio per conferire un'aura di scientificità altrimenti difficilmente indossabile.

Come possiamo notare il fenomeno della digitalizzazione non viaggia da solo e si associa ad altre dinamiche. Possiamo affermare che quando si associa a dinamiche in cui si cavalca una tesi pseudoscientifica, fatta passare per altamente scientifica, esso si dispone a togliere spazi di libertà ai cittadini, a marginalizzarli, a ghettizzarli potremmo dire. E sappiamo bene dalla storia che cosa significhi il fenomeno della ghettizzazione e a quali esiti può portare. Probabilmente il fatto che qualcuno stesse caldeggiando l'idea di creare dei campi di concentramento covid non è del tutto avulsa da un tipo di influenza similnazista e siccome l'occasione fa l'uomo ladro, qualcuno che riteneva i tempi sufficientemente maturi per uscire allo scoperto, si è lanciato in simili ipotesi, per riaffermare l'esattezza della famosa espressione popolare.

Per difenderci da tutto questo occore fare tesoro dell'eseperienza. 

C'è un primo atteggiamento qundi che dovremmo subito fare nostro e di cui dovremmo incentivare la diffusione, ed è quello di non considerare il digitale e la digitalizzazione sempre e solo un fenomeno positivo a prescindere, perché la digitalizzazione può portare ad esiti nefasti per la vita democratica se si associa a fenomeni di eccessivo controllo della popolazione, anche quando sembra, in un primo momento, che si sposi alla scienza, salvo poi scoprire che il matrimonio non era con la scienza ma con lo scientismo, con il dogmatismo che si fregia dell'apparente scintificità, non certo della vera scienza.

Sarebbe già molto se si affermasse la piena consapevolezza che digitalizzazione potrebbe voler dire anche regresso sociale e politico, regresso democratico.

Se il digitale è uno strumento, esso può essere usato per il bene o per il male, per includere o per escludere. C'è un solo modo quindi per evitare che la digitalizzazione vada nella direzione del regresso politico, sociale e democratico, ed è ribadire che è necessario RIPRISTINARE IL PRIMATO DELLA DEMOCRAZIA!!! Ripristinare il primato della Democrazia significa riconoscere che essa è una conquista che sta prima, che precede il fenomeno del digitale su larga scala, e che il digitale deve muoversi all'interno delle direttrici che la Democrazia traccia ed ha già tracciato. Abbiamo invece l'impressione che talvolta, sfruttando il potere di incantare il pubblico che il digitale ha, si cerchi di diffondere pratiche, abitudini, stili di vita che poi creano consuetudini le quali vengono sfruttate come fonti del diritto per giungere a 'normalizzare', quelle stesse pratiche, le quali però si erano spinte magari oltre un certo limite, sfruttando anche l'assenza di normativa, per creare precedenti che poi vanno a detrimento, una volta normalizzati della stessa Democrazia. Non accettare in sede parlamentare alcuni emendamenti perché l'algoritmo adottato non prevedeva la possibilità di gestire quelle informazioni, significa concedere al digitale degli spazi che vanno a contrarre la stessa iniziativa politica in generale e di rappresentanza politica dei cittadini, significa mettere una macchina a governare al posto della mente umana, significa sostituire l'uomo con un algoritmo, con qualcisa cioè che lo dovrebe aiutare, non ostacolare, che cosa potrebbe andare storto?

Se la Democrazia è importante, ciò si deve dimostrare sprattutto nelle sedi in cui essa trova il suo massimo esercizio. Se la Democrazia è importante e costituisce un primato, questo primato deve essere rispettato, e non deve essere vissuto come la maglia stretta che il potente, luminoso e muscoloso digitale non riesce ad indossare. Se viviamo in un mondo informatico, vogliamo che sia democratico.

Se la digitalizzazione può essere utile, dobbiamo adoperarci per far sì che questa utilità non vada a detrimento della Democrazia, e una via per fare in modo che questo non accada è lasciare che il cittadino vada spontaneamente al digitale, senza forzare le tappe, senza costringerlo al digitale. Insomma il digitale deve essere un scelta libera, spontanea, ma perché sia effettivamente tale, perché sia effettivamente una scelta libera e spontanea, è necessario lasciare aperti anche gli altri canali, i canali analogici, senza forzature di sorta. In pratica, il cittadino forzato al digitale è meno libero e la Democrazia si contrae; un cttadino invece a cui oltre ai canali tradizionali viene data la possibilità di sfruttare anche il digitale come strumento aggiuntivo o, se preferite, un cittadino a cui oltre all'offerta del digitale viene lasciata la possibilità di sfruttare i canali tradizionali, è un cittadino più libero, perché può scegliere.

Quindi il digitale può essere una buona cosa, ma solo se non si sostituisce alle altre, solo se vi si somma, se si aggiunge a ciò che già c'è.

