Per le tecniche miste su carta o altre tecniche che compaiono in questo Diario Elettronico firmate a nome Alessio, tutti i diritti sono riservati.







martedì 30 luglio 2013

Sempre al sostegno

Sempre al sostegno e al fianco di chi cerca di comprendere scientificamente l'attuale situazione politica ed economica italiana ed europea, di chi critica costruttivamente e democraticamente Pareggio di Bilancio in Costituzione, Fiscal Compact e Trattato ESM, soprattutto se da tempi non sospetti, nonché a quello di tutti coloro che avvertono che è nell'inosservanza della nostra Costituzione Repubblicana che si annidano la gran parte delle questioni (e il loro nocciolo) che hanno ridotto l'Italia ad essere oggi  l'ombra di se stessa.
Il mio rispetto, la mia stima e la mia vicinanza morale e spirituale.

mercoledì 24 luglio 2013

Il labirinto

la vita, sopratutto alcuni suoi momenti, può essere rappresentata simbolicamente da un labirinto, per certi suoi aspetti. Per la verità gli studiosi di simboli e simbologie, potrebbero essere piuttosto reticenti ad accettare così pacificamente questa affermazione che parrebbe loro troppo semplicistica, ritengo, acquistando il labirinto questa specifica fisionomia particolarmente durante il medioevo, all'interno di un contesto religioso prevalentemente cristiano. Siccome sappiamo bene invece che il simbolo è ben più antico è evidente che si tratta soltanto di uno dei suoi aspetti.
Il suo simbolismo in effetti è complesso e profondo e l'affermazione iniziale certamente non basta da sola ad assolvere il compito di esprimerlo appieno. L'origine stessa del nome labirinto rimane ancora piuttosto oscura. Sono varie le opinioni al riguardo. Una delle più accreditate e diffuse è che derivi dalla parola labrys con la quale si designava la doppia ascia di pietra cretese.
Un'altra versione, forse la più giusta e autorevole, venendo, per altro, da uno studioso di simboli rinomato come René Guénon  è che sia labirinto che labrys derivino entrambe da una antica parola che designava la pietra la cui radice sarebbe la, da cui tra l'altro deriverebbero laos in greco e lapis in latino.
( vedi Simboli della scienza sacra, René Guénon, ai paragrafi La caverna e il labirinto e Cornici e labirinti)
E tuttavia, nonostante la sua reale complessità, parte del suo significato è certamente anche abbastanza intuitivo nei suoi aspetti più evidenti e quindi possiamo concludere che in linea di massima la definizione di cui sopra, per quanto parziale, può essere abbastanza tranquillamente accettata. Pertanto cercheremo di non fare troppo i sofisticati.
Tutti sanno più o meno che cos'è un labirinto. Esistono varie tipologie di labirinto che possono essere ridotte a due strutture fondamentali, quella monocursale o unicursale e quella multicursale.
La prima conduce sempre inevitabilmente al centro; la seconda è più intricata derivando da un intreccio più o meno complesso e inestricabile di vie.
Per introdurre la parte seguente del post avvisiamo gli eventuali gentili lettori che ci riferiremo espressamente a questa seconda tipologia di labirinto anche quando, in modo del tutto arbitrario vi inseriremo la mitologica figura del Minotauro, il quale è invero sempre riferito al labirinto di Cnosso a Creta, un labirinto cioè monocursale.

Talvolta la vita assomiglia dunque ad un labirinto e attraversare un labirinto certamente non è facile,  nemmeno in condizioni ottimali, figuriamoci quando le condizioni ottimali non ci sono e i propri limiti si fanno sentire. Il percorso della vita può diventare inintellegibile esattamente come il percorso di un labirinto.
Perchè quando sei all'interno di un labirinto il rischio di perdere la strada è reale e sempre presente, il che è assai probabile per chi vi entra in modo sprovveduto o addirittura inavvertitamente.
E se ciò avviene la condizione ideale per uscirne è che qualcuno dal di fuori e magari dall'alto, osservando il labirinto come si osserva una planimetria, diriga in qualche modo i tuoi movimenti fino all'uscita. E questo, per altro, introdurrebbe il tema della 'fiducia'.
Chi ha una tale fortuna non ha problemi. Ma le cose possono presentare vari gradi di difficoltà a rendere ulteriormente difficile il percorso fino all'uscita, anche nel caso di un sostegno dal di fuori.
Mettiamo per esempio che all'interno del labirinto si trovi il Minotauro. Il suggeritore in questo caso deve stare attento che nel dirigerti verso l'uscita l'ideale percorso non incroci la stanza del mostro taurino.
Questo costituisce quindi un primo grado di difficoltà.
Ma ve n'è un secondo. Se per esempio quel giorno il Minotauro è in vena di sgranchirsi le gambe e invece di starsene buono buono nella sua stanza si mette anche lui ad andarsene in giro per il labirinto, il compito del suggeritore si fa ancora più difficile e allo stesso tempo diventa ancor più prezioso.
Infatti dovrà essere pronto a suggerire repentini cambiamenti di rotta e temporanei allontanamenti strategici, magari proprio dall'uscita ormai in vista.
Il tutto ovviamente per evitare l'incontro col mitologico essere.
Ma c'è ancora un terzo è più difficile grado di difficoltà, quello che vede la presenza di un secondo suggeritore che si affianchi al primo. E quando i suggeritori diventano due sono due anche i casi: o essi suggeriscono all'unisono oppure no. Nel secondo caso, dando suggerimenti diversi perchè diversa è l'interpretazione che danno della realtà che vedono, creano confusione, sempre ammesso che non siano effettivamente antagonisti. Perchè i suggeritori potrebbero essere anche antagonisti e in questo caso l'uno darà giusti consigli e l'altro li darà invece deliberatamente sbagliati (consigli senza coda del terzo tipo). Non è facile riuscire a interagire col giusto suggeritore.
A chi credere? Un modo di scoprirlo probabilmente c'è benché rischioso.
Si può infatti tirare a sorte colui tra i suggeritori al quale dare affidamento escludendo temporaneamente l'altro e vedere se dopo aver seguito una serie di consigli si arriva finalmente all' esito  tanto sperato. Se ciò non accade allora probabilmente si è dato credito al suggeritore sbagliato e un aspetto della realtà è stato disvelato. E questo come immediata conseguenza comporta ovviamente il cambio del suggeritore.
Il fatto è che, se sei riuscito a scampare al Minotauro, verso dove il suggerotiore in malafede avrà cercato certamente di portarti, come minimo ti ritroverai in un punto del labirinto in cui sei più lontano dall'uscita rispetto a prima.
Qui è evidente il grado elevato di difficoltà.
Ma proviamo a pensare che cosa accadrebbe se di suggeritori invece di due ve ne fossero tre, quattro, cinque, sei e così via fino ad un numero indefinito. Sarebbe il caos.
E' chiaro che a questi livelli di complessità la confusione regnerebbe sovrana e l'inintellegibilità della realtà attraverso i suggerimenti sarebbe totale. Avere troppi suggerimenti e troppi suggeritori, specialmente se contraddittori tra loro, è praticamente come non averne nessuno.
Ti ritrovi nel bel mezzo del labirinto praticamente come se tu fossi solo, con una gran confusione di sottofondo per giunta, il che da un certo punto di vista è quasi peggio che esserlo veramente.
In questo caso l'unico modo di uscire è sviluppare una strategia autonomamente cercando di affinare l'intuito, forse anche l'istinto, o un sistema razionale magari di tipo matematico.
O se sei alla ricerca del giusto suggeritore forse il tempo te lo indicherà. Ma quanto a lungo si può sostare nel labirinto? Difficile a dirsi!
In ogni caso col Minotauro a giro i rischi sono chiaramente evidenti e ogni scelta deve essere ben ponderata. E' chiaro che da queste riflessioni ne potrebbero derivare tante e tante altre anche molto interessanti, nonché funzionali ai fini del nostro discorso, ma è evidente che questo appesantirebbe talmente tanto il presente post, che probabilmente si presenta già abbastanza denso così com'è, che sarebbe del tutto sconveniente a questo punto tentare di seuirli.
In ogni caso è possibile ritenere che quanto già espresso possa essere già di qualche aiuto a far capire a quale grado di difficoltà e di inintellegibilità possa giungere la realtà in talune circosatanze.
Per queste ragioni e per tante altre talvolta è molto difficile districarsi nel labirinto.
Ma una cosa è certa: si è spesso innocenti di questa confusione e di questa complessità di cui faremmo volentieri a meno!

giovedì 18 luglio 2013

Ideali regole d'oro

Nei limiti posti all'esercizio della forza c'è sempre una grande saggezza.
Un regola d'oro ideale sarebbe quella che vedesse assegnare la forza soltanto in base alla capacità di giustizia e solo in conseguenza all'esercizio di quella, in un certo senso, come premio per l'esercizio della giustizia stessa. Naturalmente intendiamo qui la giustizia nella sua più alta e assoluta accezione possibile.
In mancanza di regole di questo genere, togliere spazi all'eguaglianza, per altro valore costituzionale di assoluta importanza, in qualunque ambito l'eguaglianza si eserciti, pubblico o privato, è certamente un errore.
Infatti l'eguaglianza assume sempre il ruolo preventivo di mitigare gli eccessi della forza, e quindi ne previene, in un certo senso, l'esercizio arbitrario. Naturalmente intendiamo l'eguaglianza, non come appiattimento di valori, omologazione del pensiero, dei gusti, della personalità ecc. ma al contrario,  proprio come possibilità di poter esprimere la propria diversità di pensiero proprio perchè dotati di 'eguale dignità ontologica' e anche nel senso in cui la si desume dall'art.3 della nostra Costituzione Repubblicana.
Occorre quindi riflettere molto attentamente prima di togliere criteri di eguaglianza, ovunque essi si trovino.

domenica 14 luglio 2013

Due concezioni di stato di diritto

In questa delicata fase storica, caratterizzata da una crisi generalizzata che, per altro, nessuno ancora si sforza di spiegare scientificamente, occorrerebbe veramente tornare a riflettere su alcune questioni di base.
Sarebbe molto importante per esempio tornare a riflettere sul ruolo e sul significato del concetto di stato di diritto.
A nostro modo di vedere esiste una 'concezione forte' e una 'concezione debole' di stato di diritto e se questo è vero allora è vero anche che per avere un approccio realistico su questa realtà, per altro complessissima e in rapido divenire, diventerebbe necessario tenere alquanto presente questa differenza. Cercheremo prertanto di fornire alcuni spunti di riflessione che possano risultare utili a definire queste due diverse concezioni e ad inquadrare il problema dell'esistenza di queste due diverse versioni di uno stesso concetto nelle loro linee essenziali, senza avere la benché minima pretesa naturalmente di essere esaustivi al riguardo che, per solo sperare di esserlo, dovremmo concedrci uno spazio e un tempo assai maggiori di quelli che in questo momento ci è possibile avere.
Partiamo dalla 'concezione debole'.
La concezione debole

