Per le tecniche miste su carta o altre tecniche che compaiono in questo Diario Elettronico firmate a nome Alessio, tutti i diritti sono riservati.







martedì 21 giugno 2016

Del BREXIT

Dispiace molto constatare l’alto numero di ingerenze che fioccano per turbare gli animi e condizionare il voto dei britannici sulla BREXIT, per dirigerlo sul non uscire. E’ il solito tentativo che si esprime con il solito terrorismo psicologico che dipinge scenari catastrofici con estrema e studiata esagerazione.
Forse affidandosi anche al concetto del sennò son botte.
Invece penso, come Stiglitz, che anche in caso di uscita non debbano sussistere minimamente azioni ‘punitive’ nei confronti della Gran Bretagna. Del resto che questo concetto esista lo deduciamo proprio dal fatto che lo stesso Stiglitz ammonisce a non usarlo. E il solo ventilarne l’ipotesi, ancorché velatamente, influenza ovviamente la gente. La psicologia non è certo assente da questa campagna referendaria.
La sproporzione delle forze in campo sui pronunciamenti pro o contro l’uscita è tutta a favore del contro in termini di spazi mediatici e di uomini immagine.
Questa sproporzione di forze troppo stridente mi ha indotto a lasciare la posizione di prudenza ed equidistanza che avevo intenzione di assumere e che di fatto ho assunto per tutto l'arco della campagna referendaria. Una posizione di rispettosa distanza, anche visto che i britannici sanno pensare molto bene da soli alle proprie questioni, per lasciare giustamente ai britannici quindi le questioni di loro pertinenza senza interferenza alcuna. Questa sproporzione di forze però, mi ha spronato e sospinto ad esprimere alcune timide opinioni, alcune blande idee, ma per il semplice tentativo di riequilibrare quegli squilibri generati da quella che, vista dall’Italia sembra una disparità, per così dire, di spazi espositivi, o di uomini immagine, appunto. Il tentativo, benché oggettivamente pretenzioso, fa parte della mia natura che tende sempre alla ricerca dell’equilibrio (sarà per l’ascendente bilancia! Permettetemi una battuta.) fino al punto di farmi protendere a spostare i pesi della bilancia vuoi da una parte vuoi dall’altra fino all’ottenimento dell’equilibrio cercato.
Equilibrio è equità, equilibrio è giustizia.
Altro elemento che sottolinea la pretenziosità dell’intento è la scarsa udienza che i miei articoli generalmente hanno, e il fatto che non dubito possano riuscire piuttosto ostici al lettore britannico, che sarebbe il legittimo destinatario del messaggio qualora volessi realmente tentare di incidere su un REERENDUM che in realtà non penso proprio di poter influenzare minimamente, visto che poi sono scrivo in italiano e forse in un italiano non proprio semplicissimo, direi arzigogolato. Diciamoci la verità, sono consapevole che questo articolo non influenzerà in alcun modo il REFERENDUM, ma forse il casuale lettore italiano che si trovasse a passare da qui, legendo potrà forse farsi una certa idea e magari modificare in parte le sue posizioni, e mi riterrei già soddisfatto. Ciò nondimeno la mia natura è quella, e mi suggerisce che uno dei fronti, quello dell’uscita dall'Ue, abbia subito svariati danni dalla sproporzione dei pronunciamenti e purtroppo anche a causa di un gesto inconsulto e ingiustificabile di cui tutti sappiamo.
Ecco dunque il tentativo (non tentativo) pretenzioso, espresso in una formula: riequilibrare gli squilibri generati da un gesto squilibrato.
Ma dobbiamo quindi entrare nel merito. Il fatto è che obiettivamente, alcune argomentazioni a favore dell’uscita sembrano particolarmente fondate e basate su dati estremamente realistici. Una di queste, cui si da pochissimo spazio giornalistico, centra il problema secondo me principale, ponendo l’accento sull’assenza di rappresentatività e di Democrazia in questa Ue. Questo è un fatto centrale, fondamentale, direi, per comprendere il fronte pro BREXIT!
Non posso certo rimanere indifferente a questa tesi, visto e considerato che denuncio da tempo (praticamente da quando scrivo su questo Diario Elettronico) l’esistenza di questo stato di cose; non posso certo restare indifferente visto che denuncio da tempo anche la sordità delle istituzioni europee nel recepire queste critiche, che non sono certo solo le mie ma sono anzi piuttosto condivise e in fase di allargamento dei consensi. Come potrei rimanere indifferente a questa tesi? E’ in gioco anche la mia coerenza e confesso che su di me essa esercita una certa presa. A questa argomentazione, in Gran Bretagna, sul fronte del BREXIT si somma oggi quella estremamente significativa e purtroppo altrettanto realistica, dell’indifferenza (sottolineo l’indifferenza) alle sofferenze causate alla popolazione europea, da parte dei dirigenti di questa Ue che, sintomaticamente dimentichi, e quindi lontani, dall’art. A del trattato di Maastricht (che pure è stato sottoscritto da qualcuno!), prendono decisioni che pesano fortemente sulle spalle dei cittadini europei da posizioni sempre più distanti dagli stessi, e non vicine, come l’art. A del citato trattato invece vorrebbe.
Così, la denuncia dell'assenza di Democrazia e rappresentatività son argomentazioni a mio giudizio valide.
Ma parliamo adesso di un altro concetto: lo stato di minorità! Ora, cos’è lo stato di minorità?
Diciamo con Immanuel Kant che minorità "è l'incapacità di servirsi del proprio intelletto senza la guida di un altro" e poi aggiungiamo, sempre con lui che "L'illuminismo è l'uscita dell'uomo dallo stato di minorità che egli deve imputare a se stesso [...] Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza!-è dunque il motto dell'Illuminismo".
Anche questo concetto sembra echeggiare nel cuore del fronte del Brexit.
Un'altra argomentazione che suscita un certo consenso nello stesso fronte è quella che denuncia l'eccessiva egemonia della Germania sul resto dei paesi dell'unione per cui essa assume la fisionomia del marito, e gli altri paesi assumono la fisionomia delle mogli.
Mi viene in mente che c’è una famosa canzone in Italia che dice: <<dieci ragazze per me posson bastare!>>
Ecco, potremmo chiosare dicendo che la Germania addirittura ne vuole 27, non una di meno!
Ci sono argomentazioni di vario tenore evidentemente ma ciascuna a proprio modo è capace di esercitare un certo consenso e di fare breccia breccia nel cuore della gente, perché sono tutte intrise di un fondo di verità e vanno all’essenza del concetto di libertà.
Queste argomentazioni non c’entrano con la violenza. Sono anzi tenute vive proprio per dire no alla violenza!
Queste argomentazioni non c’entrano con il drammatico fatto purtroppo accaduto e che ha sciupato quella che avrebbe dovuto essere, al di là di quello che sarà l’esito, una festa della Democrazia, solo una festa della Democrazia!
Ecco perché al di là delle strumentalizzazioni, queste argomentazioni scelte, che non sono in sé né xenofobe, né violente ma, al contrario, pacifiche e giuste, riescono a toccare comunque corde profonde.
Visto che in favore del restare (nell'Ue, s'intende) si sono mossi carichi da novanta, si permetterà ad un semplice cittadino, letto da pochi, che scrive in italiano, di esprimere alcune opinioni che tendono semplicemente a voler riequilibrare uno squilibrio, dimostrando che il fronte dell’uscita (sempre dall'Ue, s'intende), del Brexit, ha delle opinioni da esprimere, che queste opinioni sono legittime, che hanno un senso e che non sono connesse in alcun modo con la violenza e con quel gesto inconsulto di cui non avremmo mai voluto sentir parlare, quella violenza inammissibile, assurda, generata da odi di cui solo Dio conosce tutti i pensieri limitrofi, annessi e connessi, tutti.
Quelle opinioni benché relegate (quantomeno in Italia) in secondo piano da tutte le testate giornalistiche o quasi hanno una propria ragion d’essere, hanno una propria dignità!
In ogni caso, comunque la si pensi, se la Gran Bretagna uscirà non sarà un disastro, per nessuno! E se rimarrà non sarà una festa, tutto qui, poiché sappiamo già com’ è l’oggi, lo rivivremo domani, tale e quale.
Ma su una cosa saremo almeno tutti concordi: il REFERNDUM avrà vinto!!!
Ma poi…proviamo per un momento a immaginare…proviamo a pensare se, vincendo il fronte dell’uscita, l’Ue si mettesse a riflettere sui propri errori! Sarebbe bello!
Proviamo a pensare se, vincendo il BREXIT, si ripristinasse per miracolo la rappresentatività in questa Ue! Sarebbe bello!
Proviamo a pensare se, vincendo il leave, si ripristinasse la Democrazia nell’Ue! Non sarebbe forse bello?
Proviamo a pensare se, uscita la Gran Bretagna, l’Ue si mettesse a riflettere realmente, almeno di fronte a questo, sul vero concetto di mercato libero! Sarebbe un passo in avanti!
Proviamo a pensare se, con l’uscita, qualcuno si svegliasse finalmente e si mettesse ad ascoltare!
Anche questo sarebbe un passo in avanti!
E proviamo a pensare ancora se in seguito a questa uscita, pur sempre rettificabile, certamente non irreversibile, l’Ue si facesse finalmente carico delle sofferenze causate ad ogni singolo cittadino, per esempio, al popolo greco e a tanti altri cittadini!
Non si leverebbe forse un grido di giubilo?!
E chi potrebbe fare tutto questo se non la Gran Bretagna?!
E’ così che, con questo REFERENDUM, anche quegli stati che sono consapevoli di non poter osare tanto, convogliano in qualche modo le proprie speranze su un esito che potrebbe significare libertà e Democrazia, autodeterminazione e speranza.
Ora, di fronte a tutto questo, sapendo che niente è irreversibile, che tutto si può aggiustare,
sarebbe così delittuoso scrivere e dire…BREXIT?!