Se un cittadino può scegliere, la Democrazia rimane intatta, se il cittadino è forzato ad una scelta, la Democrazia si contrae, l'uomo è meno libero, e si aprono scenari nei quali ai vertici di un sistema verticalizzato, si potrebbe essere tentati di sfruttare il digitale per aumentare il proprio potere personale a detrimento degli altri, e contrarre così gli spazi di libertà altrui, del popolo, quelli così duramente conquistati nel corso del secolo scorso. 

Teniamo sempre presente quindi che la Democrazia è un primato, un primato che deve essere rispettato proprio in quanto tale e che la digitalizzaione rappresenta un fenomeno positivo nella misura in cui, e solo nella misura in cui rispetta questo primato e si affianca agli altri canali, senza sostituirli. Si tratta della differenza che passa tra l'essere cittadini del digitale e l'essere sudditi del digitale. Durante l'emergenza sanitaria siamo stati sudditi del digitale, speriamo di non ripetere quell'errore. 

giovedì 27 giugno 2024

Democratizzazione

È possibile democratizzare l’Ue? E se sì, come?
La risposta a queste domande costituirebbe il nocciolo di un progetto di riforma dell’Ue stessa che sembra oggi più che mai necessario. Sono domande che naturalmente manifestano da subito un ‘pregiudizio’ se vogliamo, un pregiudizio in senso etimologico intendiamo, nel senso cioè di un giudizio che sta prima, che precede la domanda in questione e ne costituisce la premessa. Alla base della domanda iniziale c'è insomma l'idea che in Europa non sussista la Democrazia quanto piuttosoto una sua maschera, e che se presente, essa sia presente a livelli piuttosto infimi, certamente non alti. Si può naturalmente obiettare che il pregiudizio sia sbagliato e si tratterebbe di una obiezione senza dubbio legittima, ma non si può obiettare che esso non sia il frutto, per usare una espressione tipica dell'ermeneutica, di una precomprensione sincera.

Siamo pronti ad aggiornare la nostra sincera precomprensione sulla scorta di esempi plastici di manifestazione democratica autentica a livello europeo ma temiamo di dover andare incontro a qualche delusione da questo punto di vista e la corsa forsennata alle nomine Ue di questi giorni, per il modo con cui è avvenuta, ne è purtroppo una conferma.

Mi riferisco al fatto che quasi tutte le cariche importanti a livello europeo stiano venendo assegnate a forze politiche che hanno sostanzialmente perso le elezioni nel proprio paese, e così si manifesta una pericolosa tendenza che è addirittura umiliante per la popolazione votante, e quindi risulta essere umiliante anche per l'Europa dei popoli che, se dei popoli deve essere, bisognerà pure che in qualche modo riesca a presentare le istanze degli stessi, a far giungere la voce dei popoli. In pratica invece il principale strumento di scelta politica e di rappresentanza del popolo, quello delle elezioni, viene sostanzialmente ad essere inficiato favorendo peraltro così il disamoramento per lo stesso strumento del voto, quindi favorendo l’astensionismo, perché se il mio voto non conta, e ci tieni pure a farmi sapere che non conta, se è insignificante e ci tieni pure a farmi sapere che è insignificante, sospingi i delusi e gli umiliati a considerare di non andare più a votare favorendo la piaga dell'astensionismo. Non sembrano quindi scelte responsabili e se il buongiorno si vede dal mattino, non c’è da stare troppo allegri. Distorcere i risultati delle elezioni è pericoloso e potrebbe portare ad un difetto di rappresentanza tale che, con le tensioni attuali, potrebbe anche voler dire prendere la strada sbagliata, quella che conduce all'intensificazione del conflitto in corso anziché imboccare quella che conduce alla sua risoluzione. Per tornare al discorso centrale del voto, facciamo presente che ci sono stati anche filosofi che, occupandosi di politica, hanno messo bene in luce come lo strumento del voto non sia solo un mezzo per indicare la figura politica atta a rappresentarti, ma anche un sistema attraverso il quale ‘licenziare’ politicamente la figura politica che ti ha deluso e che tu non vorresti vedere nuovamente a rivestire le cariche che pensi ella non abbia rivestito adeguatamente.

