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venerdì 31 agosto 2012

Interpretazioni interessate?

Il santo patrono dei pittori e degli artisti in generale, anche nella accezione moderna di operatori artistici, è San Luca Evangelista.
E' confidando nella sua intercessione e clemenza di giudizio che io,  operatore artistico, mi accingo,  non senza un qualche timore reverenziale, a commentare l'interpretazione di una frase del suo Santo Vangelo.
Lo faccio perchè sono oltremodo convinto che una certa interpretazione di questa frase abbia  più che una qualche rilevanza nel determinare tutta una serie di atteggiamenti che definirei arrendevoli nei confronti di quello che potrebbe configurarsi, in termini generali, come un tendenziale peggioramento delle cose.
Lo faccio perchè credo che questa stessa frase (e le sue interpretazioni) abbiano una qualche rilevanza anche nel determinare una certa facilitazione al cammino di potenziali pericoli e deviazioni, in ultima analisi anche dell'assetto democratico stesso.
Ecco la frase nella sua attuale traduzione italiana tratta dalla Bibbia ( Luca 18,8) edizione ufficiale della CEI:

'Vi dico che farà loro giustizia prontamente.
Ma il Figlio dell'uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?'

Partiamo dunque da qui. Come interpretare questa domanda?
Per tentare un approccio interpretativo a questa domanda intanto possiamo dire che si tratta di una domanda retorica. Come è tipico delle domande retoriche non c'è una risposta che segua, per lo meno non una risposta immediata e non una risposta scritta. Nel Vangelo di San Luca dopo questa domanda segue una parabola, in altri termini si cambia discorso e la risposta rimane sospesa.
Quindi questo parametro tipico delle domande retoriche è rispettato con ogni evidenza.
E' forse indagando le caratteristiche delle domande retoriche che possiamo trarre degli elementi utili alla decifrazione di questa che forse è una dalle domande maggiormente inquietanti di tutto il Vangelo?
Forse, rileggiamo:

'Ma il Figlio dell'uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?'
L'assenza di risposte così tipica delle domande retoriche crea un vuoto che generalmentre viene colmato da una risposta che si presume sottintesa. E quale sarebbe la risposta sottintesa in questo caso? Alcuni ritengono che la risposta sottintesa sia: No! Non troverà la fede sulla terra! 
E questo naturalmente sbilancia la questione a favore di coloro che ritengono che si tratti di una frase profetica, di una predizione.
Tuttavia le cose potrebbero non stare esattamente così e questa risposta potrebbe essere eccessivamente frettolosa. Tra gli assertori della tesi secondo la quale si tratterebbe di una frase profetica possiamo annoverare un insigne filosofo inglese vissuto a cavallo tra Cinquecento e Seicento: Francesco Bacone, italianizzazione del nome inglese Francis Bacon.
Nel suo saggio intitolato 'Della Verità' Bacone ci dice per esempio che la perfidia della falsità e l'inosservanza della fede si esprimono in modo eccelso con le parole del Vangelo secondo Luca appunto al capitolo 18 versetto 8, parole verso le quali richiama la nostra attenzione.
Bacone ci conferma con parole sue di credere che si tratti di una predizione. 
Tuttavia la sua citazione, obiettivamente presenta qualche lacuna che andremo ad esaminare.
Invitiamo gli eventuali gentili lettori a munirsi del testo del saggio. Io, da parte mia preferisco riportare soltanto discorsi in modo indiretto, per non incorrere nel rischio di violazione dei diritti d'autore. Mi rendo conto che in questo modo rendo le cose meno intelligibili e più farraginose ma preferisco assecondare un principio di prudenza. Bacone è scomparso da quasi quattro secoli e credo che i suoi diritti d'autore oramai siano inesistenti, tuttavia a scanso d'equivoci...
Ma riprendiamo...a cosa dobbiamo queste lacune? Ad una diversa traduzione del testo sacro? Ad una omissione volontaria, a che cosa?
Non conosco le versioni della Bibbia dell'epoca di Bacone. Presumo che fossero in latino, ma queste diversità non so se si possano spiegare semplicemente col passaggio dal latino al volgare.
La questione per me è aperta e la dovrò approfondire.
In ogni caso quattro cose emergono ben visibili e noi le possiamo notare senza difficoltà, eccole:
a) invece di 'Figlio dell'uomo', viene usato il termine 'unto' cioè 'Cristo';
b) la citazione  è priva della parte che recita: 'Vi dico che farà loro giustizia prontamente.'
c) nelle versioni attuali dei Vangeli l'avverbio di negazione 'non' non compare; sbagliano le versioni attuali o quelle di allora?
d) viene omesso il carattere interrogativo della frase sul quale mi pare sussista oggigiorno una generalizzata unanimità e che ha trovato oggi la sua oggettivazione nella presenza del segno di punteggiatura che rappresenta l'interrogazione, il punto interrogativo appunto.
In effetti, in generale, non credo che nei testi antichi fosse presente un segno di punteggiatura che indicasse la natura interrogativa  delle  frasi. Ma nei  testi  di oggi la punteggiatura è presente e nel caso specifico tutti i testi, tutte le versioni da me conosciute riportano la frase in esame in forma interrogativa. Forse già nel Cinquecento o nel Seicento era così. Bacone tuttavia non la riporta in forma interrogativa. Perchè? c'è una ragione? Può darsi che riporti una opinione altrui, che lui condivide e fa sua, ma che nasce altrove. 
Non solo, ma il fatto che egli dica che si tratta di una situazione che è stata predetta (e soltanto dopo citi il Vangelo) dimostra in modo inequivocabile una presa di posizione pregiudiziale sull'argomento, dove il pre-giudizio consiste esattamente nel ritenere la frase evangelica una frase profetica.
Come dire che non si discute il carattere della frase perchè il suo carattere è già stato acquisito ed il suo carattere, secondo questa interpretazione,  è profetico.
Ci sono troppe cose date per scontate. Il fatto è che l'esegesi biblica, fatte salve le alte verità di fede, non dovrebbe permettere che le questioni si liquidino con una simile frettolosità o che le si diano così per scontate.
In ogni caso la domanda rimane senza una risposta, e si configura come domanda retorica che non sottintende una risposta precisa, men che meno la certezza di una risposta negativa. Al contrario, in questa sospensione si può ravvisare nettamente la presenza di una speranza, la speranza che così possa non essere!
La frase virgolettata nell'attuale versione del testo di Francesco Bacone presenta troppe anomalie perchè la si possa credere una citazione vera e propria del Vangelo. Naturalmente essa lo richiama, e come, ma non lo cita propriamente ed esattamente. Come illustrato temo ci si trovi dinanzi piuttosto ad una interpretazione della stessa che ad una citazione vera e propria.
Nei testi che pubblicano il saggio di Bacone, le note a piè di pagina che rimandano al Vangelo di San Luca sono pertinenti e giuste, indirizzano verso la fonte primaria a cui Bacone stesso attinge e questo è naturalmente molto utile e positivo ma non possiamo certamente affermare che da un punto di vista strettamente filologico esse non necessitino di una qualche precisazione. Perchè è vero che la frase in questione è contenuta in Luca 18,8 ma è anche vero che essa non rappresenta per esteso quel versetto e che la parte omessa è portatrice e rivelatrice di un diverso sentore, di un diverso registro a cui ritengo sia utile approcciarsi per una lettura equilibrata e contestualizzata. E questo diverso registro bilancia quello che affiora nella frase interrogativa. 
Forse è per corroborare la tesi 'profetica' che i sostenitori di questa, omettono di citare del versetto 8 del capitolo 18 l'altra parte: 'Vi dico che farà loro giustizia prontamente.'
Questa frase termina un discorso sulla giustizia, sulla sua forza e sulla sua prontezza. Soltanto dopo appare l'altra, quella interrogativa che, più che profetizzare, diciamolo a questo punto, insinua un dubbio, drammatico e terribile quanto si vuole, eppur tuttavia pur sempre e soltanto un dubbio, non una certezza!
Ma anche se volessimo essere pessimisti fino in fondo, cosa sconsigliabilissima sempre e in questo caso in modo particolare, e vedere in questa ultima frase una profezia, la questione, pur offrendo punti di vista certamente interessanti nella loro pur evidente drammaticità, non potrebbe essere chiusa così repentinamente e così semplicisticamente. Il dibattito dovrebbe necessariamente aprirsi a vari interrogativi susseguenti...
Il rischio di cadere nel fatalismo e nell'accidia concomitante è assolutamente realistico e pericoloso, e dovrebbe bastare da solo a dissuadere dalla lettura pessimistica e inclinare verso quella ottimistica.
Dovremmo abdicare alle valenze della fede, della verità e della giustizia solo perchè ci viene ipotizzato un futuro deprivato di quei vasti orizzonti che queste stesse valenze sono in grado di squadernare dinanzi ai nostri occhi?
Dovremmo abdicare alle valenze della fede solo perchè ci viene prospettato un futuro nel quale la fede, si dice, sarà assente? Io credo che non sia opportuno e che non sia utile. Credo anzi che sia dannoso.
Quando Temistocle, nell'antica Grecia, ricevette il primo responso da parte dell'oracolo di Delfi, interrogato sulle sorti della guerra che i persiani di Serse gli avevano mosso, non si lasciò abbattere pur essendo stato l'oracolo nefasto.
Intanto mandò subito qualcun altro a chiederne un secondo. Pur essendo il secondo responso ugualmente nefasto, questo conteneva degli elementi aggiuntivi interpretando i quali Temistocle trasse quei dati che poi lo portarono alla sostanziale vittoria nei confronti dei persiani. Ma il principale strumento usato da Temistocle è stato l'amor patrio unito all'intelligenza tattica lucida e ferma, priva di quel panico che l'oracolo così nefasto avrebbe potuto portare.
Questo ci dimostra che non dobbiamo cedere alla presunta inevitabilià o negatività di un' informazione o di una situazione, ma dobbiamo sempre avere lo stimolo di migliorare le cose.
E allora ripeto, dovremmo abdicare alle valenze della fede soltanto perchè ci viene prospettato un futuro nel quale la fede, si dice, sarà assente?
Credo di no, benchè forse qualcuno vi speri. I persiani se avessero saputo del primo responso dell'oracolo di Delfi avrebbero certamente sperato che i greci vi credessere pienamente e che fossero presi da sconforto. Non fu così e la storia ci testimonia che i persiani alla fine furono sconfitti.
Ecco uno strumento concettuale semplice e utile a disacernere gli schieramenti in campo: chi crede la frase 'profetica'? Chi no? Chi si lascia abbindolare dal fatalismo? Chi invece sfrutta i mezzi e i doni del descernimento che Dio a donato perchè venissero usati per tentare sempre e comunque una risposta di buon senso?
Infatti saremmo tentati a ragion veduta di ritenere 'persiani' coloro che la ritengono profetica, e 'greci' coloro che non la ritengono tale.
E Bacone allora sarebbe un 'persiano'?
No, ritengo che fosse in buona fede. Dobbiamo pensare che con Bacone siamo a cavallo tra Cinquecento e Seicento in un contesto totalmente diverso da quello attuale. E questa frase, alludendo al futuro che verrà, acquista importanza col passare del tempo e oggi, a distanza di quattro secoli dall'epoca di Francis Bacon, sembra avere acquistato una rilevanza maggiore rispetto ad allora.
Bacone non è quindi un 'persiano' nel senso di un 'invasore', non aveva nulla da invadere. Tuttavia, forse inconsapevolmente, nel corroborare quella tesi potrebbe suo malgrado aver aiutato in passato e potrebbe aiutare ancora oggi coloro che da questa tesi potrebbero pensare di trarre profitto.
Credo che il teologo ci confermerebbe quanto grande sarebbe il gloriarsi dell''avversario' nel riuscire a strumentalizzare a proprio favore lo stesso 'Vangelo' cioè proprio lo strumento principale per contrastarne l'operato.
E da un punto di vista tipicamente teologico, certamente nell'insieme di coloro che sperano di confondere le menti e i cuori dei fedeli e non solo, e che sperano di far credere vera qualcosa che non lo è, è difficile non intravedere quella che potremmo definire l'ombra dell''avversario', in ogni caso comunque di un 'avversario'.
Ora, nel mondo ci sono credenti e non credenti di varie fedi e confessioni. Immagino che l'interprertazione 'profetica' (e negativa) della frase presa in esame, sia rivolta ai credenti. Così lo è anche questa dissertazione che ha lo scopo di dissuadere dallo scendere a rapide conclusioni visto l'effetto negativo che queste possono avere. Ma ha anche lo scopo di dissuadere dal chiudere gli occhi dal mondo che si guasta per la sola ragione che 'così è stato predetto'! Infine ha lo scopo di suggerire di prendere in esame l'interpretazione 'non profetica' (e positiva) della stessa, poichè questa consente di non cedere alla tentazione di abdicare a quelle valenze positive che aiutano il mondo e che rispondono a quell'istintiva e naturale esigenza di giustizia cui allude la prima parte del versetto (Lu 18,8) benchè in qualche caso distrattamente omessa.