La 'concezione debole' di stato di diritto è quella che stabilisce che esso sussiste allor quando vi sono delle regole e delle leggi alle quali attenersi e che queste regole e queste leggi regolano la vita dei cittadini nei suoi vari aspetti. E fin qui tutto va bene, ma la 'concezione debole' non entra nel merito delle leggi stesse, non le giudica e non stabilisce se queste debbano possedere o no determinate caratteristiche per essere definite degne di entrare a far parte del novero di quelle che strutturano lo stato di diritto in generale.
In questo senso sussisterebbe un criterio interno di verità e di giustizia che somiglierebbe molto da vicino a quello tipico di ciascuna "pratica teorica" di cui parla per esempio Althusser: "la pratica teorica è criterio di se stessa, contiene in sé i princìpi definiti di convalida della qualità del suo prodotto[...]." egli dice.
Quindi, ricapitolando, la concezione debole stabilisce che lo stato di diritto sussiste allor quando vi sono delle regole e delle leggi alle quali attenersi sì, ma indipendentemente dal tipo di regole e di leggi le quali diventano o rischiano di diventare piuttosto autoreferenziali e, in ultima analisi, perfino tendenzialmente e potenzialmente inique senza per questo alterare il princìpio suesposto.
In altri termini si fonda su un sistema di leggi che è regola e misura di se stesso e che si regge su parametri interni senza entrare nel merito di come debbano essere questi parametri e indipendentemente dal fatto che essi siano buoni o cattivi.
In questo senso somiglia un po' ad una struttura che non è suscettibile di ricevere dall'esterno stimoli capaci di apportare alcuna migliorìa o, perlomeno, ne è piuttosto refrattario. Origina così, per altro, una tendenza che è quella di vedere allontanare il popolo sovrano dal suo ruolo specifico e dal mondo della politica  in generale rendendolo solo nominalmente sovrano ma non di fatto, popolo sovrano che pur essendo parte integrante del sistema  statale che dovrebbe essere imperniato sul diritto, e pur essendo invero al contempo una risorsa umana individuale e collettiva potenzialmente importantissima nella proposizione di stimoli tendenti al miglioramento, rischia di allontanarsi sempre più da questo ruolo appunto.
Questa autoreferenzialità e refrattarietà, che è anche e soprattutto sostanzialmente rigidità, dal nostro punto di vista è ciò che caratterizza essenzialmente lo 'stato di diritto debole', e l'alienazione del popolo  dal suo ruolo di sovrano rappresenta una delle sue possibili conseguenze, nonché la potenziale creazione di leggi inique uno dei suoi principali rischi. Ma non sarebbe poi tanto la rigidità in sé e per sé a costituire il vero problema e il vero nocciolo della questione, poichè se ciò che è rigido è al contempo giusto e buono, ben venga anche la rigidità, la quale in questo caso assumerebbe più che altro le sembianze di forza e giustizia. La rigidità diventa un problema quando si accompagna alla potenziale iniquità dell'azione legislativa ed all'allontanamento dei cittadini dalla prtecipazione alla vita democratica.
L'aura di stato di diritto che si vorrebbe conferire a questa 'concezione debole' avrebbe, tra l'altro, il difetto di addormentare il popolo dal considerare i rischi che essa invero porta in sé.

La concezione forte

La 'concezione forte' di stato di diritto differisce dalla prima su un dato di essenziale importanza. Infatti a differenza di quella stabilisce alcune delle caratteristiche che le leggi devono avere per essere ritenute degne di entrare a far parte del novero di quelle che fondano lo stato di diritto.
La 'concezione forte' dello stato di diritto ricalca quindi nella prima parte quella della 'concezione debole' e stabilisce cioè che lo stato di diritto sussiste allor quando vi sono delle regole e delle leggi alle quali attenersi e che queste regole e queste leggi regolano la vita dei cittadini in ogni loro aspetto, ma entra nel merito di quelle che appunto devono essere alcune delle caratteristiche fondamentali che queste leggi devono avere.
Nel post intitolato 'Stato di diritto e legge del più forte' datato 11/10/2012, che suggeriamo di andare a rileggere per intero, avevamo in parte già espresso questo concetto. Lo riproponiamo adesso alla lettura con qualche lieve modifica ma senza sostanziali alterazioni e senza avere la pretesa che esso non sia perfettibile poichè anzi è molto probabile che esso lo sia, ma semplicemente nella speranza che possa fornire alcuni spunti di riflessioni magari proprio ad addetti ai lavori e giuristi vuoi per vocazione che per professione o entrambe le cose, che possano magari approfondire sia questo specifico concetto sia tutte queste problematiche in generale proprio allo scopo di migliorarle.
Ecco dunque quello che per ora può costituire una bozza della 'concezione forte' di stato di diritto:
Lo stato di diritto non è la dove sussistano semplicemente delle leggi, delle regole e dei trattati sui quali poggiarsi e ai quali attenersi, bensì è la dove le leggi, le regole e i trattati sui quali  ci si poggia e ai quali ci si attiene siano concepiti in modo equo e giusto sì da riflettere profondamente l'essenza del principio  secondo il quale stato di diritto equivale espressamente ed esattamente ad assenza della legge del più forte, e tale che queste stesse leggi non consentano né spazi né brecce dalle quali possano riaffiorare come ospiti indesiderati l'ingiustizia, la brutalità e l'arbitrio, tipicamente connessi alla legge del più forte, in nessuna delle loro manifestazioni note e meno note.

La nostra speranza è che l'Unione Europea rifletta su queste distinzioni anche perchè attualmente ci sembra improntata, e lo diciamo con sincero dispiacere, ad una 'concezione assai debole' di stato di diritto.

sabato 6 luglio 2013

Solo metricamente

Metricamente lontano, ma non spiritualmente...


...rispetto a chi cerca di comprendere scientificamente l'attuale situazione politico-economica italiana ed europea...

mercoledì 3 luglio 2013

Due definizioni fuorvianti

Sarebbe bello poter schematizzare  semplicisticamente la realtà europea, cioè le varie opinioni e le varie tendenze politiche che si esprimono a proposito dell'Unione Europea, con un semplice: europeisti, anti-europeisti! Sarebbe bello perché sarebbe semplice e chiaramente una realtà semplice la puoi gestire meglio di una realtà complessa. Ma le cose stanno piuttosto diversamente.
Intendiamoci, l'europeismo inteso come pensiero unico e rigido sull' Europa esiste, così come esiste l'anti-europeismo. Ma non esistono soltanto queste due categorie. C'è anzi tutta una sfumatura di altre categorie.
E' chiaro infatti che, quello di sopra, è uno schema così riduttivo da essere del tutto insufficiente a descrivere l'esatta realtà delle opinioni in campo, e quindi del tutto inefficacie a fornire qualsivoglia contributo alla comprensione dei problemi che scaturiscono da questa stessa realtà. In altri termini è uno schema fuorviante. Ma questo schema continua a persistere, a rimanere immutato, inalterato.

E' così che spesso, troppo spesso, vengono bollati come anti-europesiti persone che hanno semplicemente una idea diversa di Unione Europea. Le opinioni che queste persone esprimono non sono contro l'Europa ma per una Europa diversa e magari migliore. Si tratta quindi di un diverso-europeismo e non di un anti-europeismo.
L'invito da rivolgere a coloro che si sentono sminuiti dalla definizione di anti-europeisti, non essendolo, ed essendo in realtà dei diverso-europeisti, è quello di specificare questa differenza, questa distinzione. Ditelo! Non lasciatevi etichettare dagli altri, definitevi da voi stessi!
Perchè il rischio è di vedersi alienare una moltitudine di consensi solo per un malinteso o magari per una etichetta che viene affibbiata scientemente proprio allo scopo di far alienare consensi.

Chiaramente l'invito non vale per coloro che si identificano e si riconoscono pienamente nella definizione di anti-europeisti, che naturalmente possono legittimamente mantenere e se credono pure orgogliosamente sbandierare.
Personalmente mi ritengo un diverso-europeista!

giovedì 20 giugno 2013

Costruire ma come?

Ognuno di noi ha un suo modo di concepire l'idea generale di 'costruzione' a qualsiasi ambito la si voglia ricondurre, dall'architettura alla politica, ecc. ecc.
Ora, che cosa fa di una costruzione una buona costruzione?
Credo che una buona costruzione debba possedere talune caratteristiche per essere definita tale e, al contempo, essere priva di talaltre caratteristiche negative. Fino a qui tutto chiaro e anche troppo generico e scontato.
Vediamo meglio dunque.
Personalmente ritengo che le costruzioni lente e profondamente meditate siano le migliori e le più durature.
In secondo luogo sono buone quelle costruzioni che fanno capo a principi e norme generali il più ampiamente condivise. Di contro non è buono ciò che si fonda sui blitz, sui diktat, sul personalismo, sulla deificazione dei singoli individui e sull'accentramento dei poteri, soprattutto quando si allontanano sempre più dalla popolazione.
Un esempio su tutti è quello che può fornirci la comparazione dell'Impero Romano col Sacro Romano Impero. La struttura dell'Impero Romano infatti ( ma anche quella del periodo repubblicano) seppure sia cambiata sensibilmente nel corso del tempo, si è sempre basata su principi generali, norme, regole, leggi ecc. Vedi il Diritto Romano. Quella del Sacro Romano Impero era invece incentrata sulla figura carismatica di Carlo Magno. Il primo ha avuto una considerevole durata, mentre il secondo è andato smantellandosi con la scomparsa del suo principale simbolo vivente, cioè Carlo Magno stesso.
Questo dovrebbe rendere abbastanza bene l'idea mi auguro.

Ma per tornare al tema di ciò che è buono in una 'costruzione', è certamente buona una costruzione che fa tesoro dell'esperienza umana personale e collettiva, ed altresì quella che fa tesoro delle proprie conquiste civili, politiche e sociali, e della propria memoria storica.

Ora pensiamo all'Unione Europea.
Tutti i cittadini europei sono chiamati a collaborare alla costruzione dell'Unione Europea, ma questo non significa che ci si debba adagiare su di un  modello precostituito di Europa.
Come testimonia il 'pensiero divergente' esistono molteplici soluzioni ad uno stesso problema. Misconoscere questa realtà getta un leggero sospetto. Questa realtà che ci illustra il 'pensiero divergente invece, che si presenta, tra l'altro, assai più democratica dell'altra, dovrebbe essere ampiamente e pacificamente accettata.
Ma, comunque la si pensi, la cosa che più di ogni altra si dovrebbe tenere presente nella costruzione dell'Unione Europea, sono gli stessi principi di carattere generale, cui alludevamo prima.
Uno su tutti: l'art. A del trattato di Maastricht che sostanzialmente statuisce che ogni decisine debba essere presa il più vicina possibile ai cittadini europei.