Ci sembra di notare che qualcuno abbia trovato il sistema di capitalizzare e mettere a frutto il disamore per la politica, nonché quello per la partecipazione sociale e civile, e stia cercando di mettere a frutto insieme con quelli anche la conseguente propensione all’astensionismo, fenomeno in incremento e molto preoccupante, a cui abbiamo assistito anche durante le recenti elezioni europee. Quello dell'astensionismo è un fenomeno che a parole tutti si dichiarano pronti a contrastare ma nei fatti non è così e qualcuno in qualche caso si lascia sfuggire anche una dichiarazione di senso contrario, il che sta ad indicare che il fenomeno dell'incentivazione all'astensione c'è e produce effetti e proseliti. Consideriamo che una forte astensione può favorire l'incremento delle percentuali di una formazione politica anche se c'è stato un calo del numero complessivo dei votanti per la stessa, rispetto magari alle elezioni precedenti e così è facile sbandierare successi che altro non sono se non insuccessi rivestiti a festa. Insomma con l'astensionismo che modifica la limpidezza della lettura del voto si può giocare a proprio favore al punto da convincere una vasta porzione dell'opinione pubblica non particolarmente attenta e informata nel merito e nei metodi, di cose che non ci sono o che non stanno proprio così come le si dipingono. Sembra insomma che favorire l'astensionismo possa addirittura consolidare la propria posizione politica favorendo appunto anche letture distorsive e se qualcuno, come sembra probabile, pensa questo altrettanto probabilmente non si farà troppi scrupoli quando dovesse trovarsi nella posizione di esercitare il potere, di favorire politiche onerose, draconiane, se non esplicitamente contro il popolo stesso e contro le sue ignorate speranze e istanze. Dopotutto ciò implicherebbe semplicemente il fatto che da questa delusione si estrometterebbero dall'esercizio civico del voto, proprio per effetto psicologico della delusione, un sufficiente numero di cittadini tale per cui, anche in caso di calo del numero assoluto effettivo di votanti, ciò non inciderebbe sulle percentuali che servono per essere eletti, rieletti e rimanere in carica. Anzi, probabilmente c'è qualcuno che potrebbe proprio inziare a pensare che l'unico modo per rimanere in carica consista esattamente nell'incentivare l'astensione il che immetterebbe nelle politiche comunitarie elementi fuorvianti in contrasto con i princìpi a cui si è detto di attenersi.

Come democratizzare dunque l'Unione europea?

Ecco, chi si chiedesse quindi come poter democratizzare l'Ue, potrebbe innanzitutto considerare di migliorare i sistemi attraverso i quali il popolo viene rappresentato, che mostrano attualmente qualche lacuna, e dovrebbe quindi rispondersi che uno dei modi potrebbe consiste nel premiare in modo effettivo e visibile, concreto, le forze politiche vincitrici nei rispettivi paesi. Inoltre anche nel non disincentivare l'atteggiamente di partecipazione alla vita politica e sociale dei cittadini, quella che si esprime anche con il voto, crecando di non favorire insomma l'astensionismo, conseguenza che segue sempre una delusione o una umiliazione civile e politica.

Molte altre cose si potrebbero fare naturalmente ma dovremo necessariamente rimandarne la trattazione ad articoli specifici mentre per il momento e per cominciare ci sembra che queste idee di cui abbiamo parlato potrebbero essere considerate sufficienti. Pensando al futuro ci limiteremo per il momento solamente ad anticipare il fatto che si dovrebbe prendere in considerazione anche e soprattutto di migliorare i livelli di Democrazia attraverso un rimodellamento delle isituzioni comunitarie, rimodellamento in conseguenza del quale, per fare un esempio, il Parlamento acquisti l'iniziativa legislativa, senza quindi subirla dalla Commissione europea, rispetto alla quale esso è oggi sostanzialmente solo un ratificatore che, trovandosi in posizione subalterna, è molto spesso incapace di dire NO e la cui maggiore preoccupazione, con lodevoli eccezioni talvolta, sembrerebbe essere semplicemente quella di non disturbare il manovratore.

Invece disturbare il manovratore, soprattutto quando sbaglia, è doveroso e non può che esprimersi con la forza di dire NO, questo non ci piace.