martedì 14 agosto 2012

Le domande per il futuro

Come annunciato nel post datato 11 agosto 2012, domenica 12 agosto sono stato a S. Anna di Stazzema, dove erano presenti autorità locali e addirittura europee. La giornata è stata ricca e intensa di emozioni.
Il programma è stato rispettato. Il Presidente del Parlamento Europeo Martin Schulz ha tenuto il discorso conclusivo, come previsto, discorso nel quale è emersa evidente la volontà di impedire che simili eventi possano succedere nuovamente, e quindi anche la volontà di impedire che le premesse storiche di questi tristissimi eventi abbiano a ripetersi. Non possiamo che condividere.
Al termine il programma prevedeva, dopo l'inaugurazione del Centro per la Pace, una conferenza stampa.
Pur essendo arrivato in ritardo rispetto all'inaugurazione non ho perso la conferenza stampa alla quale ho anzi partecipato con una domanda alla quale tenevo moltissimo. Voglio subito dire che, a causa del ritardo, non avevo capito che le domande erano riservate ai soli giornalisti, e quindi ringrazio fin da subito, le autorità presenti, di essere state così gentili da avermi consentito ugualmente di formulare la mia domanda. In effetti io sono un operaore artistico e non un giornalista accreditato, un semplice cittadino italiano ed europeo.
Tuttavia come gestore di un blog che si prefigge di fornire elementi utili a che un 'progresso materiale e spirituale' abbia a verificarsi, come chiede la Costituzione Italiana, mi sono sentito di formulare la mia domanda come se fossi un giornalista. La mia non era certo una domanda comoda, me ne rendo conto, ma se un progresso deve essere, dobbiamo anche renderci conto che non è evitando le domande scomode che questo potrà avvenire. Così dopo aver fatto presente quanto desiderassi  formulare la mia domanda, anche con ripetute alzate di mano, finalmente  mi è stato porto il microfono per quella che è stata l'ultima domanda della conferenza. Cosa ho domandato dunque? Dopo aver salutato le autorità presenti ho introdotto la mia domanda così: Rispetto al trattato ESM si ha l'impressione di rimanere molto sulla superfice e di andare avanti a promuoverlo a suon di spot che, come sappiamo, sono fatti per vendere e spesso riescono a vendere ciò che promuovono. Ma cosa sappiamo esattamente del contenuto di ciò che viene  promosso? Poco o niente! Le persone non sono informate proprio perchè non sono state informate adeguatamente da chi avrebbe dovuto farlo. E allora ecco la mia domanda:

Signor Presidente Schultz, il trattato ESM secondo lei, contiene delle clausole vessatorie nei confronti degli stati che vi dovrebbero aderire oppure no?

La risposta è stata ricca di dati, di numeri, di percentuali di tassi di interessi relative alla Banca Centrale Europea  e ad altre banche, numeri che adesso non saprei neanche ricordare e non li citerò.
Ma sostanzialmente non ha risposto alla mia domanda!
Così ho fatto notare al gentile Presidente che sostanzialmente non satava rispondendo alla mia domanda, ma purtroppo non c'è stato un seguito. Si poteva rispondere con un si, con un no, con un non so, oppure argomentando una risposta con una maggiore pertinenza, e invece si è preferito non rispondere a questa domanda. Devo dire che la parte che ho apprezzato della sua risposta è stata quella nella quale ha detto che certe cose devono essere valutate dal parlamento, segno che forse c'è un margine su cui discutere.
Quando ho salutato il Presidente, tuttavia, gli ho dichiarato nuovamente di non essere stato soddisfatto della sua risposta, lui ne ha preso atto, ma poi ci siamo salutati cordialmente. Penso che la difficoltà a rispondere rappresenti il sintomo di un disagio le cui cause  probabilmente, il Presidente stesso vorrebbe non sussistessero, ma che tuttavia si trova forse a dover subire. Ma allora se ci sono delle cause che determinano del disagio dobbiamo chiederci dove sono e quali sono e dobbiamo trovare un modo per ovviare a questo stato di cose.
Credo che debbano esserci maggiori possibilità, in nome della stessa democrazia che è stata menzionate negli stessi discorsi della giornata, di poter formulare domande da parte dei cittadini comuni, in nome di quella Europa dei Popoli che si dice di voler costruire. Sottrarvisi non serve a niente e a nessuno. Sono cresciuto in una cultura che mi ha insegnato a mettere in dubbio le mie certezze per costruirne di più solide e pensavo che questo fosse ormai una buona abitudine diffusa. Forse non è così, e mi dispiace.
Allora speriamo che possa esserlo un domani.
Spero che a simili altezze istituzionali ci si renda conto delle potenzialità di crescita insite nel suesposto metodo, cioè, per ribadire, nel metodo di mettere in dubbio le proprie certezze, e che si adottino le misure democratiche opportune per favorire un aperto confronto.

sabato 11 agosto 2012

La memoria per il futuro

Domani 12 agosto 2012 sarò presente a Sant'Anna di Stazzema dove si commemora l'eccidio del 1944, uno dei più feroci commessi in Italia ai danni delle popolazioni civili da parte dei nazi-fascisti.
La mia sarà la presenza di un semplice cittadino che vuole testimoniare la sua solidarietà alla popolazione locale. Ma la partecipazione a questo evento è importante anche per testimoniare il disappunto rispetto a ciò che accade quando salgono al potere le dittature, quando la democrazia viene meno. La testimonianza dunque ci  si augura possa tradursi fattivamente nell'impegno solenne a far si che i poteri dittatoriali non abbiano più a ripetersi in Europa, in nessun modo e sotto qualsiasi forma, fosse anche sotto forma di dittatura economica.
Ecco perchè è importante esserci domani, perchè in una Europa cui verrà sottoposto l'approvazione del MES o ESM (Meccanismo di Stabilità Europeo, che a discapito del nome, nasconde lati realmente oscuri e pericolosi, e un linguaggio a tratti perentorio e violento) la memoria aiuti il presente a non commettere errori che pagheremmo in futuro.
Sarebbe sciocco pensare di essere presenti ( e credo in effetti che a nessuno venga in mente di farlo) per rinfocolare rancori o additare un po' anacronisticamente come nemiche  nazioni che subirono esse stesse in realtà i danni della dittatura e in modo pesante. Al contrario è in nome dell'attuale amicizia che ogni testimonianza deve volgersi a suscitare attenzione e allarme verso tutto ciò che appare oscuro e perentorio, anche in nome di un principio di prudenza; è in nome dell'attuale amicizia che la testimonianza deve indirizzare a prestare orecchio a quelle istanze e a quelle accorate critiche che da tanta parte della popolazione civile a vari livelli e gradi vengono mosse rispetto ad anomale cessioni di sovranità nazionali, insite ancorchè non esplicitate nello stesso trattato ESM. E' in nome di questa amicizia che chiediamo il rispetto dell'Art. A del trattato di Maastricht.
Quando la democrazia si incrina si è suscettibili di prestare il fianco alle dittature. Rispettiamo la democrazia dell'Europa dei Popoli; ascoltiamo i popoli dell'Europa.
Il discorso conclusivo sarà tenuto dal Presidente del Parlamento Europeo Martin Schulz.