venerdì 17 giugno 2016

A proposito di ponti

Il ponte con la Russia era già stato creato dal Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, cui rivolgiamo i nostri migliori auguri, il cui ultimo governo sappiamo, per altro, essere stato sovvertito da indebite ingerenze antidemocratiche di talune istituzioni europee. Qualcuno con costante e invisibile lavorio ha distrutto questo ponte e sarebbe interessante approfondire chi e come. Sarebbe un compito da demandare ad esperti giornalisti e storici quello di approfondire tale questione…ma qualche idea ce la possiamo comunque fare…
In ogni caso checché ne dica la Cancelliera federale tedesca Angela Merkel, non è mai troppo presto per togliere le sanzioni alla Russia, visto che sussistono fondati sospetti che per giungere a comminarle, queste sanzioni, ci si sia spinti troppo oltre, comunque troppo audacemente verso qualche sofisticata ingegneria tattico-politica, rischiando con grande superficialità e molto irresponsabilmente un conflitto armato all’interno dell’Europa.
Questioni veramente molto importanti su cui riflettere per l'equilibrio mondiale futuro…

lunedì 13 giugno 2016

Altra comunicazione di servizio

Personalmente ho una concezione troppo alta del diritto per pensare che sia giusto regredirlo a mezzo di scambio contrattuale! E’ francamente troppo! Ho già espresso questo concetto altre volte, per esempio nell’articolo “Se questo è il nuovo che avanza 2” ma merita ribadire certi concetti ogni tanto, nonché la propria posizione. Così sono a fare questo, a esprimere di nuovo un concetto in cui credo profondamente: i diritti non sono merce di scambio contrattuale. Essi sono sanciti dalla nostra Costituzione, oggi così pesantemente messa in discussione e sono inalienabili. Chiunque pensi di farne oggetto di scambio, chiunque pensi cioè di poter proporre ad un qualunque cittadino lo scambio dell'esercizio di un diritto con qualcos'altro, magari con un altro diritto, è in torto e in errore. Chiunque pensi di poter dire: <<ti concedo un tuo diritto se rinunci all'esercizio di un altro diritto!>>, per esempio la concessione del diritto al lavoro (già sancito dalla Costituzione e quindi fuori discussione) in cambio della rinuncia all’esercizio della libertà d'opinione, commette un abuso ed un errore di partenza, un errore originario, di impostazione, per capirsi. Verrebbe da chiedersi quale opinine abbia della Costituzione un simile personaggio!? Se a farlo è un esponente istituzionale poi, che quei diritti dovrebbe sempre difendere a spada tratta, sempre e comunque, senza se e senza ma, l’errore è ancora più grave. Più alto è il ruolo istituzionale che riveste l’esponente in questione e più grave è l’errore, l’abuso. Vi è in questo un rapporto di proporzionalità diretta!
Benché sia intuibile da chiunque, chiediamoci retoricamente: qual’è questo errore esattamente? Innanzitutto quello di pensare che il raggiungimento di un ruolo istituzionale importante abbia conferito la facoltà di ‘possedere’ i diritti degli altri, al punto da pensare di poterli concedere o non concedere arbitrariamente a seconda della convenienza, magari dello stato d’animo, di come ci si sveglia la mattina oppure a seconda di come il legittimo detentore dei propri diritti (il cittadino defraudato), risponde alle sue proposte o pseudo proposte, tra le quali potrebbe annoverarsi anche quella di cambiare idea su talune questioni che si ritengono politicamente rilevanti o quella di non manifestarle. E’ tutta vecchia politica, lo ribadisco: niente di nuovo sotto il sole.
Ma riprendendo il discorso, questo significa che si pensa di possederli, appunto, questi diritti, che si pensa altresì di poterli usare per i propri fini, e che si pensa anche di aver raggiunto un livello di potere tale da essere al riparo da eventuali critiche che si muovessero a contestare un simile atteggiamento, per cui ci si fa forti del ruolo raggiunto, dei privilegi conquistati dando per scontato che sussisteranno per sempre.
E’ un errore gravissimo naturalmente, e tutti per poco che vi riflettano sarebbero in grado di capirlo.
Il danno sociale è enorme, l’abuso pure, l’esempio dei più deleteri, la prospettiva che preannuncia, foriera di scenari in cui il diritto regredisce, torna indietro. In altri termini si tratta di un passo indietro, di un ritorno al passato! In tutto questo non si vede proprio il nuovo che avanza!
Così tornerò a ripetere che chiunque cerchi di arrivare a fare di un diritto, qualunque esso sia (e a chiunque esso appartenga) una merce di scambio, deprime la nozione stessa di diritto nella sua più alta accezione e di fatto mette in pericolo lo Stato di diritto stesso, ed estensivamente tutti i diritti di tutti i cittadini della Nazione in cui lo Stato di diritto in questione trova la sua attuazione, ovvero commette un illecito, un vero e proprio abuso.
Chiunque proponga uno scambio del genere poi, mette in luce di temere opinioni contrarie alle proprie, e questo timore è il sintomo di una assenza di autopersuasione rispetto alle stesse, rispetto cioè a quelle idee che si vorrebbe promuovere. E questo naturalmente viene percepito in qualche modo ed ha un effetto preciso in chi lo percepisce. Chi cerca invece di promuovere il vero miglioramento della società, il vero progresso, dopo aver proposto un’idea, cerca deliberatamente quelle diverse e magari contrarie, per sottoporle ad una prova, ma anche per favorire un rapporto dialettico costruttivo magari incentrato sull’ironia socratica (che è cosa diversa da quella che chiamiamo comunemente ironia).
Chi cerca il miglioramento e il progresso effettivo non cerca epurazioni e non mette bavagli!
Per quanto mi riguarda ribadirò un altro concetto ancora, anche questo già espresso nell’articolo citato, a dimostrazione del fatto che sono idee che, chi pretende di conoscermi, dovrebbe sapere che professo da tempo, e che sono quindi già note (nessuno stupore quindi se non ho cambiato idea): non rinuncerò alle mie opinioni, neanche quando le si vorrebbe barattare con la non soppressione dei miei diritti.
Sarà piuttosto vero che chi pensa di sottrarmi diritti, chi cercherà di regredirli a merce di scambio (i miei e non solo i miei), minacciandoli, cercando di togliermeli, si mette in una condizione di grave errore e, com’ è ovvio, naturale e scontato che sia (la scienza sacra insegna!), ne renderà conto certamente a Dio!


mercoledì 8 giugno 2016

Comunicazione di servizio...

Partiamo da alcune considerazioni lapalissiane, evidenti: i messaggi esistono; i messaggi si servono di codici; i codici possono essere cifrati; il messaggio veicolato da un codice cifrato è più difficile da comprendere (è di più difficile interpretazione) di un messaggio veicolato da un codice evidente, chiaro, abituale poiché è necessario conoscere la cifratura; viviamo immersi nei messaggi.
A partire da queste considerazioni, piuttosto condivise, vorremmo aggiungere queste altre: i messaggi, sia che si tratti di messaggi che usano codici abituali, sia che si tratti di messaggi che usano codici cifrati, possono essere generati consapevolmente o inconsapevolmente. Vi è di fatto la possibilità di generare involontariamente uno o una moltitudine di messaggi. Di più, essendo l’uso dei codici cifrati più difficile da dimostrare rispetto all’uso di un codice abituale, si può sfruttare questa difficoltà per millantare l’uso di tali codici anche quando questo uso non c’è. Inoltre si può additare un messaggio generato inconsapevolmente come un messaggio generato consapevolmente e intenzionalmente e cambiarne così radicalmente la natura, il senso il significato.
Chiamo chi interpreta un messaggio fortuito come un messaggio intenzionale, lettore sintomale. Il lettore sintomale cioè legge parti o totalità di un messaggio come se fossero il sintomo di una ideologia di una intenzione, di un programma, anche quando questa ideologia, questa intenzione, questo programma non c’è e non ci può essere. Le letture sintomali quindi, sono letture ‘cattive’ come direbbe Umberto Eco, perché bisogna far dire alle persone ciò che intendono realmente dire e non ciò che dicono malgrado le proprie intenzioni.
Ciò premesso, diffido chiunque, lettori sintomali inclusi (ed anzi particolarmente quest’ultimi), dall’interpretare in modo sintomale, cioè ‘cattivo’, cioè interessato, qualsivoglia messaggio intenzionale e non intenzionale, ma particolarmente questi ultimi, cioè particolarmente i messaggi non intenzionali (che potrebbero usare casualmente e fortuitamente codici cifrati o che sembrano tali, simbologie, associazioni simboliche e semantiche e quant’altro ancora, ancorché parzialmente e imperfettamente, poiché appunto inconsapevolmente) per piegare questa lettura ai propri fini, ai propri scopi, spesso opposti magari a quelli che generalmente promuove chi è vittima di tali letture.
Il che la dice lunga sull’onestà intellettuale di simili operazioni.
Una delle moderne forme di violenza infatti, consiste proprio nel far dire alle persone cose che in realtà esse non dicono, per sfruttare questo a vari fini e a vari scopi, spesso anche politici e non solo…
Personalmente, quando ho qualcosa da dire e ritengo di volerla dire, la dico apertamente, chiaramente e semplicemente, intendendo per ‘semplicemente’ attraverso l’uso di quella modalità interpretativa diretta che non abbisogna e non necessita di codici cifrati o simili, nella totale assenza cioè di messaggi secondari o subliminali. Chi vuole farsi una idea delle mie opinioni può quindi leggere ciò che scrivo ed avrà una idea abbastanza precisa, ritengo, anche se forse non esaustiva.
Per quanto mi riguarda quindi dirò questo, che non sono in alcun modo responsabile della generazione di messaggi casuali e che non si può dire di essi che siano intenzionali anche e soprattutto se terze parti intervengono meno casualmente per farmi dire cose che in realtà non dico e non ho intenzione di dire o che addirittura non mi passano nemmeno per la testa o che non condivido o, ancora, che ho già smentito con eventuali miei scritti, ecc. ecc.
Ciò (questa assenza di responsabilità) vale anche per qualsiasi altro argomento di qualsiasi altro ambito di cui magari non ho espresso opinioni...


giovedì 2 giugno 2016

Evviva la Repubblica!!!

Visto che pare condivisa l’opinione secondo la quale dobbiamo sensibilizzare i giovani al rispetto della Repubblica, della sua storia ma, direi, anche del suo futuro, non ci tireremo indietro e faremo nostra questa proposta, con un modesto ma spero non inutile contributo.

Qualche breve cenno storico: la Repubblica nasce prima della Costituzione ma sull’urgenza di dare una risposta immediata al problema più incombente: Monarchia o Repubblica? Risolto il dilemma a favore della Repubblica, si è sentita subito come necessaria la creazione di una Carta, la Costituzione ed è stata quindi formata l’Assemblea costituente avente lo scopo di scriverla. Serviva una carta che ne sancisse la natura, i principii fondamentali, le fondamenta giuridiche, che ne diventasse la fonte del diritto!
La Costituzione quindi, in un certo senso, si identifica con la Repubblica stessa, ne è l’elemento vitale, la carta d’identità, più ancora, l’anima. E così come in un uomo non può esservi corpo senza anima, così non può esservi Repubblica senza Costituzione.
Se dunque storicamente prima c’è la Repubblica e poi la Costituzione, ciò nondimeno quest'ultima costituendo la Repubblica stessa, in certo qual modo idealmente la precede.
Partiamo da questa affermazione dunque: non c’è Repubblica italiana senza una Costituzione della Repubblica Italiana (il nome stesso, Costituzione, sta ad indicare che essa la costituisce come tale, come Repubblica!) che la dichiari tale, che la supporti e che ne indichi i principii e i fondamenti giuridici.
Oggi questa Costituzione, definita “La più bella del mondo” è pesantemente messa in discussione. A difenderla (non finiremo mai di ringraziarli) i partigiani dell’ANPI, con grande coerenza, gli stessi che hanno contribuito a scriverla.
La Costituzione è figlia dell’Assemblea costituente, che è figlia della Repubblica, che è figlia della Resistenza, quella combattuta dai partigiani per difenderci dagli assolutismi e dalle dittature sempre proclive a sottrarre diritti se non addirittura a promuovere la costruzione di campi di sterminio per vere e proprie epurazioni di massa.
Dovrebbero essere passaggi abbastanza semplici da comprendere per chiunque, se vogliamo potrebbero essere esplicati meglio, è vero, ma sto sintetizzando e mi espongo quindi ai rischi delle sintesi.
Comunque, se questa festa della Repubblica avviene in un clima pesante, si deve al fatto che pesante e stridente è la contraddizione di chi celebra una festa, quella della Repubblica appunto, che è storicamente associata alla Resistenza, e alla Costituzione, mentre contemporaneamente assiste allo spettacolo di una pesantissima revisione di quest’ultima, con molti cittadini che sono preoccupati per l’incertezza che ne deriverebbe.
E’ per questo che il clima non è dei migliori, si avverte tutto quanto l’imbarazzo della contraddizione stridente in atto.
Vorremmo sensibilizzare i giovani all’amore per la Repubblica e questo, per noi coincide con la sensibilizzazione all’amore per la Costituzione e all’impegno di sempre attuarla.
E proprio per questo ascoltiamo quindi le parole di Calamandrei rivolte esattamente ai giovani, ascoltiamo dalle sue parole dov’è che nasce la Costituzione:

« Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati.
Dovunque è morto un Italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero,
perché lì è nata la nostra Costituzione. »

(Piero Clamandrei, Discorso ai giovani tenuto alla Società Umanitaria, Milano 26 gennaio 1955)

Chi ne cerca una revisione così pesante avrà pensato a questi luoghi? Vi avrà pensato almeno oggi in cui si festeggia la Repubblica? Speriamo di sì ma temiamo di no! In ogni caso, speriamo…
Ma per tornare alla festa della Repubblica chiediamoci anche: in che scenario avviene questa stessa festa? Cosa accade in giro per il mondo?
Mi viene in mente che sono di qualche giorno fa alcune dichiarazioni dell’economista Zingales che, dall’altra parte dell’Atlantico, preannunciava e quasi auspicava l’intervento del MES in Italia. Non possiamo…non possiamo proprio in questo giorno di festa, fare finta di niente e girare la testa dall’altra parte, non possiamo proprio fare finta di non aver combattuto certe battaglie contro l’approvazione del MES, non possiamo proprio fare finta che niente stia accadendo mentre la realtà ci dice che è in atto e sussiste un progetto per cedere la sovranità dell’Italia e trasferirla, da organismi democraticamente eletti ad organismi che invece non lo sono.
Organismi appunto come la Troika e il MES che ne è la strutturazione permanente in Europa. Questo processo di sostituzione è illegittimo, antidemocratico, prepotente, e come tutti i progetti illegittimi, antidemocratici e prepotenti, cerca di non sembrarlo, e, che lo sembri o no, in ogni caso è profondamente sbagliato.
Come cittadini di uno Stato sovrano, come cittadini di una Repubblica, oggi festeggiata, abbiamo il dovere di denunciare l’esistenza di questo processo e il fatto che esso si alimenti di molteplici sviste e leggerezze, di deresponsabilizzazioni e autoassoluzioni, nonché di falsi miti di progresso, di dogmi e superstizioni.
Abbiamo il dovere di avvertire i nostri giovani concittadini che se il progetto va in porto, essi non potranno più essere rappresentati degnamente dalla politica italiana poiché essa, attraverso varie ingegnerie politiche, non ultime le nomine e le immunità (cioè attraverso l’impossibilità di eleggere i propri rappresentanti poiché scelti dalle segreterie di partito, come i senatori per esempio) rappresenterà le decisioni della Troika, cioè di un organismo non democraticamente eletto e quindi non rappresentativo. Abbiamo il dovere di avvertire i nostri giovani concittadini che se il progetto va in porto il loro futuro non sarà più scritto dalla Costituzione ma da persone lontanissime e non elette da nessuno.
Ora, perché sussista la necessità di un intervento del MES (Troika), cioè di un commissariamento, le cose per le banche bisogna che vadano male. A chi imputare la colpa di un simile andamento? Difficile a dirsi quando si approvano leggi che deresponsabilizzano la dirigenza e fanno pagare i danni della pessima gestione ai correntisti! Difficile a dirsi quando questi danni sembrano quasi cercati, chissà, magari proprio per fare intervenire la Troika (ecco come l’attuale strutturazione comunitaria e para-comunitaria crea le premesse di inusitati e immani conflitti di interessi!).
Viene da chiedersi cioè se per caso non si applichino quelle modalità che sfruttano il paradigma chapliniano de “Il monello”, cioè la divisione in due squadre della stessa squadra, con i seguenti compiti assegnati: all’una il compito di spaccare il vetro, all’altra quello di sostituirlo, come nel celebre film. Così si avallano e prendono atto le politiche bancarie fallimentari in Italia (e in Europa), le tendenze autolesionistiche, quelle che creano danni ingenti al Paese, per cui si comincia ad intravedere come necessaria (in vero le alternative ci cono sempre!) l’intervento della Troika (ESM), per sostituire il vetro rotto. E come interverrebbe il MES? Con prestiti ceduti in cambio di rigide condizionalità cioè in cambio del diritto di creare l’agenda politica economica (e non solo economica) Italiana.

A questo punto è necessaria una breve parentesi per riassumere come ci si è creati una gabbia con le proprie mani, come si è arrivati a questo.

Sono incredibili i passaggi che hanno portato a questo! L’Italia di fatto ha avallato l’organismo ESM, durante il governo Monti, non democraticamente eletto, insediatosi su richiesta della BCE (Banca Centrale Europea), con grave e illegittima ingerenza, per sostituire un governo democraticamente eletto (quello dell'ex cavaliere). Ora, dalle interviste, nessuno di coloro che l’hanno approvato aveva neanche letto il trattato ESM. L’Italia si è creata da sola la gabbia nella quale qualcuno adesso vuole rinchiuderla! A niente sono valsi i proclami accorati di chi cercava di mettere in guardia dai rischi di una simile approvazione! Dopo questo l’Italia ha ceduto 60 miliardi di euro a questo organismo (altri 65 sono previsti), in un periodo di grave crisi, di contrazione dei consumi ecc., in cui si poteva usare questa cifra per rilanciare l’economia. Invece (altro comportamento autolesionistico) ce ne siamo privati e probabilmente (cosa che sto cercando di capire da tempo, e che chiedo da tempo) sono stati presi a debito! Da dove? E possibile avere finalmente una riposta? Ci sia data una risposta, per favore!
Così l’Italia potrebbe aver preso a debito una cifra più che consistente per cederla ad un organismo che si muove al di fuori del diritto comunitario, per farseli rendere alla bisogna (sempre a debito, nota bene) dallo stesso organismo e sotto rigide condizionalità, cioè al prezzo dell’abdicazione dell’Italia a scriversi autonomamente l’agenda politica per farsela scrivere dalla Troika, dal MES! E’ un atteggiamento che può essere chiamato semplicemente folle! Non ci sono altri termini per descriverlo! Se avessimo rifiutato l’ESM e ci fossimo tenuti quella cifra ci avremmo guadagnato due volte. Ma a questo porta il bieco e retorico internazionalismo di facciata, a questo porta la retorica dell’interdipendenza, a questo portano le liste di nominati che rispondono solo ai partiti, a questo porta l’atteggiamento di non leggere i trattati che si sottoscrivono. Così sono in molti oggi, quelli che pur avendo approvato l'ESM, celebrano la festa della Repubblica, ma forse adesso è più chiaro, o almeno così si spera, che la cosa è in qualche modo contraddittoria, visto che i conflitti di interesse che la presenza di questo organismo porta in Europa, ed il potere che esso ha  sono tali da mettere in crisi una intera Repubblica. 
Ci credo poi, che il debito pubblico aumenti, e l’Ue (sembra quasi una presa in giro), chiede di ridurre questo debito, quando col progetto ESM ha probabilmente contribuito più di ogni altra cosa ad aumentarlo.
Vorremmo vedere i dati: da dove sono stati presi questi 60 mld di euro? Incidono sul debito pubblico?

Per chiudere la parentesi e tornare a parlare di Repubblica e della necessità di sensibilizzare i giovani alla stessa e alla Costituzione che la definisce e ne fissa i principii, dobbiamo quindi avvertire gli stessi giovani che sono in atto dinamiche di difficile comprensione ma che tendono a ledere la dignità della Repubblica, la sua integrità, la sua autonomia. Dobbiamo dirlo nel giorno della festa della Repubblica, proprio quando si pensa a quanto è costata, la nostra cara Repubblica!

Viva la Repubblica quindi, se viva lo è davvero, se è sovrana, se è libera…per quanto?

giovedì 26 maggio 2016

Euro o non euro?

Esisteva un tempo un dibattito

Visto che si è tenuto il 21 maggio 2016, un dibattito sull'euro a Napoli, colgo l'occasione per spendere due parole su tale rilevante questione, prima di tornare a scrivere di TTIP.
Dunque, c’è stato un periodo nel quale l’argomento euro era dibattuto quotidianamente anche in televisione. Era interessante seguire il dibattito. Poi però tutto quanto si è sopito, per non dire esattamente spento. E’ divenuto difficile sentirne parlare, e questo non è un bene poiché questo affievolirsi, se in parte può essere dovuto ad un processo spontaneo (tutto si affievolisce...) non sembra, in questo caso, esserlo del tutto. L’argomento è senz’altro uno di quelli maggiormente rilevanti e, visto che i cittadini non hanno preso parte alcuna nel deciderne l’uso di questa moneta sostanzialmente imposta da sapienti imbonitori, e visto anche che, molti degli argomenti usati per far passare liscia l’operazione euro sono stati almeno un tantino ingannevoli, forse è bene che almeno se ne torni a discutere.

Euro o non euro dunque?

Questo è il problema da rilanciare!

Ma, quali sono le opinioni dei rispettivi schieramenti in campo, molto sinteticamente?

C’è chi dice: uscire dall’euro sarebbe un disastro!

C’è chi risponde: il disastro è quello attuale!

Difficile dare torto ai secondi! Comunque la si pensi tuttavia, e comunque stiano le cose, credo che il vero disastro legato all’ipotetica uscita dall’euro sarebbe rappresentato non tanto dall’uscita in sé e per sé, quanto piuttosto dalle ritorsioni che i fautori dell’euro ad ogni costo (pensiero unico dell'euro) metterebbero in campo contro lo Stato che eventualmente ne uscisse.
Siamo sotto ricatto, non dimentichiamocelo: se uscissimo dall’euro sarebbero sonore mazzate! Dopo di che, a mazzate elargite, si direbbe: visto che avevamo ragione, che uscire dall’euro era un disastro?!
Se solo si provasse a non comminare simili mazzate le conseguenze sarebbero decisamente inferiori e solo allora si potrebbe veramente verificare in modo effettivamente scientifico la veridicità dell’una e dell’altra ipotesi.  E’ un po’ come se durante un esperimento scientifico, magari di fisica delle particelle, si andasse a perturbare lo stesso esperimento immettendo improvvisamente negli acceleratori, particelle aggiuntive non richieste e non contemplate inizialmente: i dati sarebbero falsati!
Ma, per tornare all’euro, è abbastanza presumibile supporre che il millantato disastro relativo alla sola uscita(senza mazzate aggiuntive, intendo), sempre ammesso che si possa parlare di disastro, sarebbe radicalmente inferiore a quanto ci viene prospettato dagli stessi fautori dell'euro ad ogni costo, senza considerare il fatto che c’è modo e modo di uscire dall’euro naturalmente e che un’ uscita potrebbe essere fatta in modo concordato, potrebbe e dovrebbe essere fatta con metodo scientifico appunto e non improvvisando ovviamente, proprio per mitigarne gli effetti negativi e favorire il fiorire di quelli positivi tra i quali si può annoverare la ritrovata sovranità monetaria, per esempio.
Ma purtroppo ci sono le mazzate e quelle sì che fanno la differenza! Son quelle che fanno la differenza!!
E son quelle che impediscono l’approccio scientifico!!!

sabato 21 maggio 2016

Un ciao anche da me!