L'impressione che si riceve oggi invece è che le decisioni siano prese, non soltanto lontano dai cittadini, ma tendenzialmente sempre più lontane dai cittadini, e questo non è bello, e per due semplici e immediatamente avvertibili ragioni: a) perchè non è bello in sé che le decisioni siano prese lontane dai cittadini; b) perché tradisce il principio sancito dall'articolo A di un trattato europeo.
Se lo stato di diritto è quello che si fonda sull'osservanza delle leggi, delle norme, e dei diritti, che si approvano ( anche se questa rimane a nostro giudizio una 'concezione debole' di stato di diritto) dovremmo quindi chiederci se qui lo stato di diritto viene rispettato oppure no.
La sensazione è che si vada verso una costruzione sbagliata dell'Europa nella quale alcuni organismi che si vorrebbero istituire sono concepiti, non solo lontano dai cittadini, ma anche per funzionare tanto meglio quanto peggio funzionano i singoli stati ( vedi ESM), cioè in modo inversamente proporzionale.
Quello che si dovrebbe cercare di fare invece secondo il nostro modesto giudizio e di fare funzionare le cose in modo direttamente proporzionale.
E' chiaro infatti a questo punto che chiuque volesse rafforzare questi organismi, riceverebbe un notevole impulso e contributo dal mal funzionamento anche del proprio Stato. E vi è già stato chi ha auspicato l'ingresso delle crisi all'interno del proprio sistema.
Non si dovrebbero insinuare simili tentazioni nel tessuto politico e sociale di uno Stato.
Chiadiamoci: è questo il modo di costruire l'Europa? O ne esiste uno migliore?
Certo che ne esiste uno migliore!
Il modo migliore di costruire l'Europa, lo abbiamo accennato, è quello che si fonda su un rapporto di diretta e virtuosa proporzionalità, cioè a dire: va bene il singolo Stato, va quindi bene anche l'Europa.
Quindi, in altri termini, è quello di amministrare saggiamente e virtuosamente innanzitutto il proprio stato, fin da subito, così da innescare un meccanismo virtuoso con l'eccedenza del quale si va a costruire un organismo più grande.

Pensare invece che per costruire si debba prima necessariamente distruggere e generare crisi su crisi è un pensiero pericoloso, nefasto e in ultima analisi controproducente per non dire tendenzialmente antidemocratico e contraddittorio anche con le varie Carte Costituzionali, che l'Unione Europea sulla carta dice di voler rispettare.
Anche perché una domanda affiorerebbe spontanea all'orizzonte: Chi ci dice che, chi concepisce la costruzione come una somma di distruzioni, una volta costruito ciò che intende costruire, non sia tentato a sua volta di applicare lo stesso principio e di distruggere il nuovo sistema appena costruito a favore di un secondo sistema più grande o diverso? E via discorrendo.E tutto questo a favore di chi, della popolazione, vicina alla quale dovevano essere prese le decisioni? Ci sembrerebbe di no!
Su di un simile sistema di costruzione qualche dubbio dovrebbe affiorare...

mercoledì 19 giugno 2013

Ma quanto ci costano i compiti a casa?

Si fa un gran parlare degli 8 mld di euro che l'Unione Europea elargirà all'Italia per aver fatto i famosi 'compiti a casa'.
La cosa che dovremmo chiederci tuttavia è:  ma quanto ci sono costati questi compiti a casa? Quanto ci è costata la conquista di questi 8 mld? Qualcuno se l'è chiesto? E Quanto ci costeranno i prossimi compiti a casa?
La risposta, se osservata attentamente, potrebbe far riacquistare un certo senso di realtà, o almeno si spera. Secondo la Corte dei Conti l'auserità ci è costata ben oltre  200 mld di euro, non so se rendo l'idea!
A questo punto non dovrebbe essere troppo difficile rendersi conto che questi 8 mld che l'Italia si sarebbe conquistata con i famosi 'compiti a casa' ci sono costati più di venticinque volte tanto!
Voi comprereste un euro a venticinque volte il suo prezzo?
In conclusione: non sembra sia stato un buon affare! Voi che ne dite?

Sempre al fianco di chi critica Pareggio di Bilancio in Costituzione, Fiscal Compact e Trattato ESM, da tempi non sospetti, nonché a quello di coloro che avvertono che è nell'inosservanza della Costituzione Repubblicana che si annidano la gran parte delle questioni che hanno ridotto l'Italia ad essere l'ombra di se stessa.
A tutti costoro ribadisco il mio rispetto, la mia stima e la mia vicinanza morale e spirituale.

lunedì 10 giugno 2013

Paesaggio surreale 3

Dopo vari mesi senza la pubblicazione di tecniche miste su carta, finalmente ritorno su terreni che mi sono maggiormente congeniali, quelli legati alla mia attività di operatore artistico, e ne pubblico una. Come si evince dal titolo si tratta di un paesaggio surreale e, nella fattispecie è identificato dal numero tre.
Non c'è, per la verità, alcun legame col titolo del post precedente (Articolo 3 e stato civile).
Entrambi i titoli contengono il numero 3 che, per altro, è il mio numero preferito e che è popolarmente conosciuto come il numero perfetto. Questo richiamo è del tutto casuale. Talvolta, tuttavia, anche dal caso può nascere e svilupparsi un significato e qualsiasi interpretazione creativa è legittima, purché la si consideri tale, cioè creativa e se ne attribuisca la creazione al suo autore. In questo caso infatti la creatività non è solo quella dell'operatore artistico che ha fatto l'opera e/o scritto i post, ma anche, e sopratutto, quella del riguardante, del fruitore che interpreta. E' da queste operazioni che nascono anche eventuali letture sintomali, quando da una interpretazione creativa, cioè, si compie un passo ulteriore, quello che vede affidare la paternità del nuovo senso, che creativamente il fruitore ha trovato, alla volontà dell'operatore artistico, mentre si tratta invece di una interpretazione personale con la quale l'operatore artistico potrebbe non avere, e nella maggior parte dei casi (per non dire tutti) non ha, niente a che fare.
Ben vengano quindi le interpretazioni creative, mentre è giusto fare attenzione alle letture sintomali! Sono due cose diverse e vanno distinte l'una dall'altra.
Nel caso specifico tuttavia mi rimane difficile capire quale lettura sintomale potrebbe mai svilupparsi. In effetti vi sono argomenti, immagini, segni verbali e non verbali che si prestano meglio di questi ultimi ad essere letti in modo sintomale. Ma la prudenza non è mai troppa...


Paesaggio surreale 3
Tecnica mista su carta
Alessio 2012-2013

mercoledì 29 maggio 2013

Articolo 3 e stato civile

Recita l'articolo 3 della nostra Costituzione Repubblicana:

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.
E' compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Tutti ovviamente sono tenuti a rispettare questo articolo, uno tra quelli maggiormente densi e significativi della Costituzione, e forse quello che più direttamente discende dalle conquiste della Rivoluzione Francese: liberté, égalité, fraternité.
Questo articolo sancisce che siamo tutti uguali davanti alla legge e che il ceto e le condizioni sociali così come gli altri fattori citati non possono essere considerati elementi di distinzione e discriminazione rispetto ad essa.
In tutti i settori della società, ivi compresi quelli strettamente legati alla vocazione che fonda la nostra Repubblica, cioè il lavoro, e quindi anche quelli nei quali si decide l'assegnazione del lavoro stesso, questo articolo è quello che immette criteri di uguaglianza e di giustizia imprescindibili.

Ora, ci sono molte condizioni personali e sociali. Lo stato civile di una persona è una di queste condizioni personali e sociali.
Esaminiamo per un attimo le varie tipologie di stato civile. Ci sono evidentemente celibi e nubili oppure coniugati.
I coniugati possono esserlo religiosamente (il che implica poi l'unione  anche civile) o solo civilmente ( il che non comporta l'unione religiosa) a seconda delle scelte personali compiute.
Ma ci sono anche coppie di fatto da cui nascono famiglie di fatto.
Da un matrimonio ci si può poi separare fino a chiedere il divorzio.
Così abbiamo anche persone coniugate ma legalmente separate e tuttavia non divorziate (quindi sempre sposate benché separate), oppure coppie ex coniugate in quanto divorziate.
Se prendiamo questo caso vediamo poi che nei casi dei matrimoni religiosi (e insieme civili) la separazione o il divorzio non annullano o modificano la valenza religiosa ma solo quella civile. Per la dichiarazione di nullità del matrimonio religioso si attuano dei percorsi specifici di ambito strettamente religioso, almeno per la religione cattolica.
Così la lista delle condizioni personali e sociali, anche guardando soltanto a quello che è il solo stato civile, si allunga di molto rispetto ad un seplicistico nubile/celibe, coniugato. La situazione reale è quindi ben più complessa.
Ma una cosa è certa, cioè che l'art.3 della Costituzione Repubblicana stabilisce senza ombra di dubbio che anche lo stato civile, come condizione personale di ogni singolo cittadino, non possa essere oggetto di discriminazione in nessun ambito della società e in nessun caso.
Cioè a dire che un coniugato non può essere discriminato rispetto ad un celibe o ad una nubile, né un celibe o una nubile possono essere discriminati rispetto ad un coniugato.
E ancora che un divorziato non può essere discriminato rispetto ad un separato non divorziato o ad un coniugato, né questi ultimi possono essere discriminati rispetto al divorziato; una coppia di fatto non può essere discriminata rispetto alle altre categorie elencate ecc. ecc.
Ogni singola categoria di stato sociale insomma non può quindi essere discriminata rispetto a nessuna delle altre, quindi non si danno casi nei quali si possa fare delle parzialità tra le varie condizioni personali e tra i vari stati civili altrimenti, se questo avvenisse, l'art. 3 della Costituzione sarebbe calpestato per non dire del tutto stracciato. Avremmo così un esempio di inosservanza della Costituzione, che per altro sembra essere un male che ammorba la nostra società.
Se simili discriminazioni sussistono allora subentra l'arbitrio, e l'arbitrio e la discriminazione sono ostacoli che impediscono di fatto il pieno sviluppo della personalità di chi li subisce, e che di fatto annichiliscono questo sublime articolo della nostra preziosa Costituzione.