mercoledì 8 agosto 2012

Il grande problema culturale di oggi

...Continua da post del 3 agosto 2012

Con l'ultimo post ci siamo lasciati chiedendoci se la concezione che abbiamo definita articifio-centrica essendo di difficile collocazione storica non apparisse anacronistica, o in altri termini antiquata, perchè magari anacronistici ( o antiquati ) erano i mezzi della nostra indagine su di essa. Ma obbiettivamante ci sentiamo di escludere del tutto questa ipotesi perchè francamente i mezzi di indagine che talvolta, è vero, possono influenzare il risultato della stessa,in questo caso sono dei mezzi semplicissimi come il confronto tra le diverse idee che ci troviamo dinanzi,la ricerca di similitudini e divergenze e via discorrendo. Sono quindi strumenti concettuali di uso piuttosto comune. Questo dubbio ci sembra dunque fugato.
Ma allora in che cosa consiste la difficoltà di ritenerla anacronistica come istintivamente apparrebbe?
Essenzialmente dal fatto che, come abbiamo già detto, non possiamo collocarla in un preciso momento storico.
Ma allora il problema rimane e noi dobbiamo quindi chiederci ancora:
la concezione che mette al centro degli interessi dell'uomo i suoi prodotti anzichè l'uomo stesso (in questo caso specifico il mercato invece dell'uomo) e che investe questi prodotti di una dignità superiore  a  quella  dell'uomo che li ha pensati e prodotti per se, è una concezione anacronistica o una concezione modernista?
Rispondere non è semplice, ci proviamo:
L' artificio-centrismo sembra anacronistico perchè sembra più moderna la concezione che ci sembra rappresentare la sua più perfetta antagonista cioè la concezione antropocentrica originariamente e tipicamente rinascimentale, e con il Rinascimento facciamo un salto all'indietro di circa sei secoli. Questo ci spinge a credere la concezione artficio-centrica come più arretrata rispetto a questa. Eppure la difficoltà di dargli una collocazione precisa riporta a prendere in considerazione l'ipotesi di una sua originalità e quindi in qualche modo di una sua modernità.
In effetti dobbiamo ammettere che effettivamente pare essere veramente una concezione originale e quindi
almeno in questo moderna, ma da un punto di vista essenzialmente esistenziale, o se preferite anagrafico, deprivando cioè il termine 'moderno' di quei valori di positività che gli sono tipicamente connessi e che generalmente si porta dietro.
In altri termini quella artificio-centrica rappresenta una concezione culturale che presuppone come sub-strato culturale soltanto alcune caratteristiche della modernità, escludendone altre, le più rilevanti.
Per esempio esclude quelle di ambito filosofico perchè è compito della filosofia ( oltre che del senso comune) stabilire se l'uomo ha più o meno dignità delle cose che egli pensa, progetta, costruisce.
Quindi c'è una doppia difficoltà: è difficile considerarla anacronistica, ma è difficilie anche considerarla pienamente moderna e avanzata. E questa doppia difficoltà la rende una concezione piuttosto ambigua.
Ma, per concludere, in tutta obiettività non ci sembra possa rappresentare una conquista o un passo avanti di cui andare fieri e non c'è dubbio che la concezione antropocentrica rinascimentale, pur di sei secoli più vecchia ci sembra esprimere un ben più alto valore, una più alta conquista culturale.

Potrà sembrare esagerato ricavare una dissertazione di questo tipo per delle frasi sentite in qualche notiziario,o lette sui giornali ma potrebbe non esserlo. Infatti dobbiamo ricordare che erano frasi ricorrenti e che quindi tendevano evidentemente a creare opinione. Oppure la loro ricorrenza, come abbiamo tra l'altro già detto, intendeva proprio suscitare un dibattito, nel qual caso l'intenzione è lodevole, e la conseguenza naturale è che simili dissertazioni abbiano luogo. Ma ci tengo a precisare che ci sono frasi ed espressioni che effettivamente 'parlano' al di là delle reali intenzioni del dichiarante, e che ci sono cose che diciamo anche senza rendercene pienamente conto.
Capita a tutti, a me per primo. Quello che cambia e che fa la differenza, è il contesto nel quale vengono pronunciate. Proviamo a pensare a quale differenza c'è tra un contesto di amici che parlano tra di loro e un alto contesto istituzionale che viene amplificato dai mezzi di informazione di massa. La differenza è notevole.
In ogni caso le parole che pronunciamo hanno chiaramente un valore e sono importanti, tanto più quanto più dall'alto vengono pronunciate. E non c'è alcun dubbio che le parole che pronunciamo esprimano una moltitudine di cose che vanno anche al di là delle nostre intenzioni o consapevolezze o del più immediato dei significati. Ma indagarle deve essere ritenuto legittimo e non offensivo.
Ed il problema culturale di cui esse sono in qualche modo il sintomo è tanto più importante  quanto più alto è il contesto istituzionale nel quale questo problema si manifesta e viene individuato, anche perchè, dato il contesto, il problema che si manifesta può andare  ad incidere direttamente su quello che è il nostro futuro e quello delle prossime generazioni.

E' importante evidentemente, per non dire necessario, fronteggiare questa concezione artificio-centrica, che si rivela malgrado le intenzioni o la consapevolezza, contrapponbendole un'altra più profonda concezione che risponda meglio alle esigenze dell'uomo contemporaneo e alle sfide che lo aspettano.
Ora, siccome la più perfetta antagonista a questa concezione ci sembra essere quella che investe l'uomo della sua legittima e imprescindibile dignità ontologica, possiamo concludere che per contrastare l'artificio-centrismo con tutti i pericoli che esso comporta, è necessario e doveroso ricorrere ad un nuovo umanesimo che tolga l'uomo da una posizione di subalternità rispetto ai suoi stessi prodotti, e che lo riporti di nuovo al centro del mondo o più pragmaticamente, se preferite, dei suoi stessi interessi e che gli conferisca una maggiore dignità.
Potrebbe servire e rivelarsi utile un nuovo antropocentrismo che dovrebbe ovviamente tenere conto delle mutate condizioni di vita ed essere quindi di un grado diverso rispetto a quello del passato e proporzionato alle problematiche dell'uomo contemporaneo. E l'impressione è che da tempo in vasti settori della società si senta questa esigenza che evidentemente non può essere ulteriormente ignorata.
Lungi dal costituire un ostacolo alla fede del credente poi, questo antropocentrismo pur riconoscendo la posizione di centralità dell'uomo nella vita dell'uomo, non implica affatto il sostituire  Dio nella posizione centrale, poichè il credente sa che al centro dell'uomo c'è Dio.
Oltretutto, in ogni caso, ci pare meno grave questo che sostituire Dio con i 'prodotti' dell'uomo.
Per entrare un poco dentro a questo nuovo antropocentrismo, possiamo affermare che quest'ultimo dovrebbe spontaneamente distinguersi dal suo illustre precedente rinascimentale anche per un altro fatto che ci limitiamo a segnalare:
l'antropocentrismo rinascimentale riconosce la centralità dell'uomo ma in una società fortemente maschilista. si tratta quindi di un antropocentrismo tendenzialmente andromorfico, per così dire, cioè  fato a immagine del maschio. il nuovo antropocentrismo dovrebbe, si spera, aver superato questa dimensione parziale, per diventare un antropocentrismo antropomorfico, cioè di forma genericamente umana, dove per genericamente umana si intende che non si esclude ne la forma maschile ne quella femminile ma che entrambe hanno pari dignità di esservi rappresentate.
Questa potrebbe essere una possibile risposta e già da tempo, ripeto, qualcosa si è mosso in questa direzione, ma temo sia rimasto inascoltato.

