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lunedì 14 agosto 2017

Idee che sgorgano a Sant'Anna di Stazzema

Ieri l’altro sono stato a Sant’Anna di Stazzema per la 73^ commemorazione dell’eccidio del 12 agosto 1944, dove furono trucidate 560 persone tra cui 130 bambini.
Questa commemorazione, così come le altre di questo genere, acquista ogni anno una importanza sempre maggiore, è ogni anno sempre più preziosa perché nell’allontanarsi progressivo da questo triste episodio diviene prezioso il ricordo, ancorché documentato storicamente, di cosa è capace l’uomo quando il contesto politico e sociale favorisce l’insorgere dei peggiori istinti. Sono occasioni per non permettere ai revisionisti di alterare la storia e banalizzare l’accaduto e il contesto nel quale si è manifestato con tanta ferocia.
Molte le personalità intervenute, tra cui il sindaco di Stazzema Maurizio Verona, il senatore Andrea Marcucci, presidente della commissione cultura al Senato e altre personalità ancora in rappresentanza, quest’anno, di Russia e Germania, oltre a due rappresentanti dei giovani, italiani e tedeschi, protagonisti di una esperienza comune vissuta a Sant’Anna. Tantissimi i gonfaloni tra i quali anche quello del mio paese, Borgo San Lorenzo, portato dal messo, da una rappresentante della polizia municipale, e da mia madre che, come consigliera comunale, faceva le veci del sindaco.
Tra i vari discorsi viene richiamato in più di una occasione, se non erro prima dal sindaco e poi dal senatore, il ddl Fiano che vuole estendere ed inasprire le pene per i reati di apologia di fascismo. Non ho seguito da vicino l’iter parlamentare del ddl in questione e non ne conosco esattamente i contenuti per cui, come sempre in questi casi, mi mantengo prudente. Ma devo dire però che esistendo il reato di apologia di fascismo dal 1952, se un ddl del 2017, serve a contemplare quei casi che per ragioni evidenti non potevano essere contemplati dalla legge Scelba (vedi per esempio tutto ciò che riguarda internet) mi sembra che possa essere in linea di massima condivisibile. Questo dimostra inoltre come in fondo sussista ancora oggi un istintiva avversione ai tutti quei fenomeni caratterizzati da violenza e soprusi di cui il fascismo si fece portatore. Il timore di chi giudica liberticida il ddl dipende probabilmente dal fatto che talvolta quando si procede ad un legge di questo tipo si teme che la stessa legge possa essere applicata in modo eccessivo finendo per considerare apologia di fascismo qualcosa che magari non lo è. Se mi si concede un’iperbole, forse si teme che una lettura estensiva della legge possa far sì, per esempio iperbolico, che il Dalai Lama, tra i cui arredi compaiono (tra gli altri simboli) anche degli swastica, venga additato come un apologeta del nazismo! E’ un’iperbole che spero serva però a rendere l’idea. Sembrano timori eccessivi in effetti, ciò nondimeno questi timori sussistono! In altri termini si teme che pur partendo da un problema reale, che non va sottovalutato naturalmente, si rischi di arrivare ad eccessi effettivamente liberticidi. Forse non è probabile, ma purtroppo si riscontra una certa tendenza di questo tipo in generale, come nel caso della questione sulle bufale in rete, emersa con molto vigore, mentre nessuno pensava di regolamentare con lo stesso zelo le bufale di regime, come quella secondo la quale l’ESM sarebbe un fondo salva stati, per fare un esempio.
Giusto quindi non abbassare la guardia di fronte all’insorgere di forme di intolleranza, anche di recente rivolte nei confronti dei martiri della Resistenza! Giusto non abbassare la guardia di fronte alla banalizzazione di un periodo storico che è ancora oggetto di studi e controversie, di fronte al manifestarsi dei neo fascismi e dei neo nazismi e al diffondersi degli stessi, per non commettere quell’errore di sottovalutazione che poi permise l’insorgere del fascismo e il suo dilagare effettivamente liberticida.
Ma dobbiamo tenere presente che il fascismo non si è nutrito di soli simboli. L’esibizione del fascio littorio poteva richiamare alcuni sentimenti e creare un simbolismo comune ma quando si è trattato di arrivare effettivamente al potere, il fascismo più che dei simboli si è servito delle leggi e di una in particolare: la legge Acerbo. La legge Acerbo era una legge elettorale, una legge elettorale molto simile a quella più recente nota come Italicum. Quando si inneggia al ddl Fiano quindi, ci si ricordi anche di inneggiare al fatto che l’Italicum non è più in discussione in Parlamento, perché anche questa, piaccia o non piaccia, è una vittoria dell’antifascismo. Se il fascismo si identifica con la diminuzione di rappresentatività nei luoghi del potere, da quello esecutivo a quello legislativo a quello giudiziario, ci si ricordi di gioire per la vittoria del NO al referendum costituzionale, perché quella riforma avrebbe contratto la rappresentatività del popolo e aperto l’Italia al dilagare della Troika nei luoghi del potere. Come scrivevo quando promuovevo il NO al referendum costituzionale, la riforma avrebbe reso l’Italia lo zerbino della Troika.
Ben venga tutta questa attenzione ai fenomeni più appariscenti di intolleranza e recrudescenze fascistoidi, ma mi premuro di indicare un rischio, un rischio impellente, il rischio che di fronte alla giusta stigmatizzazione di questi fenomeni si rischi di perdere di vista altri pericoli, pericoli concreti e non meno oscuri di quelli che il fascismo e il nazismo sanno evocare.
Vorrei a questo punto esprimere un timore, che se il fascismo e il nazismo torneranno, non lo faranno mettendoci la faccia, come in passato, non lo faranno platealmente e sbandierando il vecchio repertorio di simboli e gesti ma, al contrario, dissimulandosi del tutto, magari sfruttando il mimetismo, il camaleontismo, le anfibologie per manifestarsi apertamente solo quando ormai il contesto creato intorno a sé non permetterebbe rapidi ritorni alla Democrazia, quando ormai, insomma, è troppo tardi. Cerchiamo quindi di non guardare soltanto a ciò che è plateale, evidente, codificato da un sistema di simboli, guardiamo anche oltre, guardiamo dietro le maschere, guardiamo a ciò che è pericoloso ma che si serve di altri simboli che non hanno ancora la codifica di simboli fascisti benché dietro di essi vi sia una qualche forma di fascismo e autoritarismo magari ben dissimulato, per cui molti non riescono a scorgerla.
C’è il concreto rischio che dietro (e sotto) l’impegno rivolto a stigmatizzare il fenomeno di una manifestazione plateale di simboli equivoci e storicamente codificati, cresca inavvertitamente un’altra cultura fascista e un'altra cultura nazista, una cultura nazi-fascista che non ci mette la faccia, che non si nutre degli stessi simboli e degli stessi gesti, ma delle stesse violenze o dell’evoluzione delle vecchie violenze, questo magari sì. Anche la violenza si evolve, anche i modi di perpetrarla si evolvono e si tengono aggiornati coi tempi.
Così mentre si spendono giustamente energie nel redarguire l’apologia di fascismo, sotto sotto, si rischia di farsi sfuggire qualcosa, si rischia di perde di vista un fenomeno potenzialmente peggiore, assai peggiore, molto più pericoloso.
Se Sant’Anna di Stazzema deve quindi diventare il simbolo della battaglia contro i nuovi fascismi, si deve anche avere il coraggio, la sensibilità e l’intelligenza di osservarli tutti i fascismi, nessuno escluso.
E si deve anche avere la lungimiranza di capire che i nuovi fascismi e i nuovi nazismi potrebbero nascondersi assai meglio di quanto si creda e senza sfruttare, meglio ribadirlo, il vecchio repertorio di simboli, gesti e manifestazioni esteriori.
Se Sant’Anna deve diventare il simbolo della lotta ai nuovi fascismi, questo non può essere che un bene, ma cerchiamo quindi di individuarli con strumenti concettuali più sofisticati e potremmo così finire per comprendere che essi magari vivono e rivivono in ambiti insospettati e insospettabili.
Era un po’ il problema che mi ero posto nella tesi finale intitolata “Verso una controriforma scolastica” elaborata per un corso di I livello sulla pedagogia e didattica artistica, in cui dichiaravo che per accorgersi di certi errori commessi nella scuola, tra i quali una pedissequa adiacenza a stilemi economico-finanziari, servivano all’uomo strumenti forse ormai perduti da secoli a causa di una degenerazione di certe facoltà, strumenti che però potrebbero essere recuperati e il cui recupero era forse in parte già manifestato dall’apparire nel XX secolo dello Strutturalismo e del Post Strutturalismo. Ma che fine hanno fatto oggi Strutturalismo e Post Strutturalismo? Molte domande, come sempre, riesce a suscitare la visita di Sant’Anna di Stazzema, di alcune di queste io stesso mi stupisco talvolta. Ma anche in questo risiede la forza di questi luoghi, per fortuna.
Non escludo quindi che prossimamente possa pubblicare su questo stesso Diario Elettronico un saggio che è uno spaccato di quella tesi, rivisto e adattato alle circostanze. Si sente infatti il bisogno di strumenti più efficaci per fronteggiare i nuovi nazi-fascismi e il rischio di nuove derive anti-democratiche, secondo me peraltro, già in corso. Ben lungi dal ritenere di possedere la chiave di questi nuovi o vecchi strumenti, diviene importante riscoprirli e partecipare all’elaborazione. Un invito che è chiaramente rivolto a tutti. Il saggio in questione si configura quindi solo come un imperfetto contributo che, se può avere un pregio, forse ha semplicemente quello di tentare di riscoprire qualcuno di questi strumenti e di indicare una possibile direzione.
Magari ce ne sono altre, magari di migliori, ben vengano!
Ma per tornare a Sant’Anna, concluderei richiamandomi al messaggio del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, per il quale, una primaria importanza deve rivestire la difesa della Democrazia riconquistata ad un così alto prezzo.


giovedì 3 agosto 2017

E' stata prudente e opportuna l'approvazione della missione italiana in Libia?