Concludo con alcune osservazioni di carattere generale sulla Carta Costituzionale. Molti dei mali che l'Italia sta vivendo derivano dall'inosservanza della Costituzione, ivi compreso lo smantellamento industriale.
La Costituzione Repubblicana infatti è un gioiello forgiato dalla storia, un gioiello di inestimabile valore che tutela e valorizza il lavoro e non lo smantella.
Ma non è facile viverla profondamente e sentirla pulsare in se stessi e questo dimostra come sia ancora molto attuale e profonda. Sono le cose profonde infatti che sono difficili da vivere pienamente e non quelle superficiali.
Occorre migliorare molto se stessi per viverla appieno e questo dimostra in modo inequivocabile quanto essa abbia ancora da dare. In altri termini si tratta di una Costituzione per così dire esigente, ed è questa caratteristica che forse rende difficile la sua piena osservanza.
Ma questo non significa che non si debbano compiere sforzi per aderirvi appieno.
L'Assemblea Costituente ha svolto un lavoro eccellente e lungimirante per il bene collettivo e la Democrazia.
Essa contiene, per altro, tutti gli anticorpi necessari per impedire ai totalitarismi, alle dittature, ed all'arbitrio di inserirsi nuovamente ad alti livelli nella società ( poichè per l'arbitrio, in forme ridotte e circoscritte è quasi giocoforza che vi si trovi ancora, data la natura umana), e questo impedisce di riproporre gli errori e gli orrori del passato.
Cambiarla significherebbe rischiare, anche inconsapevolmente, di ledere questi anticorpi e di sottoporla ad una sorta di immunodeficienza acquisita, e rischiare quindi di aprire consistenti brecce attraverso le quali gli orrori del passato, come pericolosi virus, potrebbero riproporsi, vanificando così di fatto  alcune delle più alte conquiste che siano state raggiunte nel corso della storia umana.

lunedì 27 maggio 2013

Ancora a proposito di Libertowngradurbeburg

Circa un anno fa, sempre nel mese di maggio, scrissi un post intitolato "A proposito di Libertowngradurbeburg".
Il post commentava in modo piuttosto stringato, devo dire, ma spero non inefficacie il senso del nome di questa città.
Esisteva, ed esiste ancora in questo blog, anche una tecnica mista su carta intitolata Libertowngradurbeburg, a chiusura del post precedente a quello citato.
Allora scrivevo che Libertowngradurbeburg rappresenta la città della libertà.
Tuttavia esistono varie interpretazioni e varie sfumature che si possono dare della parola libertà anche molto soggettive e quindi molto diverse le une dalle altre.
Così precisavo che il senso di questa parola non doveva essere inteso troppo semplicisticamente e convenientemente come libertà di fare sostanzialmente quello che ci pare, benchè in Libertowngradurbeburg sussistano naturalmente tutti i diritti dell'uomo libero e la distinzione tra reato e peccato è nettissima, ma che quella parola, libertà, traeva la sua maggiore nobilitazione da un significato diverso: in Libertowngradurbeburg la libertà è quella che nasce dalla cosciente rinuncia alla violenza. Soltanto quando la cosciente rinuncia alla violenza sarà vissuta come un valore assoluto a livello individuale prima ancora che collettivo, ma anche collettivo, l'essere umano vivrà la vera libertà.
E' chiaramente una città utopistica, infatti siamo ben lungi dal vivere pienamente il senso di questa concezione di libertà, e nella società sussistono ancora oggi che siamo nel terzo millennio livelli altissimi di violenza.
Ma anche la violenza ha avuto una sua evoluzione nel corso del tempo esattamente come tutte le cose e si nutre delle novità e delle scoperte scientifiche e culturali, di nuovi strumenti pratici e concettuali esattamente con la stessa intensità con la quale vi si nutrono altri aspetti della società meno deleteri ed anzi per lo più utili e positivi.
Così la violenza ha assunto forme che oggi sono tanto più pericolose, quanto più si nutrono di tecnologie e conoscienze sofisticate di ogni ambito ed altresì quanto più  riescono a rendersi sostanzialmente invisibili.

Così oggi, vorrei aggiungere qualche dettaglio a proposito di questa città utopistica.
In Libertowgradurbeburg non vivono i ricercatori di ricattabilità né i signori dell'umiliazione, perchè ogni cittadino di Libertowngradurbeburg ha capito pienamente che ricercare la ricattabilità degli altri è violenza, e che pure la ricerca dell'umiliazione degli altri è violenza, e come tale è aborrita e rigettata.
In Libertowngradurbeburg ogni pensiero che si pensa nella mente di ogni singolo cittadino che intenda poi manifestarlo non è visto con sospetto, è anzi ben accetto e vissuto come un dono e una ricchezza da tesaurizzare.
Siamo molto lontani da questo risultato purtroppo.
Cerchiamo almeno di fare tesoro dell' esperienza personale e collettiva e della memoria storica anch'essa personale e collettiva e di non disfarsi delle conquiste di civiltà che abbiamo così faticosamente ottenuto nel corso del tempo.

giovedì 16 maggio 2013

Difficilmente gli sforzi coscienti vanno sprecati

Avvolte sembra di seminare nel vuoto, di parlare al vento.
Non è una bella sensazione effettivamente, me ne rendo conto, ma potrebbe non essere esattamente così.
E' sempre molto difficile sapere con esattezza infatti quali effetti può produrre, in generale, la propria azione.
Anche se avvolte non è facile, non dovremmo temere che le nostre parole possano essere come foglie che un qualsiasi vento può spazzare via; che la fatica fatta per raccoglierle, organizzarle, che la forza trovata per pronunciarle e condividerle, possano essere azioni vane e che le energie spese in queste azioni siano energie sprecate, no.
Nessuno sforzo cosciente è mai sprecato...
Quello che ci vorrebbe in questi momenti credo che sia invece una profonda fiducia nelle proprie idee e nel proprio operato passato, presente e futuro, e in quella che comunque potrebbe essere una vera e autentica azione culturale che potrebbe sedimentare e avere già sedimentato alcuni importanti valori, alcune importanti informazioni e conoscienze, così da favorire la creazione di un terreno fertile magari per un futuro che si spera non troppo lontano.
Quello che si dovrebbe fare in questi momenti è di ancorarsi a queste consapevolezze anche quando le sensazioni che si ricevono sono quelle di aver ottenuto risposte insufficenti rispetto a quanto seminato.
Continuare a promuovere le proprie idee, soprattutto quelle di cui si è assolutamente e sinceramente convinti, farlo con serenità, con pacatezza, con costanza e coerenza e magari anche con modestia e nel ripetto delle opinioni diverse dalle proprie ma sopratutto nel rispetto di chi le esprime, è spesso l'unica cosa da fare in certi momenti.
Portare avanti le proprie idee e farlo rinunciando interiormente a quelli che potrebbero essere i frutti dell'azione stessa, a talune aspettative, ritengo che sia un buon modo di dirigere la propria azione.
Il che non significa poi, deprivarsi della gioia di eventuali risultati positivi qualora essi dovessero manifestarsi.
Rinnovo il mio sostegno morale a tutti coloro che si adoperano in questa azione culturale e a quanti criticano costruttivamente Pareggio di bilancio in Costituzione, Fiscal Compact e Trattato ESM, che rappresentano secondo me, ancora oggi, il vero nocciolo di molte questioni italiane ed europee.

domenica 21 aprile 2013

Alla luce degli eventi

Nel post intitolato 'Cose che un governo dovrebbe tenere presente'(espressione un po' impropria per dire in realtà: cose che si dovrebbero tenere presenti per la formazione di un governo) facevo notare come, dal mio punto di vista (e quindi limitato quanto si vuole, ma legittimo come qualsiasi altro punto di vista), si dovessero tenere presenti principalmente alcuni fattori e ne avevo elencati tre, ma dandone altri per scontati, e forse non avrei dovuto.
Quindi oggi potrei dire, rettificando parzialmente, aggiornando o per meglio dire integrando, allo scopo di essere maggiormente esaustivo che di fattori particolarmente significativi da tenere presenti, dopo il risultato elettorale se ne potrebbero annoverare pertanto tre o quattro e sono: a) la sostanziale vittoria della coalizione di centro-sinistra ( di cui sappiamo a chi va il merito; b) l'affermazione del movimento cinque stelle ( prima forza politica in Italia); c) il no all'austerità; d) la sostanziale sconfitta dei 'tecnici'.
Anche adesso che è stato confermato il Capo dello Stato, e non sussiste lo stato di incertezza dovuta all'incognita della successione, questi fattori non hanno perso la loro veridicità e la loro rilevanza, e non dovrebbero essere ignorati nella formazione di un governo. Sarebbe come ignorare la voce del popolo sovrano!
Oltretutto, per fornire un quadro ancor più esaustivo, bisogna integrare questi dati con altri dati ancora, possibilmente, ed in particolare a mio avviso con uno che appare molto significativo.
Bisogna considerare infatti che mentre PD e PDL hanno comunque giocato una partita di cui hanno potuto scrivere le regole, il movimento cinque stelle ha giocato una partita con regole scritte da altri, ha giocato cioè, in un certo senso, in trasferta una partita che gli altri hanno giocato in casa. Mi riferisco ovviamente alla legge elettorale. In altri termini il movimento cinque stelle è divenuto la prima forza politica del paese nonostante abbia giocato una partita con regole che non ha potuto scrivere e che invece sono state scritte dai suoi antagonisti politici i quali hanno disegnato le stesse regole presumibilmente, per così dire, a loro immagine e somiglianza, cioè a dire sulle proprie caratteristiche. Se, per esempio, la legge avesse previsto il premio di maggioranza non per la coalizione, ma per il singolo partito (o movimento) vincente, adesso avremmo una Camera dei deputati con una maggioranza assoluta a cinque stelle. E questo dovrebbe fare molto riflettere.
Nelle richieste di responsabilità spesse volte ascoltate, anche recentemente, immagino sia pacifico, far rientrare anche la responsabilità di assumere il più ampio numero possibile di elementi veridici sul dato elettorale, così come dovrebbe rientrarvi quella di accettarli di buon grado come tali il più obiettivamente possibile e questo ovviamente nel primario interesse dello Stato ed in ossequio al popolo sovrano.
E'un momento molto difficile obiettivamente parlando per il paese ed è chiaro che c'è una certa difficoltà da parte di molti, forse di tutti, a comprendere esattamente quello che stà accadendo.
La tensione è palpabile e molto alta ed avere una chiave di lettura potrebbe costituire un elemento molto utile per stemperarla. Per questo il nostro auspicio è che si tenga presente tutto questo e che si affrontino le nuove consultazioni senza schemi precostituiti, ma a partire da una situazione, diciamo così, di reset da un lato e di profonda rilettura del dato elettorale dall'altro.

Detto questo, credo che non siano in pochi quelli che probabilmente si stanno chiedendo se per caso non sia stato un errore quello di non aver appoggiato un eventuale governo di centro-sinistra da parte del movimento cinque stelle.
Capisco ovviamente i proclami in campagna elettorale, tutte quante le difficoltà del caso e personalmente le stavo analizzando, non senza qualche difficoltà, in un post che avrebbe dovuto essere publicato nel blog giorni addietro.
Il fatto che poi non sia stato pubblicato la dice lunga sulle difficoltà personali incontrate nella redazione dello stesso, e sugli scrupoli che mi sono fatto.
Sono stato molto indeciso infatti e poi ho lasciato perdere. Si sarebbe intitolato:
'Fare e pentere o starsi e pentersi?' La frase boccaccesca edulcorata dei significati connotativi  che il suo contesto gli conferirebbe, e reinterpretata inizialmente nel più denotativo e letterale dei significati, per poi traslarne il senso su un piano metaforico relativo all'attuale situazione politica, avrebbe dovuto suonare abbastanza eloquentemente così: il rischio che si correrebbe appoggiando un governo di centro-sinistra probabilmente non è dissimile ( se non addirittura inferiore ) da quello che si correrebbe non sostenendolo.
Tale che probabilmente il gioco vale la candela.
I motivi dell'indecisione erano scritti nel post stesso. Scrivevo per esempio:

'L'arrivo in parlamento del movimento cinque stelle rappresenta veramente per molti cittadini italiani non solo un elemento di novità ma anche e soprattutto un elemento di grande speranza.
E Dio solo sa cosa questa speranza rappresenti per tutte queste persone, un'autentica manna dal cielo. E' chiaro che le novità per loro natura presentano anche delle incognite e quindi non possiamo giudicare a priori ma possiamo solo aspettare e vedere che cosa succede nel corso della legislatura.
In ogni caso è un fenomeno da osservare con grande rispetto e con grande attenzione.
Ma proprio per la speranza che esso rappresenta, nessuno di coloro che si affidano a questa stessa speranza, immagino, vorranno mai incrinare, neanche lontanamente, il potenziale che esso sembra poter sprigionare, anche semplicemente in termini propositivi. 
Ed è per questo che, per un qualsiasi osservatore, diventa molto difficile in questo momento, e perfino imbarazzante, da un certo punto di vista, pensare di poter offrire anche soltanto degli  spunti di riflessione al movimento.
Da un lato può sembrare presuntuoso, dall'altro subentra un timore, quello di fare la cosa sbagliata, che trova una sua giustificazione nel momento in cui pare di assistere a qualcosa di più di un semplice tentativo di creare divisione all'interno dello stesso.
Perchè mai, infatti, sarebbe difficile offrire degli spunti di riflessione se non fosse per il fatto che si comincia ad avvertire la sensazione che un qualsiasi spunto di riflessione possa sortire l'effetto indesiderato di creare tensioni e divisioni?
E quali tecniche, per altro, abbia sviluppato l'eristica, cioè la famosa arte di ottenere ragione (termine che in questo caso uso estensivamente come simbolo di ogni tatticismo politico) anche per essere in grado di dividere, nel corso della storia della politica, non oso nemmeno immaginarlo.
Ma è logico supporre che queste tecniche probabilmente si siano sviluppate e affinate nel corso del tempo.
Per questo sembra trovare una sua giustificazione e una sua legittimazione un atteggiamento, per così dire, difensivo ( da parte del movimento) e trovo che anche questo atteggiamento debba essere rispettato.
Ma appare anche evidente che motivi per essere reticenti e indecisi rispetto alla pubblicazione di certi post ce ne sono eccome.'

