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lunedì 9 luglio 2012

Le ragioni del lavoro

...Continua da abcd

Nel post precedente abbiamo visto come intorno ai monasteri si sviluppa tutta una serie di attività che in parte sono svolte dai monaci stessi ma in parte no. La vita del monastero non è completamente chiusa al mondo esterno, anzi, essa ha bisogno proprio del mondo esterno per il proprio approvvigionamento e per tutta una serie di altre cose. Vige un alto grado di autonomia ma non una vera e proprio autonomia totale, anche perchè questo, per certi versi, potrebbe addirittura contrastare con la stessa missione evangelica. Dunque intorno al monastero si sviluppano delle attività, si fa del commercio, vari mestieri trovano una possibilità di applicazione e tra questi abbiamo visto come anche gli artisti-artigiani trovino una loro appropriata collocazione.
Dal lavoro in generale, quindi, siamo passati a valutare il lavoro dell'artista artigiano in particolare.
Abbiamo per esempio visto come spesso, questi artisti dovessero spostarsi da un centro ad un altro e che, anche per questo, era decisamente pratico essere remunerati in moneta anzichè in natura.
Durante il medioevo ed il Rinascimento il sodalizio tra il clero e gli artisti è molto stretto e i rappoprti umani e gli scambi culturali, oltre che avvenire nelle celebrazioni ufficiali avvengono anche in altra sede, in modo ufficiso nei rapporti di lavoro, o di altro genere.
Di artisti religiosi e devoti ce ne sono stati molti nella storia dell'arte. Leonardo da Vinci per esempio credeva profondamente in Dio, ma anche Michelangelo, e come non citare Raffaello, il Botticelli e la lista sarebbe lunga. Certo spesso accade che qualcuno inciampi, sbagli, ecceda, ma sostanzialmente la fede rimane e quasi in tutti.
In effetti è difficile incontrare artisti medievali e rinascimentali, ma anche manieristi e barocchi che non avessero fede, anche in virtù dell'arte stessa che essi dipingevano o scolpivano che era prevalentemente sacra, così come furono molti gli artisti credenti anche dei periodi successivi.
Non solo ma alcuni artisti erano perfino degli ecclesiastici cito a titolo di esempio: Beato Angelico, Filippo Lippi, Padre Pozzo ecc...
E fino all'invenzione della stampa come dimenticare l'opera culturale, in certi casi altamente artistica, per non dire straordinariamente artistica degli amanuensi che erano prevalentemente monaci.
Non dobbiamo dimenticare poi che dall'anno mille in poi contemporaneamente ai monasteri si sviluppano i liberi comuni dai quali emergono a sua volta i più variegati mestieri artigiani e le botteghe annesse e connesse.
Ecco, in questo periodo possiamo, dunque, vedere come cominci ad emergere, ad essere capita e ad essere vissuta appieno quella che possiamo definire l'inclinazione del singolo individuo verso una attitudine o un mestiere.
Un bell'esempio di questo lo troviamo nell'opera letteraria di Giorgio Vasari ossia ne 'Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori da Cimabue insino a' tempi nostri'.
All' inizio di ogni vita infatti si narra dell'infanzia del singolo artista e di come manifesti una certa propensione artistica piuttosto che un altra e di come questa venga poi variamente assecondata da chi ne fa le veci.
E così in questa varietà di mestieri e attività e per sancire una volta di più il sodalizio tra arti in senso lato e mondo ecclesiastico, ma direi anche il mondo della fede in generale si è ben pansato di attribuire ad ogni mestiere un santo patrono.
Finisco questa pubblicazione proprio facendo notare come ogni mestiere abbia appunto un suo santo patrono. Per esempio per i pescatori i santi patroni sono San Pietro e Sant'Andrea, per i pellicciai San Giovanni Battista, per i traduttori San Gerolamo e così via...
Anche gli artisti naturalmente hanno il loro santo patrono e protettore: San Luca Evangelista.
Anche il Cennini lo cita definindolo: 'primo dipintore cristiano'.
Può darsi che il Cennini lo ritenesse davvero un pittore, come forse la maggior parte dei suoi contemporanei, non so esattamente.
In realtà però, San Luca Evangelista non era un pittore bensì un medico, ma per quel mirabile ritratto ancorchè letterario che fece nel suo Santo Vangelo, il ritratto della Vergine Maria, Dilettissima Avvocata di tutti i peccatori, venne raffigurato come pittore, proprio nell'atto di compiere questo ritratto. Attraverso, quindi, una traslazione di significato il ritratto letterario è divenuto ritratto pittorico. E così è stato raffigurato per esempio da Jean Van Eyck, e poi da Raffaello, Guercino ed altri, come pittore appunto.
In ogni caso, comunque la si pensi  egli è divenuto il santo patrono degli artisti in generale.
Dopotutto anche l'arte letteraria è, appunto, arte!

martedì 3 luglio 2012

Le ragioni del lavoro

Continua da abc

Ma l'importanza che il lavoro rivestiva nella vita sociale e reale delle persone, e la percezione del  suo  essere strumento fondamentale era intuito chiaramente fin dal principio ed è andato esplicitandosi e chiarendosi nel corso della storia,  e la stessa storia del cristianesimo ha dato un   suo  contributo  non  indifferente  alla chiarificazione anche teorica del suo ruolo e del suo valore morale.
A tale proposito giova ricordare, per tornare ancora una volta al medioevo, quello che fu il motto dei monaci Benedettini già nell'alto medioevo appunto:
'Ora et labora', cioè prega e lavora!
Certo è doveroso anche ricordare un particolare di non poco conto e cioè che coloro che aderivano alla regola benedettina quando lavoravano non lo facevano dietro compenso di denaro, bensì appunto per obbedire alla regola, ed i frutti di questo lavoro andavano a beneficio dell'intero monastero, dell'intera comunità.
Tuttavia da questo motto è anche possibile evincere quale valore venisse attribuito al lavoro dagli stessi Benedettini e cioè come il lavoro stesso fosse investito di grande considerazione e di alto valore morale.
In ogni caso, per varie ragioni sulle quali non ci dilungheremo in questa sede, dobbiamo ricordare anche che gli stessi monasteri del medioevo ed i territori circostanti che, tra l'altro venivano dissodati e amministrati con grande oculatezza, divennero centri e territori oltre che di vita religiosa e culturale, anche di vita economica.
(parafrasi da Mito Storia Civiltà, Minerva Italica)

Grazie anche a questo i monasteri poterono adornarsi, come abbiamo già accennato, di opere d'arte, di opere legate cioè al gusto estetico, per fungere da esempi  esplicativi quando per esempio descrivevano scene bibliche o evangeliche, mostrate per educare il popolo o i confratelli. Tuttavia esse, in quanto legate al gusto estetico fungevano anche da abbellimenti.
Queste opere erano il frutto di una sapienza artistico-artigianale di operatori altamente specializzati e potevano essere di vario genere: architattoniche, scultoree, pittoriche, toreutiche, di ebanisteria ecc.
E' più che probabile che taluni di questi artisti-artigiani venissero pagati in natura, ma sicuramente molti lo furono anche monetariamente, o in entrambi i modi.
In ogni caso l'uso della moneta come mezzo di remunerazione anche in questi ambienti andrà diffondendosi in modo sempre maggiore e non c'è ragione di cui scandalizzarsi. Il motivo lo abbiamo sostanzialmente già detto: la moneta rendeva estremamente agile la remunerazione dell'artista-artigiano, era insomma molto pratica. Non tutti potevano permettersi di portare in giro capi di bestiame o forme di formaggio!
Soprattutto per coloro che svolgevano la loro attività in modo itinerante, spostandosi cioè di centro in centro anche per centinai di miglia era molto comodo essere pagati in moneta piuttosto che in natura.