Come cittadino italiano ho pensato del tutto istintivamente che la missione intrapresa dall’Italia in Libia e votata dal Parlamento ieri, fosse sostenuta da entrambi gli invitati a Parigi, Sarraj e Haftar. Era una cosa che davo per scontata e invece evidentemente mi sbagliavo perché scontata non era come avrei appreso questa mattina. Come cittadino distratto ho pensato di essere stato colpevolmente distratto sì, ma in fondo non siedo in Parlamento e quindi la mia distrazione può essere chiaramente ben giustificata. Molto meno giustificabile sarebbe invece il fatto che i parlamentari che hanno approvato la missione non avessero tutte le informazioni in merito e non sapessero che non c’era l’accordo tra i due libici, Sarraj e Haftar. Ed ecco che oggi arriva la sorpresa: Haftar minaccia l’Italia, le navi italiane che sconfinano sarebbero giudicate alla stregua di navi nemiche che invadono le acque territoriali libiche.
Da cui nasce una domanda: Il governo sapeva che non c’era l’accordo di Haftar? E se lo sapeva è stato prudente approvare una missione senza l’approvazione di entrambi?
Ma le richieste di chiarimento di membri delle commissioni riunte III e IV della Camera e 3^ e 4^ del Senato il 1 agosto 2017, come quella di Edmondo Cirielli di Fratelli d’Italia che ha chiesto chiarimenti rispetto alle dichiarazioni di Haftar, già avvenute quindi, che poneva dubbi giudicando l’intervento italiano sui migranti un semplice pretesto per cambiare gli equilibri in campo, dimostrano che il Governo non poteva ignorare al questione. Queste dichiarazioni le ho potute ascoltare oggi, registrate, sulla televisione satellitare della Camera. E scaturiscono quindi alcune risposte evidentemente e anche alcune altre domande.
Il fatto è che se si raggiunge un accordo delicato tra due esponenti libici e li si fa apparire di pari dignità di fronte alla platea televisiva di tutto il mondo come avvenuto in Francia, non si può poi screditare l’uno a discapito dell’altro ponendone uno su un piano inferiore rispetto all’altro senza aspettarsi quantomeno un po’ di risentimento.
Si può sperare che il dialogo inclusivo delle parti, come si dice, possa avere un seguito se si va ad escluderne una, di queste parti? In questo appare una contraddizione evidente.

Per quanto riguarda i timori espressi da alcuni portavoce libici ufficiali e non, alcune precisazione sono probabilmente doverose.
Si può pensare che l’Italia costituisca un pericolo per la Libia con due navi? I timori sembrano quantomeno sproporzionati. La recente storia d’Italia dimostra in tutto e per tutto che l’Italia non ha alcun pensiero bellicoso nei confronti della Libia, cosa che sarebbe addirittura incostituzionale e che farebbe saltare subito qualsiasi governo. Vi immaginate se un Governo che ha già i suoi problemi va a rischiare di cadere per un intento incostituzionale?! Non è semplicemente realistico, per cui la Libia può dormire sonni tranquilli, non saranno le due navi italiane a conquistarla! Quanto all’ipotesi di cambiare gli equilibri in atto, anche questa ipotesi sembra essere eccessivamente severa nei confronti dell’Italia che ha invece un reale interesse nel gestire più da vicino il fenomeno della tratta dei migranti fenomeno che, come tutti sanno, la riguarda da molto vicino.
Ma non possiamo giudicare del tutto fuori luogo né illegittime le preoccupazioni di Haftar che vanno comprese.
Per questo ribadiamo ancora una volta che sarebbe servito il consenso di entrambi, Sarraj e Haftar insieme, per portare navi italiane in acque libiche, cosa che Sarraj, di ritorno dagli impegni presi in Francia avrebbe compreso benissimo.
Ma adesso le minacce ci sono, sono state confermate, e quindi dobbiamo chiederci che cosa succederebbe se alle minacce dovessero seguire i fatti?! Il quadro relativo al traffico dei migranti ne risulterebbe migliorato? Ne dubito! Il quadro generale in Libia ne risulterebbe migliorato? Ne dubito! Ecco perché occorreva un assenso anche di Haftar. Chiediamoci anche: a chi gioverebbe un’eventuale degenerazione dei fatti?
Non possiamo esimerci dal constatare né nascondere ai nostri occhi che un eventuale crisi militare tra Haftar e l’Italia aggraverebbe in generale la situazione libica, già molto delicata ma che potrebbe avvantaggiare la Francia di cui non si tace (ne si smentisce) l’interesse per i giacimenti petroliferi sfruttati da ENI.
Non è che siamo finiti in una qualche trappola? Chissà?! Forse sì, forse no ma...se sì, ordita da chi?
Qui prodest? A chi giova?
In ogni caso se trappola c'è, questa ha un'origine e forse una pianificazione ormai datata che si può forse rintracciare nella destabilizzazione della Libia relativa alla c.d. primavera araba.

Sono tempi difficili e dobbiamo essere scaltri ma soprattutto prudenti, prudenti come serpenti e questa prudenza il Governo e il Parlamento pare che forse non l’abbiano mostrata ma i Governi coinvolti riguarderebbero probabilmente anche le precedenti legislature.


sabato 22 luglio 2017

TIM Telecom, Vivendi, l'Italia faccia qualcosa!

Le telecomunicazioni sono un settore strategico soprattutto nella società dell’informazione, ridondante o non ridondante che sia. Per questa ragione è quanto mai auspicabile che una nazione abbia il controllo di questo settore e quindi di ogni aspetto relativo alle proprie telecomunicazioni.
A maggior ragione quando c'è una storia dietro o, per meglio dire, quando si è fatta la storia delle telecomunicazioni. Il telefono è stato inventato da Meucci (lo hanno riconosciuto finalmente anche gli americani), la SIP (appartenente al gruppo IRI) è cresciuta e si è sviluppata con i soldi dei contribuenti italiani. Potremmo ricordare anche Marconi che con le onde radio ha inventato la comunicazione senza fili con cui oggi le telecomunicazioni si sposano. Telefonia fissa, mobile, radiomobile, sperimentzioni, accordi con la Rai, una realtà di primo ordine. Insomma la storia dell'Italia in questo settore non ha niente da invidiare a nessuno, ed il suo bagaglio tecnico-esperienziale è di primo livello. Finché tutto era nelle mani della Stato tutto bene. Poi però sono arrivate le privatizzazioni, le tanto osannate privatizzazioni, e si potrebbe dire, a questo punto, purtroppo sono arrivate. A cosa servono infatti le privatizzazioni, almeno in Italia?
Conti alla mano a perdere settori strategici, a farci dismettere, a farci delocalizzare, a perdere il controllo delle aziende, a regalare profitti, a svendere bagaglio tecnico-esperienziale a benefico di ricavi altrui in cambio della collettivizzazione delle perdite. E sarebbero un vantaggio? Pare proprio di no! Tutta questa profusione di ingegno, inventiva, capacità organizzativa, visione sociale, denaro pubblico e altro ancora che dovrebbero spingere chiunque al rispetto del nostro Paese, a cosa è servita? A che pro, mi chiedo, un percorso tecnologico e storico di primo livello se tutto ciò poi si volge non in un vantaggio ma in una perdita, anche di sicurezza nazionale? A che serve, mi chiedo, se poi tutto ciò viene, per così dire, ereditato dai francesie non dagli italiani? E’ mai possibile?
Ma per tornare alle questioni delle telecomunicazioni il fatto che sia opportuno rimangano in mani nazionali è determinato dal fatto che, non solo sono un settore strategico altamente tecnologico, ma anche dal fatto che sono un settore estremamente sensibile in quanto strettamente unito nientemeno che alla sicurezza nazionale. E sulla sicurezza nazionale non si può transigere. Soprattutto oggi, in cui c’è lo sviluppo della telematica e un vistosissimo incremento dell’uso di sistemi informatici, le comunicazioni e le telecomunicazioni sono strettamente collegate a fattori essenziali per la sicurezza nazionale. Quantità esorbitanti di dati passano dai fili telefonici e vengono immagazzinati in banche dati che abbisognano di sistemi di sicurezza di primo livello e spesso non basta. Ci sono dati relativi a tutto, anche a processi e quindi alla giustizia, alla sicurezza nazionale, al settore militare e quant’altro ancora. E la gestione di tutti i dati sensibili di una Nazione, deve essere nelle mani di quella Nazione, non possiamo permetterci che tutto questo venga gestito da una nazione diversa che peraltro si dimostra così aggressiva e poco rispettosa nei nostri confronti.  Questo comunque è vero, non solo per l’Italia, ma per tutti. Per tale ragione è bene che si arrivi a livello internazionale ad un accordo mediante il quale si stipula che le telecomunicazioni di ogni Nazione debbano essere gestite nell’alveo del proprio ambito nazionale. Le telecomunicazioni della Francia devono spettare alla Francia, quelle dell’Italia all’Italia, quelle della Germania alla Germania e così via.
Per tale ragione anche le telecomunicazioni del Brasile devono spettare al Brasile e su questo magari anche l’Italia avrebbe fatto meglio a rivedere le sue posizioni, Non si può chiedere per se stessi quello che non si concede agi altri.
In ogni caso la situazione attuale è quella che vede TIM Telecom con un socio di maggioranza francese Vivendi. Credo che non sia opportuno per l’Italia naturalmente, ma così è in questo momento. Per questo è auspicabile un cambiamento della situazione ed anche la promulgazione di una legge che dichiari che per ragioni di sicurezza nazionale non è possibile affidare ad altri che a connazionali (o allo Stato) la gestione delle telecomunicazioni.
Anche perché, “un conto è essere il socio di maggioranza, un altro avvantaggiare il controllante a danno del controllato” (vedi articolo di Stefano Feltri su Il Fatto Quotidiano di oggi), questo secondo l’Antitrust.
C’è di fatto che la Francia sembra assumere sempre più in generale un atteggiamento aggressivo nei confronti dell’Italia, che è attualmente giudicata alla stregua di una specie di supermercato in cui fare acquisti, un atteggiamento ai limiti del tentativo di umiliazione. Non che non vi siano anche responsabilità interne, tutte italiane in ciò, ma questo è un fatto. Ci sono giornali italiani (vedi la Verità, sempre di oggi) che parlano di quattro fregature subìte dall’Italia da parte della Francia negli ultimi dieci giorni.
E vengono in mente tante cose, a proposito di umiliazione, tra le quali anche frangenti storici del passato della Francia in cui era lei a subire feroci umiliazioni. Come il periodo che precedette e poi seguì la sconfitta di Azincourt subìta dai francesi da parte delle milizie inglesi al seguito di Enrico V. Seguì infatti un periodo di dominazione inglese cui i francesi non sembravano in grado di poter porre rimedio. Una situazione umiliante. Finché udito il grido di dolore, venne, per così dire, risvegliata la coscienza di un’autentica inviata del Signore, Giovanna! E le cose cominciarono a prendere un’altra piega. Non a caso oggi Santa Giovanna d’Arco è la patrona di Francia. Ma, si dice nel popolo, San Giovanni (nota bene, stesso nome della pulzella d’Orleans) non vuole inganni! Per cui chi è dimentico dei benefici ricevuti per riaversi da uno stato semicomatoso, di autentica umiliazione, è disposto ad umiliare gli altri, senza tenere conto della regola secondo la quale non si può chiedere per se stessi ciò che non si è disposti a concedere agli altri, né che è giusto non fare agli altri quello che non vorremmo fosse fatto a noi, è soggetto a provvedimento di revisione. In altre parole: i benefici un tempo accordati potrebbero essere rimossi.
Santa Giovanna, in quanto tale, cioè in quanto santa, questo lo sa! E a cosa mai servirà il filtro di protezione che la santa patrona potrebbe svolgere nei confronti di questa Francia di cui è appunto patrona, se la Francia stessa è dimentica dei favori di un tempo, e se è proprio lei, Giovanna, la prima ad essere profondamente indignata da questa dimenticanza?
I favori un tempo concessi, potrebbero essere rimossi! Con il sicuro consenso di Giovanna peraltro, già infatti se ne sta parlando!!
Vi era già stata una segnalazione in questo senso e questa è la seconda.
Per certe questioni è noto che è bene contare fino a tre!!!


giovedì 20 luglio 2017

NO CETA!!!