lunedì 27 maggio 2024

Non vede tutto Polifemo

Tra i simboli nei quali ci si può imbattere oggigiorno l’occhio onniveggente è uno di quelli maggiormente noti al grande pubblico, molto suggestivo, nonché molto frainteso. Probabilmente tra le ragioni del fraintendimento si dovrebbe elencare il fatto che da simbolo è stato in qualche modo regredito ad emblema, un emblema di appartenenza si direbbe, per quanto anche questo rappresenti forse un fraintendimento.  In ogni caso a prescindere dalle suggestioni, collettive o personali che siano, ci sono degli attribuiti che gli sono stati invece conferiti dalla tradizione che non possono e non debbono essere in alcun modo equivocati né subire ridimensionamenti o regressioni, neanche da suggestioni personalizzanti che, per quanto legittime, soprattutto nella sfera personale, non possono sostituirsi al vero significato. Anticamente questo simbolo veniva rappresentato da un triangolo col vertice verso l'alto, contenente all'interno lo iod, lettera dell'alfabeto ebraico che in questo caso poteva rappresentare una contrazione del tetragramma ebraico, essendo questa lettera la prima del tetragramma stesso. In effetti esiste anche il simbolo col tetraframma completo iscritto nel triangolo. Ma consideriamo adesso quello col semplice iod che, in ogni caso, come abbiamo detto, richiama comunque il tetragramma per intero. René Guénon, che è un autorvole conoscitore dei simboli, ci invita a varie osservazioni, tra le quali quella della somiglianza dello iod con un occhio, nonché a considerare come il triangolo di questo simbolo occupi una posizione centrale trovandosi in alcune rappresentazioni tra sole e luna i quali rappresentano rispettivamente l'occhio destro e l'occhio sinistro, ragion per cui lo iod contenuto nel triangolo dovrebbe rappresentare necessariamente qualcosa di diverso da un semplice occhio destro o sinistro, un terzo occhio quindi, in posizione centrale. Così assume proprio quel significato di terzo occhio che vede tutto, come l'occhio di Dio che lo iod stesso richiama in quanto appunto iniziale del tetragramma del suo nome. Nella posizione dritta, quella col vertice verso l'alto il triangolo si riferisce al Principio ma quando è rovesciato, quando cioè ha il vertice rivolto verso il basso, si riferisce alla manifestazione. In effetti lo sguardo dell'occhio appare rivolto verso il basso, cioè dal Principio verso la manifestazione. In questo caso oltre al significato generale di onnipresenza, conferito e richiamato dalla posizione centrale, assume il significato proprio di Provvidenza, e dell'aiuto che essa fornisce. Quando ha il vertice verso il basso, viene considerato vicino all'essere umano, che è un elemento della manifestazione, per cui giova fare notare che la forma di questo triangolo è lo schema geometrico, semplificato, del cuore, e a questo tradizionalmente la forma del triangolo col vertice in basso da sempre richiama; l'occhio al suo centro è quindi l'occhio del cuore con tutti i significati in ciò impliciti, ci ricorda Guénon. Nel momento stesso in cui raffigura l'occhio del cuore, lo iod è assimilabile anche a un 'germe' contenuto nel cuore, a un nocciolo, un nocciolo d'immortalità, ed ecco che il simbolo in questione assumerebbe vari corrispondenti significati, da quello di occhio di Dio onniveggente, a quello di Provvidenza onnipresente nel nostro cuore, nocciolo di immortalità, presenza reale di Dio in noi. Potremmo fare notare che se sovrapponessimo i due triangoli, quello col vertice verso l'alto e quello col vertice verso il basso, unendoli per il centro, essendo generalmente triangolo equilateri, otterremmo  la stella di David o sigillo di Salomone della tradizione ebraica. Nell'unire questi due triangoli si accosta il Principio alla manifestazione, il che è perfettamente coerente perché essi sono sempre legati insieme, si allude alla Provvidenza, all'occhio del cuore e al nocciolo d'immortalità presente nel cuore stesso di ogni uomo. Questo simbolo campeggia oggi sulla bandiera dello stato di Israele, che lo ha assunto come proprio emblema, esprimendo così in sintesi molti dei significati tradizionali della profonda cultura di questo popolo, anche se è assolutamente necessario fare notare che si tratta di un simbolo universale poiché simboleggia ciò che è presente appunto nel cuore di ogni uomo, anche quando questo uomo non appartiene allo stato di Israele quindi.  Ben lungi da essere semplicemente un emblema di appartenenza a gruppi selezionati anche transnazionali, per indicare la quale altri simboli potrebbero svolgere adeguatamente questa funzione, l'occhio che vede tutto, con ciò che gli si collega, è e rimane evidentemente un simbolo dai profondi molteplici significati, come abbiamo cercato di fare notare, i quali ci vogliono portare a considerare come in noi, in quanto essere umani, sussista la presenza reale di Dio, quindi la sua Provvidenza e che tutto ciò è presente in tutti gli uomini, nessuno escluso. Nessuno quindi che conoscesse adeguatamente questo simbolo, che sapesse dove esso si collochi o, per meglio dire, dove si collochi ciò che esso simboleggia, cioè a dire nel profondo del cuore di ognuno di noi, vorrebbe mai minimamente danneggiarlo, neanche quando, presente nel cuore degli altri venisse percepito come lontano da noi in quanto altro da noi, in questa accezione. Sarebbe un errore. Chi vede nel simbolo l'emblema di una classe privilegiata, per quanto in effetti venga ache così usato, è portato a distorcerne il significato a vederne solo un emblema di appartenenza appunto. E anche se il suo significato è complesso, a tal punto che non possiamo dare per scontata la sua conoscenza, la sua assimilazione neanche tra chi manifesta la propria appartenenza ad una élite attraverso l'allusione ad esso, tale per cui chi ne vedesse solo un uso esteriore,  in alcuni casi, non sbaglierebbe troppo forse, dobbiamo comunque ricordare, cosa che abbiamo cercato di fare in questa sede, che la tradizione simbolista gli conferisce significati molto profondi. Chi critica una certa élite, ritenendola a torto o a ragione responsabile di talune forme di degrado sociale e politico, avvinto da una certa rabbia sarebbe tentato di suggerire di trattare quell'occhio, l'occhio che vede tutto, alla stregua di come Ulisse ha trattato l'occhio di Polifemo. Si tratta di uno sfogo comprendibile per certi versi, per molti versi probabilmente, si tratta di un accesso di rabbia umano, ma dobbiamo necessariamente far notare che se Ulisse si è permesso di accecare Polifemo è proprio perché Polifemo non vede tutto, cioè la sua è una visione limitata, estremamente limitata, animalesca verrebbe da dire, visione così limitata e animalesca che lo porta anche a commettere atti di cannibalismo. Ragion per cui Ulisse si sente legittimato a difendersi a quel modo, essendo lui il potenziale cannibalizzato. In ogni caso il simbolo è innocente, è innocente anche quando chi ne fa uso non ne riconosce il pieno significato. Ed è anzi uno strumento che potrebbe risvegliare una certa coscienza, una certa conoscenza, e far cambiare rotta a chi dovesse sbagliare, è un simbolo che potrebbe unire gli esseri umani. Se Ulisse avesse visto nell'occhio di Polifemo l'occhio che vede tutto, non si sarebbe mai permesso di accecarlo. Così noi siamo oggi a desiderare di veder riconoscere la presenza di questo simbolo nel cuore di ogni essere umano, in modo che ciascuno senta quanto sia sbagliato annientare, estirpare, accecare questo stesso simbolo nel cuore degli altri, di qualsiasi altro uomo, e sulla base di queste cosiderazioni siamo ad auspicare che si fermi la violenza in quei luoghi dove purtroppo essa oggi abbonda. Con queste cosiderazioni di pace, ci auguriamo che i popoli possano vivere rispettandosi reciprocamente, riconoscendo a ciascuno il diritto alla propria esistenza, nonché a quello di fare albergare nel proprio cuore la presenza reale di Dio, la sua divina Provvidenza.