venerdì 3 agosto 2012

Il grande problema culturale di oggi

...Continua dal post del 30 luglio 2012

Nel precedente post abbiamo analizzato due frasi molto ricorrenti oggigiorno:
L'Europa ci chiede...; I mercati ci chiedono...
Riprendiamo il discorso.
In generale, le frasi che vengono pronunciate anche e soprattutto quando si riferiscono all'esposizione dei propri intenti o ad illustrare il proprio operato, volenti o nolenti denunciano la cultura alla quale  appartengono. Ma cosa si deve intendere per cultura innanzitutto?
In questo caso per cultura si deve intendere non tanto l'alto sapere culturale, o in altri termini l'alto grado di acculturamento, quanto piuttosto la concezione di vita, il proprio modo di operare nella vita e di concepire la stessa, il modus vivendi.
Naturalmente non tutte le persone hanno lo stesso modus vivendi perchè è evidente che non tutti hanno lo stesso tenore di vita o appartengono ad una stessa classe sociale, ad uno stesso ambito di vita.
Per questo le cose che diciamo rivelano e rispecchiano ciò che siamo o vorremmo essere e ciò che pensiamo del mondo o come vorremmo trasformarlo.
Per questo i problemi che queste frasi pongono si configurano come 'problema culturale', perchè denunciano l'appartenenza ad un tipo di cultura che è vissuto da chi le pronuncia, ma denunciano anche gli intenti che potrebbero tradursi in politiche che ricadono su tutti anche su coloro che non aderiscono alla stessa cultura. Infatti quando una idea si traduce in politica, naturalmente allarga il campo della propria portata e della propria azione, e va ad investire anche la vita reale e il modus vivendi di chi non condivide queste stesse idee, appunto.
Quindi, riassumendo, il problema che queste frasi rivelano è un problema che si configura come 'problema culturale' perchè queste stesse frasi si fondano su concezioni di vita personali ma che potrebbero non essere condivise. Sembrano essere in gioco concezioni di vita diverse, forse addirittura opposte. Esse si manifestano come 'problema culturale' perchè un problema culturale è anche quello che potrebbe scaturire dalla loro applicazione sul piano pratico. Ma anche perchè compito della cultura (o di una diversa cultura) dovrebbe essere quello di comprenderne la portata e di offrire degli strumenti concettuali tali da svolgere il compito di mitigarne gli effetti potenzialmente negativi.
E' quindi necessario, per non dire doveroso, soffermarsi a riflettere e cercare di capire quali sono queste diverse concezioni di vita e in che modo rapportarsi ad esse.
Fondamentalmente quello che la mia breve analisi ha cercato di mettere in luce è che queste frasi ci rivelano una concezione decisamente non antropocentrica. Cioè a dire una concezione che non mette al centro l'uomo, il suo essere corona della creazione secondo alcuni, il suo essere corona dell'evoluzione secondo altri o entrambe le cose prese insieme  secondo altri ancora.
Questa concezione rivela, al contrario, una impostazione che potremmo definire, passatemi il termine, artificio-centrica. Cioè mette al centro i prodotti dell'uomo ( cioè artificiali ) e li investe di una dignità superiore a quella dell'uomo stesso che li ha fatti: i prodotti e le creazioni dell'uomo si antepongono al proprio artefice ed hanno maggiore dignità del proprio artefice! Il che sembra evidentemente assurdo, almeno secondo il senso comune!
Chiediamoci ancora una volta:

ma l'uomo è stato fatto per i mercati o viceversa sono i mercati che sono stati fatti per l'uomo?

La risposta che si spera di ricevere da questa domanda, come abbiamo già detto nel precedente post, è che sono i mercati che sono stati fatti per l'uomo e non viceversa.
E questo fortunatamente rivela ancora oggi un residuo di quell'antropocentrismo che dal Rinascimento in poi si è andato affermando quando con maggiore insistenza e quando con minore fortuna o con qualche intoppo, ma in linea di massima in modo sempre abbastanza costante.
La concezione artificio-centrica è abbastanza singolare invece nella sua originalità e non si può nemmeno dire che riporti l'uomo ad una fase precedente al Rinascimento, cioè al medioevo perchè la concezione medievale, che pure da un punto di vista della topografia cosmica metteva al centro la Terra, creazione di Dio, era caratterizzata essenzialmente da una concezione Teo-centrica, da una concezione cioè che metteva al centro di tutto Dio.
La concezione artificio-centrica sembra quindi costituire addirittura un arretramento rispetto al medioevo. Eppure è una concezione che si manifesta attualmente a quanto pare e questo dovrebbe far lungamente riflettere. In altri termini, una domanda che potremmo rivolgere a noi stessi è: siamo forse noi che stiamo usando dei sistemi di interpretazione sbagliati o anacronistici, tali da farci sembrare anacronistico l' oggetto della nostra indagine?
Credo che innanzitutto sia importante sollevare la questione e poi tentare una risposta che si presenta articolata e che affronteremo nel prossimo post.
Intanto, per concludere, diciamo che se il dubbio prende è perchè  è difficile collocare la concezione artificio-centrica in un qualsiasi periodo storico. Ci stupiremmo di ritrovarla perfino nel mondo dell'uomo preistorico.
Probabilmente rappresenta una vera e propria novità anche se forse non in senso assoluto.
A scanso di equivoci, ci tengo a precisare comunque che non stò cercando di suscitare l'ilarità di nessuno, sia chiaro. Ma ci sono cose che non possono essere taciute e certe analisi vanno portate avanti fino ai minimi termini, anche al rischio di dare l'impressione opposta, perchè la posta in gioco è troppo alta. Non saprei in quali altri termini porre la questione. Lasciatemi dire che, al contrario, il tutto verte, e spero si senta, su una assoluta serietà, e anzi oserei dire preoccupazione.

Prosegue...

Il problema culturale
Tecnica mista su carta
2011-2012

lunedì 30 luglio 2012

Il grande problema culturale di oggi

C'è un grande problema culturale in Italia e in Europa.
Lo si evince da tutta una serie di politiche e da tutta una serie di interventi inerenti le stesse politiche anche da parte di alti esponenti dello stato che da un po' di tempo ribadiscono ogni qual volta se ne presenta l'occasione quello che sembra essere diventato una specie di tormentone e che possiamo riassumere così:

L'Europa ci chiede..., i mercati ci chiedono...

E tutto questo per giustificare politiche appunto, che non vengono minimamente spiegate, se non con queste poche parole che sono del tutto insufficienti a illustrarne la portata, politiche nei confronti delle quali c'è una scarsissima informazione e una assenza di dibattito allarmante, essendo forse considerate per addetti ai lavori .
Ecco perchè mi prendo la briga di sottolineare che esiste un problema culturale molto esteso e molto presente ,che si somma agli altri problemi e che dovrebbe essere segnalato e dibattuto apertamente in più sedi possibili.
Pur nel rispetto delle opinioni diverse dalle mie e sopratutto nel rispetto di chi le esprime e delle eventuali istituzioni che chi le esprime rappresenta, con lo stesso spirito espresso nel post precedente mi premuro di offrire agli eventuali gentili lettori questa modesta dissertazione.
Quello che segue è soltanto il mio piccolo intervento che spero possa essere raccolto e sviluppato da persone più qualificate di me.

Esaminiamo allora le due frasi. A proposito di: 'L'Europa ci chiede'.

Intanto dobbiamo renderci conto subito fin dall'inizio che l'Europa è fatta dai suoi cittadini.
Sarebbe così scandaloso quindi dire che l'Europa siamo noi? Se lo fosse probabilmente ci troveremmo di fronte ad un giudizio che non considera la nozione di Europa dei popoli.
Non credo quindi che possano sussitere opinioni scandalizzate rispetto a questo punto.
Ma allora se non è scandaloso vuol dire che non c'è niente di cui scandalizzarsi e se non c'è niente di cui scandalizzarsi allora vuol dire che è vero, l' Europa siamo noi.
Intendiamoci per me questo è scontato, così come lo è per una moltitudine di cittadini europei ,ma temo che non lo sia per tutti.
Se esaminiamo la frase 'l'Europa ci chiede' con serietà scentifica dovremmo pur convenire che il presupposto teorico perchè questa frase possa sussistere prevede due soggetti, uno costituito dall'Europa stessa, l'altro da colui o coloro a cui l'Europa si rivolge.
I due soggetti si troverebbero come interlocutori l'uno dell'altra ma questo implica una  separazione, implica il fatto cioè che l'uno e l'altra siano due cose diverse.
Intendiamoci, la frase in sé e per sé ha una sua efficacia mediatica e sintetizza una certa realtà, e chi la usa probabilmente cerca di comunicare in forma breve un concetto che altrimenti richiederebbe un dispendio di parole notevole probabilmente. Tuttavia, anche se chi la usa non intende, almeno nelle intenzioni, distingure e seperare i due soggetti cioè l'Europa e i suoi  interlocutori di fatto questo da un punto di vista della comunicazione oggettiva è esattamente ciò che avviene, ed è ciò che viene comunicato e percepito al di là di ogni intenzione.
Credo che sia giusto farlo presente. Credo che sia giusto fare presente che si tratta di una frase che esclude e non include.
Se invece la cosa è consapevole allora ci si trova di fronte ad un problema culturale che può essere sintetizzato dalla domanda: ma allora che cos'è l'Europa? o meglio, che cos'è l'Unione europea?
Dovremmo cercare di rispondere innanzitutto a questa domanda prima di intraprendere qualsiasi tipo di politica comunitaria. E' o non è fondamentale sapere cosa si è prima di decidere in quale direzione andare? Ma purtroppo non c'è una Costituzione che ce lo dica.
In mancanza di una Costituzione che ce lo dica è necessario e doveroso continuare a pensare che l'Europa siamo noi! Soprattutto se si è pienamente convinti di questo e non c'è nessuno che ci dica e ci spieghi che è sbagliato pensarlo!
Dunque, l'Europa ci chiede...ma noi non siamo sicuri di esserci rivolti richieste simili, potremmo dire!

A proposito di: 'I mercati ci chiedono'.

Quanti economisti di fronte a questa frase si saranno chiesti: a quali mercati si allude?
Perchè dire mercati significa dire compravendita e la compravendita avviene là dove esiste la merce e il compratore, anche quello che compra al dettaglio. Ogni negozio è mercato.
In questa frase sembra invece emergere una visione più ristretta della nozione di mercato, forse si allude alla borsa valori. Ma il mercato è più esteso, smentitemi se sbaglio.
Allora com'è possibile pensare che si stia cercando di aiutare il mercato quando le politiche di austerità implicheranno una riduzione degli scambi di compravendita e quindi una contrazione dei mercati?
Ma sopratutto c'è una domanda che vorrei porre, una domanda che non è mia benchè non sappia a onor del vero a chi attribuirla, e mi scuso per l'ignoranza. Ma i gentili lettori più esperti, se ve ne saranno ,cosa che io spero, avranno forse già individuato la persona a cui attribuirne la paternità, e la domanda è la seguente:

ma è l'uomo che è stato fatto per i mercati o sono i mercati che sono stati fatti per l'uomo?