A tutto c’è un limite e le elezioni sono vicine.
Renzi ha la possibilità di dimostrare quanto sincero sia il suo risentimento per il fatto che l’Italia sia stata abbandonata dagli altri Stati dell’Ue in materia di migranti al di là di ogni dichiarazione d'intenti, con i fatti, fin da ora.
Ha la possibilità di dire NO allo scempio del CETA.
Si dirà: ma che c’entra?
C’entra, perché le politiche di abbassamento dei salari dell’austera Ue (attualmente così incomprensibili) e le dinamiche dell’immigrazione, in combinato disposto, servono esattamente a creare quel tessuto sociale che rappresenterebbe il popolo degli acquirenti dei prodotti a basso costo (e di bassa qualità, nonché salutisticamente dubbi) da cui saremmo invasi se il CETA venisse ratificato.
Renzi ha quindi la possibilità di invitare i suoi a dire NO al trattato scempio CETA e all’Ue che ha detto NO ai migranti.
Infatti l’Ue che ha detto NO all’Italia sui migranti si merita il NO dell’Italia sul CETA.
Non occorre aspettare molto, quindi, si può fare subito. Politicamente è una occasione che si verifica una sola volta nella vita!
E’ una occasione per far sentire la propria voce anche a livello internazionale visto che il Canada ci chiede di ratificare un trattato favorevole solo a lui e alle multinazionali pur avendo lo stesso Canada ignorato fino ad ora le richieste di ratifica di molte convenzioni internazionali sul lavoro, a cominciare da quella relativa al diritto alla contrattazione collettiva, fino a quella relativa alla età minima per il lavoratore e molte altre sulla sicurezza e la salute.
 


In questo modo, il segretario del PD, potrebbe dimostrare di stare dalla parte del popolo italiano e non da quella delle multinazionali intese solo al profitto personale a qualsiasi costo, ma soprattutto avrebbe la possibilità di dimostrare appunto che il suo atteggiamento mascolino nei confronti dell’Ue è autentico e non una trovata elettorale per accaparrarsi voti e prestigio agli occhi di chi ha ragioni da vendere per protestare contro questa Ue dell’austerità e delle politiche furbesche e lacrime e sangue.
Inoltre potrebbe manifestare di possedere quelle qualità che tutti vorremo un Primo Ministro possedesse, come l’arguzia per leggere le dinamiche in corso, secondo un filo conduttore che non è visibilissimo, ma che c’è e che unisce le politiche sui salari, il disimpegno dell’Ue sui migranti, alla ratifica di questi trattati internazionali.
Infatti sono in molti ad accusarlo di fare solo propaganda e di assumere atteggiamenti mascolini, di dichiarare di battere i pugni sul tavolo, per soli fini elettorali, per secondi fini insomma. Ecco, Renzi ha esattamente la possibilità di smentire queste voci in un sol colpo, con una azione coerente.
E’ una occasione unica, che potrebbe rilanciare lui e il PD sulla scenario politico.
Dia quindi indicazioni ai suoi di fare qualcosa di sinistra, di dire NO a questo trattato.
Ci attendiamo quindi coerenza.
Sarebbe anche una scelta politicamente conveniente anche perché in caso di ratifica il trattato dovrà necessariamente ripassare nelle mani di un parlamento di nuova legislatura, l’unico legittimato ad esaminare la possibilità di ratifica, purché sia espressione di una legge elettorale costituzionale. L’attuale, questa legittimazione sappiamo bene che purtroppo non ce l’ha. Quindi se Renzi propendesse per indicare il sì alla ratifica questo non sarebbe risolutivo. Se invece indicasse di votare NO, questo potrebbe rilanciarlo. Le motivazioni per il NO, ci sono tutte e ci sono anche tutte le convenienze di immagine. Infatti è meglio aspettare che sia un Parlamento legittimato ad occuparsi di questa faccenda, un argomento che non fa una piega e che potrebbe utilizzare benissimo egli stesso.
Del resto perché approvare un trattato a noi sfavorevole, tanto quanto e ancor più del Fiscal Compact?
Non ha senso!
Ma non sembra che il Parlamento abbia il polso del Paese, sembra anzi sussistere uno scollamento profondissimo col popolo italiano. Sono in molti a contestare questo trattato, il CETA, che sembra essere lì per decretare la definitiva vittoria della finanza sulla Democrazia. A contestarlo ci sono: CGIL, Coldiretti, le DOP siciliane, ARCI, ACLI, Greenpeace, Fairwatch, Slow Food, e tanti, tantissimi altri della società civile.
Quando dicevamo di non ratificare il Fiscal Compact, siamo stati derisi e adesso tutti lo vogliono cambiare.
Adesso chiediamo a gran voce di non ratificare il CETA, che è anche peggio, e speriamo questa volta, almeno questa volta di essere ascoltati.

E ci sono, come accennavamo, dei problemi aggiuntivi purtroppo, se così si può dire, e non sono problemi da poco, come si può arguire dalle premesse espresse qui sopra.

Questo Parlamento è stato eletto con una legge elettorale giudicata incostituzionale dalla Consulta con sentenza n.1 del 2014. Questo significa che non è mai stato e non potrebbe essere mai rappresentativo del popolo italiano che è l’unico vero sovrano come dice la Costituzione. Questo secondo alcuni giudici emeriti della Corte Costituzionale, vedi per esempio Annibale Marini, significa che lo Stato si dovrebbe occupare soltanto di cose necessarie e urgenti e il CETA non è né necessario né urgente.
Se questo articolo potesse arrivare all’ambasciatore canadese, se non al primo ministro, vorrei evidenziargli il fatto che non è saggio né opportuno affidare la ratifica di un trattato di questa portata ad un Parlamento in queste condizioni, neanche se il Parlamento in questione fa, come si suol dire, orecchie da mercante o, se preferite, le viste di nulla.
Insomma, anche se il Parlamento e il Governo fanno finta di niente, le condizioni sono tali per cui non si può legittimamente procedere in questo stato di cose ad una ratifica di questo trattato.
Il Canada, molto saggiamente, dovrebbe semplicemente aspettare che si insedi in Italia un Parlamento legittimato da una legge elettorale costituzionale, cosa che attualmente purtroppo non è.
In ogni caso dovrà essere preciso compito della prossima maggioranza, quella della prossima legislatura, quella derivante insomma dalle prossime elezioni, riprendere il testo del CETA, riesaminarlo e procedere legittimamente (in questo caso sì, legittimamente) alle votazioni relative.
Comunque vadano le cose, cioè, sia che si voti il CETA nei prossimi giorni, sia che, più saggiamente, lo si rimandi alla prossima legislatura, per occuparsi di cose necessarie e urgenti (per esempio della legge elettorale, come suggerito dal Presidente della Repubblica), dovrà essere compito della prossima legislatura, riprendere in mano il trattato.
Questo Governo e questo Parlamento, sfiduciato da una sentenza della Consulta, non sono rappresentativi della sovranità popolare e non possono parlare per essa!
La situazione in Italia è gravissima da questo punto di vista e questo il Canada lo deve comprendere!
Ora due parole sul CETA e sulle varie legittime obiezioni che vengono mosse a questo trattato.
Pericolosissimo è l’arbitrato internazionale col quale gli Stati perdono la possibilità di decidere serenamente le regole del proprio mercato! Chi è poi che sceglierebbe i giudici internazionali? C’è qualcuno di più potente delle multinazionali a poterlo fare? E i giudici così scelti sarebbero inclini a fare gli interessi degli Stati nazionali o delle multinazionali?
Il Canada ha circa 30 milioni di abitanti; l’Ue ne ha circa 500 milioni di cui 60 milioni circa (il 12%) italiani.
Sono i cittadini che rappresentano il mercato in quanto tutti potenziali acquirenti, e fin qui ci siamo.
Questo significa che il mercato dell’Ue si amplierebbe del 7%; quello del Canada si amplierebbe invece del 1397 % e già si nota una certa differenza.
Poi, quel 7% di mercato che acquisterebbe l’Ue riguarda tutta l’Ue di cui l’Italia rappresenta solo il 12%, per cui l’Italia potrebbe contare a parità di condizione con gli altri stati dell’Ue sul 12% di quel 7%, cioè dello 0,84 %.
Per cui dal punto di vista dell’Italia in rapporto al Canada, l’ampliamento del mercato sarebbe per l’una (l’Italia) dello 0,84 % e per l’altro (il Canada) del 1397 %.
Concludendo: visto che lo 0,84 sta nel 1397, 1663 volte, questo significa che l’accordo CETA è favorevole al Canada 1663 volte più che all’Italia. Voi firmereste questo scempio che anche un bambino capirebbe essere svantaggioso? IO NO!!!


mercoledì 7 giugno 2017

Vogliamo leggi elettorali costituzionali!!!