Ieri Marco Pannella ci ha lasciati.
Interrompo così temporaneamente, il ciclo degli articoli incentrati sul TTIP, per un doveroso saluto; un doveroso saluto ad un personaggio politico italiano certamente di prim'ordine, un personaggio che ha contribuito in maniera rilevante, direi decisiva, a scrivere la storia d'Italia degli ultimi decenni, soprattutto per quanto riguarda tutta una serie di battaglie civili e per la difesa dei diritti del cittadino.
Sono molte, in vero, le idee che mi separano da lui: dall'idea, per lui centrale, del bipartitismo, per me invece così pericolosamente vicina all'idea di monopartitismo (soprattutto con la Troika oggi così vicina e strutturata), all'idea dell'interdipendenza degli Stati, per lui auspicabile e per me, anche per deformazione professionale, da aborrire poiché in contrasto evidente con l'idea di pensiero autonomo da sviluppare per esempio nei discenti, come sancito dalla stragrande maggioranza dei POF (Piani dell'Offerta Formativa) di ogni Istituto scolastico e quindi con quella concomitante di indipendenza delle idee e di giudizio, cui la didattica deve appunto mirare e cui fa eco l'idea della libertà di pensiero sancita dalla Costituzione. Ritengo infatti che l'idea di interdipendenza, spesso implicitamente evocata dal fatidico: <<nessuno si salva da solo>>, sempre così intriso di un certo tono bullistico e abbastanza surreale, particolarmente se sentito pronunciare da chi magari si proclama 'non religioso' essendo per lo più una espressione legata al concetto di salvezza e quindi ad un concetto che è tipicamente religioso (ma non mi riferisco in questo caso a Pannella), e quella di indipendenza, cui uno Stato sovrano deve secondo me mirare, per difendere i propri principii, le proprie leggi, la propria cultura, la propria storia politica e civile (che potrebbero non coincidere con quelle di altre Nazioni), siano idee diametralmente opposte e, per certi versi, inconciliabili.
Quindi, come dicevo, sono molte le idee che mi separano da lui, idee diverse quindi che sono andate aumentando col tempo. Ma non può essere una onesta e schietta divergenza di idee ad impedire un saluto ad un personaggio che rimane per certi versi straordinario e che mi ha affascinato molto, particolarmente quando ero più giovane.
Va riconosciuta a Pannela e al Partito Radicale, quella forza derivante dal fare appello alla coscienza, che ho sentito spesso assai meno presente in altri partiti e in altri esponenti politici benché magari più titolati di lui che, da questo punto di vista, avrebbe meritato una maggiore considerazione da parte di tutti. Quella forza in particolare è stata forse il suo carisma principale, quel carisma che lo ha accompagnato e gli ha fatto combattere battaglie numerose e dificili, battaglie che spesso ha vinto. Anche noi nel nostro piccolo stiamo combattendo delle battaglie. Non so se piacerebbero a Pannella. Una su tutte, quella per il mantenimento dei più alti livelli possibili di Democrazia. Sentiamo infatti che da più parti essa, la Democrazia, è minacciata.
Ho sofferto nel constatare che intravedevo, ed intravedo, minaccie alla Democrazia in quella strutturazione poco partecipativa (il che non è un fattore irrilevante evidentemente) e poco rappresentativa che è l'attuale Unione europea, cioè dove lui, Pannella, vedeva invece un'espressione, magari potenziale se non in atto, della Democrazia stessa.
Era chiaro per me che altri fattori si andavano quindi ad aggiungere a quelle differenze di idee che già sentivo di avere.
Ma per queste nostre battaglie, anche se non sono quelle che magari avrebbe combattuto lui, quello spirito civile, quell'onestà intellettuale, quella forza della ragione e della coscenza che ha contraddistinto Marco Pannela, speriamo siano presenti anche in noi.
Così, anch'io, mi vorrei unire al coro di saluti che da ieri purtroppo ha accompagnato la dipartita di Marco Pannella!
Un ciao anche da me!

domenica 15 maggio 2016

Ancora a proposito di TTIP

Da recenti trasmissioni televisive si apprende che il trattato TTIP, trattato Transatlantico sul commercio e gli investimenti, non avrebbe più parti secretate da tempo. In vero c'è chi afferma questo e chi afferma il contrario. Difficile farsi una opinione in proposito se le versioni non collimano almeno sui dati di fatto.
Vi è chi da il merito di aver tolto i sigilli a Greenpeace, chi lo da alla Commissione, ecc.
In ogni caso è comunque abbastanza inquietante che un trattato di così vasta portata, che un trattato che coinvolgerebbe milioni di cittadini da entrambi i lati dell'oceano, abbia contenuto parti secretate e che si sia dovuto spendere enormi dosi di energia per poterlo leggere inegralmente.
In ogni caso prendiamo atto del fatto che le carte adesso, così ho capito, non sono più segrete.
Qual'è la mia opinione in propostio mi sembra che si possa evincere abbastanza chiaramente dall'articolo precedente ma mi premurerò di fornire opinioni più autorevoli delle mie. Detto questo, se guardiamo a ciò che accade in Europa, alle manifestazioni, ai dibattiti che sono attualmente in corso, ci si accorge di essere di fronte a due posizioni diametralmente opposte, con poche vie di mezzo (pur non essendo del tutto assenti). Queste posizioni appaiono per certi versi inconciliabili. E' per questo stato di cose che si dovrebbe dare voce al popolo attraverso un REFERENDUM.
Cerchiamo quindi di sollecitare, per il trattato TTIP, attraverso tutti i mezzi democratici possibili l'indizione di un REFERENDUM. E' il solo mezzo che possa togliere di mezzo ogni diatriba e molte polemiche.
Questa è la forza dei REFERENDUM!!!

Argomentazioni contro il TTIP

Da dove affrontare l’argomento TTIP, Trattato transatlantico sul commercio e gli investimenti? Si potrebbero ribadire forse certi concetti, quelli espressi circa i contenuti noti (poiché alcuni contenuti sono ignoti, purtroppo, come sappiamo, e ce ne dispiace di non essere messi a parte di questioni così importanti, che ci riguardano così da vicino).
L’assenza di glasnost forse è una spia che la dice lunga al riguardo.
Vi è chi dice che un americano su sei si ammala per intossicazioni alimentari. Ecco, si vorrebbe liberalizzare la vendita anche di quei prodotti che sortiscono questi effetti sulla salute, in assenza di una visione comune sulla stessa salute: finiremo forse per mangiare schifezze che, essendo magari a basso costo – con la crisi imperante – sembreranno appetibili, ma solo economicamente parlando, e lo sembreranno alla classe media in costante discesa. Mancherebbe in questo caso tuttavia, alla classe media una visione lungimirante, ma giustificatamente, poiché chi è in crisi vive alla giornata: quello costa poco, lo compro! Quanto alla salute, beh, ci penserò poi, quando i problemi si manifesteranno...
Ma le cure per gli effetti sulla salute di queste schifezze chi le paga?
Ci informano che tra le parti non c'è neanche una visione comune sui diritti legati al lavoro e che per esempio gli USA hanno ratificato solo due delle otto convenzioni per noi fondamentali sul lavoro. Firmare e condividere anche le altre costituirebbe un passo avanti neel trattative. Altrimenti com’è pensabile di spalancare le porte alla cieca, sul commercio, a chi ha una visione tanto diversa dei diritti sul lavoro? E infatti ci si chiede: non verrebbero ridimensionati anche da noi, questi diritti?
Senza una visione comune sul lavoro, proporre un patto transatlantico di commercio sembra essere del tutto fuori luogo, e dovrebbe essere ritenuto impossibile e inapplicabile da un qualsiasi pensatore di buon senso. Infatti, in generale, mediando tra due posizioni opposte si ottiene una via di mezzo che in materia di diritti, non può essere accettata da chi vedesse deprimere i diritti già esistenti. Questo lo comprende bene chiunque, credo.
Prima di un qualsiasi patto transatlantico quindi, sarebbe bene sviluppare una visione comune su tutti i fronti, tutti, nessuno escluso, e se la visione comune non emerge, non affiora, allora sarebbe bene che ognuno applicasse a casa propria le leggi e le restrizioni, i controlli alimentari e quant’altro ancora ritiene di dover applicare per la salvaguardia della salute dei cittadini, sancita per noi italiani dall’art.32 della Costituzione.
E’ chiaro altrimenti che si andrebbe dritti diritti verso una serie di contraddizioni stridenti e inaccettabili, o verso un allentamento dei controlli o dei parametri sulla salute che diverrebbero più morbidi, abbassando i livelli di guardia e perfino consentendo ciò che oggi, a ragion veduta (e con le leggi vigenti), è vietato. Un po’ come quei cibi per cani e gatti che contengono sostanze cancerogene, ma che sono consentiti dalle leggi perché anche nella civilissima Europa si dormono sonni profondi su tali questioni o si chiude un occhio o forse tutti e due, forse per le solite connivenze. Saranno mica gli stessi a decidere sul TTIP?!
Certo sarebbero tutti argomenti interessanti da approfondire ma quello che vorremmo fare adesso è di osservare la cosa da un’altra angolazione, dall’angolazione della partecipazione alla vita politica e sociale nell'Ue e dell’Ue stessa.
D’altronde per il pieno esercizio del diritto di cittadinanza il punto di vista del cittadino non può e non deve essere ignorato, anche in sede elettorale ed eventualmente referendaria.
E’ inutile, riteniamo, riempirsi la bocca di frasi ad effetto o sollecitare il cittadino al pieno esercizio della cittadinanza, anche attraverso l’acquisizione delle competenze di cittadinanza o delle competenze per l’apprendimento permanente, se poi viene negato di fatto il diritto di votare su questioni sostanziali e di primissimo piano, su questioni fondamentali; la contraddizione è evidente, anzi, stridente!
Affrontiamo quindi l’argomento TTIP dal punto di vista dell’elettore europeo. Se il TTIP è cosa davvero cosa buona e saggia, che male ci sarebbe a proporre un REFERENDUM sul TTIP stesso, da sottoporre ai cittadini europei? Sapranno pur riconoscere cosa è buono e saggio!
Molto spesso ci sono accuse nei confronti dell’Ue e del suo autoritarismo, e del fatto che essa fugga i REFERENDUM come il diavolo l’acqua santa; ecco che l’Ue avrebbe l’occasione d’oro per smentire simili opinioni, proponendo un REFERENDUM sul TTIP, così da far vedere a tutti che quelle sono solo illazioni.
Inoltre, le ragioni di chi chiede un REFERENDUM sono nella fattispecie più che valide dal momento che il TTIP condizionerebbe una moltitudine di scelte di vita dei cittadini europei, se non gli stessi diritti, senza considerare il fatto che alcuni esperti economisti prevedono per via di questo trattato una diminuzione per l’Europa di circa 1 milione di posti di lavoro, anche a fronte di un aumento del PIL, cosa che sembra contraddittoria, ma che contraddittoria non è se si tiene conto del fatto che la robotizzazione distruggerà più posti di lavoro di quanti ne creerà. Quindi vi sono conseguenze dirette e conseguenze indirette, tali da giustificare, ed anzi richiedere a gran voce, l’indizione di un REFERENDUM!
Chi si dichiara a favore della Democrazia ha la possibilità di dimostrare a tutti, quanto effettivamente si creda in questa stessa Democrazia.
La perplessità però nasce dal fatto che questo Trattato ha delle parti segrete!
Ma vi siete mai chiesti come mai vi sono delle parti segrete?
Firmereste mai una cambiale in bianco o un contratto con clausole segrete, così, alla cieca?
Chi si dichiara a favore della Democrazia dovrebbe essere tenuto a dimostrarlo coi fatti e non a parole. Ma chi è autenticamente a favore della Democrazia aspira in modo del tutto naturale ad informare a dovere tutti i cittadini (il maggior numero possibile) sui contenuti di ciò che è oggetto di discussione democratica. Se non si sa neanche ciò di cui si discute come si può prendere una posizione?
Per questo è abbastanza chiaro che il TTIP non è, almeno nelle intenzioni iniziali, qualcosa che si voglia far divenire oggetto di discussione democratica, e questo già stride con le dichiarazioni di principio della stessa Ue, cosa che dovrebbe mettere sull’allarme e far drizzare le antenne. Anzi, appare abbastanza evidente che fin dalle prime battute questo trattato è ritenuto oggetto di discussioni elitarie, da ristretto circolo di sedicenti intenditori.
Ma il fatto che il TTIP non sia almeno nelle intenzioni iniziali qualcosa che sia oggetto di dibattito aperto e democratico, non è detto che non lo possa divenire, almeno così si spera…
Tra i promotori, è inutile dirlo tanto è palese, in gioco c’è la stessa immagine di paesi democratici.
Democrazia, non può essere soltanto la parola magica che fa strappare l’applauso nelle piazze o nei congressi, deve essere qualcosa di autentico e di concreto, deve coincidere con la nozione di diritto e di rispetto, in tutte le sue declinazioni possibili e immaginabili. Se così non dovesse essere prima o poi i cittadini se ne accorgerebbero, avvertendo la palese dissonanza.
Chi si proclama campione di Democrazia (e ancor di più, esportatore di Democrazia), non può non tener conto del fatto che un trattato di così vasta portata, non può essere discusso soltanto da un ristretto gruppo di persone, forse neanche disinteressate, ma deve diventare oggetto di discussione anche tra il popolo, e non solo, deve essere il popolo a decidere su di esso, deve essere il diretto interessato a decidere se deve essere sì o deve essere no!
D’altro canto esportare Democrazia ed esportare prodotti non è esattamente la stessa cosa.
Si faccia dunque partecipare il diretto interessato, il popolo!
Chi si proclama campione di Democrazia ha quindi un’occasione d’oro per manifestare la sua fede nella stessa, un’occasione concreta per dimostrare l’amore che si ha nei suoi confronti! E lo si può fare innanzi tutto togliendo il segreto da quelle parti del trattato che sono ancora attualmente secretate e poi proponendo che su tale questione (TTIP) si interpellino i cittadini, si interpelli il popolo.
Altrimenti se per qualcuno si deprime l’immagine di campione di Democrazia, se essa ne risulta drasticamente ridimensionate se non del tutto evaporata, quantomeno non ci si stupisca troppo!
Per il TTIP sia indetto un REFERENDUM!!!