Io credo che i mercati siano stati fatti per l'uomo, e non l'incontrario e voi che ne pensate?
Dovremmo dunque essere noi a rivolgere delle richieste ai mercati e non viceversa.
Ecco dunque un problema culturale sul quale dovrebbero aprirsi dei dibattiti perchè ci sono evidentemente delle opinioni divergenti tanto da essere diametralmente opposte.
Talvolta sembra quasi che l'insistenza con la quale certe frasi vengono ripetute sia quasi fatta di proposito per suscitare dibattiti, il che da questo punto di vista è apprezzabile, peccato però che ciò non avvenga nelle  proporzioni commisurate all'entità e alla portata della questione!

Prosegue...

venerdì 20 luglio 2012

Sappiamo davvero cos'è il fiscal compact?

E' con grande amarezza che apprendo la notizia fresca dell' approvazione in Italia del fiscal compact.
Ed è per dare questa notizia che interrompo temporaneamente la serie di post che mi ero prefissato di pubblicare secondo una ideale scaletta.
Sono un operatore artistico, è vero, ma prima ancora sono un cittadino della Repubblica Italina e come tale vivo le vicissitudini della mia nazione che non mi sono indifferenti, quando con grande attenzione e quando distrattamente. Ma in questo caso la notizia è di una tale rilevanza che non è proprio possibile disinteressarsi o passarla sotto silenzio.
Sono un cittadino che crede nella democrazia, nelle istituzioni, nella Costituzione, e come tale faccio mio l'invito di quest'ultima di approfondire un argomente per ' il benessere spirituale o materiale della società' ( Art.4). E' così, sotto l'invito della Costituzione, sotto l'invito di chi chiede partecipazione e concorso di idee, che mi accingo serenamente, e con pacatezza, pacificamente e democraticamente, rispettoso delle altrui idee ma soprattutto di chi le esprime, ad esprimere a mia volta le mie su questo argomento, certo di ricevere lo stesso trattamento.

E' con amarezza dicevo, sì perchè la decisione presa dalle camere ignora del tutto o quasi la moltitudine di opinioni contrarie, le quali opinioni hanno avuto il solo torto di trovare una scarsa eco nei mezzi di informazione di massa. Non così in internet però. Ed è per questo che suggerisco agli eventuali lettori di cercare notizie in rete. E' principalmente lì che l'encomiabile lavoro di alcuni cittadini, alcuni dei quali con una reale preparazione specifica sugli argomenti, ha fatto luce su quelli che possiamo definire i lati oscuri di questo trattato e dei trattati concomitanti. Ma la maggioranza del pubblico, la maggioranza dei cittadini è alla radio e alla televisione o anche dai giornali che attinge le notizie. Ed è lì che avremmo potuto assistere ad una maggiore confluenza di informazioni, che sarebbe stata gradita a molti, così come sarebbe stato auspicabile assistere a dibattiti pubblici in fasce orarie maggiormante seguite. Le persone guardano soprattutto i telegiornali ma purtroppo non è dai notiziari, i quali, per loro natura, riportano prevalentemente fatti già avvenuti,  che sarebbe stato possibile formarsi una opinione autonoma sulla questione.
Internet funziona ma l'informazione è ancora fisiologicamente e ovviamente sbilanciata a favore dei mezzi di informazione più tradizionali. Di questo non dobbiamo stupirci.
Mi chiedo quanto i parlamentari sappiano della distanza della loro decisione dal sentimento e dall'opinione popolare diffusa, anche a livello europeo, ed è anche per questo, che con l'approvazione del fiscal compact essendosi palesata per noi questa distanza, che credo sia utile per loro sapere che la distanza è notevole.
Vediamo dunque che cosa è stato approvato:
Ciò che è stato approvato è un trattato la cui costituzionalità a detta di molti è dubbia.
Per questo come semplice cittadino, e non come altro, ma insieme con gli altri, vorrei invitare la Corte Costituzionale a prendere in esame la questione e ad esprimersi.
L'impressione generale è che sia stata ratificata  la cessione della sovranità nazionale in metaria di politica economica. La mia domanda, come la domanda di molti è: si era consci di questo? E se sì, si può fare?
Chi ha ricevuto mandato da parte dei cittadini di cedere la sovranità nazionale? C'è qualcuno che può alzare la mano e dire: Sì, io l'ho recevuto questo mandato?
Qui non intendiamo dire che non si debba discutere anche di questioni e argomenti 'scottanti' ma l'importante è appunto farlo, discuterne. Credo che certe decisioni, debbano essere discusse pubblicamente e forse prese a suffragio universale, data l'entità dell'argomento.
Dopotutto il trattato di Maastricht impegnava le Alte parti contraenti a prendere le decisioni più vicine possibile ai cittadini. Questo è stato rispettato? E' ignorando questo articolo ( Art. A) che si pensa di arrivare all'Europa di popoli?
Ciò che è stato ratificato è l'obbligo giuridico di rientrare dal debito pubblico. Rientrare dal debito pubblico in sé e per sé è cosa positiva ma  dovrebbe essere un obiettivo politico e non un obbligo giuridico.
Trasformarlo in obbligo giuridico significa concedere l'apparente diritto ( ripeto apparente ) di tagliare fondi, stipendi, pensioni e altro ancora a enti e persone che già fanno fatica ad andare avanti, e in ultima istanza impoverire il Paese con politiche di austerità che tutto fanno tranne che stimolare la domanda e la crescita.
Anche in questo caso sono molti i giudizi tecnici di economisti che dicono che così non ci sarà crescita. Tra l'altro questo significa altresì mancare all'invito fatto dallo stesso presidente degli Stati Uniti d'America di redistrubuire la ricchezza, ricordate il motto : redistribuzione!? Certo si tratta di un semplice invito ma se si è veramente alleati degli Stati Uniti non si può esserlo a corrente alternata, io credo. Se siamo alleati degli Stati Uniti non dobbiamo esserlo soltanta quando si tratta di inviare truppe in missione di pace!
Se siamo alleati degli Stati Uniti allora dobbiamo esserlo anche nel momento della "redistribuzione"!!!
Ma qui, secondo molti, stiamo imboccando la strada inversa!
Però riprendiamo. Apparente diritto di tagliare dicevo, perchè questo trattato non può cambiare da solo la Costituzione al cui primo articolo si dice che  "L'Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro".
Al primo articolo si dice anche che " La sovranità appartiene al popolo" e invece con questo trattato viene ceduta ad un organo intergovernativo che non fa parte delle istituzioni europee, un organo per metà semielettivo e per metà costituito da ricchi privati cittadini ( e quindi praticamente non elettivo) che perseguono fini tendenzialmente privatistici  e che si troverebbero a gestire centinaia di miliardi di euro a proprio piacimento e senza dover rendere conto a nessuno.
Anche questa Superstruttura non sembra 'il più vicina possibile ai cittadini'! 
Ma per adesso vorrei far notare una prima contraddizione piuttosto evidente che emerge da questi trattati:
Com'è possibile per uno stato che deve versare 125 miliardi di euro al suddetto organo che non fa parte delle attuali  istituzioni europee e che è sostanzialmente non elettivo cioè il Meccanismo di Stabilità Europeo (MES o ESM) rientrare dal debito pubblico, che è cosa difficilissima anche per il più virtuoso degli Stati? com'è possibile che uno Stato a cui si tolgono le risorse per rientrare dal debito pubblico, poter onorare questo impegno e rientrare appunto dal debito pubblico? In altri termini: come si può pagare se vengono tolti i soldi?
Dobbiamo poi notare che nel momento in cui si danno soldi a prestito, cioè con una percentuale di interessi, è in quel preciso momento che viene creato un debito. E allora in uno Stato che si basa sul credito ( e quindi sul debito ) in uno Stato cioè che crea consapevolmente un debito, il debito pubblico è cosa talmente fisiologica e connaturata e scontata che il suo estinguersi è praticamente una chimera! Dovremmo quindi cedere massicce quantità di soldi a questo organismo non istituzionale ( cioè che non fa parte delle istituzioni europee) e non elettivo per poi riprenderli a debito per far fronte ad un debito interno che è praticamente fisiologico?
La fisiologia del debito è nota fin dall'antichità!
Per questo antiche culture come quella ebraica avevano istituito l'anno giubilare. Ogni sette settimane di anni più un anno, cioè ogni 50 anni arrivava questo anno giubilare. Questo anno particolare era annunciato dal suono del corno di ariete che si chiamava jobel, da cui giubileo appunto. Durante questo anno tutti i debiti venivano sistematicamente e convenzionalmente estinti. E questo perchè non c'è altro modo per estinguere un debito fisiologico. Contrariamente a quanto una certa cultura trasversale antisemita voleva farci credere, il popolo ebraico non solo non è fatto - e qui uso una brutta parola molto abusata in passato dai suoi detrattori - di strozzini, ma al contrario nella loro cultura era presente questo anno giubilare che dimostra in modo inequivocabile un senso di equità assolutamente lungimirante.
Prendiamo esempio da questa antica e nobile cultura, e meditiamo su questa opportuna soluzione convenzionale.
Intanto assimiliamo con autentica amarezza e con dolore la recentissima notizia, pensando a quante istanze dei cittadini siano rimaste inascoltate, a quante persone hanno avanzato questi stessi dubbi senza poter far pervenire la propria voce alla destinazione che essi auspicavano.
A proposito di auspici, auspichiamo fortemente che la classe politica  si dimostri più sensibile a ricevere le preoccupazioni, i dubbi, le idee del popolo sovrano, del proprio popolo elettore e faccia di questa sensibilità un punto imprescindibile a cui ricorrere sempre. E' essenzialmente sulla base di questa capacità recettiva che credo possa svilupparsi una autentica democrazia!