La nuova legge elettorale deve necessariamente contenere i voti di preferenza!
Se così non dovesse essere si riproporrebbe la stessa incostituzionalità già contestata nelle precedenti leggi elettorali, almeno su questo punto, visto che l'assenza delle stesse “non consentendo all’elettore di esprimere alcuna preferenza, ma solo di scegliere una lista di partito, cui è rimessa la designazione dei candidati, renderebbero il voto sostanzialmente “indiretto”, posto che i partiti non possono sostituirsi al corpo elettorale e che l’art. 67 Cost. presuppone l’esistenza di un mandato conferito direttamente dagli elettori. Inoltre, sottraendo all’elettore la facoltà di scegliere l’eletto, farebbero sì che il voto non sia né libero, né personale. “ (sentenza n.1 del 2014 della Corte Costituzionale)


Questa di sopra è una parte della sentenza espressa dalla Corte Costituzionale che annoverava tra i suoi componenti anche l’attuale Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Questa la composizione per esteso della Corte Costituzionale da cui è scaturita la sentenza:



Presidente: Gaetano SILVESTRI; Giudici : Luigi MAZZELLA, Sabino CASSESE, Giuseppe TESAURO, Paolo Maria NAPOLITANO, Giuseppe FRIGO, Alessandro CRISCUOLO, Paolo GROSSI, Giorgio LATTANZI, Aldo CAROSI, Marta CARTABIA, Sergio MATTARELLA, Mario Rosario MORELLI, Giancarlo CORAGGIO, Giuliano AMATO.



Chi oggi non vuole le preferenze dice che queste non sono previste dall’accordo in corso, dichiarando così esplicitamente cioè che l’accordo sostanzialmente prevedrebbe espressamente di non metterle in campo. Deve quindi essere chiaro e lampante agli occhi degli italiani, che i partiti stanno cercando un accordo su una componente incostituzionale della legge elettorale e che anzi questa incostituzionalità è la base stessa dell’accordo su cui, secondo i proponenti, non è possibile transigere né tornare a discutere. Tutto ciò è semplicemente scandaloso!
Questo accordo sancirebbe ancora una volta, contro (e sottolineo contro) il parere dei nomi sopra indicati dei componenti la Consulta, che la legge elettorale deve far esprimere un voto non diretto, non libero né personale.
Mentre la Costituzione dichiara espressamente che il voto deve essere diretto, libero e personale.
Ed è su questo che non si deve transigere!



Il PD sembra distinguersi particolarmente nel proporre leggi elettorali incostituzionali. Chissà? Deve trattarsi di un vizio congenito, di un fattore costitutivo di questo partito!


giovedì 1 giugno 2017

Della nuova legge elettorale attualmente in discussione


La legge elettorale attualmente in discussione è una legge che manda in Parlamento i nominati dai partiti e in questo elude le aspettative che la sentenza n.1 del 2014 della Consulta aveva giustamente alimentato nel popolo italiano quando aveva chiaramente indicato che la legge elettorale che essa dichiarava incostituzionale, il cosiddetto porcellum, era tale, cioè incostituzionale, anche sulla base del fatto che in essa non si potevano esprimere preferenze. La legge elettorale che viene attualmente proposta ha lo stesso identico difetto e questo è abbastanza clamoroso per non dire scandaloso.
In particolare, clamoroso è il fatto che ancora una volta la classe politica riuscirebbe, qualora essa venisse approvata, a vanificare le argomentazioni della Corte Costituzionale.
E’ un atteggiamento che nel migliore dei casi può essere definito irrispettoso della Corte Costituzionale e della Costituzione, nel peggiore dei casi, sovversivo!
Le sentenze della Corte Costituzionale dovrebbero servire a delimitare i possibili margini di azione del legislatore ai fini dell’approvazione di nuove leggi, in questo caso di una nuova legge elettorale.
L’italicum che ne è seguito, non aveva certo dato l’immagine che il legislatore avesse legiferato sulla base di questi limiti, la legge elettorale attuale nemmeno. Difficile non essere delusi...
Finché in parlamento approderà una classe politica sovversiva non ci potranno essere grosse speranze per il cambiamento nel nostro Paese. Quando ci decideremo ad applicare la Costituzione?



domenica 14 maggio 2017

Sintomi del degrado culturale nell'Ue

Mario Draghi, presidente della BCE, ha ripetuto, anche di recente, che l’euro è irrevocabile e che questo è scritto nei trattati, perciò deve essere ritenuto un dogma acquisito.
Ci sono quantomeno un paio di problemi che emergono immediatamente da un’attenta analisi di queste asserzioni e non possiamo sottrarci dal commentarli.
Uno potrebbe essere visto come un problema di onestà intellettuale e l’altro come un problema culturale. Vorremmo quindi esprimere un paio di opinioni al riguardo.
Prima opinione.
Nessuno ha bisogno di rendere irrevocabile (scrivendolo per esempio in un trattato) alcunché se pensa realmente che questo qualcosa sia uno strumento veramente utile per chi lo adotta. Il fatto che uno strumento sia descritto come irrevocabile, denuncia immediatamente in ogni caso tutta la sfiducia che il proponente ha nei confronti di ciò che propone e quindi anche tutti i dubbi nei confronti del successo di questo stesso strumento.
Ciò significa, in altri termini, che nei trattati si descrive come irrevocabile qualcosa di cui si sospetta già la non riuscita, di cui si è consapevoli presumibilmente che causerà molti e molti problemi, molti danni, e il lapsus (se è un lapsus) denuncia in modo inequivocabile che fin dalla redazione del trattato vi era la consapevolezza degli enormi problemi che avrebbe causato e che, di fatto, ha causato. Ciò non ha fermato il suo varo e il suo varo ha causato appunto (e causa) infiniti problemi.



Seconda opinione.
Cosa ancor più rilevante della prima, a nostro giudizio, è il fatto che, anche se un trattato descrivesse come irrevocabile l’euro, questo non significherebbe minimamente che esso lo sia davvero per questa sola ragione, perché l’euro è solo uno strumento, e in quanto tale deve essere funzionale innanzitutto a chi lo adotta. Potremmo dire che l’euro è stato fatto per l’uomo, e non l’uomo per l’euro. L’euro quindi, come strumento fatto per l’uomo, è revocabile come qualsiasi altro strumento fatto per l’uomo. Anche se un trattato dovesse descriverlo come irrevocabile ci sono dei principii da rispettare, principii che vengono prima di qualsiasi trattato, anche prima dei trattati europei (la cui validità è messa in dubbio da un numero sempre maggiore di persone istruite e acculturate nonché titolate).
Se l’euro è descritto come irrevocabile, l’errore è nel trattato e quel trattato è nullo, almeno nella parte specifica che tratta di questo aspetto. Nessuno può affermare che una cosa sia irrevocabile e pensare che un rappresentante di un qualsiasi governo, senza neppure interpellare i cittadini che dovrebbe rappresentare (ma che di fatto non rappresenta), nel momento in cui firma e sottoscrive quella affermazione, si leghi per l’eternità ad uno strumento che, in quanto tale, è pensato in funzione dell’uomo e che quindi per la sua stessa natura è intrinsecamente subordinato allo stesso e perciò rimovibile in qualsiasi momento dovesse rivelarsi inefficacie o dannoso per chi lo usa.
L’uomo non si può subordinare eternamente ad uno strumento che è intrinsecamente subordinato a lui, se ciò avviene vi è un pervertimento, una violazione del diritto naturale. Nessun trattato che violi un diritto naturale può e deve essere ritenuto valido. Qualsiasi trattato che neghi principii essenziali e un naturale ordine delle cose deve quindi essere ritenuto nullo in quanto potenzialmente vessatorio nei confronti di chi lo sottoscrive e di chi è costretto ad adottarlo.
L’euro non è irreversibile proprio in quanto è uno strumento e la natura degli strumenti è quella di essere intrinsecamente reversibile in quanto indissolubilmente legata alla funzionalità che deve avere nei confronti dell’uomo. Prova ne sia il fatto che gli strumenti si evolvono, cambiano col tempo, spesso sono sostituiti in favore di altri strumenti, oppure non hanno successo e vengono semplicemente abbandonati e dimenticati. Porre uno strumento ad un livello ontologicamente superiore a quello dell’uomo è una follia pura e semplice della nostra epoca e chi si fa portavoce di questa follia, immettendola addirittura in un trattato si fa contestualmente portavoce della distruzione della storia dell’evoluzione umana in occidente, si fa contestualmente portavoce della distruzione della cultura e della migliore e più rilevante filosofia occidentale.
Questo è artificio-centrismo, questo è il vizio della nostra epoca che sta uccidendo l’umanesimo, l’antropocentrismo.
Che un trattato europeo si faccia portavoce di questo artificio-centrismo, cioè del perverso difetto di porre al centro dell’universo gli strumenti che l’uomo crea per se stesso, anziché l’uomo stesso, rappresenta un tale danno di immagine per l’Unione europea e anche per la cultura europea in generale, che è perfino difficile calcolare l’ammontare di questo danno in termini meramente economici.
E un Paese che decidesse di uscire dall’euro, non solo quindi lo può fare ma, nel momento stesso in cui decidesse di farlo, dovrebbe chiedere assolutamente di essere risarcito per l’enorme danno culturale e di immagine che da esso è derivato; dovrebbe essere risarcito per essere stato assoggettato ad un trattato che nega principii essenziali e conquiste culturali rilevanti che davamo per acquisite e che invece evidentemente acquisite non sono.
Sappiamo bene come vi sia stato qualcuno che ha detto che <<nella legge sta scritto che nel giorno di sabato…>> Ma vi è stato anche chi ha risposto che <<il sabato è fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato>>.
Che significato può assumere quindi il fatto che qualcuno asserisca che nei trattati vi è scritto che l’euro…
Ribadiamo ancora una volta, poiché repetita iuvant, che l’euro è fatto per l’uomo e non l’uomo per l’euro.
Ripetiamo questo concetto da anni senza che se ne veda un apprezzabile considerazione se è vero com’è vero che ci si trincera dietro i soliti dogmi e le solite superstizioni o, peggio ancora, dietro a pulpiti e scranni cui si ha avuto accesso senza che il popolo abbia mai avuto minimamente la possibilità di dire la propria e che sono stati conquistati quindi in modo non del tutto democratico e che non sono certamente esempio di rappresentatività, questo è sicuro.
Sappiamo che ripetere giova, giova comunque, a prescindere da tutto ciò, e quindi ripetiamo, ribadiamo insistentemente questo concetto, che l’euro (trattati o non trattati) è reversibile!
La classe politica che governa questa Ue dovrebbe sforzarsi di prendere in considerazione queste opinioni ed evitare di fare orecchie da mercante, e smettere di andare avanti come un treno in corsa che, ormai slegato e isolato dalla realtà che dovrebbe rappresentare ma dalla quale è evidentemente avulso, rischia di deragliare e di trascinare con sé in questo deragliamento tutti i vagoni che volenti o nolenti gli sono attaccati.
Così come nei contratti non possono esservi clausole vessatorie, così, allo stesso modo, nei trattati non possono esservi violazioni dei principii e dei diritti conquistati.
In conclusione, spiace dirlo ma, l’opinione di Draghi, trattati o non trattati (e quindi l’opinione degli stessi trattati e di chi li redige e di chi li sottoscrive), quando è così palesemente in contrasto col buonsenso e con principii fondamentali si palesa semplicemente come uno degli esempi maggiormente eclatante dell’attuale degrado culturale che purtroppo sta attraversando l’Unione europea e la sua classe dirigente.
La strenua e dogmatica difesa di un progetto ritenuto da molti economisti di rilevo un progetto fallimentare, quella dell’euro, rischia di saldarsi indissolubilmente ed inevitabilmente con un degrado culturale, con un impoverimento intellettuale la cui china è estremamente pericolosa, e il cui esito difficilmente prevedibile.