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lunedì 2 luglio 2012

Le ragioni del lavoro

Continua da ultimo post di giugno

Riprendiamo la nostra modesta indagine sulle ragioni del lavoro dal punto in cui l' abbiamo lasciata cioè dal tema della moneta.
Come tutte le invenzioni, anche quella della moneta - e quest'ultima particolarmente, se mi si passa la battuta!- presentano due facce della medaglia, a seconda dell'uso che se ne fà.
Così ciò che è pensato per il bene generale dell'essere umano può finire per rappresentare in talune circostanze  una fonte di discriminazione sociale, di corruzione, ingiustizia, malcostume.
Tutto dipende! Ma il denaro è neutro e incolpevole. E' l'uso che se ne fa che può determinare i più svariati esiti,e che può essere encomiabile o stigmatizzabile.
Ci sono stati addirittura dei papi che hanno vigilato sull'uso della moneta e sono intervenuti affinchè potesse prevalere un uso encomiabile e non stigmatizzabile della stessa, un uso giusto e non discriminante, come per esempio l'universalmente stimato papa Gregorio Magno.
In ogni caso, per ritornare al punto di prima, con l'invenzione della moneta tutto cambiò.
Ed anche la stessa moneta col tempo è cambiata, anche lei ha subìto una sua evouzione divenendo, grazie alla Cina che l'inventò e a Marco Polo che l'introdusse in Europa, cartacea oltre che metallica, divenendo cioè carta-moneta.
Insomma con la moneta, cartacea o metallica che fosse molte trasformazioni anche nel lontano passato furono possibili.
Le scorte non erano più necessariamente scorte di soli beni materiali anche commestibili, ma perfino scorte di denaro. Era nato insomma il risparmio! Chi lavora non solo può sopravvivere  ma può anche risparmiare. E con il risparmio arriva la possibilità di acquistare beni sempre più costosi, perfino quelli immobili.
Così la proprietà privata legata principalmente in un primo momento ai beni mobili finisce con l'estendersi ai beni immobili appunto, e lo stesso concetto di proprietà privata si estende, dando un notevole contributo all'emancipazione dell'essere umano.
E più fonti di risparmio messe insieme hanno costituito, in passato,il passaggio fondamentale per la messa in opera di importanti cantieri, per la costruzione di opere pubbliche e private, come i palazzi dei governatori, gli edifici ecclesiastici ( chiese, cattedrali, battisteri) ecc., a loro volta decorate da statue, dipinti ecc. cose che l'esistenza della moneta ha decisamente favorito e facilitato.
Da allora, cioè dall'invenzione della moneta, la realtà sociale rispetto alle origini si era fatta decisamente più complessa, variegata, multiforme. Grazie a questa maggiore complessità vanno aumentando talune possibilità e, di conseguenza, diminuiscono certe limitazioni nel 'fare'.
E queste nuove possibilità ancora una volta vanno ad incrementare il numero dei lavori possibili.
Che valore dare allora a questo oggetto particolare che si chiama moneta?
La moneta è un mezzo convenzionale utile per ottenere beni di vario genere, un mezzo e non un fine.
Ci sono illustri premi nobel che dicono che la moneta non è voluta per se stessa, quanto piuttosto per le cose che consente di comprare, poichè è un mezzo e non una merce.
Ed oggi questo dovrebbe essere ancor più vero perchè la diffusione della moneta è universale.
Ma dobbiamo constatare come in certi casi essa stessa sia trattata da merce e non da mezzo, ed è questo un tema molto dibattuto ai giorni nostri. C'è chi vede il contrapporsi della cosiddetta economia reale a quella dei derivati. Di fronte alle crisi economiche molti illustri personaggi sostengono divedere una via d'uscita in una sorta di ritorno all'ordine che veda il suo appoggio all'economia reale che è alla base di tutto il sistema economico. 
La nozione di economia è oggi così strettamente legata a quella di lavoro che non possiamo citare l'una senza richiamare automaticamente l'altra, e parimenti non possiamo citare la nozione di lavoro senza quella concomitante di remunerazione e di conseguenza anche di moneta.
Per questi stretti legami di relazione e di senso tra lavoro, moneta ed economia, legami che si fondano su strette e concrete relazioni oggettive non si può, ribadisco, citare uno di questi termini senza richiamare immediatamente gli altri. Ecco che allora il valore dell'ecomomia viene rievocato in modo diretto o indiretto spesse volte e a più livelli, perfino in certe Costituzioni Nazionali come quella italiana per esempio il cui primo articolo dice:

'L'Italia è una Repubblica Democratica fondata sul lavoro.'

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Il caos è fondato sull'assenza del lavoro
Tecnica mista su carta
2011


mercoledì 27 giugno 2012

Le ragioni del lavoro


...Continua dal post di identica data 

Con il post precedente abbiamo esaminato un'ulteriore fase di sviluppo del lavoro connesso indissolubilmente allo sviluppo della stessa società. Siamo addirittura arrivati a parlare dell'invenzione della moneta e del suo ruolo nello spingere l'evoluzione del commercio ancora più in là.
E abbiamo visto come la moneta, voluta per lo sviluppo umano, non sia sempre stata utilizzata allo scopo per il quale era stata pensata, a causa della fragile natura umana.
Sotto la spinta dell'Art.4 della Costituzione Italiana, che lo richiede, e sotto la spinta di chi richiede partecipazione e concorso di idee, nonchè sospinti da una naturale antropofilia ci accingiamo ora a spiegare una intuizione, che speriamo possa avere perlomeno una qualche modesto utilità.
Tra le cose che ci sembra giusto rimarcare e sottolineare del precedente post c'è quell' opinione secondo la quale la premessa indispensabile perchè questo sviluppo avvenga è la circolazione della moneta!
Proprio così, la sua circolazione.
A questo punto vale la pena perdere un po' di tempo per capire meglio questa concetto. Ed ecco l'intuizione:
Per comprendere meglio questo concetto dobbiamo servirci di una similitudine.
La similitudine alla quale dobbiamo riferirci è già in qualche modo suggerita dal concetto stesso di circolazione. Infatti questo termine introduce già da solo  un istintivo parallelismo tra la circolazione della moneta e quella del sangue. In effetti a ben pensarci ci sono vari fattori in comune tra questi due diversi sistemi di circolazione. Il sangue nella sua circolazione porta l'ossigeno e le  sostanze  nutritive,  diffondendole 
capillarmente, a tutti gli organi e tessuti del corpo umano, e allo stesso tempo prende le  sostanza  che  questi 
organi e questi tessuti rilasciano come scarti destinandoli ad organi smaltitori. C'è insomma uno scambio che avviene, il cui tramite è il sangue stesso.
Allo stesso modo possiamo pensare al denaro come al sangue della società. Certo si tratta di un sangue diverso e evidente, non foss'altro che per il fatto che quest'ultimo è convenzionale, artificiale, e non naturale come invece è il primo.
Eppure possiamo notare che il denaro funge proprio da tramite capillare nei rapporti di scambio  tra  le  varie
persone di tutte le società come se esse fossero delle cellule e le raggiunge tutte; e che serve proprio perchè le persone stesse scambino beni (commestibili, mobili e immobili), servizi e idee, e favorire anche la circolazione di quest'ultime.
Infatti proprio beni, servizi e idee hanno avuto un incremento della loro circolazione proprio dall'invenzione della moneta in poi; mentre prima il tutto avveniva assai più lentamente perchè era maggiore il numero delle mediazioni che, in virtù del baratto, dovevano avvenire per raggiungere uno specifico bene materiale. 
Serviva un mezzo per fare da mediatore universale, per fare da tramite, per mettere in comunicazione diretta i vari beni tra loro e questo mezzo è stato appunto la moneta. Così come il sangue raggiunge tutti gli organi e tessuti, così la moneta raggiunge tutti i cittadini e tutti i beni, che grazie a lei possono distribuirsi secondo il fabbisogno.
Come il sangue anche la circolazione della moneta è auspicabile che avvenga ad una certà velocità, ne troppo piano ne troppo forte, per non mettere in crisi l''organismo società'. 
Certo sentiamo che il paragone ha bisogno di un approfondimento, di un perfezionamento e che presta il fianco a qualche critica, ma in linea di massima funziona abbastanza bene, dal nostro punto di vista e forse merita di non essere scartato  a priori e di essere anzi preso in considerazione. A corroborare l'idea di questa similitudine ci soccorrono alcuni esempi di espressioni che vengono comunemente usate dai mezzi di informazione di massa come quando parlano di immissione in circolo di denaro; espressioni come: dare una boccata di ossigeno!; oppure similarmente: ecco una boccata di ossigeno per l'economia;  e davanti ad una tassazione ritenuta esagerata: ci hanno dissanguato ecc.ecc.
Quando la circolazione della moneta va in crisi la società tutta ne risente, così come quando la circolazione del sangue o il sangue stesso ha delle patologie l'organismo ne risente.
Ora, tra le patologie che il sangue può avere c'è la ben nota anemia, cioè la riduzione del numero di globuli rossi che in virtù dell'emoglobina che essi contengono trasportano l'ossigeno a tutto l'organismo.
Quando il numero dei globuli rossi diminuisce diminuisce di conseguenza anche la quantità di ossigeno che il sangue trasporta. La questione è maggiormente complessa ma non ci dilungheremo ulteriormente sull'argomento per non disperdere il discorso. Consigliamo piuttosto di consultare qualche buon testo di medicina generale per  l'approfondimento personale.
Ci limeteremo soltanto a far notare che sono tre le cause principali dell'anemia:
1) Insufficente produzione di globuli rossi; 2) troppe quantità di globuli rossi distrutti perifericamente, o in altri termini emolisi; 3) perdita di globuli rossi per emorragia.