sabato 7 maggio 2016

Sempre al sostegno delle critiche costruttive

Il ruolo dell'insegnante, richiede ovviamente i suoi sforzi, i suoi tempi, le sue energie. Tuttavia mentre cerco di interpretare al meglio il ruolo di docente supplente dell' organico potenziato, non dimentico di essere un cittadino della Repubblica italiana, e in quanto tale (e solo in quanto tale) cittadino dell'Ue, e non perdo di vista gli interessi e le passioni civili che in vario modo hanno contraddistinto gli articoli di questo Diario. E certamente cerco di farlo coerentemente con quanto espresso fin'ora. E' chiaro però che il tempo che potevo dedicare prima alla stesura degli stessi articoli si è abbastanza ridotto, così non è pensabile di riuscire a pubblicare con la stessa intensità di prima a meno di non trovare delle energie supplementari o qualche tecnica speciale o semplicemente una maggiore capacità di sintesi. Ma spesso scrivo anche al di fuori del Diario Elettronico, magari in forme provvisorie che richiedono una limatura, e tuttavia che si depositano nella memoria del calcolatore, nutrendosi in qualche modo con gli altri documenti precedentemente depositati, in attesa di questo perfezionamento in vista di una sempre possibile pubblicazione. Sono magari appunti fugaci, brevi ragionamenti, mappe concettuali e via discorrendo, sempre utili a fornire stimoli di vario genere. A volte penso che le giornate dovrebbero essere di quarantotto ore!

Ma vorrei in ogni caso ribadire un concetto altre volte espresso:

sono sempre vicino e al sostegno di chi critica costruttivamento, pareggio di bilancio in Costituzione, Trattato ESM, Fiscl Compact, TTIP, riforme costituzionali ecc. e in generale l'assetto attuale dell'Unione europea; e sono sempre al sostegno di chi critica costruttivamente anche chi avalla, volente o nolente, consapevolmente o no, gli assetti attuali dell'Unione europea, che sono spesso caratterizzati da una certa avversione all'ascolto della popolazione, da una certa avversione al concetto di rappresentatività, e pure da una certa avversione ad uno strumento chiamato REFERENDUM!

venerdì 29 aprile 2016

Sempre possibili i fraintendimenti...

Si è stati capaci di ben altra solidarietà, in altri momenti, di ben altri sentimenti; si è stati capaci di ben altra sintonia. Forse sono passati quei momenti, chissà?! E questo attuale forse è solo il frutto di fraintendimenti, fraintenidmenti che, per altro, ho sempre riteuto possibili, date le distanze oggettive e i mezzi di comunicazione che si prestano  a simili esiti, nonché ai potenziali interventi di terze parti, ai potenziali interventi, per esempio, dei fraintenditori (lettori sintomali, professionali seminatori di zizzania e quant'altro ancora...). Se ho offeso qualcuno chiedo scusa. Intanto, dispiaciuto, continuo armato dei miei principii...Mi rialzo serenamente, poiché sereno è lo stato d'animo di chi ha passato al vaglio la propria coscienza, cercando conforto nella Costituzione, e in altri studi...

A scanso di equivoci ci tengo a precisare che non mi riferisco in alcun modo ad ambienti di lavoro. L'espressione "distanze oggettive" penso che dissipi da sola questo dubbio. Tuttavia se è utile una maggiore chiarezza, penso che con questa spiegazione tale chiarezza sia arrivata.

lunedì 25 aprile 2016

Libertà, arte e scienza 2!

<<L'arte e la scienza sono libere e libero ne è l'insegnamento>>
La libertà d’insegnamento espressa nell’art.33 della Costituzione, sancisce anche l’autonomia d’insegnamento nella scuola pubblica intesa come autonomia didattica. Non staremo a ricordare il complesso e articolato percorso legislativo che ha conferito dignità costituzionale a tale autonomia con legge n.3 del 2001, modificando l'art.117 della Costituzione stessa, ma ricorderemo semplicemente alcuni concetti che paiono di una certa rilevanza e sui quali è quindi opportuno soffermarsi qualche istante.
Si ricorda, per esempio, che tale autonomia si configura come autonomia effettiva ma relativa, essendo finalizzata al perseguimento degli obiettivi generali del sistema nazionale di istruzione, nel rispetto della libertà d’insegnamento, della libertà di scelta educativa da parte delle famiglie e nel rispetto del diritto ad apprendere.
Per cui potremmo sintetizzare così:
a) essendo autonomia relativa essa si subordina ai suddetti obiettivi generali del sistema nazionale di istruzione;
b) essendo autonomia effettiva essa si espleta attraverso la libertà di insegnamento e in base alla scelta educativa delle famiglie e del diritto ad apprendere.

E' importante sottolineare e tenere conto del fatto che la libertà di insegnamento a sua volta lascia libero il docente di operare delle scelte di carattere metodologico, quelle che ritiene più opportune, per il raggiungimento dei traguardi del sistema nazionale che rimangono imprescindibili.

Per quanto riguarda il diritto ad apprendere esso ci riconnette con i concetti espressi nel precedente articolo, uscito in data 10 aprile 2016 su questo Diario Elettronico, e questo ci offre lo spunto per una breve estensione del discorso di cui a quell’articolo.
Riprendendo quell'articolo infatti possiamo notare che sono molti i fattori che incidono nella cultura del nostro Paese, così tanti che è perfino difficile enumerarli. Una direttiva ministeriale del Ministero della Difesa, per esempio, datata 12 dicembre 2012, veniva emanata per l'anno 2013. Questa direttiva illustrava in maniera esemplare l'effettiva portata delle dinamiche politiche e culturali in atto sia all'interno sia all'esterno del Paese. La direttiva è lunga e complessa, e non è possibile tentarne un commento esteso in questa sede. Diciamo però che questa direttiva illustrava in maniera esemplare alcune delle dinamniche in atto, dinamiche di carattere sia politico sia culturale. Per questo essa è abbastanza funzionale a fare comprendere il legame che sussiste tra cultura e sicurezza, nazionale e internazionale.
Le dinamiche politiche citate nella direttiva di cui si dice per esempio che << si sommano a trasformazioni culturali molto rapide e capaci di propagarsi a livello globale>> sottolineano il legame di cui sopra. Si comprende bene come sia opportuno che simili dinamiche divengano di interesse anche per gli insegnanti, come debbano costituire quel bagaglio che fonda la responsabilità educativa. Non possiamo addentrarci molto nel documento, per ovvie ragioni di spazio e comunicabilità, ma anche da questa semplice citazione emerge l'importanza strategica di comprendere molto bene queste stesse dinamiche, capaci come sono di plasmare la società da dentro e da fuori, poiché non è neanche detto che i risultati sociali cui potrebbe dare luogo questo processo plastico, per così dire, rappresentino una espressione della Democrazia.
Così possiamo ribadire quanto scritto nell'articolo precedente, cioè che ciò che incide <<nella cultura del nostro Paese, da qualunque parte provenga [...] è suscettibile di essere insegnato e appreso liberamente>>.
Dal momento poi che, come la stessa direttiva ministeriale del Ministero della Difesa tende a dimostrare (o fa capire), queste dinamiche potrebbero plasmare strutture non necessariamente democratiche, diviene evidente che lo studio di ciò che incide nella cultura del nostro Paese coincide con la sua salvaguardia e integrità democratica.
L'insegnamento e l'apprendimento divengono così strumenti per la difesa della Patria.
Ricordiamo a questo proposito che l'art. 52 della Costituzione, citato parzialmente, recita: << La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino>>. Quindi è sacro dovere anche dell'insegnante italiano, in quanto cittadino italiano soggetto alle leggi costituzionali ed ai diritti ed ai doveri che esse esprimono.

Ne deriva che, non solo l’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento – tale per cui sussiste una
effettiva libertà d’insegnamento su tali materie –, ma anche che, essendo queste materie strettamente legate all’interpretazione delle complesse dinamiche culturali in atto, ed essendo tali dinamiche suscettibili di determinare crisi politiche e sociali all’interno del Paese, per fino a destabilizzarlo, tale insegnamento diviene per certi versi un dovere del cittadino che intenda, come può (e deve), difendere la propria Patria.
Chiunque si trovi ad incidere nella cultura della nostra Nazione, comunque ciò avvenga, non può non tenere conto del fatto che le dinamiche attraverso cui ciò avviene e i contenuti che queste dinamiche immettono nella società, sono suscettibili di essere appresi ed insegnati anche in funzione del sacro dovere di proteggere la propria Patria.
In definitiva quindi, non si tratta semplicemente di riconoscere il diritto di insegnare liberamente la scienza e le arti (in senso lato) ma, collegando questo diritto al dovere dell'art.52 della Costituzione, di riconoscere che ciò, e per le ragioni testé espresse, costituisce (o dovrebbe costituire) addirittura un dovere!