Ecco in sostanza spiegato il motivo della mia reticenza che ha finito per indurmi a non pubblicarlo.
Ed aggiungevo ancora nello stesso:

'Oltretutto il movimento cinque stelle è nuovo all'esperienza parlamentare e quando una esperienza è completamente nuova ci sono sempre tante cose da assimilare e ci si può sentire disorientati, e i tempi di assimilazione rispetto alle novità possono essere anche estremamente soggettivi così da variare appunto da soggetto a soggetto, e così da creare una sorta di diacronia, ossia di assenza di sincronia, tra i vari componenti del gruppo, sì da dare l'impressione di un sensibile, ancorché temporaneo, scollamento, il che può rappresentare un qualche pericolo per chi cerca di fare leva proprio sulla coesione interna come elemento di forza.
E per trovare coesione interna si ricorre anche all'arma della coerenza, che in sé rappresenta certamente un valore e una qualità, in generale, e non un difetto ovviamente, e questo va riconosciuto. Ma dovremmo anche chiederci, ritengo, quasi con metodo e spirito strutturalista, se per caso non possa sussistere un livello di coerenza soggiacente o maggiore, in altri termini se non sia possibile essere coerenti ad un livello diverso, magari più profondo, il che potrebbe aprire a varie interpretazioni il significato del concetto di coerenza.
E' una questione difficile...'

E lo si può ribadire che è difficile!
E' chiaro che finché uno scrive pensa sempre di trovare il modo di pubblicare ciò che scrive, soprattutto nel proprio blog, altrimenti non scriverebbe, ma l'indecidione era reale e quindi ad un certo punto quando avevo la sensazione di poter vincere le varie reticenze mi ero spinto a dire:

'Forse, malgrado tutto, un tentativo di offrire spunti di riflessione potrebbe essere fatto dal momento che in fondo in fondo, comunque vadano le cose, è difficile pensare di poterle peggiorare soltanto per questo, visto anche che, qualsiasi sia lo spunto di riflessione, per non dire il suggerimento da offrire, il movimento sembra capacissimo di meditarlo a modo proprio di accettarlo o rifiutarlo senza problemi, nel reciproco rispetto delle parti.
Ma se andiamo a vedere quali sono le caratteristiche positive che il movimento cinque stelle ha saputo manifestare e che gli sono così connaturate e che, ancora, gli hanno permesso di distinguersi e di accattivarsi una vasta parte di consensi tra la popolazione italiana possiamo certamente annoverare tra queste la grande flessibilità e apertura al confronto, non solo tra gli iscritti, ma direi anche a persone esterne al movimento.
Questo è ciò che si è percepito dall'esterno.'

E dopo questo mi accingevo a dare una lettura del problema , quindi aggiungevo:

'E' così quindi che, come cittadino italiano ed europeo, e sotto l'invito della Costituzione della Repubblica Italiana, ma anche sotto l'invito di chi chiede partecipazione e concorso di idee, che mi accingo ancora una volta con serenità e pacatezza, pacificamente e democraticamente, rispettoso del movimento, delle altrui opinioni ma soprattutto di chi le esprime, ad avanzare qualche timido spunto di riflessione su una delle questioni che hanno tenuto banco subito dopo le recenti elezioni, quelle della formazione di un eventuale governo di centro-sinistra e dell'eventuale appoggio allo stesso da parte del movimento cinque stelle.'

Poi si entrava nel vivo del discorso:

'Ora, la scelta di non collaborare alla creazione o al sostegno di un governo definito 'dei partiti' da parte del movimento cinque stelle è una scelta che sembra a tutti gli effetti ragionata e non dettata da un generico odio o da un cieco punto di vista privo di argomentazioni, tale che nel momento in cui dovessero cadere le ragioni che la determinano, dovrebbe, almeno a livello teorico, rendersi possibile una qualche apertura.
A livello teorico...
E quali sono le ragioni che la determinano?
Su questo c'è una posizione abbastanza chiara e netta, direi, da parte del movimento cinque stelle.
Essi dicono sostanzialmente che non possono appoggiare un 'governo dei partiti' poichè sono gli stessi partiti ad aver portato l'Italia nelle attuali condizioni.
La domanda che segue è: e se ci fosse una qualche apertura da parte dei partiti a riconoscere o ad ammettere qualche responsabilità, per non dire qualche specifica colpa, nell'aver determinato scelte che magari si sono rivelate sbagliate?
'Sento che potrei essere tacciato facilmente di ingenuità, ma ci sono molte esperienze umane che ci dimostrano come dall'incontro di due mondi, di due piani o realtà, diciamo in generale di due essenti, nasca sovente una trasformazione per entrambi che, forse non sempre, ma spesso, rappresenta un miglioramento, una evoluzione.'

Oggi, diffidando chiunque dallo strumentalizzare queste idee per scopi per i quali non sono state pensate, potrei corroborare questa tesi integrando questo concetto col ricorso ad autorità del campo scientifico, particolarmente della ricerca psicologica della gestalt come per esempio F.Perls, R.F. Hefferline, P.Goodman, che ci spiegherebbero come dal conflitto, dalla diversità, spesso ci si muova verso una soluzione creativa ottimale. Essi ci potrebbero spiegare come in un rapporto creativo, per esempio tra persone, il punto di partenza per evitare un rapporto nevrotico è essenzialmente determinato dal contatto tra le persone stesse o, in altri termini dall'accettazione del gioco, non dalla diversità dei soggetti o delle proposte in campo. E che da questo contatto si potrebbe produrre collettivamente un risultato migliore di quello cui si potrebbe pervenire dalle singole idee di partenza. Fermo restando, questo lo aggiungo io e senza doppi sensi, che nell'ambito del possibile è possibile anche rifiutare il contatto, e che nell'ambito del diritto è un diritto poterlo rifiutare.
Sarebbe un discorso lungo da affrontare, ed io non voglio assolutizzare idee che necessiterebbero di essere approfondite attentamente, ma anche senza assolutismi, è facilmente intuibile che si danno numerosi casi in cui queste idee sembrano potersi applicare.
Così proseguivo:

'In ogni caso, chiunque ritenga di essere nel giusto dovrà pur tentare di spiegare agli altri la propria verità, e offrire ai propri potenziali interlocutori l'opportunità di aggiornare il proprio punto di vista col confronto delle idee.
Ma ritengo anche, che l'attuale posizione del movimento cinque stelle possa essere improntata ad una sorta di tattica politica a lungo termine, tattica probabilmente predeterminata, nel qual caso, molti dei discorsi precedentemente fatti perderebbero di consistenza.
Massimo del rispetto. Ma nel frattempo?
Esaminando la situazione anche da un punto di vista molto 'a cinque stelle', l'Italia, nel frattempo non sarà riconsegnata esattamente nelle mani  di coloro che il movimento stesso addita come i responsabili dell' attuale stato in cui versa il Paese?
E allora non sarebbe forse meglio tentare di cambiare il Paese fin da subito entrando in diaolgo,  (per aspro che possa essere) con la coalizione che ha vinto le elezioni (ma non in modo numericamente risolutivo) rischiando forse qualche cosa sì, ma rischiando anche di poter cambiare in meglio la stessa coalizione di centro-sinistra, e anche se stessi? chissà!'

E' veramente difficile. Forse i lettori capiranno i motivi della mia personale reticenza a pubblicare il post di cui questo rappresenta in qualche modo un' estensione e un aggiornamento.
La boccaccesca domanda quindi: "Fare e pentere o starsi e pentersi?" è una domanda che trova un suo senso, anche alla luce delle ultime vicende. Ma scrivevo ancora prima di quese ultime vicende a proposito di questa domanda:

'Non dubito, tuttavia, che mi si potrebbe rispondere che la domanda è mal posta dal momento che al "fare e pentere" non corrisponderebbe, di contro, in realtà, uno "starsi e pentersi" bensì uno "starsi e godersi" dove il godersi alluderebbe probabilmente al godersi lo spettaccolo delle alchimie politiche, dei giochi di equilibrismo, che si presumerebbero oltretutto non risolutivi per il Paese, visto e considerato che analoghe alchimie non hanno migliorato la situazione dello stesso e  che anzi i dati prodotti da queste sono stati tutti quanti in peggioramento, tranne il manipolabilissimo spread, sul quale si è investito molto in termini di manipolazione degli umori delle masse, anche con riferimento al recente passato.
In effetti quello che bisognerebbe tenere ben presente è che in un progetto a lunga scadenza, per buono che possa essere, si apre sempre e comunque l'incertezza di un periodo di transizione, periodo nel quale lo spettacolo potrebbe non essere del tutto divertente da osservare ma, al contrario, piuttosto bruttino, anche a causa degli ipotetici danni che vi si potrebbero fare.'
 