Ecco, se dovessimo dire quale crisi economica stiamo vivendo, per mantenere la similitudine tra circolazione della moneta e circolazione del sangue e anzi aiutandoci proprio grazie a questa similitudine, diremmo che stiamo vivendo una crisi da anemia da emorragia.
Guardiamo a titolo di esempio a quella che è una tipica anemia da emorragia, quell'anemia che si verifica quando si rompe un femore, l'osso più grande dello scheletro umano. Quando ciò purtroppo avviene, si possono formare ematomi importanti all'interno della coscia, che possono contenere addirittura due litri di sangue, un terzo o quasi, del contenuto totale dei vasi sanguigni. Riparare a un danno del genere richiede uno sforzo non indifferente per l'organismo. 
Per questo sarebbe importante prendere seriamente in considerazione quella che possiamo definire senza mezzi termini la parola d'ordine dell'ultimo governo degli Stati Uniti d'America, cioè:

Redistribuzione!

Dire re-distribuzione significa dire di conseguenza anche re-circolazione, o perlomeno questa dovrebbe essere una delle conseguenze auspicate.
L'organismo che ha perso un importante quantitativo di sangue deve provvedere o a  reimmetterlo  in circolo
o a produrne di nuovo. Nel caso fisiologico umano, per esempio, non è possibile reimmettere in circolo il sangue fuoriuscito, per via della coagulazione. ed il parallelismo tra la fisiologia umana ed il mondo dell'economia trova qui una sua divergenza.
Pensiamo che ci sia abbastanza materiale per riflettere, e speriamo che qualche riflessione possa essere davvero possibile, chissà...
Ci fermiamo qui per adesso, ma la nostra modesta indagine sulle 'ragioni del lavoro' continuerà con la prossima pubblicazione.

Prosegue...

Le ragioni del lavoro

Riprende dal post pubblicato in data 25/06/2012

Ci siamo lasciati, promettendoci di fare un passo indietro, di ripartire dal tema del 'lavoro delle origini' e dal tema della possibilità di scelta. Dunque riprendiamo...
Anche lo storico che si trovasse a discutere sulla questione del 'lavoro delle origini' ci farebbe notare  come, agli albori della storia umana, non potesse sussistere una vera e propria possibilità di scelta, poichè all'inizio, ovviamente, è il soddisfacimento delle esigenze primarie che determina la scelta operativa, che diventa praticamente obbligata, determinando un'economia di sussistenza caratterizzata essenzialmente da raccolta e caccia.
Anzi da questo punto di vista le attività post-edeniche di Adamo ed Eva ( quella di Adamo suffragata dalle prove scritturali, quella di Eva dalla presunta tradizione popolare cui Cennini deve aver attinto e con tanta disinvoltura da farci pensare che non temesse controversie) ci sembrano rappresentare già una fase evoluta e successiva rispetto a questa.
Dal punto di vista del lavoro solo successivamente, qualcosa cominciò a cambiare e sempre citando il Cennini:

' Poi seguitò molte arti bisognevoli, e differenziate l'una dall'altra;'
(dal 'Libro dell'arte')

Cioè a dire, traducendo e interpretando in un italiano contemporaneo: 

' Poi seguirono molti mestieri differenziati gli uni dagli altri e rispondenti alle varie nuove esigenze e ai vari nuovi bisogni '.

Il Cennini traccia un quadro sintetico ma pertinente che lo storico non può che corroborare.
Infatti, riprenderebbe lo stesso storico, quando l'uomo comincia a vivere in comunità sempre più ampie e costituite da più clan familiari comincia a sentire il bisogno di una diversa organizzazione sociale e i lavori si diversificano appunto e il loro numero si va a mano a mano ampliando. 
Il lavoro rimane tuttavia un fatto familiare, diventa 'mestiere' e viene tramandato di padre in figlio e acerrimamente difeso;i segreti del mestiere sono una garanzia di sopravvivenzae il passaggio da un mestiere all' altro rappresenta probabilmente una rarità, ancora per molto tempo. 
Per tracciare un quadro sintetico dell' evoluzione del lavoro, possiamo far notare come dapprima si veda l'affermarsi delle già citate attività di raccolta-caccia legate al nomadismo, per passare poi ad attività agricolo-pastorali, con le quali ci si avvia, tra l'altro ad inaugurare le attività di tipo sedentario ( agricole ), alle quali si aggiungono col tempo attività di tipo artigianale sempre più variegate; e poi ancora attività di commercio via terra in un primo momento e successivamente anche via mare; ma anche attività di governo e amministrazione, attività politiche, militari, religiose ecc.
Nasce e cresce una diversa società e con essa una diversa economia non più basata sulla sola sussistenza bensì anche sul concetto di scorta e di scambio. E poi ecco che successivamente dove sorge quella regione che ha Sardi come capitale, la Lidia, con il mitico re Creso, cominciò a circolare la moneta e si trattò di una rivoluzione nel campo del commercio! Il commercio vide tra l'altro allargarsi il proprio raggio d'azione. 
Ma di conseguenza questa invenzione influenzò anche la produzione che cambiò per adeguarsi alla domanda. 
La moneta forma evoluta di denaro, poi universalmente accettata, fù inventata con grande lungimiranza da una mente lucida e illuminata per facilitare lo scambio di merci, di servizi e di idee, il tutto teso a favorire la distribuzione dei beni più svariati e con essa lo sviluppo dell'intero genere umano in ogni suo aspetto. Per questo furono pensati i soldi, per lo sviluppo umano!
Premessa indispensabile perchè ciò potesse accadere, tuttavia, era la sua circolazione!
Creso attende il rogo offrendo una libagione
Anfora a figure rosse da Vulci (500-490 a.C.)
Parigi, Louvre
Ma i tempi probabilmente non erano ancora maturi perchè ciò avvenisse. Forse non fu per avidità, alterigia o presunzione, risultati della cecità a cui porta spesso il denaro, che Creso, sempre più ricco, e persuaso di una sua vittoria dall'oracolo di Delfi, al cui santuario lasciava sovente laute somme, perse di vista quell'atteggiamento prudenziale così ben reso dall'espressione popolare: non svegliare il can che dorme! 
Forse si sentì costretto dagli eventi, forse pensò che fosse la soluzione migliore, fatto stà che egli contravvenendo del tutto al monito insito in questa stessa espressione, arrivò al punto di muovere  verso l'impero persiano con intento bellicoso. L'impero persiano, in piena espansione, dal canto suo, raccolta volentieri la sfida rispose come si suol dire pan per focaccia ed arrivò, vittorioso, al punto di detronizzare lo stesso Creso che successivamente finì addirittura sul rogo! Si dice che forze soprannaturali scatenando pioggia e vento vennero in soccorso di Creso e spensero le fiamme di questo rogo, a dimostrazione del fatto che egli avrebbe agito forse in modo imprudente ma non disonorevole. Creso divenne poi un consigliere di Ciro il Grande. E' tuttavia probabile che le sue immense ricchezze abbiano avuto un ruolo non indifferente nel determinare un atteggiamento di eccessiva sicurezza di sé.
Non sempre una buona invenzione viene utilizzata al meglio.
E con questa ultima frase ci diamo appuntamento al prossimo post dove proseguiremo sullo stesso tema.

Prosegue...  

lunedì 25 giugno 2012

Le ragioni del lavoro


Il teologo ci insegna che quando Adamo ed Eva furono cacciati dal Paradiso Terrestre, a causa del loro peccato, a causa cioè del 'peccato originale', si  trovarono a vivere in uno stato tale per cui dovettero far fronte necessariamente a tutte le esigenze di sussistenza e a tutti i fabbisogni primari col sudore della propria fronte.
Così ci ha fatto mirabilmente notare, tra l'altro, nel suo  'Libro dell'Arte', Cennino Cennini di Colle Val d'Elsa pittore e scrittore vissuto agli albori e durante il primo Rinascimento, nostro stimato predecessore nella teoria e nelle  pratiche artistiche. Un artista e un teorico delle tecniche e direi anche dell'estetica, e non un teologo quindi. 
Non per questo però, Cennini si esime dal citare l'episodio della cacciata dal Paradiso Terrestre nell'introduzione  al  suo 'Libro', sottolineando concordemente col teologo che  per  questa  ragione Adamo ed Eva dovettero  trovare il modo di sopravvivere con la  forza de proprio lavoro, esattamente col sudore della propria fronte:

' E così egli ( Adamo, nota mia) incominciò con la zappa, ed Eva col filare. '
( dal 'Libro dell'arte' di Cennini ) 

A onor del vero però, questa specificazione del Cennini poteva sembrare abbastanza azzardosa. Nella Genesi non vi è scritto niente di così esplicito sul lavoro dei progenitori. E' vero, ci si riferisce genericamente all'uomo circa il  lavorare la terra dopo la discacciata e ci sono dei passi che precedono la stessa discacciata dove ci sono dei chiari riferimenti al lavoro della terra stesso, ma il filare di Eva? Di questo non c'è traccia.
E' piuttosto con Caino e Abele che si parla apertamente di lavoro. Si afferma infatti che il primo era coltivatore ed il secondo pastore. Ma la disinvoltura con la quale egli ci parla del 'filare di Eva' lascia pensare che fosse una tesi quantomeno diffusa popolarmente e pobabilmente tollerata se non accettata forse dalla stessa Chiesa e che probabilmente derivava da una tradizione orale popolare non scritturale.
In ogni caso la condizione di particolare felicità  che  era possibile vivere nel giardino dell'Eden, era perduta. 
Persa, per la punizione susseguente alla trasgressione, la condizione edenica, proseguirebbe il teologo, non per questo Adamo ed Eva cessarono  di essere amati da Dio, il quale pur avendo punito, nondimeno si accinse immantinente ad operare un processo salvifico, il quale processo è tuttora in corso.