domenica 7 maggio 2017

Centenario di Domenico Bartolucci

Oggi ricorre il centenario della nascita dell'illustre compaesano Domenico Bartolucci (Borgo San Lorenzo, 7/5/1917- Roma, 11/11/2013), cardinale di Santa Romana Chiesa, compositore di musica classica e direttore di coro.
Vice maestro di San Giovanni in Laterano prima, poi maestro della Cappella Musicale Liberiana di Santa Maria Maggiore, infine, nel 1952, maestro sostituto della Cappella Musicale Pontificia “Sistina” e, nel 1956, maestro perpetuo della Cappella Sistina, nominato da papa Pio XII.
Accademico di Santa Cecilia, Bartolucci era noto in campo musicale anche come formidabile interprete di Giovanni Pierluigi da Palestrina. Ha composto mottetti, inni, laudi, madrigali, opere, oratori ed altre tipologie ancora di composizioni.
L’amore per la sua terra natale, il Mugello, si è particolarmente espresso nella composizione sinfonica rustica nota come “La Mugellana” e nell’opera lirica ”Il Brunellesco”.
Proprio ieri l’ing. Barletti, col quale condivido un’esperienza di volontariato, che di quando ha avuto l’opportunità di frequentarlo, mi riferiva come Bartolucci fosse scettico riguardo al fatto che la sua opera lirica “Il Brunellesco” potesse essere messa in atto tanto presto. Tra le ragioni del suo scetticismo vi era la difficoltà che risiede nell’allestire un opera lirica nuova in generale, per via del fatto che tutto è nuovo: scenografie, costumi, la musica stessa e quindi la preparazione stessa dei cantanti lirici. Anche per l’abitudine invalsa di eseguire opere di certo e storico successo e via discorrendo.
“Il Brunellesco” in effetti non è mai stato eseguito con Bartolucci in vita.
Molto stimato tra i colleghi professori di Musica della scuola pubblica, tra questi ricordo particolarmente il prof. Mariani, insegnante nonché attivo orchestrale violinista, che mi espresse l'auspicio di vedere ricordato degnamente nel suo comune d'origine, lo stimato maestro perpetuo della Cappella Sistina.
Bartolucci, cavaliere di gran croce dell’Ordine al merito della Repubblica Italiana, balì cavaliere di gran croce di onore e devozione per cardinali di Santa Romana Chiesa, cavaliere di gran croce dell’Ordine equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme, è uno dei personaggi culturalmente più rilevanti del Mugello.
Spero che la giunta del comune di Borgo San Lorenzo, sempre che il passaggio in corso d’opera da socialista a piddina sia ritenuto concluso e sempre quindi che non sia distratta da queste dinamiche (da vecchia politica) nonché dalla moltiplicazione delle tessere e dei tesserati (magari in vista delle primarie), sappia ricordarlo come egli si meriterebbe.
Ho avuto il privilegio e l’onore di stringergli la mano…


venerdì 5 maggio 2017

Presidenziali francesi

Non credo che la Le Pen ripristinerebbe il fascismo, come qualcuno sta dicendo, questo è puro anacronismo, è un giudizio antistorico, perfino risibile.  Penso invece che le donne di Francia abbiano la possibilità storica, unica e, forse, irripetibile, di eleggere una di loro, una donna alla guida della Francia. Stento poi a riconoscere nel popolo che ha lottato contro la Loi travail, lo stesso popolo che vota Macron, uomo del sistema che più uomo del sistema non si può, di quel sistema che, nel suo complesso, chiede incremento delle ore di lavoro e diminuzione dei salari, e vedo in questo una evidente contraddizione.
Non credo che i francesi soffrano in massa di schizofrenia. Come si spiega quindi? Difficile a dirsi.
Comunque capiremo ad elezioni avvenute se la Francia potrà contribuire al cambiamento europeo, così necessario per la stessa sopravvivenza dell’Ue, o se preferirà perseverare nell’errore prolungandone l’agonia per l’incapacità ormai conclamata di ricevere le critiche di una vastissima parte della popolazione europea.
Capiremo ad elezioni avvenute se l’onere e l’onore di cambiare questa Unione Europea spetterà esclusivamente all’Italia.
Sarebbe importante, nonché gradito, nel processo di cambiamento dell’Unione europea, avere il pieno sostegno dei cugini francesi. Se così non dovesse essere l’Italia dovrà rimboccarsi le maniche e fare da sola! Forse il destino ha scelto l’Italia per questo processo di cambiamento inevitabile, forse ha scelto l'Italia e qualche altra Nazione, vedremo strada facendo, ed è con questa ottica che molti attendono i risultati ormai prossimi delle presidenziali francesi…


sabato 8 aprile 2017

A che pro, mi chiedo, un esercito europeo?

Torna alla ribalta il tema dell’esercito comune, di un esercito comune per gli Stati dell’Ue.
Il pretesto è stato determinato dagli ultimi tristi eventi avvenuti in Siria. E’ un tema complesso naturalmente e non è possibile sviscerarlo in poche righe. Ma due parole vorrei spenderle.
L’idea non mi trova favorevole per varie ragioni e penso che essa sia cavalcata da chi cerca di apporre un sigillo ad una Ue che sta manifestando tutti i suoi difetti. Piuttosto che ragionare sulle critiche costruttive che si levano a causa di questi difetti, piuttosto che valutare attentamente gli ultimi eventi (vedi Brexit per es.) e altro ancora, gli europeisti ad ogni costo, pur di non retrocedere neanche di fronte ad errori conclamati preferiscono saldare gli errori con un sigillo, quello dell’esercito comune, che è anche un simbolo di violenza poiché è pur sempre un simbolo di guerra col suo portato di armi e divise. Il primo problema è la grande diversità che sussiste tra gli Stati membri, diversità che non è un difetto, badate bene, perché la varietà cui necessariamente riconduce la diversità è una cosa positiva, è ricchezza. Queste diversità sono oggi all’attenzione di ogni pensiero critico sull’Ue, sia esso più o meno radicale. Esse sono comunque un fatto. Queste diversità potrebbero essere appianate soltanto da una egemonia (e qui sta il secondo problema), da uno Stato che prevale sugli altri. Non può e non deve esistere un esercito unico per Paesi così diversi, per Paesi cui l’adozione della moneta unica peraltro ha aumentato le differenze e i dislivelli economici (quelli sì che dovrebbero essere tolti) creando sostanzialmente una egemonia tedesca (unica similitudine), poiché anche in questo caso si tratterebbe di un esercito sostanzialmente tedesco, un esercito lontanissimo dai cittadini. E poi dopo le lezioni apprese da I e II guerra mondiale un esercito europeo a trazione tedesca non sembra proprio una buna idea. Come verrebbe utilizzato? E' lecito essere colti da un dubbio e chiedersi se si è intenzionati ad imparare dalla storia oppure no?!
Nessun orgoglio e nessun egoismo quindi nell’aborrire un esercito comune per l’Ue, ma ragionamenti circostanziati, motivazioni serie, dati di fatto; nessun orgoglio nell’aborrire le cessioni di sovranità che per ora sono servite soltanto a farci governare da chi non abbiamo eletto compromettendo gravissimamente il legame di rappresentatività tra istituzioni e cittadini, nessun orgoglio nell’aborrire le cessioni di sovranità che lo dovrebbero precedere questo esercito nonché le cessioni di sovranità che sono state e sono in corso nell’Ue. A cosa dovrebbe servire quest’esercito in una Ue così fatta, cioè a dire in una Ue in cui è saltato il legame di rappresentanza tra i cittadini e le istituzioni della stessa e in cui vige la legge del più forte? No, nessun orgoglio o egoismo ma la certezza che la natura non sbagli nell’indicare la via e il metodo, quella stessa natura che è così com’è perché è necessario che sia così, perché così l’hanno resa milioni di anni di evoluzione, quella natura che è com’essa si presenta agli occhi degli studiosi, quella natura che ha inventato e posto le barriere, i limiti, vorrei dire, gli spazi circoscritti, come fondamento di se stessa. Basti pensare alla cellula, paradigma assoluto della vita, con la sua membrana cellulare che la isola da cellule esattamente uguali a sé. Qual è l’insegnamento che se ne ricava?
Che i tessuti, formati come sappiamo da una moltitudine di cellule tutte uguali le une alle altre o poco differenziate, non si ottengono eliminando le membrane cellulari delle cellule che lo costituiscono (altrimenti sarebbe il tumore, il cancro) ma, al contrario, un tessuto si può strutturare bene e può sussistere, essere sano e perdurare solo e soltanto se si mantengono tutte le membrane cellulari di ogni cellula in modo integrale, solo se si mantengono tutte le membrane cellulari che isolano cellula da cellula, che distinguono ogni cellula da ognuna delle altre. Questo ci insegna la natura quindi, che solo mantenendo i limiti, le barriere, si creano strutture forti e durevoli. Sono forse orgogliose le cellule?! Non credo…E non c’è nessun tessuto che chiederebbe alle proprie cellule di rinunciare al proprio confine alla propria membrana cellulare…
…E’ un insegnamento molto significativo di cui si dovrebbe tenere conto…senza pregiudizi di sorta…
Del resto l’idea del giusto confine è antica e ne abbiamo un saggio nello stesso Orazio se è vero com’è vero che scrisse:

Est modus in rebus: sunt certi denique fines, quos ultra citraque nequit consistere rectum.”

C’è un modo (o una misura, se preferite, ndr) nelle cose: vi sono precisi confini, oltre i quali e prima dei quali non può sussistere il giusto.