Concludendo:

libertà di insegnamento? Non solo un diritto, bensì un dovere!

Un dovere che esercitandosi nell'ambito di dinamiche che potrebbero mettere in dubbio le conquiste democratiche della stessa Resistenza, si associa a tutte quelle forze che di questa Resistenza sono state le protagoniste!

VIVA LA LIBERAZIONE!!!

domenica 10 aprile 2016

Libertà, arte e scienza

<< L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento >>

Così recita l’art. 33 della Costituzione della Repubblica Italiana, qui citato solo parzialmente.
Sarebbero molti i commenti che da questo articolo potrebbero scaturire. Ma vorrei circoscrivere i commenti, limitarli nel numero, per sottolineare solo alcuni aspetti, chissà, forse dati per scontati, forse no (non lo so), ma che probabilmente giova ribadire: il rapporto che sussiste tra libertà d'insegnamento e libertà d'apprendimento.

Dal momento che non può sussistere libertà d’insegnamento senza un uditorio, senza degli ascoltatori, senza degli allievi, dei discenti, ecc. ne scaturisce che non può sussistere libertà d’insegnamento senza una equivalente libertà d’apprendimento.
Libertà d’insegnamento e libertà d’apprendimento quindi sembrano proprio coincidere.
Una dimostrazione plastica di ciò è data dal fatto, per esempio, che qualsiasi cittadino italiano può assistere (ha iòl diritto di assistere) a lezioni universitarie del tutto liberamente, ed apprendere ciò che vi viene insegnato. Ciò che il cittadino italiano non può fare è dare gli esami relativi a quella lezione o a quella serie di lezioni (a quel corso insomma), se prima non si è iscritto proprio a quel corso specifico. Quindi non può nemmeno conseguire alcun titolo inerente alla stessa lezione, serie di lezioni o corso specifico, né la relativa laurea, senza questa iscrizione. Per il resto è libero di apprendere, sì, è libero di apprendere da ogni lezione cui desidera assistere.
Chiunque vada ad incidere nella cultura del nostro Paese, in qualunque modo questo avvenga, incide nella cultura di un Paese e di un popolo che ha deciso che la scienza e l’arte sono libere e che libero ne è l’insegnamento e quindi anche l'apprendimento.
Chi incide nella cultura del nostro Paese ignorando questo articolo non per questo è tenuto a non rispettarlo né tantomeno è tenuto a non rispettare chi lo osserva.
Ciò che incide nella cultura del nostro Paese, da qualunque parte provenga, vuoi che si tratti di arte, in tutte le sue sfumature, estensioni e declinazioni, vuoi che si tratti di scienza, in senso stretto e  in senso lato (conoscenza), è suscettibile di essere insegnato e appreso liberamente.


lunedì 21 marzo 2016

Del caso Telecom

Italia sistematicamente umiliata. Non è in grado di mantenersi alcuna azienda. Questo è il gioco del rubamazzo! A questo porta, tale gioco! Ed è per via di questo gioco che le aziende è bene che rimangano statali, soprattutto quando è in gioco la sicurezza nazionale.
Telecom in questo senso sembra costituire un esempio emblematico poiché sembra che stia per passare in mani francesi. Per Santa Giovanna d’Arco, che ciò non accada!!!
Anche perché gli estremi per evitare che questo accada ci sono, e forse ci sarebbero anche le risorse se le si cercasse. Ma è necessario un cambio di mentalità per attivare quest’ultime, è necessario che l’Italia si metta in testa di fare sistema, di allearsi con se stessa, di trovare le sinergie, di costituire una propria ‘Werkbund’ .
Se si pensa a questo è perché lo Sato italiano non sembra avere voglia di farsi avanti in questa vicenda e così ci si chiede se al posto dello Stato non si debba ricorrere all’intervento di altre forze nazionali.
Ma Intanto è necessario dire che una Costituzione ce l’abbiamo e che lo Stato altro non dovrebbe fare se non leggerla ed applicarla. Infatti questa Costituzione ha un articolo il 42 che recita, cito parzialmente:
<<La proprietà è pubblica o privata. I beni economici appartengono allo Stato, ad enti o a privati. La proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge, che ne determina i modi di acquisto, di godimento e i limiti allo scopo di assicurarne la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti.>>
Lo Stato ha dunque il diritto di stabilire se qualcosa va contro gli interessi sociali del Paese. E questo diritto è ancora maggiore quando in gioco vi è addirittura la sicurezza nazionale. Le comunicazioni sono troppo importanti per una Nazione, tanto importanti che evocare la sicurezza nazionale non è una cosa destituita di fondamento. Le comunicazioni sono certamente un fattore di sicurezza.
E se in gioco vi è la sicurezza nazionale è necessario fare appello anche ad un altro articolo della Costituzione, il 52, che cito sempre parzialmente:

<<La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino>>.

Ma naturalmente si deve riconoscere agli altri ciò che si chiede per se stessi! Cioè se è vero che le comunicazioni e le telecomunicazioni sono un aspetto della società che è riconducibile alla sicurezza nazionale, vuol dire che questo deve essere vero per tutti e che probabilmente in materia di comunicazioni e telecomunicazioni nei giochi d'azienda e in quelli di borsa non si deve andare mai oltre un certo limite, per garantire ad ogni nazione il legittimo controllo di un aspetto particolarmente legato alla sicurezza nazionale.
Se reclami il diritto di controllare appieno le comunicazioni e le telecomunicazioni per te stesso, devi concedere lo stesso agli altri. Chissà, forse in questo senso non c'è stata coerenza da parte di Telecom Italia. Mi sbaglio?
In ogni caso, comunque stiano le cose, e posto che si debba meditare su tutto questo, è sull’onda del sacro dovere di cui sopra che ci si deve sentire sospinti a fare qualcosa per la nostra Nazione, perché la gestione delle comunicazioni in Italia rimanga in mani italiane; tutti gli italiani sono chiamati in causa, nessuno escluso, ed è sull’onda di questo ‘sacro dovere’, che è dovere, ed è sacro appunto, che ci si può sentire sospinti a citare chi questo dovere l’ha sentito come sacro, appunto, qualcuno come Santa Giovanna d’Arco, che Dio l'abbia in Gloria! Patrona di Francia, proprio in nome del fatto che ella ha lottato per risollevare la sua Patria dall’umiliazione che gli veniva inflitta e comminata, ci si può sentire sospinti a chiedere che una Nazione che ha visto questo intervento realmente divino, in soccorso di una umiliazione tanto grande, non si prepari a perpetrare umiliazioni simili ad altri.
Per Santa Giovanna D’Arco, che ciò non accada!!!

lunedì 7 marzo 2016

I difetti delle privatizzazioni

Privatizzare significa rendere i clienti succubi delle decisioni dei privatizzatori che, come sappiamo perseguono il profitto certamente molto più di quanto perseguano il bene comune.
Ma veniamo ai fatti: Telecom (TIM), raddoppia per la seconda volta nel giro di poco tempo le tariffe del telefono fisso, di casa, portandole da 5 centesimi al minuto senza scatto alla risposta a 20 centesimi al minuto con 20 centesimi di scatto alla risposta, nel giro di un paio di anni.
Il primo minuto di conversazione costerà quindi 40 centesimi di euro; 0,40 X 1936,27 lire = 774,508 una cifra che si avvicina consistentemente alle mille lire al minuto! Una cosa che è parsa a molti una follia. E sa a molti è parsa una follia una ragione probabilmente c’è.
Ve l’immaginate se al tempo della SIP avessimo speso mille lire al minuto per il fisso!
Che cosa sarebbe successo? Il fatto è che allora l’idea del servizio al cittadino era ancora una idea imperante, preminente, significativa, che aveva un certo peso e questo sarebbe bastato ad impedire una simile deriva delle tariffe.
Ecco che cosa significa perdere il controllo pubblico su un servizio che i cittadini italiani di varie generazioni hanno contribuito a costruire con le proprie tasse. E questo discorso vale purtroppo per molte altre cose.
Siamo ancora convinti che le privatizzazioni facciano bene a i cittadini comuni?
Cerchiamo di imparare che quando abbiamo una azienda pubblica profittevole, perderla significa perderne per sempre il controllo delle politiche aziendali, divenire succubi delle scelte degli altri, perdere per sempre i profitti che ne derivano, tutte cose che fanno pensare ad un regresso e non ad un progresso. Privatizzare insomma significa perdere un vantaggio per molti, e consegnare un vantaggio per pochi. Il fine sociale di certi servizi viene snaturato anche in paesi che hanno Costituzioni (così poco comprese…) che si basano su un profondo valore sociale e collettivo.
Come contribuente dello Stato, come cittadino che ha vissuto gli anni della SIP, questa decisione di quadruplicare le tariffe risulta essere uno schiaffo, uno schiaffo perpetrato dal più forte nei confronti del più debole costretto ad assistere impotente, e a subire scelte a proprio danno, senza poter fare niente così da rimpiangere quei tempi quando ciò non sarebbe stato possibile, perché vi era il concetto dell’equità sociale e quello di bene nazionale, non del profitto ad ogni costo, che è spesso anche un costo sociale.
Questo aumento delle tariffe sul fisso pare avvenga per costringere sostanzialmente gli utenti a passare ad altri tipi di offerte. I due principali benefici che normalmente si affidano al regime di concorrenza, cioè a dire la diminuzione delle tariffe e la libertà di scelta dei cittadini sembra proprio che ne risultino estremamente danneggiate. Tutto questo dovrebbe fare a lungo riflettere.
Poiché non c’è dubbio alcuno che qui le tariffe aumentino e che la libertà di scelta diminuisca. Forse c’è qualcosa che non è stato valutato attentamente, forse si è passati sopra qualche diritto dei cittadini senza accorgersene. Altrimenti come si spiega questo fatto?
A proposito di raddoppi, e rimanendo nell’ambito Telecom (TIM) anche il costo del bollettino postale pare che raddoppi, e pare che avvenga sostanzialmente per costringere i clienti alla domiciliazione bancaria.
Governo e privati di questi tempi sembrano lavorare in stretta sintonia a danno delle fasce più deboli, e a favore delle già privilegiatissime BANCHE, diminuendo le possibilità di scelta degli utenti e clienti, possibilità che sono il sale della Democrazia. E’ recente per esempio la notizia del regalo fatto dal governo alle BANCHE sull’esproprio facile, dopo quello sul salvataggio dall’interno. Evidentemente, tutt’altro che dispiaciuti per i recenti espropri fatti perpetrare dalle Banche ai piccoli investitori illusi dall’ipotesi di profitti facili, il Governo continua convinto più che mai a favorire il più forte. Meno male che dovrebbe essere a maggioranza di sinistra!
La direzione intrapresa è questa: tutti sintonizzati (governo e grandi capitali) per aumentare il potere e i privilegi di chi ne ha già moltissimi, cioè per aumentare potere e privilegi delle BANCHE, a danno di chi, di privilegi, ne ha pochissimi. Siamo di fronte ad un nuovo medioevo! E questa non è la sola spia ad indicarcelo.
Benché rimanga persuaso che le privatizzazioni talvolta (non sempre) possano essere anche un bene, sono ben lontano dal fare di questa opinione una fede assoluta o una religione, errore in cui molti purtroppo incorrono, errorre che talaltri minimizzano con espressioni del tipo: Il capitalismo è il sistema meno peggio, il male minore. E possibile, ritengo, che si possa avere anche una maggiore fantasia, un maggior spirito critico ed in definitiva essere maggiormente propositivi. Il bene di una privatizzazione dipende da molte cose, dal come, dal cosa, dal quanto e dal quando...Senza tutta una serie di prerequisiti spesso si trasformano in un danno.
Anche in questo caso si dimostra infatti come le privatizzazioni creino un danno sociale e non un beneficio.
Per un danno sociale a centinaia di migliaia di famiglie pochissimi otterranno cospicui benefici.
Anche qui si sfrutta la privatizzazione per creare percorsi obbligati e colpire i deboli.
E’ possibile che si possa aumentare a proprio piacimento le tariffe di quanto si vuole?
Che cos’è questo arbitrio? E i tanto decantati benefici per la collettività derivanti dalle privatizzazioni dove dovrebbero essere? Quali sarebbero?
Forse sarebbe il caso di rileggere la Costituzione e particolarmente l’art. 42, specie dove si dice che rispetto alla proprietà privata (garantita!)la legge determina “i modi di acquisto, di godimento e i limiti allo scopo di assicurarne la funzione sociale […]”. Si parla espressamente di funzione sociale, ma sembra che per molti questo aspetto debba venire decisamente trascurato. Ed anche noi cittadini comuni, ce ne rendiamo conto solo quando qualcuno esercita il proprio arbitrio per mettere le mani nelle nostre tasche e creare un danno sociale per molti a beneficio di pochi, solo quando qualcuno è divenuto così potente da poterci umiliare e costringere a scelte (passare ad altre offerte, dato che il costo del fisso è divenuto meno conveniente di queste altre) che, probabilmente, in un regime di reale concorrenza, potremmo non essere costretti a compiere.