E questo alla luce degli ultimi eventi appunto, è esattamente quella sensazione che si va registrando.
E naturalmente nalla fattispecie, potrebbe rimutare il "godersi" in un più realistico e probabile "pentersi"! Non lo so esattamente.
Ma ripeto, non voglio fare torti a nessuno e ho solo spunti di riflessione da offrire e non verità assolute, e questa ovviamente è solo un'opinione, forse un po' artistica magari, chissà! Dopotutto è da un operatore artistico che è stata pensata...
Il fatto però è che si avverte la sensazione che si sia persa o si stia perdendo una grande occasione di avviare un percorso interessante sia per l'Italia e, con un po' di fortuna, per l'Europa e l'opportunità di cominciare a fare del bene al Paese fin da subito.
Il movimento ha dimostrato una grande capacità di sapersi gestire, affermare e perfino imporre, è capace di reggersi sulle proprie gambe (che sono quelle che si è costruito da sé) e pertanto sento personalmente di dovergli il massimo del rispetto in qualsiasi caso e a prescindere da qualsiasi linea di condotta e decisione voglia o possa mantanere o intraprendere.
In ogni caso, comunque la si pensi, chiunque abbia auspicato, a torto o a ragione, ad un eventuale governo congiunto centro-sinistra/movimento cinque stelle, per eretica che possa essere sembrata questa opinione, ha pensato obiettivamente parlando a quello che sarebbe stato, e che non escludo a priori possa ancora essere, il governo maggiormente somigliante al Paese, certamente quello maggiormente somigliante e rispondente al dato elettorale.

giovedì 11 aprile 2013

Della crisi

Con l'ultimo post che richiamava evidentemente (almeno per chi conosce questo modesto blog), i post intitolati 'Il grande problema culturale', abbiamo cercato di evidenziare quanto fosse opportuno inquadrare l'attuale fase storica, contraddistinta da una situazione di crisi generalizzata, non solo come una crisi economica o economico-finanziaria, bensì come una crisi culturale.
Ed abbiamo per questo elencato almeno alcuni di quelli che ci sono sembrati elementi utili per favorire questo riconoscimento e questa presa di posizione, senza tralasciare, per altro, una doverosa sottolineatura, almeno dal nostro punto di vista, cioè che l'inquadramento dell'attuale crisi come crisi culturale, costituirebbe un salto di qualità nell'approcciarsi alla stessa.
E se è vero poi, che l'ottica proposta è quella giusta allora questo dovrebbe costituire un'approssimarsi alla soluzione.
E' altresì doveroso puntualizzare, però, che approssimarsi alla soluzione non significa necessariamente che siamo vicini alla soluzione (cosa di cui saremmo felici!) ma significa piuttosto, e più realisticamente, che nell'avvicinamento processuale alla possibile soluzione è stato compiuto un passo nella direzione giusta, almeno si spera, il che non sarebbe poco.
Abbiamo poi accennato al fatto che un ulteriore elemento utile ad inquadrare questa crisi sotto il profilo di una crisi culturale, elemento che si andrebbe a sommare agli altri, è dato dal fatto che sempre si inquadra come problema culturale quello della perdita di un bagaglio culturale, rimanendo tuttavia nel vago a questo proposito e rimandando a questo post ogni ulteriore specificazione in merito.
E dunque, a che cosa alludevamo quando dicevamo perdita di un bagaglio culturale?
La perdita di un bagaglio culturale è qualcosa di difficile da definire. E questa difficoltà è soltanto una delle difficoltà che incontreremo nel redigere questo post, che, per la natura dell'argomento, presenta una moltitudine di sfaccettature e di conseguenti asperità che potrebbero rischiare di renderlo poco intellegibile, cosa che ci dispiacerebbe alquanto. Ma riprendiamo.
Tutti quanti abbiamo approssimativamente ed intuitivamente una qualche percezione di ciò che significhi  l'espressione 'smarrimento di un bagaglio culturale'.
Tuttavia, ai fini di una corretta impostazione del nostro discorso, probabilmente non sarà inutile spendere in proposito qualche parola chiarificatrice. Diciamo che si tratta, in generale, dello smarrimento di un certo numero di nozioni o conoscenze (poche o molte che siano) relative ai più disparati ambiti dello scibile umano, o quantomeno ad un affievolimento della loro presa sulla realtà.
Questo eventuale smarrimento è esattamente ciò che costituisce l'oggetto della nostra indagine, alla quale siamo spinti da una impressione naturalmente, l'impressione che un qualche bagaglio culturale o valore o conoscienza possa essersi effettivamente smarrito, sì da giustificare tutta una serie di effetti, tra i quali possiamo annoverare sintomaticamente l'inversione di certi valori.
Ad esempio una sorta di idolatria dei 'mercati' tale da far perdere di vista il fatto che i mercati sono stati fatti per l'uomo e non l'uomo per i mercati.
Non è facile neanche capire che cosa si debba intendere esattamente con smarrimento.
Nel senso che tutto un sistema di valori e di nozioni ritenute importanti possono vivere nella coscienza delle persone, e tradursi in azioni concrete e così discendere in qualche modo direttamente nella stessa società, per vivervi e trasmettersi a loro volta, anche piuttosto spontaneamente, se non addirittura meccanicamente, il che qualche volta coincide con inconsapevolmente.
Oppure possono essere, diciamo così, archiviate in un libro, in un computer, nella mente di una o molte persone, o anche in luoghi appartati o nascosti.
Esse possono vivere in contesti ristretti oppure in contesti più ampi.
Che cosa significa quindi smarrimento di un bagaglio culturale?
Per comprendere bene questo concetto bisogna pensare che la perdita di un certo bagaglio culturale sussiste relativamente al fatto che la si può misurare sulla scorta di un paragone, paragonando cioè un certa situazione nella quale questo stesso bagaglio culturale sembra sussistere ed incidere sensibilmente nella realtà concreta, ad un'altra situazione in cui invece pare non sussistere e non incidere più, così da appurarne una qualche differenza.
Cioè a dire che questo smarrimento o questo affievolimento si riferisce alla diminuzione della sua capacità di incidere nella società rispetto alle sue potenzialità o ad un' ideale situazione, o ancora, ad una diminuzione della capacità di incidere rispetto ad una situazione precedente.
Ma cosa pensiamo si sia smarrito esattamente, a cosa ci riferiamo?
Nella fattispecie ci riferiamo alla constatazione del fatto che sembra si sia smarrito quello che avrebbe dovuto essere un bagaglio culturale tipicamente europeo, dato in un certo qual modo per acquisito e che invece probabilmente acquisito, a quanto pare, non è, almeno in certi contesti.
Posto che è sempre difficile acquisire in toto una certa conoscienza o sistema di valori, la quale realisticamente mostrerà quasi sempre delle lacune, indipendentemente dal periodo di maggiore ominore incidenza, nel quale la si esamini, dobbiamo constatare però che talvolta questa stessa conoscienza può apparire abbastanza organica e diffusa.
Altre volte invece si possono evidenziare delle lacune appunto, e, sia detto per inciso, questo è un fatto abbastanza naturale, che non sorprende più di tanto.
Talvolta però le lacune appaiono assai più vistose che in altri periodi talmenteché questa assenza si fa notare in modo particolare, e soprattutto quando coincide con l'assenza di ciò che potrebbe mostrarsi particolarmente efficace a dirimere una certa inestricabile situazione, magari quella attuale.
Si tratta di quel bagaglio culturale che si struttura sulla tradizione culturale cristiana, tradizione tipicamente europea. A cosa si debba imputare la responsabilità di questo eventuale smarrimento sarebbe lungo e complesso da spiegare. Le ragioni potrebbero essere molte.
Certo è che molti errori sono stati fatti nel nome e per conto della religione purtroppo e questo ha spinto molti su posizioni che sarebbe eufemistico definire critiche nei confronti delle religioni stesse in generale.
Questi errori hanno finito per far arroccare molti su posizioni abbastanza pregiudiziali, il che può essere comprensibile da un certo punto di vista e tuttavia rappresentare la perdita di una opportunità.
Apro qui una piccola parentesi solo per dire che spero, innanzitutto, che nessun credente si scandalizzi di fronte all'espressione 'errori commessi nel nome e per conto della religione' se è vero come è vero che, per esempio, lo stesso papa Giovanni Paolo II, ha chiesto sette volte scusa per gli errori della Chiesa Cattolica.
Non è difficile capire che l'argomento si presenta piuttosto spinoso a questo punto, ed è anche per questo che speriamo in un supplemento di comprensione e di pazienza.
Ma riprendiamo. Non ignoriamo il fatto che l'asserzione secondo la quale si è smarrito un certo bagaglio culturale di origine cristiana possa suscitare reazioni stizzite ed aprire diatribe piuttosto lunghe e difficili da dirimere, né ignoriamo il fatto che questa stessa asserzione potrebbe eccitare gli animi di quanti si dichiarano orgogliosamente, ciò nondimeno legittimamente, atei, agnostici, non credenti, e quant'altro ancora, tendendo ad avere una istintiva reazione di repulsione appunto nei confronti della religione e di ciò che gli è legato, in senso lato, e forse per qualche religione in particolare, e questo anche per le ragioni appena esposte.
Ci sono poi coloro che sono e si dichiarano apertamente contro la religione, con grande onestà intellettuale, per ragioni ideologiche, il che è legittimo naturalmente. 
Ma riteniamo possibile e speriamo, tuttavia che, anche coloro che si dichiarano apertamente tali (e soprattutto proprio coloro che si dichiarano convintamente tali), sappiano senza dubbio essere così intellettualmente onesti da riconoscere che nella storia della propria nazione ( e mi riferisco particolarmente alle nazioni europee), il cristianesimo ed in generale tutta quella cultura che si è sviluppata dal cristianesimo, abbia inciso in modo determinante, per non dire preponderante, nella società. Qui non si tratta, nella fattispecie, di dichiararsi pro o contro una data religione o un dato sistema di valori, ma semplicemente di convenire sul fatto che, per la storia (per esempio della nostra Italia), è stato così.
Si tratta cioè semplicemente di riconoscere un dato di fatto storico.
Diciamo questo perchè ci sembra importante cercare di far vincere certe reticenze da parte anche di coloro che si dimostrano più critici nei confronti delle stesse religioni.
Tutti questi discorsi ci spingono istintivamente anche a rievocare tutta una serie di questioni ad essi legate.
Si aprirebbe qui, per esempio, la questione della laicità dello Stato, che sarebbe molto complessa e difficile, anche questa da esaminare nella sua interezza.
La questione della laicità, infatti, si apre a varie interpretazioni e non è priva di asperità, anche per il persistere di una certa ambiguità di fondo, la quale appare soprattutto dal confronto dei significati tra termini 'laico' e 'laicizzazione', per esempio.
Ci limiteremo quindi ad alcuni accenni, riconoscendo la difficoltà di dirimere una questione così complessa in uno spazio, questo,  che non può esseregli dedicato specificamente.
Vorremmo porre l'accento, per esempio sul fatto che laicità non può coincidere per certi aspetti con a-religiosità, poichè non può sussistere uno stato che si definisca laico e che al contempo non consenta la libertà di religione. Dovendo questi due aspetti convivere in una stessa realtà ne consegue che l'uno non può scalzare l'altro altrimenti in entrambi i casi sussisterebbe una perdita di civiltà che è esattamente ciò che non dovrebbe avvenire. E la laicità se è un valore non può coincidere con una perdita di civiltà. Ne deriva che  il valore veramente importante dalla laicità, e sul quale generalmente sussiste una certa condivisione, consiste in un pari rispetto per tutti, cioè nell'equidistanza che essa ha nei confronti delle varie posizioni in campo (dove per campo si intende esattamente la società reale nei suoi diversi aspetti e nei suoi disparati livelli anche istituzionali), sia che esse si identifichino con posizioni religiose, sia che esse si identifichino con posizioni non religiose, atee, agnostiche ecc.
Potremmo riassumere così: Equidistanza e rispetto, non privazione, non negazione!
Soprattutto non privazione di valori o di elementi di civiltà né tantomeno di diritti ovviamente.
Quale laicità sarebbe, infatti, una laicità senza diritti?
L'Unione europea è improntata sulla laicità, ma consente la libertà di religione. In questo c'è una totale coincidenza con i valori espressi dalla Costituzione Italiana.
In ogni caso, come abbiamo per altro già accennato, non si può misconoscere la propria storia e la propria cultura che è stata anche cultura religiosa e prevalentemente, ma non solo, cultura religiosa cristiana.
Nella storia d'Italia per esempio ad un certo punto vengono ad incontrarsi varie forme di cultura di diversa provenienza, cioè quella greco-romana e quella giudaico-cristiana e medio orientale.
Ma la cultura cristiana è quella che dall'editto di Costantino (313 d.C.) in poi, ha lasciato la sua impronta in modo determinante. E questi aspetti fanno parte della storia ed è certo che comunque la si pensi e a qualsiasi credo si appartenga questo dato di fatto verrà certamentre riconosciuto.
Per questo, dal momento per altro che tra le libertà fondamentali tutti quanti riconosciamo anche quella di religione, non credo che ci si possa o ci si debba scandalizzare se asseriamo che per capire questa crisi è possibile servirsi come elementi di illuminazione anche di concetti che derivano dalla cultura religiosa e magari in particolare dalla cultura religiosa cristiana o da certi suoi aspetti particolari. Sarebbe inutile e superficiale, per non dire effettivamente dannoso, ignorarle solon per una qualche presa di posizione pregiudizialmente acquisita, magari sulla scorta di una e una sola interpretazione tra le varie possibili inerenti la laicità dello stato.
Nell'ambito del possibile è poi possibile leggere laicamente una frase o un concetto religioso, ed è altresì possibile leggere religiosamente una frase laica o improntata al laicismo.
Se tuttavia, nonostante ogni sforzo o tentativo di dirimere la questione dei rapporti e della convivenza tra credenti e non credenti, ancora un qualche scetticismo dovesse apparire in coloro che si dichiarano non credenti, nell'accettare una frase del vangelo come fondamento e paradigma principale di una impostazione fattiva sull'attuale realtà, anche economica, la cosa sembrerebbe comunque abbastanza naturale e accettabile. Mentre questo scetticismo o qualsiasi altra forma di reticenza sembrerebbe assolutamente inspiegabile in coloro che si riconoscessero nel cristianesimo (e sono in molti stando alle dichiarazioni) ed in quelli che sono i movimenti democratici che si ispirano ad esso, e che forse subiscono una qualche forma di influenza esterna, magari senza esserne perfettamente consapevoli, sì da perdere di vista certi valori e addirittura invertirli.
Per cui riteniamo che sia realisticamente possibile riportare alcuni valori, all'attenzione di tutti, ma soprattutto di coloro che si riconoscono nel cristianesimo e che potrebbero assimilare per questa ragione prima e meglio di altri certi concetti e le eventuali loro applicazioni e portare frutti da questa operazione.
Ancora oggi, molti cittadini italiani ed europei si riconoscono nella religione cristiana e per questo spero che non cada nel vuoto l'appello a ricorrere a paradigmi che derivino anche dalla propria fede.
Quindi speriamo che possa essere di un qualche aiuto uno dei paradigmi fondamentali che possiamo estrapolare dallo stesso Vangelo, e che crediamo appunto sia stato lasciato nel dimenticatoio o leggermente smarrito. Un paradigma che ci viene proposto proprio da Cristo stesso in un passo molto interessante del Vangelo di Marco.
Chi è credente può meditarci sopra e, naturalmente, anche chi non lo è. Va da sé che chi è credente ha un numero maggiore di ragioni per meditarla e farla propria, non ultima una ragione di fede, ma la frase può essere letta, compresa e fatta propria anche da chi credente non è.
Rileggiamo dunque Marco cap. 2, versetti 27 e 28:

"E diceva loro: <<Il sabato è stato fatto per l'uomo e non l'uomo per il sabato! Perciò il Figlio dell'uomo è signore anche del sabato>>."

Con questa frase, di cui abbiamo, per altro, già trattato qualche tempo fa, Gesù, ci fa capire qual'è l'esatto valore degli elementi in campo, cioè cosa è più importante e cosa lo è meno, cosa viene prima e cosa dopo, cosa dobbiamo anteporre e cosa dobbiamo posporre e ancora cosa è stato fatto e in funzione di chi.
Per il Cristo non sussiste dubbio alcuno al riguardo, l'uomo viene prima! E' più importante del sabato!
E questo, per altro coincide pienamente col valore che la cultura ebraica affida al giubileo anno speciale nel quale tutti i debiti venivano rimessi ai propri debitori, proprio per dimostrare la scala dei valori in campo per la quale l'uomo viene prima del denaro.
Per cui mi chiedo: quale dovrebbe essere la posizione del credente cattolico ( ma anche più in generale cristiano, direi) rispetto ad un eventuale dibattito sul problema culturale attuale, che si incentri su di un'analisi da cui si evince che vengono ribaltati tutta una serie di valori in campo?
Questa frase evangelica ha un peso specifico notevole e dovrebbe altresì costituire un riferimento imprescindibile per un cristiano.
Da questa frase paradigmatica si dovrebberro trarre tutti gli elementi indispensabili per riordinare tutti questi valori la cui inversione costituisce esattamente l'aspetto caratterizzante, il dato caratteristico della nostra società.
Prendiamo per esempio i 'mercati' e chiediamoci ancora:

Ma è l'uomo che è stato fatto per i mercati o sono i mercati che sono stati fatti per l'uomo?

Noi  crediamo che il cattolico dovrebbe sottoscrivere ed avallare il concetto che 'i mercati sono fatti per l'uomo e non viceversa'. E questo dovrebbe avvenire in conformità con la frase evangelica citata.
Dobbiamo , tra l'altro ricordare agli eventuali gentili lettori che in questa frase evangelica Gesù si presenta come il 'Legislatore' come colui cioè che 'è signore anche del sabato'. E allora a questo punto dobbiamo dire che se è proprio il 'Legislatore', se è proprio il 'Signore del sabato' a stabilire che l'uomo viene prima del sabato, e quindi sotto un certo profilo, della stessa legge ( poiché è chiaro che 'sabato' può essere visto come metafora di 'legge' essendo il 'sabato' istituito dalla legge) non dovremmo avere alcun dubbio al riguardo, proprio come non ne ha avuti Lui. La frase dunque ne richiamerebbe un'altra simile a quella e forse maggiormente incisiva:

Non è l'uomo che è stato fatto per la legge, ma è la legge che è stata fatta per l'uomo!
Ecco quali valori per esempio sembrano essere avulsi attualmente dalla nostra società in generale, sì da contribuire al caos generalizzato e all'intorbidimento delle acque; solo un esempio delle conseguenze che una simile privazione può portare.
E se è vero che questo concetto non vive attualmente nella nostra società allora è vero che c'è stato uno smarrimento culturale, e quindi ancora, se c'è stato uno smarrimento culturale anche questo contribuisce ad inquadrare l'attule crisi come una crisi culturale.
E se questo piccolo blog può avere una qualche funzione nel segnalarlo e nel rinvigorire certe idee e certi propositi o semplicemente aiutare a ricordare o a riconoscere come potenzialmente utile, come punto di riferimento, come paradigma, una certa frase del Vangelo, per osteggiata che possa essere, una frase che sembra particolarmente utile a questo scopo, perchè non svolgerlo questo ruolo?!
E visto e considerato anche che la crisi, per altro viene assumendo toni assai drammatici, come si evince dalle cronache anche di questi giorni, allora ben venga anche questo piccolo contributo.
Come già detto anche altrove, è sempre un nostro privilegio e un nostro onore quello di sapere che certi nostri spunti di riflessione sono presi in considerazione, letti e approfonditi.
E sembra proprio che costituirebbe un consistente recupero anche soltanto quello di fare propria la frase evangelica sopracitata, o quantomeno di leggerla o rileggerla e meditarla o rimeditarla.
Rimeditare questa frase potrebbe essere molto utile. E quando diciamo molto utile intendiamo dire molto utile per tutti!