Ci sono molti problemi di cui parlare prima di affrontare il tema di un esercito comune. Nessun sigillo prima di averli affrontati.
C’è un modo nelle cose…


mercoledì 29 marzo 2017

Si riaccende il dibattito sull'euro

Il dibattito sull’euro, che sembrava essersi assopito, pare che attualmente stia ritornando in auge in Italia. Questo è un fatto positivo a prescindere da chi ha torto o da chi ha ragione tra gli schieramenti in campo. E’ un fatto positivo anche perché aumenta il livello di consapevolezza delle persone che vi si lasciano coinvolgere.
Ci sono molte opinioni ovviamente circa l’euro per entrambi gli schieramenti.
Per esempio tra i sostenitori dell’euro c’è chi parla di spirale inflazionistica, di alti tassi di interesse, anche sulle obbligazioni e di contrazione dei salari in caso di una nuova moneta italiana.
Ma c’è anche chi ammette che diventeremmo più competitivi, benché con le conseguenze di cui sopra.
Insomma per alcuni sostenitori dell’euro, una moneta alternativa allo stesso, una moneta nazionale, aumenterebbe sì la competitività delle nostre aziende ma a discapito dei salari e accompagnata da una forte inflazione.
Ora, non sono un economista e si vede, credo, ma se c’è un cosa che pensavo di aver capito dal dibattito sull’euro e sull’Ue, è che la compressione dei salari sembra essere una intenzione, neanche troppo celata, dell’attuale dirigenza dell’Ue, senza considerare il fatto poi che sono proprio i meccanismi stessi dell’euro a portarvici, poiché la moneta unica, in quanto tale, non potendo essere svalutata da chi la adotta rispetto agli altri Stati che la adottano (è unica per questo!) invita di fatto le aziende che perseguono la competitività a tornare competitive con l’unico mezzo che rimane loro a disponibile: la compressione dei salari, pagare meno i dipendenti.
E’ proprio la presenza dell’euro e della conseguente impossibilità di svalutare che crea quindi le premesse dell’unica scelta possibile per poter essere competitivi: abbassare il salario. Da questo poi deriva la contrazione della domanda e quindi dell’offerta e un circolo vizioso di recessione, deflazione e quant’altro.
D’altro canto la parziale ammissione secondo la quale “diventeremmo competitivi”, ammissione che i sostenitori dell’euro concedono immaginando lo scenario che si disegnerebbe in seguito ad una uscita dall’euro e all’introduzione di una nuova moneta nazionale, dimostra da sola che vi sarebbe esattamente la concreta possibilità dell’esatto contrario, cioè di non abbassare i salari e di mantenerli così come sono o addirittura di aumentarli. Infatti quando le aziende sono competitive e, in virtù di questa competitività, esportano di più (aumentando il proprio profitto) sono anche più inclini a concedere stipendi dignitosi ai propri dipendenti. Quindi non solo una situazione di competitività effettiva delle aziende italiane non abbasserebbe i salari ma, al contrario, potrebbe addirittura aumentarli.
L’inflazione probabilmente aumenterebbe, questo sì, e forse vi sarebbe anche un periodo più o meno lungo in cui non sarebbe semplicissimo abbassarla, ma è una questione di tempo e tutto si riequilibrerebbe. Tuttavia, anche da questo punto di vista, se penso che la BCE sta immettendo miliardi di euro (con i quali vincola a sé i destini e le sorti degli stati dell’eurozona, sbarrandogli di fatto la strada per l’indipendenza!) con la scusa e il pretesto di fare aumentare l’inflazione (e combattere la deflazione), penso anche che sia meglio, molto meglio, che l’inflazione arrivi, diciamo così, per natura, in modo naturale e spontaneo, per leggi di mercato, senza ricorrere cioè a misure straordinarie e “non convenzionali”, artificiose e legate a condizioni pretestuose (nonché sospettate di essere prese al di fuori dei limiti del proprio mandato), soprattutto se questo aumento naturale dell’inflazione si associa ad una ritrovata auspicabile competitività.
Anche tra i fautori dell’uscita comunque c’è chi ammette che le cose potrebbero non essere semplici all’inizio, che occorre essere realistici ma che, comunque, tra due mali e meglio scegliere il male minore che, se tutto è ben studiato e concordato, l’uscita potrebbe nel medio e lungo termine determinare una vistosa ripresa.
Insomma sembra che il risveglio del dibattito sull’euro coincida, almeno in parte,
con reciproche concessioni, forse siamo a un passo dalla verità?


mercoledì 8 marzo 2017

Sciopero dell'otto marzo

Aderisco allo sciopero dell’otto marzo, indetto da molte sigle sindacali tra cui la CGIL, perché ritengo che sia giusto porre l’attenzione sulle violenze fisiche e psicologiche perpetrate in molteplici modi e in molteplici luoghi, alle donne. Molto è stato fatto in tal senso ma molto rimane da fare. L’aspetto generale dello sciopero quindi lo condivido. Come insegnante poi penso anche che la scuola possa fare molto per sensibilizzare i giovani cittadini in formazione, sul problema della violenza alle donne, nonché sul problema della violenza in generale.
Ma non condivido pienamente tutti gli aspetti dello sciopero e su alcuni punti non concordo per niente, per esempio sul punto che riguarda l’aborto e gli obiettori di coscienza, che si rifiutano di praticarlo.
Innanzitutto il modo con cui viene affrontato questo tema profondamente sentito dall’opinione pubblica italiana mi sembra troppo superficiale, troppo veloce, e non tiene conto della portata reale della questione.
Molti temi vi sono legati: il tema della coscienza (anche quella degli obiettori ma anche in generale), della consapevolezza dell’atto, della difesa della vita, sono temi sui quali si può soprassedere con tanta disinvoltura?
Chiedere l’abolizione dell’obiezione di coscienza in materia di aborto poi, mi sembra perfino incredibile che lo si possa fare!
L’abolizione dell’obiezione di coscienza sarebbe un regresso sociale senza precedenti. Non si può obbligare un medico a praticare l’aborto che non condivide.
Non si può fare e proprio in nome di quella stessa libertà cui in altri punti lo sciopero si richiama. La libertà non può esistere in un solo senso, se libertà deve essere che libertà sia, ma che sia per tutti, anche per gli obiettori di coscienza. Non si può chiedere per se stessi una libertà che non si vuol concede agli altri.
Inoltre l’eventuale obiezione di coscienza una volta soppressa nei medici rischierebbe di estendersi anche altrove, potenzialmente ovunque. Non è una bella pubblicità. E in questa società abbiamo molto bisogno di obiezione di coscienza, essa è l’arma con la quale possono sconfiggersi mali profondi e profondamente radicati. Un grave errore dunque, un punto che, ripeto, non condivido.
Buona festa della donna a tutte le donne!!!


domenica 26 febbraio 2017

Due parole sui democratici e progressisti, Dp

Comunque la si guardi la nascita di Dp è profondamente sintomatica e significativa: esprime l’esigenza attuale di una sinistra diversa, visto che quella odierna sembra ancora tentata dal prendere una piega definitivamente neo-liberista. Se la sinistra sbaglia strada un ritorno all’ordine di una parte di essa, anche se qualcuno esprime scetticismo e dubbi, non può che coincidere con un ritorno ai vecchi principii, ma questo non significa misconoscere il mondo attuale né il concetto di "cambiamento". Il discorso sarebbe lungo e complesso e comprenderebbe anche l’argomento “globalizzazione”. Siamo in una fase di messa in discussione della sopracitata “globalizzazione”, per fortuna (era l’ora!) e per il momento questa sembra generare una rivalutazione del concetto di nazione, il che rappresenta un bene naturalmente, almeno dal mio punto di vista  ma, per gli amanti dell’internazionalismo a tutti i costi, sembrerà più appropriata forse una risposta democratica internazionale, la nascita di un movimento di democrazia planetaria, magari. Già, Democrazia Planetaria, DP! Trattasi dello stesso acronimo di Democratici e progressisti, Dp… Chissà forse un giorno Dp, Democratici e progressisti si evolverà in DP, in Democrazia Planetaria… In ogni caso, comunque la si pensi, siamo attualmente orfani di una sinistra che sia veramente tale e qualsiasi tentativo di ripristinarla non può che rappresentare un bene per il Paese…

martedì 14 febbraio 2017

A proposito di CETA

Si dice che in gioco ci sia l’immagine dell’Ue e più precisamente di una Unione europea aperta, per così dire, all’internazionalismo. Io dico che in gioco c’è l’economia e la qualità dei prodotti europei e delle singole nazioni che compongono l’Unione europea. Io dico che sono proprio l’internazionalismo di facciata e la retorica internazionalista in generale che stanno alla base del depauperamento, per esempio, del territorio italiano e delle industrie italiane; io dico che è proprio la misconoscenza dell’importanza dei confini che è alla base della crescente disoccupazione.
Forse l’immagine dell’Ue è in gioco sì, ma non nel senso in cui si propone sulla stampa ufficiale, comunque non nei termini suesposti. E’ in gioco l’immagine di una Ue che non riesce a non firmare un trattato a lei sfavorevole.
Io dico che questo trattato è tutto in favore del Canada e per niente in favore dell’Ue e se questa è la vocazione internazionalista, quella di portarti a firmare accordi svantaggiosi, meglio non essere internazionalisti.
Il Canada conta circa 36 milioni di abitanti; l’Ue ne conta 503 milioni. E’ sufficiente conoscere le tabelline per capire che il vantaggio è tutto e solo per il Canada!
Il mercato infatti è rappresentato dalla popolazione, tutti potenziali acquirenti dei prodotti che vengono commercializzati; facciamoci quindi qualche domanda:
1) di quanto si estende il mercato dell’Ue?
2) di quanto si amplia il mercato del Canada?
Dopo aver risposto, con dati matematici alla mano, a queste domande chiediamoci ancora: qual è quindi il mercato che si amplia di più?
Risposto a quest’ultima domanda non rimarrebbe che appurare che l’ampliamento del mercato non è paritetico per le parti in causa...
Dati alla mano, il mercato del Canada si amplierebbe del 1397 %, quello dell'Ue si amplierebbe del 7 %.
Chiunque può notare una qual certa differenza tra il 1397 % e il 7%!
Se poi si considera che l'Italia partecipa all'unione europea con 60 milioni di abitanti su 503 circa complessivi si scopre che questi 60 milioni di abitanti rappresentano circa il 12 % della popolazione complessiva dell'Ue,
quindi in pratica il guadagno dell'Italia sarebbe di un 12 % di quel 7% cioè dello 0,84 % a fronte di un 1397 % canadese.
Qualcuno potrebbe dire che con 60 milioni di abitanti a fronte di un Canada con 36 milioni di abitanti l'Italia incrementerebbero il mercato di potenziali acquirenti del 60 %, ma questo potrebbe avvenire solo e soltanto se sussistesse un accordo commerciale tra Canada e Italia sole; mentre essendo invece tra Canada e Ue tutta, con gli altri stati europei che sono peraltro concorrenti nell'esportazione, il raffronto più realistico che si può portare per capire il vantaggio (in realtà lo svantaggio) dell'Italia sull'estensione del mercato sarebbe proprio tra il 1397 % del Canada e lo 0,84 % dell'Itala. Ora, 1397 : 0,84 fa circa 1663. Questo significa che il CETA è 1663 volte più favorevole al Canada che all'Italia; francamente troppo! Perché mai dovremmo ratificare un trattato che è 1663 volte più favorevole alla controparte?
In pratica il trattato CETA all'Italia non conviene minimamente!
Perché dunque dovremmo fare un simile favore l Canada? In cambio di che cosa?
Qualcuno tra i "rappresentanti" del popolo italiano, se le pone queste domande?