Anche noi, di conseguenza, abbiamo ereditato questo stato di cose: la perdita di uno stato (quello edenico) altamente desiderabile da un lato, e la nostra inclusione in un progetto salvifico, dall'altro. 
In altri termini siamo figli dello stesso stato post-edenico, siamo anche noi fuori dal Paradiso Terrestre, prorio come Adamo ed Eva, e  proprio  per  questo, ci adoperiamo variamente  secondo le  proprie inclinazioni  e  opportunità a lavorare per la propria sopravvivenza, il che ci consente anche di collaborare al progetto salvifico stesso.
Eppure di strada ne ha dovuta percorrere l'essere umano per lavorare secondo le proprie inclinazioni e propensioni. Lavorare secondo le proprie inclinazioni non è stato, come apparirà subito ovvio, così immediato o scontato; appare ancora oggi, anzi, come un lusso. Basti pensare che dobbiamo aspettare Platone perchè il concetto di inclinazione o propensione , si esplici. Egli infatti sosteneva che se una persona manifestava una certa propensione, l'educazione avrebbe dovuto porsi come finalità quella di garantire e permettere una adeguata preparazione a quello stesso libero cittadino tale da consentirgli di espletarla.
Tuttavia anche allora in Grecia l'educazione non era riservata a tutti, era impartita soltanto agli uomini liberi. 
Ne erano esclusi gli schiavi, gli stranieri, le donne ecc. Quindi anche questo concetto, per quanto fosse importante la sua esplicitazione, non avrebbe potuto trovare neanche allora una applicazione universale. 
A questo punto mi sembra importante fare notare l'importanza universale che invece assume questo stesso concetto nell'Art.4 della Costituzione Italiana da me già parzialmente riportato sotto al titolo del blog e che oggi cito integralmente:

"La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto."

Ma la parte che a noi interessa particolarmente ai fini del nostro discorso è:

"Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un'attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società."

Nel concetto di Platone Il valore del termine 'permettere' ci spinge a credere che egli presenti la questione sotto un punto di vista di ' auspicabilità ', la Costituzione parla invece di 'dovere'. 
C'è la sua differenza, ma non approfondiremo la questione in questa sede.
Per adesso ci fermiamo qui, ma con il prossimo post torneremo invece al punto di partenza per parlare di nuovo del lavoro delle origini e della possibilità di scelta.

Prosegue...

La caverna del lavoratore scultore
Tecnica mista su carta
2011

giovedì 7 giugno 2012

La Grande Assente dell'Unione Europea


L'Unione Europea è senza una Costituzione.
Non tutti sanno che Il sito ufficiale dell'Unione Europea invita molto democraticamente ad esprimere le proprie idee e suggerimenti sull' Unione stessa. Non escludo che pure io possa farlo anche da lì, ma per adesso lo faccio da qui, certo che, se da un lato rischio di non rivolgermi direttamente al personale specificamente preparato  per ascoltare i suggerimenti, dall'altro non contravvengo all'invito di esprimere le mie idee, seppure dal mio blog.
Ed e così che mi accingo umilmente a  fornire il mio piccolo contributo.
Dunque l'Unione Europea è senza una costituzione.
E' una vicenda lunga e travagliata quella che ha visto il tentativo di crearne una. Riproporne la storia in modo esaustivo richiederebbe molto spazio. Per questo demando ad ogni lettore il compito di informarsi autonomamente sulla questione. Per quanto mi riguarda, mi limiterò a poche constatazioni di fatto. 
Per esempio che il progetto nel suo complesso è naufragato, benchè alcune parti della stessa vivano nei trattati che si sono succeduti nel corso degli anni. Ma come documento autonomo e specifico essa non esiste ancora appunto. 
Non intendo esprimere un giudizio negativo sulle ragioni del suo naufragio, che potrebbero essere utili e interessanti da comprendere ed approfondire. Sappiamo per esempio che Francia e Olanda l'hanno bocciata con referendum popolare, ma questo ha avuto le sue ragioni d'essere, e queste nazioni erano nella piena e totale legittimità democratica. Questa bocciatura è anzi un trionfo della democrazia perchè sta a significare che la democrazia funziona. Quello che mi chiedo invece è quanto, piuttosto, si siano approfondite queste ragion d'essere?
Intendo dire che è proprio da qui che sarebbero dovute partire delle autocritiche costruttive per una sua revisione e successiva riproposizione. Può darsi che esistano dei tempi tecnici da rispettare, ma che fare nel frattempo?Niente?
Magari mi sbaglio ma l'impressione che ho è che dal momento del suo naufragio sembra quasi di essersi scordati di lei.
Mi domando: si è per caso  giunti a considerarla superflua? E se si, vi si è giunti perchè ci si accontenta del fatto che alcune sue parti vivono nei trattati europei?
O si pensa piuttosto che le Costituzioni Nazionali di ogni singolo stato membro la sostituiscano  degnamente? 
Il problema è molto, molto complesso,ma dobbiamo subito chiederci di rimando: 
è davvero così superflua? 
La domanda è pertinente perchè dietro l'assenza della Costituzione Europea si possono celare  rischi davvero rilevanti. 
Tante altre domande fioccherebbero spontanee, domande alle quali non sarebbe semplice dare una risposta, e anche per questo fermiamoci qui, per il momento, e facciamo alcune altre considerazioni di carattere generale che poi uniremo a queste.

Viviamo in un mondo in continua trasformazione, in un mondo sempre più complesso e in una società che è passata dall'essere quella dell'immagine all'essere quella dell'informazione si potrebbe dire. E questo è utile ovviamente, perchè le informazioni sono utili quando non addirittura necessarie, ma dosi molto alte di informazione possono essere disorientanti e frastornanti. Comunque nonostante questa alta densità di notizie che informano anche dei cambiamenti in atto anche a livello europeo, il singolo cittadino un po' disorientato e frastornato, si trova ad assistere a questi stessi cambiamenti, come un semplice spettatore passivo senza poter veramente intervenire nelle questioni importanti, si sente distante.
Quanti sanno che nel sito ufficiale dell'Unione Europea c'è un corridoio aperto ad ascoltare suggerimenti? Pochi probabilmente!
E così il singolo cittadino si trova ad assistere ad uno scollamento tra le proprie idee, le proprie proposte, le proprie aspettative e aspirazioni, e le decisioni degli organi competenti in materia legislativa a vari livelli, anche a livello europeo appunto, soprattutto quando nota che i parlamentari di lui eletti prendono decisioni diametralmente opposte a quelle che lui  auspicava prendessero, con la sensazione di sentirsi talvolta emarginato, deriso, umiliato.

Orbene, giova ricordare a questo punto che il trattato di Maastricht cioè il trattato sull'Unione Europea del 1992 dichiara esplicitamente che ( e cito l'articolo A ):

"Con il presente trattato, le Alte Parti Contraenti istituiscono tra loro un'Unione europea, in appresso denominata «Unione»". 

E fin qui tutto pacifico, ma prosegue:

"Il presente trattato segna una nuova tappa nel processo di creazione di un'unione sempre più stretta tra i popoli dell'Europa, in cui le decisioni siano prese il più vicino possibile ai cittadini".

Qui mi sembra giusto sottolineare e rimarcare bene: " in cui le decisioni siano prese il più vicino possibile ai cittadini"!