lunedì 22 febbraio 2016

No ai Superministeri!!!

No ad una Europa di Super Strutture e di Super Ministeri lontanissimi dai cittadini.
Quella secondo la quale serve un Super Ministro delle finanze in Europa, è soltanto una opinione, che può essere contraddetta da opinioni di tenore diverso! Non è certo la verità assoluta!
Se si è veramente convinti che serva questo Super Ministero, una volta tanto si ponga la questione di fronte al popolo europeo con un REFERENDUM!
E' da questo che si misurerà la bontà e l' autopersuasione di una simile opinione. Altrimenti vuol dire che siamo all'arbitrio!
Quello che veramente serve all'Europa, è che le sue istituzioni ascoltino di più e meglio i propri cittadini!
Quello che veramente serve in Europa è che si fermi la deriva antidemocratica che vi sta albergando da tempo!

sabato 20 febbraio 2016

Attraverso un codice dato...Un saluto a Umberto Eco

Umberto Eco è stato capace di suggestionarci in vari modi: con i suoi scritti teorici, con i suoi romanzi (e quindi con i suoi personaggi straordinariamente caratterizzati), con i suoi articoli, le sue interviste, ecc.
Riporto qui di sotto alcune riflessioni che mi sono state suggerite dai trattati di semiotica generle. E' questo il mio modo di salutarlo...Non sono riflessioni di un ipotetico studente; presumo che avrei avuto delle difficoltà a mostrargliele qualora fossi stato un suo studente, no, sono riflessioni spontanee, libere, di chi scrive senza tanti freni, di chi segue un'ondata di pensieri, uno stimolo, senza il timore di subire un giudizio, e quindi non sono edulcorate e probabilmente sono piene di errori, di inesattezze, certamente di difetti, risultando in definitiva anche pretenziose. Ma effettivamente sono quelle che mi sono venute del tutto spontaneamente. Quando a Firenze ero insegnante di disengo e pittura ad Art.e, nel tragitto che facevo dal parcheggio vicino alla Facoltà di Architettura verso via delle Conce, spesso ero preso da svariati pensieri, alcuni dei quali derivavano anche da suggestioni fornite dai suoi scritti, da lui, Umberto Eco, e qualche volta, durante quelle riflessioni  mi è persino sembrato di vederlo sfecciare in motoretta da quelle parti. Forse il frutto delle suggestioni... Certo a pensarci bene, lui ha insegnato alla Facoltà di Architettura di Firenze, vuoi vedere che magari...

Riflessioni

"Attraverso un codice dato un significante denota sempre un significato" (Umberto Eco)

Ma a ben guardare risulta vera anche la frase: "anche in assenza di un codice dato un significante denota sempre un significato".
Naturalmente nel secondo caso il significato che il significante denota è il significato di se stesso, un significato, per così dire, tautologico, dove non interviene nessuna convenzione.
Così sembra di poter osservare che la tautologia nei sistemi di 'significazione' assuma un ruolo preminente, di base. Se esiste una gerarchia del 'significato', quindi, la tautologia rappresenta il vertice di questa gerarchia.
In oltre è chiaro che i due significati sono diversi tra loro. Cioè, tra il significato conferito al significante attraverso un codice dato, e il significato di base, tautologico, vi è una differenza, uno scostamento.
Tra l'assenza e la presenza di un codice, si stabilisce una dissonanza, uno scostamento di significato rispetto ad un medesimo significante.
Il codice è una convenzione che si stabilisce tra due o più persone, o anche in seno ad una intera società.
La storia della cultura è anche la storia della produzioni di codici, ma anche quella della messa in questione di questi codici e della fabbricazione spontanea o meno spontanea di codici diversi da quelli dati in partenza.
- La storia della cultura è anche la storia dell'allontanamento del significante dal significato tautologico, derivante dall'intervento di un significato attribuito attraverso un codice convenzionale, che diviene il codice dato.
Ma chi li dà i codici?
Una delle riflessioni che sorgono spontaneamente nell' osservare questi due enunciati deriva  dalla constatazione del fatto che il primo possa essere smentito dal secondo. E questo potrebbe indurre a credere che se è vero il primo non è vero il secondo.
Si parte da due enunciazioni contraddittorie ma a ben guardare la seconda frase non smentisce la prima, nel senso che la veridicità della prima può sussistere indipendentemente dalla veridicità della seconda e viceversa.
Ne deriva che, nel primo caso, nel caso che si adotti un codice convenzionale, cioè a dire nel caso di un significante denotato da un significato derivante da un codice dato ( e quindi convenzionale), di fronte al segno che è il significante, ci troviamo sempre di fronte ad un significato doppio se i due significati non coincidono esattamente, ed è improbabile che i due significati coincidano.
Così si ha che: in base ad un codice dato un significante denota sempre un significato sì, ma a cui si aggiunge automaticamente il significato tautologico che vive indipendentemente da una attribuzione convenzionale.
Così quando attribuisco convenzionalmente un significato ad un significante, determino non uno, bensì due significati per uno stesso significante, e determino conseguentemente anche una tesnione tra i due significati, che possono essere più o meno stridenti, ma anche più o meno rispondenti e quindi più o meno armonici.
Ora, uno degli assunti fondamentali della linguistica di Saussure era l'arbitrarietà, la convenzionalità che sussiste tra significato e significante, per esempio anche tra segno e fonema.
Ma, se risulta vera anche la seconda affermazione, cioè che "anche in assenza di un codice dato un significante denota sempre un significato", ciò potrebbe significare che la tautologia, che afferma in sostanza che una cosa, prima di essere qualcos'altro da sé (attraverso un codice dato) è sempre innanzitutto se stessa, è forse in grado di scardinare questo assunto e di proiettare la linguistica verso altre direzioni o, per lo meno, verso altre investigazioni. Sempre ammesso che queste investigazioni non facciano anch'esse parte della storia.
E' qui che entra in gioco la mia ignoranza...semplicemente non lo so se fanno parte della storia e sono state discusse in passato, forse...

lunedì 15 febbraio 2016

Quale espressione usare?