E’ del tutto evidente che questo trattato va a danno dell’Ue e delle singole Nazioni componenti, e chi non riesce a vedere (o non vuole vedere) questo danno è esattamente chi ne propone l’approvazione. Chi propone l’approvazione del CETA, questo l’acronimo del trattato. Costoro si renderanno responsabili dinanzi a tutti i cittadini dell’Ue dei danni che questo sproporzionato trattato provocherà, ed io spero che i cittadini europei se lo ricordino bene, in modo tale che quando appureranno il danno – e lo appureranno – sapranno con chi rifarsela, disinformazione e bufale più o meno ufficiali e più o meno di regime permettendo!
L’Unione europea tutta tesa a difendere gli interessi delle multinazionali, tutta tesa a “garantire il mercato” e gli investitori dalle proprie perdite dovute al rischio d’impresa (di cui dovrebbero assumersi le responsabilità le aziende stesse), facendo addirittura pagare ai cittadini le politiche fallimentari delle stesse, è una delle responsabili dell’aumento del debito pubblico italiano. Così vi è peraltro il paradosso di una Ue che contribuisce a questo aumento del debito e che poi chiede agli italiani di ridimensionarlo. Ora, queste politiche che danneggiano il nostro Paese sono il frutto esattamente della retorica internazionalista che in ultima analisi si può identificare con l’internazionalismo delle multinazionali, con la globalizzazione e il mercato selvaggio e deregolamentato.
Questo trattato purtroppo è esattamente sulla stessa lunghezza d’onda; è un errore che si sommerebbe agli altri errori se venisse approvato. Le vecchie politiche fallimentari dell’Ue, quelle che portano all’austerità in periodi di crisi (dove servirebbero politiche espansive, nota bene!), vorrebbero riproporsi e proseguire con il CETA.
E’ del tutto evidente quindi che personalmente spero che il CETA non passi!!!
Forse c'è in gioco l'immagine dell'Ue sì...così domani il mondo osserverà il Parlamento europeo e se ne farà un'immagine, cercondo di capire se in Parlamento europeo si conoscono le tabelline oppure no e chiaramente l'immagine di un Parlamneto europeo che non conosce le tabelline agli occhi del mondo non è proprio una bella immagine e il mondo saprà da questo come relazionarsi ad una Ue che non conosce le tabelline...ma il danno che questa immagine provocherà ai cittadini europei e all'Europa tutta, chi lo risarcirà?


domenica 29 gennaio 2017

Ripetere giova

Ripetere giova. A mo’ di ritorno alla fonte, a mo’ di ritorno all’ordine, come una specie di giubileo, giova senz'altro ripetere (e ripetersi) per esempio, i principii che hanno contribuito a muovere alla creazione di un DE (Diario Elettronico), sì da ricentrare il lavoro da svolgere sullo stesso. “Ricentrarsi”, “ricentrare”, ecco lo scopo e il giovamento da trarre da un “ripetersi” e “ripetere”.
Riparto quindi da un articolo che già parzialmente campeggia nel sottotitolo di questo DE, l’art. 4 della Costituzione che recita:

“La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al benessere materiale o spirituale della società.”

Questo articolo riecheggia l'art.1 della nostra Costituzione e ci ricorda che per molti concittadini il diritto al lavoro di fatto non è riconosciuto ed anzi, col tempo, attraverso scelte cui l'Italia forse non era pronta o che sono intrinsecamente sbagliate, è purtroppo diminuito. Auguriamoci così di veder presto rimettere al primo posto la questione del lavoro. Sarebbe arduo spiegare per esteso l'art.4, così, al di là di questa introduzione mi limiterò ad alcune riflessioni sulla seconda parte dello stesso prendendo come punto di partenza la situazione del cittadino più fortunato che ha la fortuna di svolgere una attività, una funzione, un lavoro.
Quando il cittadino ha scelto l’attività da svolgere ed ha avuto la fortuna e la possibilità di esercitare effettivamente l’attività scelta, magari dopo averla conseguita con fatica ed impegno, egli risponde pienamente alle richieste di questo articolo. Tutti i cittadini sono tenuti al rispetto della libertà di scelta che ognuno singolarmente compie nella ricerca di tale attività, anche e soprattutto quando la scelta giunge a buon fine. Questo rispetto cioè non si deve espletare soltanto nel momento della ricerca ma anche quando al ricerca dell'attività (che sia lavoro o altra attività o funzione) giunge a buon fine.
Ma le possibilità di ogni cittadino potrebbero non esaurirsi nell’espletamento di questa sola attività, e ciascuno, sempre secondo le proprie possibilità e la propria scelta di libero cittadino, nonché nel rispetto dei diritti degli altri e del dovere di solidarietà economica, politica e sociale di cui all'art, 2 (Costituzione), può nel tempo libero dedicarsi ad altre attività che concorrano al benessere materiale o (ma direi: e/o) spirituale della società.
Queste attività possono costituire un momento creativo di crescita personale ma in vari modi di crescita anche collettiva e contribuire al pieno sviluppo umano della personalità del cittadino che sceglie di intraprenderle e potenzialmente anche degli altri cittadini. Infatti nel momento in cui si contribuisce (non è facile naturalmente) al miglioramento del benessere materiale e/o spirituale della società, proprio in quanto benessere della società, si contribuisce altresì al fatto che tale sviluppo si riverberi sugli altri.
Queste considerazioni legano l’art.4 di cui stiamo trattando all’art.3 (abbiamo già citato peraltro anche l'art.2) dove peraltro si sottolinea come sia compito della Repubblica (e quindi di tutti i membri che ne fanno parte) rimuovere gli ostacoli che limitano “la libertà e l’eguaglianza dei cittadini” e pertanto “impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.
Le scelte dei cittadini, vorrei dire le scelte libere dei cittadini, compiute nella consapevolezza che la propria libertà finisce dove comincia quella degli altri, compiute nella consapevolezza dei diritti degli altri, compiute nella consapevolezza dei propri doveri di solidarietà, possono e anzi debbono essere rispettate e non solo, debbono essere aiutate nella misura in cui questo aiuto consiste nella possibile rimozione degli ostacoli che limitando la libertà del cittadino ne impediscono la realizzazione.
E’ questo l’atteggiamento costituzionale. Non rimuovere gli ostacoli e magari, al contrario, frapporne è invece un atteggiamento che non solo non segue le indicazione della Costituzione ma che è palesemente anti-costituzionale, è un atteggiamento che non serve a nessuno, è un atteggiamento che certamente non serve al Paese ed anzi lo danneggia. E se danneggia il nostro Paese aiuta soltanto gli avversari e i nemici del nostro Paese.
Siamo tutti chiamati al rispetto della Costituzione!


sabato 21 gennaio 2017

Ieri: un giorno di svolta?

Ieri si è insediato alla Casa Bianca il nuovo presidente degli Stati Uniti d'America, Donald Trump.
Nel porgere le mie congratulazioni al nuovo presidente, mi permetto di fare un breve commento. Se veramente <<il potere da Washington torna al popolo>>, come annunciato, siamo di fronte a quella che secondo il mio modesto parere è una risposta più che sensata al sistema attuale, sempre più elitario e irraggiungibile dai comuni cittadini. Anche la vittoria del NO al referendum costituzionale in Italia è stata un vittoria del popolo contro l’élite che lo vogliono controllare forzosamente dall’alto ed estromettere dalle decisioni.
Forse con questi due eventi si apre un’era nella quale le critiche al mondialismo, alla globalizzazione, all’accentramento dei poteri verso l’alto e verso strutture che vanno al di là dei confini nazionali, anche tramite dubbie (e forse illegittime) verticalizzazioni, con il conseguente allontanamento del popolo e dei governi nazionali dalle decisioni, permetteranno il riequilibrio della situazione.
Speriamo… Molti sono scettici, molti sono critici (mi sembra perfino ovvio!) ma il mandato è cominciato solo ieri e non resta che osservare il prosieguo e l’evolversi delle cose…

domenica 1 gennaio 2017

Buon anno

Buon nuovo anno a tutti, particolarmente ai difensori della Democrazia!!!

sabato 31 dicembre 2016

Pensieri di fine anno e propositi per il nuovo

Effettivamente l'appagamento determinato dalla vittoria del NO, che era probabile ma non scontata, ha indotto una certa rilassatezza e personalmente sono stato quasi un mese senza pubblicare niente, ma fare parte di un fronte comune significa proprio questo: che per uno che si rilassa c'è qualcuno che rimane vigile! E sono in molti a farlo per fortuna...
Così sono lieto di apprendere da Scenari Economici che la Corte Costituzionale ha emesso una storica sentenza sul Pareggio di bilancio. Era necessario inquadrare nel giusto modo la questione per evitare che una lettura restrittiva di questo fatidico pareggio di bilancio in Costituzione andasse a detrimento dei diritti dei cittadini.
In effetti il pareggio di bilancio come già espresso da Valerio Onida, deve essere un obiettivo politico e non un obbligo giuridico. La sentenza sembra venire incontro a questa concezione, pur senza rimuovere l'obbligatorietà giuridica, che deriva dalla costituzionalizzazione di tale pareggio (cosa che si potrebbe fare solo abolendo l'articolo che lo costituzionalizza).
Essa sembra infatti ribadire quello che è la non comprimibilità dei diritti espressi dalla Costituzione. Questa incomprimibilità significa che non si può risparmiare sui diritti, a spese dei diritti, che si deve necessariamente trovare una strada diversa.
La concezione secondo la quale il pareggio di bilancio deve essere "un obiettivo politico e non un obbligo giuridico" significa proprio questo, che l'elasticità del buon senso, pur cercando di evitare gli sprechi, deve lasciare indenni i diritti fondamentali dei cittadini.
Ciò che prima era affidato al buonsenso adesso viene sancito da una sentenza della Consulta.
Per maggiori dettagli aspetto di leggere la sentenza per esteso e mi propongo di farlo il prossimo anno che bussa alle porte.
Ma in quest'ultimo dell'anno, adesso è giusto lasciare il passo  anche alla leggerezza e ad altri pensieri...Buon fine anno e miglior principio!