Credo che sarebbe opportuno e auspicabile  tornare a leggere e ad assimilare il senso profondo di questa frase che può a buon diritto essere considerata la premessa fondamentale di tutto il trattato ( tant'è vero che è il primo articolo), ed invitare tutti quanti, cittadini, parlmentari nazionali ed europei  a rileggerla, rimeditarla, a farne un punto di riferimento imprescindibile. 
Dal momento poi, che tutti gli stati membri hanno ratificato questo trattato e vi si sono impegnati, e che quello appena citato, ripeto, rappresenta proprio il primo articolo, l'articolo A ( e credo che anche questo appunto, abbia un senso, dal momento che i primi articoli in genere sono quelli 'modellanti' per tutto il resto per così dire) penso che non sia destituito di fondamento, ne tantomeno irrispettoso, ricordare con umiltà alle rispettabilissime Alte Parti Contraenti l'alto significato che esso esprime ed anche il valore vincolante che questo articolo ha.
Ora mi ciedo, in nome di chi le Alte Parti Contraenti, ciascuna per la propria nazione, hanno ratificato il trattato? 
Per quanto riguarda l'Italia, queste non lo hanno forse fatto nel nome del Popolo Italiano?
Così credo che sia anche per le altre Alte Parti Contraenti, correggetemi se sbaglio. Ciascuna cioè, ha ratificato il trattato in nome del proprio popolo. 

Ma è bene sapere che lo stesso trattato sull' Unione Europea insieme a questo e agli altri articoli ha anche l'articolo N, il quale dice, tra le altre cose che:

"1. Il Governo di qualsiasi Stato membro o la Commissione possono sottoporre al Consiglio progetti intesi a modificare i trattati su cui è fondata l'Unione."

Allora sorge spontanea una domanda: 
Possibile che l'assenza della Costituzione Europea crei un vuoto tale da rischiare di consentire, non sia mai, (  magari distrattamente) di apportare delle  modifiche tali ai trattati  da stravolgerne in modo diametralmente opposto la vocazione popolare così ben espressa dall'articolo A, che le stesse Alte Parti Contraenti si sono invece impegnate a rispettare nel nome del proprio popolo? 

Allora forse sarebbe auspicabile integrare l'articolo N con un vincolo, quello che dovrebbe 'non permettere', 'non consentire'di prendere decisioni in materia di modifica dei trattati, in contraddizione con la Costituzione Europea stessa, dove si presume vengano rimarcati i valori espressi dall'articolo A!

Il problema è che la Costituzione Europea non c'è!!!

Insomma sembra proprio che in Europa manchi un principio ordinatore, cioè la Costituzione appunto.
Per quanto possa essere difficile la sua redazione, la sua revisione, il suo aggiornamento, la sua presenza è altamente auspicabile, anche dal momento che dal vuoto della sua assenza, come spesso accade quando ci si trova di fronte ad un vuoto legislativo pare scaturisca una voce che pirandellianamente sembra dire: 
" Io sono colei che mi si crede!".
La 'sua' presenza invece avrebbe lo scopo proprio di ribadire che 'No, essa non è colei che la si crede', bensì che essa ha un carattere ben definito, uno spirito proprio e profondo e che essa è come si disvela e si evince leggendola; che essa è per difendere i popoli, la loro democrazia e la loro libertà!
Ecco chi è la Grande Assente dell'Unione Europea, la Costituzione, ed in assenza di questa ricordiamoci almeno dell'articolo A del trattato di Maastricht  poichè viceversa è fortissimo il rischio di imbattersi in uno pericoloso stato di 'caos'.


Caos
Tecnica mista su carta
2011

mercoledì 2 maggio 2012

A proposito di Libertowngradurbeburg

Nell'ultimo post pubblicato, prima di questo, ho allegato una tecnica mista intitolata: Libertowngradurbeburg.
Rappresenta la città della libertà!
Vorrei precisare però che Libertowngradurbeburg non deve far pensare ad una città della libertà dove per libertà si intenda semplicisticamente e un po' convenientemente, libertà di fare sempre e solo quello che ci pare. Certo, in Libertowngradurbeburg esistono tutti i diritti dell'uomo libero, e c'è una netta separazione tra ciò che è reato e ciò che è peccato.
Tuttavia il vero senso di questo nome e di questa città utopistica consiste nel concetto di libertà che essa richiama e vuole incarnare, che deve essere inteso come  libertà che nasce dalla cosciente rinuncia di ogni cittadino alla violenza, ad ogni tipo di violenza.
Solo così, si potrà giungere, credo, ad una vera libertà!
Certo, ci pare che la cosa sia ancora lontana dal poter essere realizzata, ma dovremmo lavorare in questa direzione.
L'evocazione di questa città richiama anche un altra questione che ci pare degna di interesse e che potremmo definire sotto l'espressione:  nuove frontiere della non violenza!

lunedì 23 aprile 2012

La libertà della fatica e la fatica del rematore

...Continua da 22/04/2012

E' sempre con un senso di amaro in bocca che si rievocano certi eventi che hanno lasciato dei vuoti incolmabili nelle persone che, loro malgrado, li hanno vissuti, ed io, che li ho rievocati e che l'ho fatto scrivendo, e non, come talvolta è capitato, a parole, nello scrivere questi nomi ho sentito quasi di aver infranto una barriera e di essere entrato in un territorio molto particolare, nel quale si sente di doversi muovere piano e con rispetto per non turbare i sentimenti di queste stesse persone. Per questo non voglio rievocare questi eventi senza esprimere la mia solidarietà ai congiunti del Commissario Luigi Calabresi, alla moglie Gemma Capra, ai figli, tra cui Mario che tanto si è prodigato per la riabilitazione dell'immagine di suo padre, e alla Polizia di Stato che la figura del commissario Calabresi immediatamente richiama  alla mente ancora oggi e richiamerà in futuro, una forza di Polizia che è quotidianamente impegnata in prima linea, e rischia le vite dei propri uomini e donne, nella lotta alla criminalità per garantire ai cittadini italiani una vita nei più alti standard di sicurezza. Ma mi sento solidale anche con i congiunti di Giuseppe Pinelli, vittima innocente, dalla cui scomparsa tutto scaturì.

Si dice che le sentenze non dovrebbero essere commentate ma soltanto accettate. Io crede che sia un atteggiamento prudente quello di non commentare le sentenze, è vero. Ma dico anche che , se si dovesse stabilire una scala di importanza, prima ancora della questione del commento delle sentenze, deve essere posto il problema del rispetto delle sentenze. Cioè, prima di tutto rispettarle, quindi  non commentarle.
E di quella sentenza che ha rigurdato Sofri tutto si può dire tranne che non sia stata rispettata, e primariamante è stata rispettata proprio da lui.
Intendo dire che c'era un modo per non rispettarla ed era quello di fuggire. Cosa che non è mai passata per la mente di Sofri. Cosa dovrebbe, dunque, impedire a me, che ho osservato il tutto da lontano, di rispettarla. Ma Sofri ha mantenuto una sua opinione, cioè si è sempre dichiarato innocente, e per coerenza con questa posizione non ha mai chiesto la grazia, e si è fatto degli anni di carcere in più per questo. Anch'io ho espresso una opinione personale, senza commentare direttamente la sentenza, ma rievocandola indirettamente presumo. Non intendo in alcun modo mancare di rispetto alla magistratura, ma credo che un conto sia rispettare una sentenza, che di fatto è stata rispettata, e rispettare quello che, per altro, è stato un travagliato lavoro da parte della magistratura, un'altro conto sia invence un autoconvincimento personale su una determinata vicenda che, per me, è maturato, anche questo non senza tribolazioni, nel corso degli anni, e che nessuna sentenza, ancorchè espiata, ancorchè scontata, potrà intaccare.
In generale, quanto al commento, penso che, quando questo avviene nell'immediato o poco dopo l'emissione di una sentenza, potrà sembrare imprudenta ma coraggioso, quando avviene a fine pena forse soltanto stupido o vigliacco, e probabilmente più stupido che vigliacco, perchè la vicenda appunto è conclusa, e tanto varrebbe sorvolare, qualcuno potrebbe dire. 
Quindi le prime critiche alle quali uno pensa di andare incontro sono: Perchè non l'hai dette prima queste cose? ed anche: Perchè dirle adesso?
In realtà alcune di queste cose, a essere sinceri, mi è capitato di averle dette in qualche discorso tra amici e conoscenti, in una platea ristretta di persone. Semmai non le ho scritte. Se le scrivo oggi è perchè ho un blog che mi consente di farlo, allora non l'avevo. Oltretutto avrei avuto l'impressione di voler comunicare qualcosa che, secondo l'opinione che me ne ero fatta, era già depositato nella mente di chi, con maggior prontezza di me pensavo avesse colto gli spunti necessari per giungere ad una  considerazione analoga a quella a cui ero giunto io. Oppure pessimisticamente pensavo che fosse irrilevante, non pertinente o semplicemente superfluo. Il fatto è che veramente queste tribolazioni sono state vissute da me come un fatto essenzialmente personale, avevo un conto aperto con me stesso e dovevo chiuderlo, e l'ho chiuso positivamente per me, con una impressione personale che non è cambiata poi nel corso del tempo.
Perchè farlo adesso? Non è che esista una sola ragione per cui si prendono certe iniziative anzi, spesso e volentieri di ragioni ne esistono più d'una. Eccone alcune:

Le lezioni di Sofri hanno costituito per me una fonte culturale ricca  di suggestioni e di stimoli importanti, sono parte della mia formazione ed io gli sono riconoscente. Certo non sono la sola fonte culturale che ho avuto nel corso della vita, ma insieme con le altre  ne rappresenta una molto importante, ed io non la rinnego questa fonte e non rinnego né lui né il fatto di averlo avuto come professore, per la sola ragione che è andato incontro ad anni di carcere.
E se qualcuno trovandosi a passare di qua, nel leggere queste righe, cogliesse qualche spunto di riflessione da aggiungere alle proprie idee o convinzioni personali sulla vicenda, allora queste righe non sono state scritte invano.