domenica 28 aprile 2024

Per fermare il declino dell'Occidente serve la Democrazia

 Se vogliamo fermare il declino occidentale dobbiamo necessariamente riconsiderare, vorrei dire, rivalutare la Democrazia, nelle varie forme con cui si è espressa nell' Occidente moderno, nelle sue varie declinazioni. Qualcuno potrebbe stupirsi di fronte a questa affermazione ma la realtà è che essa, la Democrazia, si è profondamente involuta, fin quasi a scomparire, insomma ha goduto in passato di un miglor stato di salute, soprattutto all'indomani della seconda guerra mondiale, nel secondo dopoguerra. In quel momento alcune forme democratiche hanno mostrato tutto il proprio potenziale anche creativo, come in Italia per esempio, con la sua novella Repubblica. Una moderna Democrazia è certamente più evoluta delle precedenti forme democratiche. Non risulterebbe inutile comunque ripercorrere la sua storia, Solone, Clistene, Temistocle, per esempio, cosa che consentirebbe di appurare così il grado di perfezionamento e di evoluzione che l'ha portata ad essere l'elemento precipuo, la caratteristica fondamentale e quasi indissolubile di un mondo, ovvero di un comparto, di un blocco che, anche grazie a quella, ha saputo e potuto svilupparsi raggiungendo un considerevole stato di benessere sociale e notevoli conscenze e competenze in molti settori, nonché mostrare al mondo una via da seguire. Però i difetti insiti nell'uomo e nelle società che esso forgia di volta in volta, non sono scomparsi in ragione dell'affermarsi della Democrazia, purtroppo, ed anzi, come ha sottolineato adeguatamente René Guénon che, comunque, non aveva molto in stima questa forma di governo degli stati, riscontrandone vari difetti, hanno continuato a manifestarsi copiosamente, determinando il fatto che sono andati a minare gradualmente la Democrazia stessa tant'è che oggi si è praticamente ridotta ad una sua maschera, una scimmiottatura mal riuscita dell'originale, di un qualcosa che avrebbe ancora un grandissimo potenziale da esprimere.

Qualcuno potrebbe pensare che l'Occidente sia in declino nonostante abbia al suo interno gli anticorpi della Democrazia. Ora che l'Occidente sia in declino è giusto, che questo declino avvenga nonostante la Democrazia, è sbagliato, proprio perché essa oggi è praticamente assente e quando è presente è ridotta a un nome, a un suono svuotato di significato, ad una maschera appunto. Come Guénon riscontriamo la presenza di molti difetti nell'uomo occidentale, a differenza di lui però abbiamo fiducia nella Democrazia che addirittura riteniamo in grado di correggere quei difetti. Solo che la Democrazia deve potersi esprimere e oggi non può, è come impossibilitata.