Il Referendum è vinto dal fronte del NO!

Il Referendum Costituzionale è stato vinto dal fronte del NO.
Lo sforzo collettivo ha poi sortito il risultato sperato: è stata una grande vittoria della Democrazia, dei diritti e dei cittadini italiani.
Non ha vinto chi è "contro", ha vinto chi è "pro",chi è a favore, in
questo caso delle conquiste sociali inscritte nella Carta Costituzionale.
Anche oggi, nell'ultimo giorno dell'anno, è bello ripensare a questa grande vittoria, che è una vittoria di tutti, ed è bello finire l'anno con questo sapore in bocca!!!

venerdì 2 dicembre 2016

Uno sforzo collettivo del fronte del NO al di là delle divergenze ideologiche

Di fronte all'offensiva di tipo mediatico e clientelare, al populismo dei soldi a pioggia del fronte del sì, il fronte del NO deve comportarsi come un esercito di Sparta, serrare le fila, stare coeso, non arretrare di un millimetro dinanzi all'avversario e anzi, cercare di conquistare metro su metro gli indecisi, un passettino alla volta, anche ora, a due giorni dal voto!
Ciò che si raccomanda al fronte del NO è la coerenza e la compattezza, la decisione nell’affermare il proprio NO, la decisione nell’andare in cabina elettorale a votare NO a questa Deforma inaccettabile, che ridicolizza la nostro storia!
Questo per le diecimila motivazioni che nell’arco di questi mesi sono emerse, per evitare uno scempio storico, di proporzioni incalcolabili.
Il fronte del NO è composto prevalentemente dalle forze di opposizione, con alcuni della maggioranza che si allineano al NO: vedi D’Alema, Bersani, ecc. Ma ci sono anche molti, nel fronte del NO, che del PD lo sono stati, vedi per esempio Fassina, Civati, D’Attorre e tanti altri…
E’ vero poi che ci sono alcuni dei partiti di opposizione che a differenza delle indicazioni di partito sarebbero favorevoli al sì, ma anche in questo caso, rappresentano la minoranza rispetto al proprio partito o movimento di appartenenza.
Ora, questo è in certo qual modo normale, comprensibile, fa parte dello stato ordinario delle cose, e tuttavia a seconda dei partiti o dei movimenti certe defezioni appaiono più o meno comprensibili, si possono operare dei distinguo.
Per esempio per quanto riguarda la Lega mi sembra che, rispetto ad altri partiti, sia assai meno comprensibile che ci sia una minoranza, per quanto esigua, che sarebbe propensa al sì, e questo perché storicamente la Lega è sempre stata diverso-europeista o, se preferite, euro-scettica, ma anche federalista. Questa Riforma/Deforma da un lato trasforma il Senato in un ispettorato della Troika (Banca Centrale Europea, Commissione europea, Fondo Monetario Internazionale), dall’altro strappa alle regioni le prerogative conquistate faticosamente nel tempo e grazie a Riforme Costituzionali andate in porto, come quella del 2001, che questa nuova Riforma/Deforma tende a smontare, per la serie: fare e disfare l’è tutto un lavorare!
Specialmente dopo l’intervento di Prodi, già colpevole di averci promesso un’Europa dove sarebbero scorsi latte e miele, e che invece si è rivelata un incubo, spero che gli amici della Lega tutti, nessuno escluso, si sentiranno motivati ad autodeterminarsi al No, anche gli indecisi o i propensi al sì; spero che ascolteranno il proprio segretario e andranno tutti compatti e coesi a votare NO al Referendum Costituzionale.
Sono molto sorpreso, lo dico sinceramente, di apprendere che ci sono ancora alcuni leghisti che non si sono decisi a questo passo. Che cosa ostacola questa decisione?
La fedeltà al proprio Segretario è in questo momento un punto essenziale se non vogliamo rischiare di farci sfuggire di mano la situazione, soprattutto di fronte all'offensiva del sì che le sta tentando tutte ma proprio tutte. Questa del REFERENDUM è anche una occasione storica per far cambiare verso all’Unione europea. Questa compattezza sarebbe uno dei punti di forza utili a bilanciare la disparità di mezzi e di presenze televisive, e può addirittura fare la differenza!
Lo stesso dicasi per il movimento 5 stelle che nasce come movimento critico nei confronti dello status quo politico europeo e quindi anch'esso diverso-europeista o, se si preferisce euro-critico. Le ragioni sono quindi più o meno le stesse: una Riforma/Deforma come questa che in modo ancor maggiore rispetto a prima, assoggetta l’Italia ai burocrati dell’Ue , anche da un punto di vista formale, rendendo il Senato alle dirette dipendenze di Bruxelles, un Senato peraltro non più eleggibile, nonostante le arrampicate sugli specchi di chi tenta la bufala di far credere che sia elettivo. Essere fedeli all’indirizzo e alle indicazioni del movimento 5 stelle da parte di tutti i sostenitori del movimento stesso, in questo momento è essenziale, un punto fondamentale per controbilanciare la macchina mediatica messa in moto dal fronte del sì che si appoggia sui vantaggi tipici che il palazzo notoriamente ha di partenza.
E non capisco la posizione monolitica di Confindustria. Quali vantaggi deriverebbero all'industria da questa Riforma? Non si capisce. Spero che anche all'interno di Confindustria ci sia qualcuno che apprezzi la Costituzione Italiana e che crede che nella sua applicazione ci sia il superamento della lotta di classe per il supremo fine del benessere sociale collettivo, a partire da questa riaffermazione è possibile sviluppare una strategia per portare la pressione fiscale al 18, 20 % ma prima dobbiamo riaffermare il diritto, la sua importanza, perché il diritto da sicurezza e la sicurezza sviluppa creatività e benessere sociale da investire anche in industria. Sia del NO anche Confindustria.

I cittadini italiani grazie a tutto il fronte del NO e per le ragioni espresse sopra, grazie particolarmente alla fedeltà della Lega e del movimento 5 stelle possono divenire protagonisti di un cambiamento storico, epocale, che solo il NO è in grado di attuare: cambiare l’indirizzo dell’Unione europea.
E’ proprio così e il momento è ora e non tornerà mai più! Se perdiamo questo momento storico non avremo un seconda occasione. E’ ora l’occasione di attuare un NO che equivale ad una Rivoluzione, ma a una Rivoluzione tranquilla!!!
Del resto dopo il "golpe tranquillo" che scalzò Berlusconi nel 2011 (e qui chiamo in causa Forza Italia) è giusto rispondere con una RIVOLUZIONE TRANQUILLA!
Vorrei esortare tutti gli indecisi che si riconoscono nei rispettivi partiti ad ascoltare i propri segretari di partito e ad esservi fedeli, solo così si potrà vincere il Referendum Costituzionale.
Qui non si chiede di essere come i cittadini britannici che hanno votato per uscire dall’Ue, una decisione radicale che qui non si pone, qui si chiede di non genuflettersi all’Unione europea, penso che si possa fare…si tratta di decidere se essere schiavi dell’Unione europea oppure NO…
Ma sarebbe disdicevole notare che mentre in Gran Bretagna il popolo ha avuto il coraggio di dire NO al bullismo di Bruxelles, il Italia il popolo si piega ai ricatti, agli spauracchi, alle minacce velate e meno velate, e si genuflette dicendo sì ad una Riforma/Deforma che è anche un sì alla propria schiavizzazione formalmente sancita rispetto a Bruxelles.
Il Mondo direbbe: ma come, in Gran Bretagna dicono NO al bullismo di Bruxelles e in Italia si dice sì alla schiavizzazione voluta da Bruxelles? Che differenza!
E’ questa la dimensione internazionale del REFERENDUM che domenica ci sarà in Italia; non un fatto meramente nazionale, bensì un fatto internazionale perché se l’Italia dice No a questa Deforma che toglie diritti ai cittadini, dice contestualmente NO a quelli che questa Deforma l’hanno voluta e proposta, come JP Morgan e la BCE, uscendo quest'ultima peraltro dai confini del proprio mandato istituzionale.
Chi dice NO a questa Deforma dice NO all’assenza di Democrazia e rappresentanza che attualmente impera nell’Ue, e blocca il tentativo di estenderla ovunque, a macchia d’olio. Altri Paesi si stanno attrezzando rispetto a questa triste realtà, perché l’Italia non dovrebbe fare altrettanto?
Cittadino italiano, il mondo ti guarda! Che impressione vuoi dare, quella di uno che lotta per perdere diritti e partecipazione?
Pensi che il mondo ti stimerebbe?
Cittadino italiano, il mondo ti guarda! Non pensi che sia giusto fargli vedere di che pasta sei fatto? Non pensi che sia giusto far vedere al mondo che hai la spina dorsale, che difendi i tuoi diritti, la tua autonomia dall’invadenza della burocrazia europea, che non ci stai a farti scippare il diritto di voto?
Se mantenere la propria bella Costituzione manda in crisi l’Unione europea, l’Ue si dimostra ben poca cosa e si evidenzia il fatto che c’è qualcosa che non va nella stessa. Ma questo qualcosa può essere curato esattamente dalla Costituzione Italiana!
Se essa viene stravolta, non ci sarebbe più possibilità di cura per l’Ue e a lungo andare essa deflagrerebbe, si annienterebbe da sola, su questo non c’è alcun dubbio.
Il No è dunque una possibilità offerta all’Ue per rettificare i propri errori e cambiare marcia!
Il NO è il voto dell’autentico cambiamento.
Per cui ripeto la mia preghiera a tutto il fronte del No e, per le ragioni suesposte, in modo particolare agli amici della Lega e del movimento 5 stelle, diversi ma uniti nel ritenere che queste nuove regole del gioco non si possono accettare, che questa Riforma è irricevibile, li invito ad ascoltare i propri vertici, a seguire l’indirizzo di partito.
Se ciò avverrà, le probabilità di vittoria del NO aumenterebbero considerevolmente e in caso di vittoria del NO, scriveremmo la storia d’Europa, noi italiani, con la nostra Costituzione!!!
Perché rinunciare a scrivere la storia d’Europa? Andiamo a votare determinati e VOTIAMO NO!

TUTTI UNITI A VOTARE NO!!!