Un'altra ragione è che credo  non sia destituito di fondamento da parte di un operatore artistico fornire anche elementi autobiografici, anche quando si legano ad elementi biografici. A tale proposito ricorderò che questo incontro avvenne all'Accademia di Belle Arti di Firenze e che queste lezioni erano parte integrante della proposta formativa della stessa Accademia.

E poi, perché il provvedimento di fine pena è stato firmato di recente ed è appunto adesso che uno può, se sente di volerlo fare, esprimere le proprie felicitazioni, così ecco che ogni suo studente può esprimere il proprio:
ben tornato tra i cittadini liberi, prof!

Libertowngradurbeburg
Tecnica mista su carta
2011

domenica 22 aprile 2012

La libertà della fatica e la fatica del rematore

...Riprende da 21/04/2012

Quello che accadde, aveva come veicolo il mezzo di comunicazione di massa per eccellenza, la televisione.
Precisamente mi riferisco ad una celebre  trasmissione televisiva, il Maurizio Costanzo Show.
Non ricordo esattamente la data, ricordo soltanto che vi era ospite proprio Adriano Sofri e che si trovava in compagnia di Paolo Liguori. Naturalmente il tutto verteva, e non poteva essere altrimenti, sulla sua vicenda giudiziaria. Mai prima di allora lo avevo sentito parlare delle sue vicende personali,  poichè era assolutamente impossibile che lo facesse a lezione, non era mai accaduto, ed io di lezioni non ne avevo persa praticamente nessuna. Di tutto quello che Sofri disse durante la trasmissione una cosa mi colpì più delle altre, e cioè quando dichiarò che non avrebbe mai mandato qualcuno ad uccidere perchè semmai avesse ritenuto che qualcuno avesse dovuto subire una simile sorte, lo avrebbe fatto personalmente, non avrebbe mai mandato qualcun' altro a farlo al suo posto! Si potrebbe dire che non c'è da stupirsi del fatto che una persona che cerca di difendersi pronunci una frase del genere. Eppure, forse, la frase andava letta in un altro modo. Poi vedremo. Intanto fu abbastanza scioccante sentirgli dire quella frase. Io, da parte mia, ne presi atto e  riposi queste informazioni in alcuni di quei cassetti che in genere andavo sovente a riaprire nella speranza di qualche illuminazione. Ma questa volta, per una sorta di lapsus freudiano, il cassetto dovette rimanere chiuso ancora per qualche tempo. Attribuisco questo lapsus all'incapacità di accettare quell' immagine del professor Sofri così come quelle parole, da lui stesso pronunciate, la stavano dipingendo. E' vero, lui parlava a livello ipotetico, e, in buona sostanza aveva dichiarato che non avrebbe potuto essere che il mandante di se stesso, ma io mi dipingevo lui con la pistola in mano e non riuscivo a concentrarmi su altro. In ogni caso il cassetto rimase chiuso. Ma anche in questi casi ci sono delle brecce che volenti o nolenti lasciano filtrare le informazioni depositate in questi cassetti, anche inconsciamente e che una volta uscite da questi stessi cassetti possono raggiungere di nuovo la coscienza. Rovista oggi, rovista domani, tra ciò che filtrava, quella frase riapparse lentamente e fece scattare qualcosa nella mia testa:
Al di là del più immediato dei significati, questa frase significò per me, che coloro che condividevano col Sofri di allora, col Sofri di Lotta Continua, uno stesso umus culturale e uno stesso codice comportamentale, dovevano condividere con lui anche questa idea! Questa frase significava dunque, non soltanto che Sofri avrebbe agito in prima persona piuttosto che mandare altri, ma che ognuno dei partecipanti al commando che purtroppo uccise il Commissario Luigi Calabresi, la pensava nello stesso modo. Ognuno dei partecipanti avrebbe potuto pronunciare quella frase e quindi dichiarare così di essere sostanzialmente il mandante di se stesso. Così come Sofri non avrebbe potuto essere che il mandante di se stesso, così anche loro non avrebbero potuto essere che i mandanti di se stessi. Non avevano bisogno di essere mandati da qualcuno, e non sono andati là, perchè qualcuno ce li ha mandati. E se è vero che ognuno di loro è stato il mandante di se stesso allora non sussiste più la tesi del mandante 'esterno', per così dire! Deve essere stato per un mero fatto di stile o per aderenza a un codice comportamentale che Sofri, nella stessa trasmissione, non si sia spinto a trarre le conseguenze da questa premessa, tuttavia una chiave interpretativa era fornita. Oppure la chiave interpretativa neppure esisteva e la frase, era stata detta in modo del tutto naturale e sono io che, successivamente ne ho tratto delle conclusioni personali. Non lo so. In ogni caso, se qualcuno avesse dovuto cogliere più rapidamente di me queste impressioni, mi pare di capire che ciò non avvenne.
Oppure avvenne, magari in sordina, ma non ebbe un seguito; oppure lo ebbe addirittura ma solo per un po'. Sia come sia, è da allora che fece breccia nel mio animo la forte sensazione della sua innocenza, da quando cioè, il ripescaggio di quella frase, che in un primo momento avevo quasi freudianamente rimosso, nutrita da chissà quali altre immagini, pensieri e ricordi, agendo in parte sotterraneamnte, in parte alla luce del giorno, mi aveva fatto scattare queste considerazioni.
Ho letto da qualche parte, e mi scuso se non so citare la fonte, che, in una intervista al Corriere della Sera, pur ribadendo la sua innocenza, Adriano Sofri si  sarebbe assunto la corresponsabilità morale del triste evento. Si può pensare che sia per questo che abbia pagato, per la corresponsabilità morale e a buon diritto si può pensare che lo abbia fatto fino in fondo, pienamente, senza fuggire ne a se stesso ne agli altri. Comunque la si pensi, se a fine pena il detenuto ha pagato per il suoi errori, se il regime di carcerazione deve servire alla riabilitazione di chi vi è detenuto, allora penso che con Adriano Sofri questo sia avvenuto pienamente e che egli esca da questo regime pienamente riabilitato. Ci sono persone per le quali sussiste la possibilità di ricavare spazi di libertà anche in regime di carcerazione. Son quelle persone che lottano con gli strumenti legittimi che il regime di carcerazione stesso non può negare loro, in quanto effettivamente legittimi e legali:  le parole, dette o scritte che siano, per esempio. Le parole, i pensieri, detti o scritti con la fatica di chi si alza detenuto e sa che dovrà esserlo ancora per molto, ma non per questo rinuncia a lottare una lotta spesso impari, conquistando spazi di luce, perchè c'è una fatica che produce luce e una luce che è libertà. E v'è chi ha detto e insegnato che 'la fatica del rematore illumina la galera'. Credo che Adriano Sofri appartenga a questo genere di persone, credo che sia, se mi si può passare questa immagine, un rematore, un rematore che nello sforzo del remare produce questa luce particolare che è luce di libertà. Uno sforzo che è una lotta e una lotta che, talvolta può apparire così prolungata da sembrare di non conoscere soluzione di continuità. Il che può rimandare enigmaticamente, al nome del movimento extraparlamentare di cui Sofri è stato leeder in passato, cioè Lotta Continua, che nella fattispece vorrei invitare a leggere in modo edulcorato dai significati politici, come, tra l'altro deve essere letto tutto il testo dall'inizio alla fine, per coglierne il significato puramente letterale.