Qualcuno ha saputo e sa sfruttare l'incantesimo che il suono Democrazia suscita istintivamente in una platea di persone anche eterogenea, ottenendo sostanzialmente però solo un risultato soporifero, ma dietro a questo suono, dietro a questa maschera, e sfruttando proprio quell'effetto soporifero, si scatena di tutto, particolarmente una sfrenata lotta di classe all'inverso, il cui intento sembra essere, ormai al riparo da ogni ragionevole dubbio, la distruzione della classe media, vero perno intorno a cui ruota una società occidentale in salute.

Ed è proprio per questa lotta di classe all'inverso, forse principalmente per questo, che lo stato di salute dell'Occidente non è ottimale, ed è proprio per l'affievolimento della vera Democrazia che la lotta di classe in questione ha potuto prendere piede. I sistemi attraverso i quali la Democrazia viene inficiata necessitano di studi specifici e per fortuna c'è chi li compie, ma alcuni sono intuibili e possiamo già da adesso affermare che non c'è dubbio sul fatto che là dove la Democrazia si affievolisce, subetra il protego ergo obligo, vecchi sistemi di protezione basati su dinamiche clientelari, sul ricatto, su un corporativismo settoriale che non riesce a porsi dei confini, eppure dei confini sono necessari. Est modus in rebus, diceva Orazio, sunt certi denique fines quos ultra citraque nequit consistere rectum. E il corporativismo non può spingersi fino al punto di calpestare la legge, lo stato di diritto. C'è un modo nelle cose, ci sono dei confini che devono essere rispettati, altrimenti non può sussistere il giusto. Se questi confini non vengono rispettati, la Democrazia, la rappresentatività, lo stato di diritto, si contraggono, e lo spazio per la distruzione della classe media si amplia, e lo stato di benessere che quella classe è in grado di elargire e diffondere non può più essere elargito e diffuso, il centro di attraversamento di ogni ascesa e discesa sociale, cioè proprio quella classe media, salta, la società è meno dinamica, meno creativa, si involve, trascinando in questa involuzione praticamente tutto.

Ecco una delle ragioni, certo da approfondire, a causa delle quali il blocco occidentale è in declino, ed ecco perché soltanto il ripristino della vera Democrazia può scongiurare che questo declino persista.

Nello scrivere questo, e gli altri articoli di questo Diario Elettronico, coltvo un po' di spirito di servizio, particolarmente di un servizio di tipo sociale,  un impegno sociale insomma; coltivo altresì nel mio piccolo anche la speranza di veder fruttificare quel poco che semino, se non oggi un giorno, in futuro. Così spero innanzitutto che questi scritti qualcosa di buono racchiudano in sé, e che magari qualcuno nel leggerli possa condividerne il contenuto ma anche criticarlo, e  se condiviso estenderne la portata, arricchirli con le proprie aggiunte in base alle proprie competenze, possa trarne cioè qualcosa, se qualcosa c'è, da far fruttificare ulteriormente. Personalmente impiego una certa fatica, devo confessare, e spesso non ne vedo un grande ritorno, però in alcuni casi mi è sembrato che potessero andare a sostenre, per quanto il mio sostegno sia stato esiguo, alcune cause giuste che forse avevano proprio bisogno di sostegno e ne richiedevano anche esplicitamente, ad affiancare alcune battaglie che forse necessitavano che qualcuno o qualcosa gli si affiancasse, in alcuni casi mi è sembrato cioè, a torto o a ragine, di essere di sostegno insomma, e questo per me è molto importante. Quanti e quali frutti può portare un'attività certamente faticosa, fatta nei ritagli di tempo, il che spiega i numerosi difetti, fatta rinunciando ad altre cose certamente più nelle mie corde, non saprei esattamente ma non spetta a me porre limiti alla provvidenza, che c'è, e con essa c'è anche la speranza appunto che un qualche tipo di fruttificazione possa sussistere. 

Nello scrivere questo e gli altri articoli c'è insito l'ossequio e l'ottemperanza ai doveri costituzionali, particolarmente all'articolo quattro. I frutti dipendono da tante cose, forse anche dal rendere queste idee possibilemte estese, certamente più estese di quanto non siano oggi, in modo da trovare alleati che condividendone il contenuto possono in un' ottica solidale, anche come espressa dall'articolo due della Costituzione, sostenere chi le sostiene. Così sono a prendere con me stesso l'impegno di continuare, per svolgere quella funzione sociale a cui alludevamo prima, nonché per tenere attiva la mente, nonché per costruire qualcosa che col tempo potrebbe costituire un punto di riferimento, di consultazione, di stimolo, non dico per gli altri, cosa auspicabile naturalmente, dico anche per me, per la mia crescita personale, armonizzandomi con le mie idee, con ciò che è già stato espresso, per estenderlo io stesso ed accrescerlo, parallelamente alla mia stessa cvrescita personale che mi auguro armonica.