Che espressione usare? Bail-in o salvataggio interno?
Qualsiasi sia la propensione personale di ognuno nel rispondere a questa domanda su una questione è importante che non ci siano fraintendimenti di sorta: ognuno è libero di usare le espressioni che ritiene opportune, quelle che ritiene di dovere o voler usare. E’ la libertà di espressione! Che diamine!
Se qualcuno vuole usare una espressione cinese deve poterla usare; se invece questo qualcuno vuole usare una espressione inglese deve pure poterla usare; se vuole usare una espressione russa deve poterlo fare; nel caso voglia usare una espressione italiana deve poterla usare ugualmente. La libertà di espressione prima di tutto! Il rispetto della libertà di espressione si colloca a monte.
Ciò premesso che cosa dovrebbe indurre qualcuno a preferire una espressione invece di un’altra?
Molte cose probabilmente e tra queste potremmo annoverarvi, presumo, il livello di comunicabilità del concetto che si vorrebbe esprimere.
E il livello di comunicabilità come dovrebbe essere calcolato? Forse in molti modi e attraverso vari parametri ma penso di non sbagliare di molto se dico che uno di questi parametri probabilmente potrebbe consistere nella comprensibilità del concetto che si desidera esprimere, per raggiungere il maggior numero possibile di persone. Molte cose oggi si basano su questo parametro, anche la politica, fino alle politiche governative: quello che si vuol far comprendere (che sia giusto o sbagliato, che sia vero o falso) implica la scelta di un veicolo, e il veicolo che si usa per farlo comprendere, e il messaggio che si vuol lanciare nella sua stessa strutturazione, si cerca di destinarlo al maggior numero di persone possibile!
Su questo si basa la c.d. anima del commercio, la pubblicità! Voglio vendere qualcosa? Lo faccio sapere al maggior numero di persone possibile! Che poi la politica con questo si avvicini al commercio è un aspetto su cui sarebbe interessante ragionare ma che ci porterebbe troppo lontano dalla questione che vorremmo affrontare qui.
E quindi, un’opera di informazione e di emancipazione funziona meglio quando raggiunge un maggiore o un minor numero di persone? E’ presumibile sospettare, ovviamente, che funzioni meglio quando raggiunge il maggior numero di persone.
Naturalmente può anche darsi che tra intenditori sia più comoda un’espressione più veloce come bail-in, ma sono sinceramente persuaso che l’espressione salvataggio interno (o dall’interno) sia più capace di raggiungere un maggior numero di persone, cioè che un maggior numero di persone sia in grado di comprendere (dico, anche semplicemente comprendere) ciò di cui si sta parlando, perché certi argomenti sono difficili, ostici e, se è vero che un’opera di emancipazione si basa anche sui numeri, sulla quantità (sul numero di cittadini che raggiunge), oltre che sulla qualità forse l'espressione salvataggio interno potrebbe rivelarsi più adatta di bail-in al raggiungimento dello scopo che ci si è prefissati, o forse no, dipende, ci si dovrebbe ragionare. Chi dunque desideri comunicare col popolo italiano avrebbe la possibilità di meditare sulle maggiori opportunità di comprensione date al proprio auditorio dall’adozione di espressioni in lingua italiana. 
Del resto il liberismo selvaggio che, a detta di molti, sembra essere alla scaturigine dei tanti malesseri che stiamo vivendo, salvataggio bancario interno compreso, sembra avere una matrice culturale del tutto simile o comune affine a quella da cui giunge la lingua con la quale si tende in genere a designare ogni espressione legata ai tecnicismi, economici e non. E la cosa potrebbe non essere casuale. Occorrerebbe una indagine scientifica ed accurata per scoprirlo…
Ma se una questione di lessico arriva a manifestarsi nella società probabilmente delle ragioni, forse delle ragioni profonde, qualunque esse siano, vi sono e la cosa perlomeno è significativa da un punto di vista sociologico se non prettamente linguistico.
Inoltre queste ragioni potrebbero essere strettamente in sintonia con quelle che si additano come cause o concause della situazione di disinformazione rispetto alle questioni economiche ed economico-finanziarie legate ai processi di trasformazione attualmente in corso dei quali si dice che siano inintelligibili ai più (Roberto Scarpinato. L’inintelligibilità è dunque funzionale alle dinamiche in atto e l’incomprensibilità dei più alle espressioni tecniche è funzionale all’inintelligibilità. Si avvertono quindi dei legami tra le due cose.
In ogni caso la questione del lessico non può non tenere conto della libertà di espressione, che esiste per entrambi gli schieramenti, sia per chi predilige espressioni italiane sia per chi predilige espressioni non italiane.
Personalmente ribadisco un concetto: sono veramente e sinceramente persuaso che le espressioni non in lingua italiana (prevalgono come sappiamo quelle in lingua inglese) destinate al popolo italiano, deprimano in maniera più che consistente il livello di comprensione delle cose che vorrebbero o dovrebbero spiegare!
E questo, secondo il mio modestissimo parere, non fa bene all’emancipazione del popolo e non fa bene neanche alla nostra cultura!
Per un politico esprimersi al meglio, farsi comprendere, dovrebbe costituire un dovere istituzionale, ma per un divulgatore sia esso scientifico, economico o di qualsiasi altra branca dello scibile, non sussiste questo dovere istituzionale, benché potremmo augurarci che possa stargli a cuore la comunicabilità dei concetti che esprime, anche al costo di abbandonare per qualche istante, temporaneamente magari, un lessico più familiare.
Quanto alla risposta relativa alla domanda iniziale (quale espressione scegliere?), beh, ognuno usi l’espressione che vuole e siccome tra questi vi sono anch’io, che non negherò certo a me stesso il diritto che la Costituzione concede e a me e agli altri e che quindi naturalmente rispetto negli altri, cioè la libertà di espressione, dichiaro di preferire di gran lunga le espressioni salvataggio interno, salvataggio bancario interno o salvataggio bancario dall’interno.
Ora, il concetto di confisca è più offuscato dall’espressione salvataggio interno o dall’espressione bail-in?
Forse sono entrambe espressioni suscettibili di offuscarlo allo stesso modo, quindi, potremmo rispondere: da entrambe!
E qualora scegliessi di usare l’espressione salvataggio interno, e dovessi specificare, che la sto usando per riflessioni e commenti relativi alla sfera economico-finanziaria, contestualmente specificherò anche che essa è una espressione tendenzialmente e leggermente (o massimamente) impropria, che addirittura tende, come ci viene suggerito, ad offuscare una certa realtà, e che essa è presumibilmente usata in luogo di confisca.
Non dovrebbe essere del tutto impossibile né controproducente spendere del tempo per questo.
In conclusione quindi, vorrei semplicemente suggerire di considerare il fatto che può benissimo darsi che spendere tempo per spiegare il significato delle parole, per tradurle, per renderle comprensibili, anche quando sembra che rappresenti una perdita di tempo, in realtà potrebbe rivelarsi non tanto una perdita quanto un guadagno di tempo e probabilmente anche un guadagno di pubblico.
Dunque, che espressione usare?
Quella che uno vuole, dipende dai gusti…e dipende dai fini!
 

domenica 10 gennaio 2016

La riforma per chi?

La Francia siede al tavolo dell’Unione europea e porta a questo tavolo la propria esperienza; la Germania siede al tavolo dell’Ue e porta a questo tavolo la propria esperienza; l’Inghilterra siede al tavolo dell’Ue e porta a questo tavolo la propria esperienza; così fa la Spagna e così fanno gli altri membri dell’Ue… E l’Italia? L’Italia siede al tavolo dell’Ue e porta a questo tavolo l’esperienza degli altri! Come se non avesse una propria storia o, peggio ancora, come se ritenesse la propria storia una storia sbagliata, una cosa di cui vergognarsi!
Come popolo purtroppo non siamo ancora in grado di fare tesoro della nostra esperienza, della nostra storia, di capirne la profondità, la portata, la ragion d’essere.
L’Italia avrebbe potuto (e potrebbe) portare la propria esperienza a questo fatidico tavolo, farne  capire l’importanza, far capire l'importanza per esempio della rappresentatività (che è una parola nobilissima, non un’offesa né una parolaccia), un concetto quest'ultimo che è stato alla base della ristrutturazione delle proprie istituzioni, avente lo scopo di impedire gli assolutismi e con essi l'arbitrio. Avremmo potuto contribuire a plasmare questa Unione europea secondo modelli realmente democratici affini a questo concetto, così svalutato in vero nell’attuale Ue, e sarebbe stato un beneficio per tutti i membri dell’Ue stessa, per ogni singolo cittadino europeo. Sarebbe stata la cosa giusta da fare, la vera cosa storica e invece…e invece si preferisce lasciare che sia l’Ue a plasmare l’Italia. Ma dobbiamo ricordare che l’Ue è figlia delle nazioni e non madre. Così l'aspetto paternalista non solo non gli si addice per niente ma è l'esatto contrario di quello che dovrebbe essere tenuto per natura, poiché In quanto tale, cioè in quanto figlia, dovrebbe essere lei ad ascoltare i suoi genitori, ogni suo singolo genitore, Italia compresa. Così, l'Italia avrebbe cose da dire all'Ue, ed anche molte, ma prima deve crederci... 
Quando non siamo in grado di comprendere la nostra storia, non siamo nemmeno in grado di comprendere lo spessore delle nostre istituzioni e della nostra organizzazione dello Stato, né siamo in grado di comprendere che il nostro stesso bicameralismo ha dei grandissimi pregi (in numero maggiore dei difetti), quando ci lasciamo convincere da altri che la nostra organizzazione dello Stato non va bene, quando ci lasciamo suggerire da terze parti (consigli senza coda) come dovremmo cambiarla, non facciamo altro che ribadire un concetto, quello secondo il quale la nostra storia per noi non ha senso, quello secondo il quale la nostra organizzazione dello Stato per noi non ha senso, che l'abbiamo trovata così ma non per colpa nostra, è così senza un senso preciso, forse per puro caso, e che siamo pronti a cambiarla secondo la volontà di terze parti, chiaramente non disinteressate (soprattutto a fare i propri interessi). Ma siamo proprio certi che quelle che un tempo (non molto lontano per altro) furono delle nazioni espressamente e dichiaratamente rivali (se non addirittura nemiche), che si strappavano e contendevano il nostro territorio senza guardare in faccia a niente e a nessuno, sapranno darci consigli migliori di quelli che noi potremmo dare a noi stessi? Io qualche dubbio ce l’ho e spero proprio di non essere il solo!
E’ questa l’immagine che offriamo di noi stessi, di un Italia che non crede in se stessa, e si può ben capire come offrendo una simile immagine di sé finiremo solo con l’attirarci le mire di chi è alla ricerca di facili ‘espropri’ e facilissime cessioni di sovranità.
Questa riforma del Senato che approda domani in Parlamento è sintonizzata con questa assenza di carattere, restituisce tutto il sapore di una Italia che non sa cogliere i propri aspetti positivi, gli aspetti interessanti, anzi, quegli aspetti così interessanti che potrebbero diventare addirittura propositivi, e li si spazza via, così, con leggerezza, con sufficienza, forse perché qualcuno lo ha suggerito (per il proprio bene naturalmente, non certo per quello dell’Italia).
Quando le riforme sono sintonizzate con simili cose è quasi certo che siano il frutto di pressioni esterne.
“Quella di compiacere ai più forti è la natura dei popoli italiani” scriveva Guillaume Dufay, celebre musicista fiammingo, nel Quattrocento, durante il suo viaggio in Italia. Pare che una simile natura ancora stenti a lasciare il passo. Il Risorgimento aveva svelato però un altro volto degli italiani. In ogni caso, comunque stiano le cose e qualunque sia la natura degli italiani, i politici di questo Stato hanno il dovere di rappresentare il popolo italiano (sessanta milioni di persone) non certo quello di rappresentare suggeritori esterni!
Queste riforme sembrano infatti pensate per compiacere altre nazioni o altre istituzioni o organismi (non italiani, questo è certo) ed è a queste altre nazioni, istituzioni o organismi che sembrano infatti utili le c.d. riforme più che alla nostra Italia, ormai schiacciata nella morsa di sistemi politico-ingegneristici ricattatori che essa ha contribuito purtroppo volente o nolente a creare.
Questa riforma del Senato dunque per chi è stata fatta? Per il popolo italiano che si vedrà meno rappresentato e peggio? O per la Troika che dall'indebolimento che deriverebbe da questa pensa di trarre profitto?

Distruggere il Senato (Italiano, Romano) può essere stato l'antico sogno delle popolazioni germaniche dai tempi di Teotoburgo (o anche da prima), e si può presumere che siano in molti in Germania a gioire per questa distruzione ancora oggi, e li possiamo comprendere e perfino giustificare sotto certi aspetti.
Più difficile da comprendere è perché dovrebbero essere contenti gli italiani di una simile distruzione che è anche distruzione della propria storia!
Con la distruzione del Senato si indebolisce la nostra nazione, si distrugge la prudenza, la riflessività, la storia appunto, la memoria, la civiltà, si distruggono traguardi importantissimi e si distrugge anche una possibilità, quella di offrire all’Ue un paradigma diverso da quello cui sembra ispirarsi attualmente, un paradigma da cui poter prendere spunto, poiché, lo ripetiamo, quello dell’assenza di rappresentatività è il maggior difetto di questa Ue, e quello di investire nella stessa rappresentatività la maggiore proposta che l'Italia possa fare all'Ue stessa.

Ma se anche noi ci sottomettiamo al paradigma attuale, che non prevede rappresentatività, se lanciamo segnali di questo genere, anche con questa riforma, questa possibilità sfuma...
Il disegno di una certa Ue, di indebolire gli stati membri per poterli meglio controllare a livello centrale, trova in questa riforma del Senato una delle sue migliori e insperate sponde.
Di questo passo torneremo presto ad essere un popolo che non è sovrano di se stesso.
La nostra Costituzione ci aveva illusi che potessimo esserlo (e certo lo potremmo ancora essere se la rispettassimo e la applicassimo) ma la sua distruzione non lascia scampo. Con la distruzione della Costituzione, nei suoi vari Titoli, la via è segnata ed è la perdita dei diritti così faticosamente conquistati e certamente della rappresentatività, che è una cosa bellissima, vorremmo ricordare, e non un’offesa...

venerdì 1 gennaio 2016

Auguri!!!

Il mio augurio per il 2016, è che si possa fermare la deriva antidemocratica che sta attraversando l'Italia e l'Europa!