Caos sociale
Tecnica mista su carta
2011-2012

lunedì 9 luglio 2012

Le ragioni del lavoro

...Continua da abcd

Nel post precedente abbiamo visto come intorno ai monasteri si sviluppa tutta una serie di attività che in parte sono svolte dai monaci stessi ma in parte no. La vita del monastero non è completamente chiusa al mondo esterno, anzi, essa ha bisogno proprio del mondo esterno per il proprio approvvigionamento e per tutta una serie di altre cose. Vige un alto grado di autonomia ma non una vera e proprio autonomia totale, anche perchè questo, per certi versi, potrebbe addirittura contrastare con la stessa missione evangelica. Dunque intorno al monastero si sviluppano delle attività, si fa del commercio, vari mestieri trovano una possibilità di applicazione e tra questi abbiamo visto come anche gli artisti-artigiani trovino una loro appropriata collocazione.
Dal lavoro in generale, quindi, siamo passati a valutare il lavoro dell'artista artigiano in particolare.
Abbiamo per esempio visto come spesso, questi artisti dovessero spostarsi da un centro ad un altro e che, anche per questo, era decisamente pratico essere remunerati in moneta anzichè in natura.
Durante il medioevo ed il Rinascimento il sodalizio tra il clero e gli artisti è molto stretto e i rappoprti umani e gli scambi culturali, oltre che avvenire nelle celebrazioni ufficiali avvengono anche in altra sede, in modo ufficiso nei rapporti di lavoro, o di altro genere.
Di artisti religiosi e devoti ce ne sono stati molti nella storia dell'arte. Leonardo da Vinci per esempio credeva profondamente in Dio, ma anche Michelangelo, e come non citare Raffaello, il Botticelli e la lista sarebbe lunga. Certo spesso accade che qualcuno inciampi, sbagli, ecceda, ma sostanzialmente la fede rimane e quasi in tutti.
In effetti è difficile incontrare artisti medievali e rinascimentali, ma anche manieristi e barocchi che non avessero fede, anche in virtù dell'arte stessa che essi dipingevano o scolpivano che era prevalentemente sacra, così come furono molti gli artisti credenti anche dei periodi successivi.
Non solo ma alcuni artisti erano perfino degli ecclesiastici cito a titolo di esempio: Beato Angelico, Filippo Lippi, Padre Pozzo ecc...
E fino all'invenzione della stampa come dimenticare l'opera culturale, in certi casi altamente artistica, per non dire straordinariamente artistica degli amanuensi che erano prevalentemente monaci.
Non dobbiamo dimenticare poi che dall'anno mille in poi contemporaneamente ai monasteri si sviluppano i liberi comuni dai quali emergono a sua volta i più variegati mestieri artigiani e le botteghe annesse e connesse.
Ecco, in questo periodo possiamo, dunque, vedere come cominci ad emergere, ad essere capita e ad essere vissuta appieno quella che possiamo definire l'inclinazione del singolo individuo verso una attitudine o un mestiere.
Un bell'esempio di questo lo troviamo nell'opera letteraria di Giorgio Vasari ossia ne 'Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori da Cimabue insino a' tempi nostri'.
All' inizio di ogni vita infatti si narra dell'infanzia del singolo artista e di come manifesti una certa propensione artistica piuttosto che un altra e di come questa venga poi variamente assecondata da chi ne fa le veci.
E così in questa varietà di mestieri e attività e per sancire una volta di più il sodalizio tra arti in senso lato e mondo ecclesiastico, ma direi anche il mondo della fede in generale si è ben pansato di attribuire ad ogni mestiere un santo patrono.
Finisco questa pubblicazione proprio facendo notare come ogni mestiere abbia appunto un suo santo patrono. Per esempio per i pescatori i santi patroni sono San Pietro e Sant'Andrea, per i pellicciai San Giovanni Battista, per i traduttori San Gerolamo e così via...
Anche gli artisti naturalmente hanno il loro santo patrono e protettore: San Luca Evangelista.
Anche il Cennini lo cita definindolo: 'primo dipintore cristiano'.
Può darsi che il Cennini lo ritenesse davvero un pittore, come forse la maggior parte dei suoi contemporanei, non so esattamente.
In realtà però, San Luca Evangelista non era un pittore bensì un medico, ma per quel mirabile ritratto ancorchè letterario che fece nel suo Santo Vangelo, il ritratto della Vergine Maria, Dilettissima Avvocata di tutti i peccatori, venne raffigurato come pittore, proprio nell'atto di compiere questo ritratto. Attraverso, quindi, una traslazione di significato il ritratto letterario è divenuto ritratto pittorico. E così è stato raffigurato per esempio da Jean Van Eyck, e poi da Raffaello, Guercino ed altri, come pittore appunto.
In ogni caso, comunque la si pensi  egli è divenuto il santo patrono degli artisti in generale.
Dopotutto anche l'arte letteraria è, appunto, arte!

martedì 3 luglio 2012

Le ragioni del lavoro

Continua da abc

Ma l'importanza che il lavoro rivestiva nella vita sociale e reale delle persone, e la percezione del  suo  essere strumento fondamentale era intuito chiaramente fin dal principio ed è andato esplicitandosi e chiarendosi nel corso della storia,  e la stessa storia del cristianesimo ha dato un   suo  contributo  non  indifferente  alla chiarificazione anche teorica del suo ruolo e del suo valore morale.
A tale proposito giova ricordare, per tornare ancora una volta al medioevo, quello che fu il motto dei monaci Benedettini già nell'alto medioevo appunto:
'Ora et labora', cioè prega e lavora!
Certo è doveroso anche ricordare un particolare di non poco conto e cioè che coloro che aderivano alla regola benedettina quando lavoravano non lo facevano dietro compenso di denaro, bensì appunto per obbedire alla regola, ed i frutti di questo lavoro andavano a beneficio dell'intero monastero, dell'intera comunità.
Tuttavia da questo motto è anche possibile evincere quale valore venisse attribuito al lavoro dagli stessi Benedettini e cioè come il lavoro stesso fosse investito di grande considerazione e di alto valore morale.
In ogni caso, per varie ragioni sulle quali non ci dilungheremo in questa sede, dobbiamo ricordare anche che gli stessi monasteri del medioevo ed i territori circostanti che, tra l'altro venivano dissodati e amministrati con grande oculatezza, divennero centri e territori oltre che di vita religiosa e culturale, anche di vita economica.
(parafrasi da Mito Storia Civiltà, Minerva Italica)

Grazie anche a questo i monasteri poterono adornarsi, come abbiamo già accennato, di opere d'arte, di opere legate cioè al gusto estetico, per fungere da esempi  esplicativi quando per esempio descrivevano scene bibliche o evangeliche, mostrate per educare il popolo o i confratelli. Tuttavia esse, in quanto legate al gusto estetico fungevano anche da abbellimenti.
Queste opere erano il frutto di una sapienza artistico-artigianale di operatori altamente specializzati e potevano essere di vario genere: architattoniche, scultoree, pittoriche, toreutiche, di ebanisteria ecc.
E' più che probabile che taluni di questi artisti-artigiani venissero pagati in natura, ma sicuramente molti lo furono anche monetariamente, o in entrambi i modi.
In ogni caso l'uso della moneta come mezzo di remunerazione anche in questi ambienti andrà diffondendosi in modo sempre maggiore e non c'è ragione di cui scandalizzarsi. Il motivo lo abbiamo sostanzialmente già detto: la moneta rendeva estremamente agile la remunerazione dell'artista-artigiano, era insomma molto pratica. Non tutti potevano permettersi di portare in giro capi di bestiame o forme di formaggio!
Soprattutto per coloro che svolgevano la loro attività in modo itinerante, spostandosi cioè di centro in centro anche per centinai di miglia era molto comodo essere pagati in moneta piuttosto che in natura.

Prosegue...abcd

lunedì 2 luglio 2012

Le ragioni del lavoro

Continua da ultimo post di giugno

Riprendiamo la nostra modesta indagine sulle ragioni del lavoro dal punto in cui l' abbiamo lasciata cioè dal tema della moneta.
Come tutte le invenzioni, anche quella della moneta - e quest'ultima particolarmente, se mi si passa la battuta!- presentano due facce della medaglia, a seconda dell'uso che se ne fà.
Così ciò che è pensato per il bene generale dell'essere umano può finire per rappresentare in talune circostanze  una fonte di discriminazione sociale, di corruzione, ingiustizia, malcostume.
Tutto dipende! Ma il denaro è neutro e incolpevole. E' l'uso che se ne fa che può determinare i più svariati esiti,e che può essere encomiabile o stigmatizzabile.
Ci sono stati addirittura dei papi che hanno vigilato sull'uso della moneta e sono intervenuti affinchè potesse prevalere un uso encomiabile e non stigmatizzabile della stessa, un uso giusto e non discriminante, come per esempio l'universalmente stimato papa Gregorio Magno.
In ogni caso, per ritornare al punto di prima, con l'invenzione della moneta tutto cambiò.
Ed anche la stessa moneta col tempo è cambiata, anche lei ha subìto una sua evouzione divenendo, grazie alla Cina che l'inventò e a Marco Polo che l'introdusse in Europa, cartacea oltre che metallica, divenendo cioè carta-moneta.
Insomma con la moneta, cartacea o metallica che fosse molte trasformazioni anche nel lontano passato furono possibili.
Le scorte non erano più necessariamente scorte di soli beni materiali anche commestibili, ma perfino scorte di denaro. Era nato insomma il risparmio! Chi lavora non solo può sopravvivere  ma può anche risparmiare. E con il risparmio arriva la possibilità di acquistare beni sempre più costosi, perfino quelli immobili.
Così la proprietà privata legata principalmente in un primo momento ai beni mobili finisce con l'estendersi ai beni immobili appunto, e lo stesso concetto di proprietà privata si estende, dando un notevole contributo all'emancipazione dell'essere umano.
E più fonti di risparmio messe insieme hanno costituito, in passato,il passaggio fondamentale per la messa in opera di importanti cantieri, per la costruzione di opere pubbliche e private, come i palazzi dei governatori, gli edifici ecclesiastici ( chiese, cattedrali, battisteri) ecc., a loro volta decorate da statue, dipinti ecc. cose che l'esistenza della moneta ha decisamente favorito e facilitato.
Da allora, cioè dall'invenzione della moneta, la realtà sociale rispetto alle origini si era fatta decisamente più complessa, variegata, multiforme. Grazie a questa maggiore complessità vanno aumentando talune possibilità e, di conseguenza, diminuiscono certe limitazioni nel 'fare'.
E queste nuove possibilità ancora una volta vanno ad incrementare il numero dei lavori possibili.
Che valore dare allora a questo oggetto particolare che si chiama moneta?
La moneta è un mezzo convenzionale utile per ottenere beni di vario genere, un mezzo e non un fine.
Ci sono illustri premi nobel che dicono che la moneta non è voluta per se stessa, quanto piuttosto per le cose che consente di comprare, poichè è un mezzo e non una merce.
Ed oggi questo dovrebbe essere ancor più vero perchè la diffusione della moneta è universale.
Ma dobbiamo constatare come in certi casi essa stessa sia trattata da merce e non da mezzo, ed è questo un tema molto dibattuto ai giorni nostri. C'è chi vede il contrapporsi della cosiddetta economia reale a quella dei derivati. Di fronte alle crisi economiche molti illustri personaggi sostengono divedere una via d'uscita in una sorta di ritorno all'ordine che veda il suo appoggio all'economia reale che è alla base di tutto il sistema economico. 
La nozione di economia è oggi così strettamente legata a quella di lavoro che non possiamo citare l'una senza richiamare automaticamente l'altra, e parimenti non possiamo citare la nozione di lavoro senza quella concomitante di remunerazione e di conseguenza anche di moneta.
Per questi stretti legami di relazione e di senso tra lavoro, moneta ed economia, legami che si fondano su strette e concrete relazioni oggettive non si può, ribadisco, citare uno di questi termini senza richiamare immediatamente gli altri. Ecco che allora il valore dell'ecomomia viene rievocato in modo diretto o indiretto spesse volte e a più livelli, perfino in certe Costituzioni Nazionali come quella italiana per esempio il cui primo articolo dice:

'L'Italia è una Repubblica Democratica fondata sul lavoro.'

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Il caos è fondato sull'assenza del lavoro
Tecnica mista su carta
2011


mercoledì 27 giugno 2012

Le ragioni del lavoro


...Continua dal post di identica data 

Con il post precedente abbiamo esaminato un'ulteriore fase di sviluppo del lavoro connesso indissolubilmente allo sviluppo della stessa società. Siamo addirittura arrivati a parlare dell'invenzione della moneta e del suo ruolo nello spingere l'evoluzione del commercio ancora più in là.
E abbiamo visto come la moneta, voluta per lo sviluppo umano, non sia sempre stata utilizzata allo scopo per il quale era stata pensata, a causa della fragile natura umana.
Sotto la spinta dell'Art.4 della Costituzione Italiana, che lo richiede, e sotto la spinta di chi richiede partecipazione e concorso di idee, nonchè sospinti da una naturale antropofilia ci accingiamo ora a spiegare una intuizione, che speriamo possa avere perlomeno una qualche modesto utilità.
Tra le cose che ci sembra giusto rimarcare e sottolineare del precedente post c'è quell' opinione secondo la quale la premessa indispensabile perchè questo sviluppo avvenga è la circolazione della moneta!
Proprio così, la sua circolazione.
A questo punto vale la pena perdere un po' di tempo per capire meglio questa concetto. Ed ecco l'intuizione:
Per comprendere meglio questo concetto dobbiamo servirci di una similitudine.
La similitudine alla quale dobbiamo riferirci è già in qualche modo suggerita dal concetto stesso di circolazione. Infatti questo termine introduce già da solo  un istintivo parallelismo tra la circolazione della moneta e quella del sangue. In effetti a ben pensarci ci sono vari fattori in comune tra questi due diversi sistemi di circolazione. Il sangue nella sua circolazione porta l'ossigeno e le  sostanze  nutritive,  diffondendole 
capillarmente, a tutti gli organi e tessuti del corpo umano, e allo stesso tempo prende le  sostanza  che  questi 
organi e questi tessuti rilasciano come scarti destinandoli ad organi smaltitori. C'è insomma uno scambio che avviene, il cui tramite è il sangue stesso.
Allo stesso modo possiamo pensare al denaro come al sangue della società. Certo si tratta di un sangue diverso e evidente, non foss'altro che per il fatto che quest'ultimo è convenzionale, artificiale, e non naturale come invece è il primo.
Eppure possiamo notare che il denaro funge proprio da tramite capillare nei rapporti di scambio  tra  le  varie
persone di tutte le società come se esse fossero delle cellule e le raggiunge tutte; e che serve proprio perchè le persone stesse scambino beni (commestibili, mobili e immobili), servizi e idee, e favorire anche la circolazione di quest'ultime.
Infatti proprio beni, servizi e idee hanno avuto un incremento della loro circolazione proprio dall'invenzione della moneta in poi; mentre prima il tutto avveniva assai più lentamente perchè era maggiore il numero delle mediazioni che, in virtù del baratto, dovevano avvenire per raggiungere uno specifico bene materiale. 
Serviva un mezzo per fare da mediatore universale, per fare da tramite, per mettere in comunicazione diretta i vari beni tra loro e questo mezzo è stato appunto la moneta. Così come il sangue raggiunge tutti gli organi e tessuti, così la moneta raggiunge tutti i cittadini e tutti i beni, che grazie a lei possono distribuirsi secondo il fabbisogno.
Come il sangue anche la circolazione della moneta è auspicabile che avvenga ad una certà velocità, ne troppo piano ne troppo forte, per non mettere in crisi l''organismo società'. 
Certo sentiamo che il paragone ha bisogno di un approfondimento, di un perfezionamento e che presta il fianco a qualche critica, ma in linea di massima funziona abbastanza bene, dal nostro punto di vista e forse merita di non essere scartato  a priori e di essere anzi preso in considerazione. A corroborare l'idea di questa similitudine ci soccorrono alcuni esempi di espressioni che vengono comunemente usate dai mezzi di informazione di massa come quando parlano di immissione in circolo di denaro; espressioni come: dare una boccata di ossigeno!; oppure similarmente: ecco una boccata di ossigeno per l'economia;  e davanti ad una tassazione ritenuta esagerata: ci hanno dissanguato ecc.ecc.
Quando la circolazione della moneta va in crisi la società tutta ne risente, così come quando la circolazione del sangue o il sangue stesso ha delle patologie l'organismo ne risente.
Ora, tra le patologie che il sangue può avere c'è la ben nota anemia, cioè la riduzione del numero di globuli rossi che in virtù dell'emoglobina che essi contengono trasportano l'ossigeno a tutto l'organismo.
Quando il numero dei globuli rossi diminuisce diminuisce di conseguenza anche la quantità di ossigeno che il sangue trasporta. La questione è maggiormente complessa ma non ci dilungheremo ulteriormente sull'argomento per non disperdere il discorso. Consigliamo piuttosto di consultare qualche buon testo di medicina generale per  l'approfondimento personale.
Ci limeteremo soltanto a far notare che sono tre le cause principali dell'anemia:
1) Insufficente produzione di globuli rossi; 2) troppe quantità di globuli rossi distrutti perifericamente, o in altri termini emolisi; 3) perdita di globuli rossi per emorragia.

Ecco, se dovessimo dire quale crisi economica stiamo vivendo, per mantenere la similitudine tra circolazione della moneta e circolazione del sangue e anzi aiutandoci proprio grazie a questa similitudine, diremmo che stiamo vivendo una crisi da anemia da emorragia.
Guardiamo a titolo di esempio a quella che è una tipica anemia da emorragia, quell'anemia che si verifica quando si rompe un femore, l'osso più grande dello scheletro umano. Quando ciò purtroppo avviene, si possono formare ematomi importanti all'interno della coscia, che possono contenere addirittura due litri di sangue, un terzo o quasi, del contenuto totale dei vasi sanguigni. Riparare a un danno del genere richiede uno sforzo non indifferente per l'organismo. 
Per questo sarebbe importante prendere seriamente in considerazione quella che possiamo definire senza mezzi termini la parola d'ordine dell'ultimo governo degli Stati Uniti d'America, cioè:

Redistribuzione!

Dire re-distribuzione significa dire di conseguenza anche re-circolazione, o perlomeno questa dovrebbe essere una delle conseguenze auspicate.
L'organismo che ha perso un importante quantitativo di sangue deve provvedere o a  reimmetterlo  in circolo
o a produrne di nuovo. Nel caso fisiologico umano, per esempio, non è possibile reimmettere in circolo il sangue fuoriuscito, per via della coagulazione. ed il parallelismo tra la fisiologia umana ed il mondo dell'economia trova qui una sua divergenza.
Pensiamo che ci sia abbastanza materiale per riflettere, e speriamo che qualche riflessione possa essere davvero possibile, chissà...
Ci fermiamo qui per adesso, ma la nostra modesta indagine sulle 'ragioni del lavoro' continuerà con la prossima pubblicazione.

Prosegue...