Nell'andare a rileggere certi articoli del passato, per esempio, mi sono accorto che la mente si dispone a completarli, ma non si disporrebbe a completarli se non fungessero da stimolo al completamento, insomma qualcosa di buono forse c'è, soprattutto per chi li ha scritti, anche questo non è poco.

In sostanza quello che c'è funge da stimolo ad un completamento che può a sua volta sussistere perché nel frattempo qualcosa si è aggiunto al mio bagaglio di esperienze e conoscenze, qualcosa di nuovo ho immagazzinato, e questa sensazione, che naturalmente apre a varie considerazioni di tipo ermeneutico, è piacevole e foriera di aprire alcune vie, alcune linee di sviluppo, di cui peraltro sono sempre alla ricerca, pur non dimenticando le linee di sviluppo in corso o del pasato, anche quelle che non sono state praticate appieno e che riaffiorano, accusandomi di averle trascurate. 

venerdì 1 marzo 2024

Riflessioni

 Non ricordo in quale romanzo Milan Kundera parla del senso del tempo degli antichi Greci, forse
ne L''INSOSTENIBILE LEGGEREZZA DELL'ESSERE, o forse ne LA VITA E' ALTROVE, in ogni caso quello che dice a proposito di tale argomento è che per i Greci il tempo scorre in avanti, una percezione quindi tutto sommato abbastanza vicina alla nostra di occidentali moderni, tuttavia, e in questo sta la differenza con noi, essi pur andando in avanti e percependo questo scorrere,  guardano indietro, quindi procedono in avanti marciando si può dire all'indietro, che è un po' come dire che non dimenticano il passato, che l'hanno sempre presente in qualche modo, e con esso ricordano i successi e gli insuccessi, le vittorie e le sconfitte. C'è chi dice poi che la vita sia una scala, chi sostiene che sia fatta a scale insomma, chi le scende e chi le sale o chi talvolte le scende e talaltra le sale, con un po' di alternanza. Con questi pensieri mi trovo a riosservare una fotografia in cui do le spalle a delle scale. le starò scendendo o salendo?

Come si può vedere al culmine di esse c'è una finestra, c'è la luce, il che è abbastanza incoraggiante, se le salgo, magari all'indietro come i Greci, un po' meno se le scendo. Questa è una delle fotografie di me che mi piacciono maggiormente, per varie ragioni, anche perché mi fa pensare a quel senso del tempo di cui abbiamo appena parlato, su cui stiamo anzi ancora ragionando. Oggi, che è passato un po' di tempo da quello scatto, per l'appunto, devo dire che di salite ne ho affrontate, e di discese naturalmente pure, alcune delle quali, fuor di metafora, anche su veri e propri monti, le Alpi Apuane per esempio, delle quali da quella finestra il Gabberi fa da anticipo. Proprio sulla vetta di quello si osserva un panorama di notevole suggestione. Oggi che, con molti sforzi, sono divenuto proprietario di quello stesso appartamento in cui quella foto è stata scattata, ripensare alle salite e alle discese propriamente dette, e anche in senso metaforico, fa un po' impressione. In un certo qual modo la percezione del tempo dei Greci, mi fa pensare al gomitolo bergsoniano, in cui il filosofo francese simboleggia l'esperienza passata accumulata.

domenica 25 febbraio 2024

Sempre a proposito di ORIENTE e OCCIDENTE

 Sono molti gli spunti che questo libro, ORIENTE e OCCIDENTE, suggerisce, così numerosi che ci guardiamo bene dal pensare di aver esaurito con l'articolo precedente gli argomenti e le riflessioni possibili. Quello che ci preme sottolineare  è che nonostante sia un testo datato, ci si possono trovare riflessioni straordinariamente attuali. Pensiamo che invitare alla lettura di questo testo, in modo che ciascuno possa farne una esperienza in prima persona, costituisca un suggerimento prezioso, suscettibile di fornire molte risposte, e soprattutto ai quesiti di chi ha ravvisato negli eventi recenti che ci hanno coinvolto, con particolare riferimento ovviamente alla vicenda covid, il manifestarsi di numerosi difetti ascrivibili, certo, al genere umano in generale, in particolare però all'uomo occidentale. Sono tutti difetti di cui Guénon ha copiosamente parlato, poiché erano evidentemente già presenti nell'occidentale di inzio XIX secolo, anche nel passato quindi, tuttavia il ripresentarsi di questi stessi difetti è avvenuto ad un livello assolutamente impensabile, tanto da far pensare ad un peggioramento repentino delle condizioni sociali e culturali in Occidente, ad un declino preoccupante, ad una degenerazione e degradazione tali da non sembrare quasi possibili, da lasciare increduli. E questa incredulità, questo stupore, sono anche in ragione del fatto che c'era chi evidentemente, come Réne Guénon, avvisava di questi stessi difetti, in modo da indicarne anche la possibile correzione. Eppure c'è stato un aggravio della situazione. Perché niente o quasi è stato fatto nonostante le molte indicazioni?