Prosegue...

sabato 21 aprile 2012

La libertà della fatica e la fatica del rematore

...Riprende da 20/04/2012

E' così che misi piede nell'aula del 'cenacolo' per assistere alla prima lezione del corso speciale di Teoria e Metodo dei Mass-Media, senza pregiudizi! Ne fui ripagato!! Anche se non mi dilungherò sui contenuti delle lezioni, che ci porterebbero troppo lontano, devo almeno dire, però, che fu una sorprendente rivelazione. Non mi era mai capitato di assistere prima di allora a lezioni del genere, condotte con maestria da romanziere, dove era possibile rintracciare quasi una trama, un intreccio e tuttavia senza che questo intreccio trasformasse le lezioni nella mera esposizione di un romanzo, cioè di una finzione, anche perchè gli argomenti erano tratti, dalla realtà mediatica, sociale ma anche quotidiana e tendevano evidentemente a fornire strumenti concettuali utili alla decifrazione della realtà. Altre volte, gli argomenti trattati, erano vagliati da strumenti presi a prestito dal mondo della mitologia greca. Ricordo di aver espresso, allora il giudizio secondo il quale Sofri era capace di far assurgere una esperienza quotidiana, anche la più semplice, a dignità di paradigma, di esempio, di termine di paragone di altre realtà anche assai più ampie e complesse, stabilendo una relazione fortemente simbolica o addirituttura metaforica tra i due termini in questione. E siccome queste esperienze erano alla portata di tutti, tutti sentivamo che erano esperienze importanti e non banali, bisognava semplicemente imparare a vederle con un occhio critico diverso e più acuto. Queste lezioni costituirono per me uno dei principali fattori di stimolo all'osservazione della realtà. Non di una realtà grande o roboante che si impone da se, ma della realtà propriamente quotidiana così come essa si presenta  agli occhi dell'osservatore nella sua nuda semplicità.
Ed il mio quotidiano divenne così, anche per questo, più interessante. Difficile pensare di perdersi le lezioni successive. Oggi, che ho un vocabolario diverso, ripensando a quelle lezioni ed alle loro caratteristiche sarei tentato di dire che erano lezioni intrise di 'Empirismo' e del metodo 'sintetico-induttivo' tale che dall'esperienza particolare si giungeva all'universale.
Ma intanto la vicenda giudiziaria, al di fuori, andava avanti, con i suoi strascichi di polemiche, di attacchi, di difese; i giornali riportavano notizie e particolari di ogni genere, su ognuno di questi esistevano posizioni diverse: chi ne sosteneva la veridicità, chi, al contrario ne sosteneva la falsità, e in mezzo a tutto questo la posizione di Sofri, che pure si difendeva a spada tratta in prima linea e in prima persona si faceva incerta. Le trasmissioni televisive facevano la loro parte e, anche quando non si parlava esplicitamente dell'argomento era possibile (così mi parve allora) rintracciare dei messaggi vagamente subliminali che venivano lanciati in difesa o in accusa di Adriano Sofri. Alcune lezioni cominciarono a saltare ma il corso continuò fino alla fine. Anzi, alcune lezioni ebbero modo di espletarsi ancora due anni dopo, ma allora si sporadicamente, fino a finire del tutto. In ogni caso se potevo andare ad assistervi io lo facevo sempre volentieri, benchè avessi già concluso il mio corso! Dunque il corso finì per cause di forza maggiore. Non pensavo che avrei rivisto il professor Sofri e invence, una sera, inaspettatamente, ecco che lo riconobbi tra il pubblico di un concerto di Vim Mertens che si tenne al teatro Puccini di Firenze. Io entrai nella platea in piacevole compagnia e mentre cercavo i nostri posti, sollevai la testa e i nostri sguardi si incrociarono. Ci riconoscemmo e ci salutammo e la cosa a dire il vero finì li, ma fui molto contento di vedere che gli era possibile una vita ancora abbastanza normale, e pensai che forse altre lezioni sarebbero state possibili. Non gli chiesi niente, un po' per pudore, un po' per chissà che cosa, ma sentivo che non era necessario. Fui felice di constatare, invece, che avevamo comuni gusti estetici musicali. Ma a parte questo incontro, vedersi a lezione oramai non era possibile. La vicenda giudiziaria andava avanti. Io non ero nemmeno capace di seguire tutto quello che i giornali riportavano sulla vicenda, ci sarebbe voluta una energia pazzesca; ne sapevo districarmi bene tra le varie testimonianze, alcune delle quali potevano sembrare obiettivamente faziose. In generale, ero dispiaciuto, perchè sentivo che c'era un contrasto stridente tra quella che era l'immagine di Sofri così come la si poteva desumere  dalla realtà vissuta senza pregiudizi e l'immagine di Sofri così come la si poteva ricostruire dai giornali, diciamo così, 'colpevolisti'. La forza mediatica era grande, e col tempo tutto questo caos, volente o nolente, produsse l'effetto di incrinare piano piano quella immagine che, partendo da posizioni non pregiudiziali, ero andato autonomamente costruendomi di Sofri.
Desideravo che fosse innocente, è vero, ma cominciai a temere che non lo fosse!
Cercai di capire, come fare luce sulla questione, come arrivare ad una posizione definitiva e autonoma. Sentivo che desideravo la sua innocenza, si,  ma che, al contempo, non volevo lasciarmi influenzare da questo desiderio. Così come avevo costruito una immagine non pregiudiziale del professor Sofri, così, parimenti, volevo che questa immagine, a sua volta, non condizionasse la mia presa di coscienza sulla realtà che stava emergendo. In altri termini, cercavo l'obiettività, e nello stesso tempo cercavo di sfuggire dalle facili etichettature. E' normale sentirsi istintivamente portati a chiarire a se stessi l'immagine che si ha di una determinata persona, soprattutto quando questa persona la si incontra regolarmente, quando questa persona entra a fare parte, in qualche modo, della tua vita.
Purtroppo, però,  di risposte a queste tribolazioni non ne arrivarono nell'immediato, ne per molto tempo ancora; fino a che non accadde qualcosa, qualcosa che, anche se non ebbe un immediato effetto, depositò nella mia memoria un dato che sarebbe divenuto essenziale per la mia personale ricerca di una posizione autonoma e personale della vicenda.

Prosegue...

venerdì 20 aprile 2012

La libertà della fatica e la fatica del rematore

Il 16 gennaio  2012  l'ufficio  di  sorveglianza  di  Firenze  ha  firmato  il  provvedimento  di  fine  pena  per Adriano Sofri.
Ero da poco studente all' Accademia di Belle Arti di Firenze,  quando appresi che il professore del corso speciale di Teoria e Metodo dei Mass-Media, sarebbe stato Adriano Sofri.
Cercai di racimolare quelle poche e confuse immagini che quel nome mi evocava ma in un primo istante non arrivai a nulla che non fosse ancora troppo evanescente, ancora troppo confuso. A soccorrermi però, fu il fatto che, proprio in quel periodo, di Sofri si stavano occupando in modo massiccio le televisioni e i giornali di tutt'Italia, perchè si era tornati a fare luce su una triste vicenda del passato, su un fatto di cronaca di molti anni prima, avvenuto nel 1972, che sembrava avere, appunto, delle implicazioni con Sofri. Questo fatto ebbe allora, e continuò ad avere per molto tempo ancora, una vasta eco nella nostra nazione. Si trattava del caso che prese il nome dal commissario di polizia che purtroppo vi perse la vita: Luigi Calabresi. A sua volta il nome del commissario Calabresi era associato a quello di Giuseppe Pinelli, e quindi, inevitabilmente anche alla  scomparsa di quest'ultimo. Sia chiaro fin dall'inizio, e a scanso di equivoci, che io ritengo il commissario Calabresi innocente delle accuse che gli furono mosse circa la scomparsa di Giuseppe Pinelli, e che lo ritengo una vittima della situazione. Ma qui apro una parentesi per dire che sento il bisogno di circoscrivere il raggio dei miei discorsi, che altrimenti mi porterebbero verso strade troppo lontane, strade che altri più legittimamente e con maggior pertinenza di me potrebbero percorrere. Questi fatti sono piuttosto lontani dalla mia vita personale, dalla mia esperienza vissuta, perchè quella che offro alla lettura è essenzialmente la storia di una tribolazione interiore molto personale e soggettiva, direi autobiografica, per arrivare ad una  personale lettura di vicende che, ancorchè legate al passato, per me, tuttavia partivano da lì, dal ritorno in prima pagina di questi eventi, dall'incontro con Sofri. Chiusa parentesi.
Il nome di Sofri era, allora, associato al caso Calabresi appunto, al nome di questo stimato commissario, ed alla vicenda giudiziaria che da allora ne scaturì. Così, intanto, collegai i dati essenziali e alcuni ricordi, come quelli di alcuni telegiornali di fine agosto, e potei prendere atto della cosa. Quando ebbi assimilato meglio il tutto, pochi giorni dopo, cominciai a chiedermi con quale stato d'animo avessi dovuto affrontare le lezioni. La mia condanna del terrorismo era ferma, così come era ferma la condanna di ogni violenza. Lo ripeto nel caso in cui non fosse abbastanza chiaro: la mia condanna del terrorismo era ferma e decisa così come ferma e decisa era la mia condanna di ogni violenza. Ma gli stati d'animo sgorgano spontanei e spesso in modo imprevedibile senza chiedere troppo il permesso alla ragione e senza troppo ascoltarla. Ciò nonostante sentivo  il bisogno di dare a me stesso una risposta che fosse efficace di una qualche presa sulla realtà che stavo vivendo, e che fosse quindi in qualche modo pragmatica e utile; quindi mi dissi che dovevo essere e comportarmi come un garantista; in mancanza di una sentenza definitiva, o definitiva personale opinione sulla vicenda, dovevo rimanere in uno stato di sospensione del giudizio, occuparmi e giudicare solo e soltanto le questioni strettamente inerenti le lezioni, come in un qualsiasi altro rapporto professore-studente.  La 'sospensione del giudizio' era già apparsa, in passato, a filosofi di tutto rispetto, come per esempio Cartesio ( René Descartes),  probabilmente mediandola dallo scetticismo di Pirrone di Elide, una condizione utile se non essenziale ad una visione obiettiva e scientifica della realtà, ed io avevo nelle mie passate esperienze già avuto modo di sperimentare istintivamente la bontà di questa tecnica, con mio grande beneficio, benchè, beninteso, applicandola a realtà ed esperienze personali più modeste e non così complesse e prorompenti, come in questo caso. Il mio atteggiamento era, in qualche modo, nobilitato dalla storia della filosofia, il che non era male.