Le ragioni del lavoro

Riprende dal post pubblicato in data 25/06/2012

Ci siamo lasciati, promettendoci di fare un passo indietro, di ripartire dal tema del 'lavoro delle origini' e dal tema della possibilità di scelta. Dunque riprendiamo...
Anche lo storico che si trovasse a discutere sulla questione del 'lavoro delle origini' ci farebbe notare  come, agli albori della storia umana, non potesse sussistere una vera e propria possibilità di scelta, poichè all'inizio, ovviamente, è il soddisfacimento delle esigenze primarie che determina la scelta operativa, che diventa praticamente obbligata, determinando un'economia di sussistenza caratterizzata essenzialmente da raccolta e caccia.
Anzi da questo punto di vista le attività post-edeniche di Adamo ed Eva ( quella di Adamo suffragata dalle prove scritturali, quella di Eva dalla presunta tradizione popolare cui Cennini deve aver attinto e con tanta disinvoltura da farci pensare che non temesse controversie) ci sembrano rappresentare già una fase evoluta e successiva rispetto a questa.
Dal punto di vista del lavoro solo successivamente, qualcosa cominciò a cambiare e sempre citando il Cennini:

' Poi seguitò molte arti bisognevoli, e differenziate l'una dall'altra;'
(dal 'Libro dell'arte')

Cioè a dire, traducendo e interpretando in un italiano contemporaneo: 

' Poi seguirono molti mestieri differenziati gli uni dagli altri e rispondenti alle varie nuove esigenze e ai vari nuovi bisogni '.

Il Cennini traccia un quadro sintetico ma pertinente che lo storico non può che corroborare.
Infatti, riprenderebbe lo stesso storico, quando l'uomo comincia a vivere in comunità sempre più ampie e costituite da più clan familiari comincia a sentire il bisogno di una diversa organizzazione sociale e i lavori si diversificano appunto e il loro numero si va a mano a mano ampliando. 
Il lavoro rimane tuttavia un fatto familiare, diventa 'mestiere' e viene tramandato di padre in figlio e acerrimamente difeso;i segreti del mestiere sono una garanzia di sopravvivenzae il passaggio da un mestiere all' altro rappresenta probabilmente una rarità, ancora per molto tempo. 
Per tracciare un quadro sintetico dell' evoluzione del lavoro, possiamo far notare come dapprima si veda l'affermarsi delle già citate attività di raccolta-caccia legate al nomadismo, per passare poi ad attività agricolo-pastorali, con le quali ci si avvia, tra l'altro ad inaugurare le attività di tipo sedentario ( agricole ), alle quali si aggiungono col tempo attività di tipo artigianale sempre più variegate; e poi ancora attività di commercio via terra in un primo momento e successivamente anche via mare; ma anche attività di governo e amministrazione, attività politiche, militari, religiose ecc.
Nasce e cresce una diversa società e con essa una diversa economia non più basata sulla sola sussistenza bensì anche sul concetto di scorta e di scambio. E poi ecco che successivamente dove sorge quella regione che ha Sardi come capitale, la Lidia, con il mitico re Creso, cominciò a circolare la moneta e si trattò di una rivoluzione nel campo del commercio! Il commercio vide tra l'altro allargarsi il proprio raggio d'azione. 
Ma di conseguenza questa invenzione influenzò anche la produzione che cambiò per adeguarsi alla domanda. 
La moneta forma evoluta di denaro, poi universalmente accettata, fù inventata con grande lungimiranza da una mente lucida e illuminata per facilitare lo scambio di merci, di servizi e di idee, il tutto teso a favorire la distribuzione dei beni più svariati e con essa lo sviluppo dell'intero genere umano in ogni suo aspetto. Per questo furono pensati i soldi, per lo sviluppo umano!
Premessa indispensabile perchè ciò potesse accadere, tuttavia, era la sua circolazione!
Creso attende il rogo offrendo una libagione
Anfora a figure rosse da Vulci (500-490 a.C.)
Parigi, Louvre
Ma i tempi probabilmente non erano ancora maturi perchè ciò avvenisse. Forse non fu per avidità, alterigia o presunzione, risultati della cecità a cui porta spesso il denaro, che Creso, sempre più ricco, e persuaso di una sua vittoria dall'oracolo di Delfi, al cui santuario lasciava sovente laute somme, perse di vista quell'atteggiamento prudenziale così ben reso dall'espressione popolare: non svegliare il can che dorme! 
Forse si sentì costretto dagli eventi, forse pensò che fosse la soluzione migliore, fatto stà che egli contravvenendo del tutto al monito insito in questa stessa espressione, arrivò al punto di muovere  verso l'impero persiano con intento bellicoso. L'impero persiano, in piena espansione, dal canto suo, raccolta volentieri la sfida rispose come si suol dire pan per focaccia ed arrivò, vittorioso, al punto di detronizzare lo stesso Creso che successivamente finì addirittura sul rogo! Si dice che forze soprannaturali scatenando pioggia e vento vennero in soccorso di Creso e spensero le fiamme di questo rogo, a dimostrazione del fatto che egli avrebbe agito forse in modo imprudente ma non disonorevole. Creso divenne poi un consigliere di Ciro il Grande. E' tuttavia probabile che le sue immense ricchezze abbiano avuto un ruolo non indifferente nel determinare un atteggiamento di eccessiva sicurezza di sé.
Non sempre una buona invenzione viene utilizzata al meglio.
E con questa ultima frase ci diamo appuntamento al prossimo post dove proseguiremo sullo stesso tema.

Prosegue...  

lunedì 25 giugno 2012

Le ragioni del lavoro


Il teologo ci insegna che quando Adamo ed Eva furono cacciati dal Paradiso Terrestre, a causa del loro peccato, a causa cioè del 'peccato originale', si  trovarono a vivere in uno stato tale per cui dovettero far fronte necessariamente a tutte le esigenze di sussistenza e a tutti i fabbisogni primari col sudore della propria fronte.
Così ci ha fatto mirabilmente notare, tra l'altro, nel suo  'Libro dell'Arte', Cennino Cennini di Colle Val d'Elsa pittore e scrittore vissuto agli albori e durante il primo Rinascimento, nostro stimato predecessore nella teoria e nelle  pratiche artistiche. Un artista e un teorico delle tecniche e direi anche dell'estetica, e non un teologo quindi. 
Non per questo però, Cennini si esime dal citare l'episodio della cacciata dal Paradiso Terrestre nell'introduzione  al  suo 'Libro', sottolineando concordemente col teologo che  per  questa  ragione Adamo ed Eva dovettero  trovare il modo di sopravvivere con la  forza de proprio lavoro, esattamente col sudore della propria fronte:

' E così egli ( Adamo, nota mia) incominciò con la zappa, ed Eva col filare. '
( dal 'Libro dell'arte' di Cennini ) 

A onor del vero però, questa specificazione del Cennini poteva sembrare abbastanza azzardosa. Nella Genesi non vi è scritto niente di così esplicito sul lavoro dei progenitori. E' vero, ci si riferisce genericamente all'uomo circa il  lavorare la terra dopo la discacciata e ci sono dei passi che precedono la stessa discacciata dove ci sono dei chiari riferimenti al lavoro della terra stesso, ma il filare di Eva? Di questo non c'è traccia.
E' piuttosto con Caino e Abele che si parla apertamente di lavoro. Si afferma infatti che il primo era coltivatore ed il secondo pastore. Ma la disinvoltura con la quale egli ci parla del 'filare di Eva' lascia pensare che fosse una tesi quantomeno diffusa popolarmente e pobabilmente tollerata se non accettata forse dalla stessa Chiesa e che probabilmente derivava da una tradizione orale popolare non scritturale.
In ogni caso la condizione di particolare felicità  che  era possibile vivere nel giardino dell'Eden, era perduta. 
Persa, per la punizione susseguente alla trasgressione, la condizione edenica, proseguirebbe il teologo, non per questo Adamo ed Eva cessarono  di essere amati da Dio, il quale pur avendo punito, nondimeno si accinse immantinente ad operare un processo salvifico, il quale processo è tuttora in corso.

Anche noi, di conseguenza, abbiamo ereditato questo stato di cose: la perdita di uno stato (quello edenico) altamente desiderabile da un lato, e la nostra inclusione in un progetto salvifico, dall'altro. 
In altri termini siamo figli dello stesso stato post-edenico, siamo anche noi fuori dal Paradiso Terrestre, prorio come Adamo ed Eva, e  proprio  per  questo, ci adoperiamo variamente  secondo le  proprie inclinazioni  e  opportunità a lavorare per la propria sopravvivenza, il che ci consente anche di collaborare al progetto salvifico stesso.
Eppure di strada ne ha dovuta percorrere l'essere umano per lavorare secondo le proprie inclinazioni e propensioni. Lavorare secondo le proprie inclinazioni non è stato, come apparirà subito ovvio, così immediato o scontato; appare ancora oggi, anzi, come un lusso. Basti pensare che dobbiamo aspettare Platone perchè il concetto di inclinazione o propensione , si esplici. Egli infatti sosteneva che se una persona manifestava una certa propensione, l'educazione avrebbe dovuto porsi come finalità quella di garantire e permettere una adeguata preparazione a quello stesso libero cittadino tale da consentirgli di espletarla.
Tuttavia anche allora in Grecia l'educazione non era riservata a tutti, era impartita soltanto agli uomini liberi. 
Ne erano esclusi gli schiavi, gli stranieri, le donne ecc. Quindi anche questo concetto, per quanto fosse importante la sua esplicitazione, non avrebbe potuto trovare neanche allora una applicazione universale. 
A questo punto mi sembra importante fare notare l'importanza universale che invece assume questo stesso concetto nell'Art.4 della Costituzione Italiana da me già parzialmente riportato sotto al titolo del blog e che oggi cito integralmente:

"La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto."

Ma la parte che a noi interessa particolarmente ai fini del nostro discorso è:

"Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un'attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società."

Nel concetto di Platone Il valore del termine 'permettere' ci spinge a credere che egli presenti la questione sotto un punto di vista di ' auspicabilità ', la Costituzione parla invece di 'dovere'. 
C'è la sua differenza, ma non approfondiremo la questione in questa sede.
Per adesso ci fermiamo qui, ma con il prossimo post torneremo invece al punto di partenza per parlare di nuovo del lavoro delle origini e della possibilità di scelta.

Prosegue...

La caverna del lavoratore scultore
Tecnica mista su carta
2011