Probabilmente, come accenavamo anche nell'articolo precedente, una certa responsabilità deve averla avuta il fatto che l'autore stesso del testo, aveva nei confronti della Demcrazia più che un certo scetticismo e la trovava incompatibile cone la costituzione di una élite in grado di esercitare una certa influenza volta a correggere i difetti in questione. Altre ragioni potrebbero risiedere nel fatto che alcuni ostacoli siano stati apposti più o meno deliberatamente sul cammino della correzione da qualcuno, singolo o gruppo, il quale, per qualche ragione sulla quale non ci addentriamo in questo momento, non aveva interesse che una tale correzione dei difetti avvenisse. In pratica, tra errori di impostazione e contrasti intenzionali e non, l'auspicio guénoniano non ha avuto l'effetto sperato dal francese. Saremmo davvero curiosi di sapere quale impressione avrebbe destato su di lui, uno sguardo sulla vicenda covid, e che cosa ne avrebbe pensato. Abbiamo cercato di mettere in luce con una serie di ragionamenti che la Democrazia ben lungi dall'essere un impedimento per la costituzione di una élite o gruppo avente la missione di correggere questi difetti, può anzi favorire lo sviluppo dapprima dei singoli e poi del gruppo stesso. Sarebbe sufficiente avere presente il discorso di Pericle agli ateniesi sulla Democrazia a nostro avviso, per capirne il buono e le dinamiche meritocratiche attraverso le quali un filtro naturale si verrebbe a costituire favorendo e non ostacolando tale creazione. Chi è dotato intellettualmente in una Democrazia pienamente sviluppata, troverebbe di che nutrirsi e svilupparsi, alla stregua di quanto avverrebbe, per Guénon, in una società tradizionale. Se in Occidente non troverebbe che ostacoli, ciò è dovuto al fatto che NON siamo purtroppo in una Democrazia pienamente sviluppata, anzi, un numero crescente di indizi lascerebbe intendere che siamo solo in una parvenza di Democrazia, sembra cioè che il blocco occidentale abbia indossato la maschera democratica, illudendo i più di un suo sussistere, mentre di autentica Democrazia non c'è praticamente niente o quasi. Ora, se qualcosa ti tiene in uno stato di allucinazione tale che vedi la Democrazia dove essa non è, la funzione della maschera esercita tutta la propria nefasta influenze poiché dietro di essa avvengono in modo piuttosto indisturbato dinamiche del tutto opposte. Se invece attraverso un'opera di risveglio, ti accorgi che non siamo in un mondo democratico, forse puoi fare qualcosa, anche svegliare altri e tentare di apportare magari insieme ad essi qualche auspicabile correttivo. Senza questa presa di coscienza, senza cioè notare la maschera, diventa molto difficile fare qualcosa. Non notare la maschera, inoltre, determinerebbe taluni effetti secondari, se così si può dire, come per esempio quello di vedere accusare la stessa Democrazia di essere inutile e sostanzialmente inservibile per la crescita e lo sviluppo delle singole personalità dal notevole potenziale intellettivo e delle società dove esse albergano. Dal momento che non se ne vede l'emergere, essi argomentano, vuol dire che la Democrazia non favorisce questa dinamica di emersione, tant'è che qualcuno comincia ad impugnare simili argomentazioni per perseguire un ulteriore svilimento democratico, per deprivare cioè delle ultime propaggini democratiche una società solo apparentemente tale e, in vero, già copiosamente espoliata di essa Democrazia. Invece, appunto, la Democrazia non c'entra niente nel bloccare questo sviluppo. Ad entrarci sono invece dinamiche che gli si oppongono talvolta anche apertamente, e tuttavia nella maggioranza dei casi nascostamente. Quando l'opposizione è aperta, ha se non altro il pregio di essere riconoscibile come tale, per quanto una simile onestà appaia in genere soltanto quando chi la manifesta ha appurato il sussistere di un tale stato degenerato di cose da ritenere di poter uscire in campo aperto senza temere che gli oppositori possano fare qualcosa per guastare un progetto di spoliazione democratica evidentemente così avanzato da andare avanti quasi per forza di inerzia e senza contrasti a prescindere dalla limpidezza o non delle affermazioni, dello schiarirsi delle posizioni. C'è in pratica un potere che si manifesta come apertamente non democratico solo quando ritiene che poco o niente possa opporglisi, che poco o niente possa opporsi all'instaurarsi di un regime autoritario, arbitrario e dispotico.