Prosegue...

lunedì 2 aprile 2012

Un tema da riprendere ed approfondire

Nel libro Gli animali simbolici dell' etno-musicologo alsaziano Marius Schneider nell'introduzione si può leggere qualcosa che pare contrastare alquanto con alcuni valori della nostra cultura di base, e con le nostre più ferme convinzioni, e se ne può rimanere interdetti.
Si può leggere infatti di come alcuni antichi racconti africani narrino la superiorità morale dell'animale sull'uomo!
Come può essere che l'animale sia moralmente superiore all'uomo?
C'è di che scandalizzarsi, è vero!!
Ora, ci si può fermare qui, chiudere il libro e non volerne sapere di andare avanti con la lettura,  anche dal momento che, dopo tutto, ci si riferisce a racconti che non fanno parte della nostra cultura, ma di quella africana appunto, e che quindi chiudendo il libro tutto sommato non facciamo altro che ribadire un concetto che, anche se ha visto alternare la propria fortuna nel corso del secolo scorso, pare essere ancora abbastanza radicato: la nostra lontananza da questa cultura, la nostra lontananza dall'Africa.
Ma chi decidesse di andare avanti nella lettura, entrerebbe in un mondo affascinante e con estrema probabilità sraebbe tentato di sospendere il giudizio e rimandarlo per lo meno ancora di qualche pagina.
Naturalmente il libro in questione estende il proprio campo d'azione ed il proprio raggio geografico e culturale e anche storico, diviene complesso, a volte difficile da seguire, ma rimane sempre e comunque denso di grande significato e cultura. Ma non è di questo libro che volevo parlare in realtà. Il libro è un pretesto per rincarare provocatoriamente la dose sul punto sottolineato di sopra e porre una questione: se ci si scandalizza del fatto che qualcuno ritiene l'animale moralmente superiore all'uomo, quanto più dovremmo scandalizzarci se qualcuno adducesse che i robot, cioè delle macchine (e in quanto macchine senza vita) sono, o potrebbero essere, essi stessi moralmente superiori  all'uomo?!
Sarebbe clamoroso, scandaloso!
Naturalmente anch'io, come voi,  penso che l'uomo sia moralmente superiore e agli uni e agli altri, ma se questo mi facessere chiudere così semplicisticamente la questione non ne ricaveri un granchè. Ecco perchè merita lasciare aperta la questione e rifletterci sopra.
Ed ecco, quindi, un tema da riprendere ed approfondire...




Uomini, animali, robot
Tecnica mista su carta
2011


mercoledì 7 marzo 2012

Eterogenic

La tecnica mista che pubblico oggi si intitola Eterogenic.
Il titolo dovrebbe rendere subito l'idea del contenuto dell'opera, trattandosi di un opera che rappresenta un agglomerato eterogeneo ( cioè non omogeneo) di vari elementi: naturali, allo stato minerale e gassoso, elementi artificiali, umani e/o umanoidi, parzialmente o totalmente visibili, in verie scale ecc.
Si presentano mescolati un po' alla rinfusa. L'effetto finale non è dissimile da quello di certi Paesaggi Surreali e non potrebbe essere altrimenti.
In effetti quando si mettono in campo svariati elementi con scioltezza, senza troppa meditazione, è quasi impossibile non cedere all'inconscio. E' una breccia che si lascia aperta all'inconscio sapendo di farlo.
Come sappiamo di questi elementi inconsci, fatti di automatismi ( vedi scrittura automatica ) si è sempre nutrito il Surrealismo. Se c'è un elemento unificante questo lo si può rintracciare in un certo gusto estetico e forse particolarmente nella cromia. 



 



Eterogenic
Tecnica mista su carta
2011


mercoledì 8 febbraio 2012

Paesaggi surreali

Pubblico oggi un altro lavoro, un'altra tecnica mista su carta.
Si tratta di un 'paesaggio surreale' (questo è il suo titolo) che si lega idealmente all'altro 'paesaggio surreale' già pubblicato.
Ve ne sono altri di questi paesaggi ed è per questo che si possono far risalire tutti ad uno stesso filone, quello che potrebbe benissimo prendere il nome , appunto, di 'Paesaggi Surreali'.
Anche questo è stato eseguito  nel 2011, come specifica la didascalia, anno di nascita del blog.
Per questo lavoro, così come per i precedenti, ed anche per quelli futuri, valgono le premesse espresse nei post pubblicati nei mesi scorsi, che non sarà difficile rintracciare all'interno di questo stesso blog!
A scanso di equivoci, tuttavia, dirò che nel paesaggio sono inserite anche delle figure, che al di là di ogni leggittima e creativa interpretazione personale, altro non sono, in realtà, che delle sculture lasciate incompiute. In altri termini si tratta di un omaggio fatto al 'non finito michelangiolesco' e di conseguenza a Michelangelo stesso.





Paesaggio surreale 2
Tecnica mista su carta
2011


lunedì 9 gennaio 2012

Ricapitolando


Intanto, entrati nel nuovo anno, vorrei augurare Buon 2012 a tutti!
Ritengo opportuno iniziare il nuovo anno riprendendo alcuni dei concetti espressi nell'anno precedente, anche per garantire un certo filo logico:

a) io non sono il mio blog!; b) talvolta è opportuno esplicitare realtà semplici o date per scontate,
talaltra c) è opportuno esplicitare realtà maggiormente complesse anche al costo di apparire ermetici.
Tra queste ultime potrei annoverare:

Ogni presunto messaggio subliminale si pretenda di leggere all'interno dei miei lavori e dei miei scritti è destituito di ogni fondamento così come destituita di ogni fondamento è l'attribuzione degli stessi  presunti messaggi alla mia intenzione, mentre la responsabilità di questo tipo di letture sintomali, di letture cioè che pretendano di leggere totalità o parti dei suddetti lavori o scritti o, ancora, loro eventuali associazioni, come se fossero il sintomo di una ideologia, di una intenzione, di un progetto ecc. soprattutto se poco edificante è da attribuirsi unicamente a chi legge in modo tendenzioso e sintomale, non a me!

Repetita iuvant!

A questo vorrei aggiungere:

L'uso dei colori dei miei lavori (quelli che compaiono nel  blog così come, più in generale tutti i miei lavori, anche quelli che non vi compaiono) è assolutamente depoliticizzato, cioè non faccio uso di associazioni simboliche stereotipate e convenzionali tra colori e orientamenti politici, partiti ecc. ma il loro uso è essenzialmente ed esclusivamente relativo al loro valore intrinseco, cromatico ed estetico.

Felice di venire spontaneamente incontro, anche all'invito fattomi da 'bercmar', che diceva: perchè non metti anche altri lavori [...]  sul tuo blog?; pubblico il lavoro seguente:



Strutture artificiali in paesaggio naturale
tecnica mista su carta, 2011