venerdì 5 aprile 2013

Della crisi

I problemi che l'Italia sta vivendo oggi potrebbero essere la risultante di una impostazione sbagliata di partenza circa la costruzione dell'Ue. Sappiamo bene infatti che l'Ue ha preso le mosse dalla Cee, Comunità Economica Europea. Ora, si possono avere varie opinioni al riguardo e pensare che questo sia un bene, o pensare che questo sia un male, a seconda dei punti di vista, tutti rispettabilissimi naturalmente, ma su una cosa dovremmo essere tutti quanti d'accordo.
Al di là di ogni connotazione con la quale ciascuno è libero di colorare la propria impressione soggettiva, una lettura essenzialmente denotativa di questo punto di partenza dovrebbe mettere in luce che si è trattato di una partenza di carattere espressamente ed essenzialmente economico e che questa stessa partenza ha finito per condizionare nel bene o nel male, tutte le scelte successive, ha finito per costituire, per così dire, un fattore modellante, un fattore modellante che si è imposto a discapito di altri, che forse sarebbero stati maggiormente appropriati.
Se di errore si è trattato quindi, questo errore si inquadra come errore esiziale, cioè come grave errore di partenza, di impostazione; un errore iniziale, con tutto ciò che ne deriva.
Il fatto è che si ha l'impressio che tutto abbia finito per modellarsi su questioni di carattere economico e che un minore rilievo abbiano avuto invece le questioni di carattere prettamente politico e culturale nonché sociale.
Non che siano state ignorate del tutto questo sarebbe falso e ingiusto asserirlo, ma probabilmente hanno avuto soltanto un ruolo marginale nel modellare l'Ue, esse hanno avuto un ruolo, diciamo così, di riempitivo, o hanno finito per adagiarsi semplicemente su ciò che era già precedentemente impostato.
Ed invece avrebbero dovuto avere, a nostro giudizio, un ruolo ben maggiore.
Sappiamo bene come l'economia possa influenzare la politica, nessuno ormai lo ignora. Ed è appunto sui rapporti e le relazioni tra finanza e politica che possiamo individuare uno dei gangli fondamentali di questa crisi.
Così oggi avvertiamo, per esempio, la presenza di un grande problema culturale, perchè è un problema culturale quello di dirimere la matassa di questo intreccio, dalla quale deriva, probabilmente, anche una sorta di inversione dei valori, come per esempio quella di mettere i mercati al di sopra di coloro per i quali i mercati sono stati pensati, cioè l'uomo, gli esseri umani.
E se ciò avviene  lo si deve probabilmente, in parte, anche a questo errore esiziale.
I problemi di oggi potrebbero benissimo essere la risultante, anche di questo tipo di impostazione che ha privilegiato il fattore economico a discapito di quello politico e culturale.
In altri termini possiamo dire (come si sente dire con maggior insistenza anche altrove,  per fortuna) che i nodi stanno venendo semplicemente al pettine, ma questi nodi sono stati creati nel passato, da scelte probabilmente sbagliate, o unilaterali, fortemente condizionanti, ma sempre e comunque insufficenti da sole ad affrontare un discorso così complesso e difficile come quello di creare una Unione Europea, che è una impresa piuttosto difficile se si valuta la piena accezione del termine 'unione' nel suo più alto valore e significato.
Come affrontare la crisi quindi?
Intanto crediamo che per affrontare questa crisi sarebbe opportuno inquadrarla nel modo più giusto possibile, sarebbe opportuno cioè inquadrarla nella più ampia cornice di una crisi culturale e non semplicemente di una crisi economica.
Questo costituirebbe a nostro avviso un salto di qualità nell'esame della situazione. Infatti è essenzialmente un problema culturale quello di riuscire ad invertire l'ordine dei valori, per riportarli ad una corretta impostazione. Quello che la cultura avrebbe il compito di fare oggi, per esempio, è ristabilire il primato della politica sull'economia.
Ora, abbiamo detto poc'anzi che la finanza influenza la politica, e che questo nessuno lo ignora oramai, e che sussistono tra finanza e politica degli intrecci spesso inestricabili e degli sconfinamenti che inquinano, per così dire, le acque, così da rendere difficile una chiara visione delle cose. Per questo, ci sentiamo di suggerire che forse un primo passo dovrebbe consistere nel cercare di tornare a demarcare anche da un punto di vista espressamente concettuale i confini dell'una e quelli dell'altra per avere un criterio discriminante che favorisca la lettura dell'attuale complessa realtà, anche del loro intreccio.
Se pensiamo alla finanza come al motore di una vettura e alla politica come all'autista, per esempio, questo ci offre il destro sia di intravedere la stretta relazione che sussiste tra le due parti in causa, sia il diverso ruolo che queste due stesse parti hanno nella loro relazione, e ci sembra per altro che esse siano inquadrate in questo caso sotto una luce decisamente rispondente al vero.
Forse potrebbe essere utile un altro paragone. Proviamo a considerare la finanza come i muscoli e la politica come la mente di uno stesso organismo.
Questo paragone è forse ancor più calzante. Infatti ci si rende subito conto che non possiamo far decidere ai muscoli quello che deve essere deciso dalla mente, né possiamo affidare alla mente il compito che deve essere svolto dai muscoli. Ognuno deve svolgere il proprio ruolo nei limiti del possibile.
Può capitare che muscoli e mente svolgano l'uno il compito dell'altro. Se questo avviene saltuariamente o occasionalmente poco male, ma se questo diventa la regola alla fine il livello di disarmonia che questo comporta rischia di compromettere seriamente l'andamento delle cose e si creano le premesse di un disarmonico sviluppo della situazione, che è un po' quello che sta avvenendo, a nostro avviso, in Europa e forse nel mondo.
Invece quello che l'Unione Europea dovrebbe cercare di fare è proprio di svilupparsi armonicamente, quanto meno, il più armonicamente possibile . Ma non può sussistere sviluppo armonico là dove non c'è relazione e ascolto tra le parti e questo è per l'appunto un altro dei problemi,  già segnalato da tempo, di cui soffre l'Europa, ma che ancora forse non viene preso abbastanza sul serio purtroppo. E naturalmente questa sottovalutazione del problema del dialogo tra le parti e dell'ascolto reciproco è un motivo di grande dispiacere, perchè basterebbe poco per vincere le reticenze e aprirsi all'ascolto, spesso  un semplice atto di volontà. Ci dispiace constatare che questa volontà invece non traspare.
Ogni volta che un cittadino cerca di portare una domanda o una richiesta e non viene ascoltato, è una occasione sprecata per migliorare e migliorarsi.
Sarebbe un nostro privilegio e un nostro onore sapere che questi pochi spunti di riflessione inerenti la crisi, venissero presi in considerazione, valutati, discussi, e approfonditi.
C'è ancora un altra questione che contribuisce ad inquadrare l'attuale crisi come crisi culturale ed è relativo al fatto che è sempre un problema culturale quello della perdita di un bagaglio culturale. Sì perchè c'è una certa impressione che si sta diffondendo ed è inerente al fatto che sembra si sia smarrito un certo bagaglio culturale. E' una impressione e non una certezza, e tuttavia la questione merita veramente di essere affrontata e approfondita.
Ma quale sia questo bagaglio culturale e che ruolo abbia o possa avere, lo vedremo nel prossimo post.

martedì 19 marzo 2013

Cose che un governo dovrebbe tenere presente

Sulla formazione del nuovo governo le opinioni ovviamente si sprecano, e c'è chi lo ritiene addirittura superfluo. Si sente dire un po' di tutto a tale proposito e questo, comunque sia, è un sintomo di vivacità che dovrebbe essere preso positivamente a prescindere da quelle che sono le proprie opinioni personali.
Nel vivace e variegato calderone delle teorie e delle ipotesi, comunque, quello che  sembra importante da rimarcare è una opinione in particolare a mio parere, quella secondo la quale sarebbe importante, per non dire indispensabile, concentrare l'attenzione sul dato elettorale nel tentativo di estrapolarne il significato maggiormente rilevante, quello più significativo rispetto a tutti gli altri, e questo indipendentemente da una semplice analisi numerica.
Ma qual'è questo dato essenziale, questo significato maggiormente rilevante? La domanda è pertinente poichè è proprio su questo che ci si può dividere ed ognuno naturalmente potrebbe esprimere legittimamente la propria opinione che potrebbe essere anche molto distante da altre interpretazioni altrettanto legittime.
Senza avere la pretesa di esprimere un giudizio assolutistico, la mia opinione è che vi siano almeno tre fattori piuttosto evidenti che sono emersi delle recenti elezioni politiche e che visti simultaneamente ancorchè singolarmente dovrebbero portare ad una conclusione abbastanza incontrovertibile.
Quali sono questi dati, ma soprattutto qual'è questa conclusione piuttosto incontrovertibile?
I dati essenziali sono l'affermazione del movimento cinque stelle, la sostanziale sconfitta elettorale dei 'tecnici' e, non ultimo per importanza, il recupero del Popolo delle Libertà durante la campagna elettorale dello svantaggio rispetto al diretto storico antagonista. Questo ultimo dato necessita di un breve approfondimento.
A che cosa è dovuto, infatti, il recupoero in questione?
Dal mio punto di vista, sul quale non dubito che possano esservi anche pareri discordanti, il recupero in termini statistici del Popolo delle Libertà durante la campagna elettorale è stato determinato in modo rilevante dall'aver proposto l'abolizione dell'IMU.
Ora, comunque lo si voglia leggere, questo dato ha un significato piuttosto evidente, cioè indica in modo palese, anche se magari indirettamente, un chiarissimo no all'austerità!
Che poi l'austerità sia determinata prevalentemente da altri fattori, che non la stessa IMU ( vedi Fiscal Compact e tratato ESM), e su altri fronti ( vedi quello dell'Unione Europea) è senz'altro vero e che poco o niente sia stato detto a tale proposito in campagna elettorale in modo da renderne edotta la popolazione lo è altrettanto, ma quello che ci preme sottolineare in questa sede è che, comunque sia stato il livello di informazione della popolazione in merito a questi argomenti, questa presa di posizione sull'IMO, che ha determinato il recupero di cui abbiamo detto, per quanto istintiva sia, e l'analisi di questo dato per semplicistica che possa sembrare, indicano veramente in modo inequivocabile, lo ribadiamo, un chiarissimo NO all'austerità!
Anche l'argomento austerità necessiterebbe di essere approfondito, perchè può dare luogo a vari fraintendimenti e prestare il fianco ad alcune critiche facilmente strumentalizzabili, e la questione meriterebbe di essere trattata a parte, ma non possiamo affrontare l'argomento in questo spazio perchè ci porterebbe troppo lontano in questo momento dagli argomenti che qui ci premono in particolare.
Vogliamo invece sottolineare che, se uniamo questo dato a quello degli altri due dati sopra elencati ( affermazione del movimento cinque stelle, e sostanziale sconfitta elettorale dei 'tecnici') ne esce un quadro piuttosto unitario e chiarissimo sul quale impostare la lettura della volontà popolare italiana espressa nelle ultime elezioni politiche.
Il popolo italiano, in altri termini, si è espresso chiaramente contro l'austerità che, per altro stà mettendo realmente in ginocchio il Paese, per non dire l'Europa intera!
Quello che quindi sembra importante sottolineare principalmente e cha rappresenta il nostro auspicio è che il governo che dovrà nascere, tenga ben presente questo dato che è emerso con tanta evidenza e ne faccia un punto di riflessione imprescindibile.
Sarebbe un gravissimo errore quello di ignorare la volontà popolare italiana che si è così chiaramente espressa.
Anche nel recente passato, anche attraverso questo modesto blog, ci siamo già premurati con autentica preoccupazione di indicare quanto fosse sbagliato mostrarsi indifferenti alle richieste che da tanta parte della società civile si stavano levando, spesso con toni drammatici, e che era in corso un vero e proprio scollamento tra il mondo della politica e quello della platea elettore e in generale della società civile, del popolo sovrano.
I risultati elettorali hanno da un lato mostrato che questo era vero, e dall'altro lato portato in parlamento forze fresche assolutamente nuove.
Le elezioni hanno avuto quindi il pregio di aver ricucito, almeno parzialmente lo strappo, ma le tensioni paiono ancora molte e i problemi aspri e difficili.
Speriamo quindi che questa semplice richiesta di ascolto del popolo non cada nel vuoto e che ci si adoperi effettivamente con coscenza a rivedere ciò che nel recente passato e anche nell'ultima legislatura ha finito per costituire, magari senza intenzioni, un elemento involutivo della nostra società e della nostra Democrazia.
Se c'è la volontà di capire il momento storico, l'importanza della battaglia Democratica in corso, se verranno affrontati i problemi senza posizioni pregiudiziali di partenza, ed armati anche della sola volontà di analizzare, di capire e conseguentemente di ovviare ai vari problemi di cui soffre  il Paese, anche facendo eventualmente marcia indietro rispetto a soluzioni che, apparse positive in un primo momento, in realtà di fronte ad una analisi obiettiva si sono dimostrate in un secondo momento dannose, un governo, pur con le già evidenziate difficoltà specifiche del caso, potrebbe probabilmente nascere sotto buoni auspici.

domenica 3 marzo 2013

Dopo le elezioni

Dopo il risultato delle urne il dato più significativo che emerge e si impone in tutta la sua limpida evidenza è l'affermazione di forze fresche, totalmente nuove in Parlamento, come avevamo per altro auspicato ancorchè ipotizzato, anche senza una particolarmente sviluppata lungimiranza.
Questo dato spinge molti ad una attenta riflessione e questa è una delle conseguenze certamente positive.
E' evidente, per esempio, che è in atto un tentativo più o meno concreto da parte dei partiti tradizionali di comprendere la realtà che si è manifestata con le recentissime elezioni politiche. 
Per qualcuno più distratto degli altri questa realtà si è come materializzata davanti agli occhi abbastanza improvvisamente. E' probabile, infatti che, a coloro non particolarmente inclini a frequentare la rete internet, questa realtà elettorale sia apparsa in tutta la sua schiettezza ed evidenza in modo piuttosto brusco.
Ma gli elementi, anche al di fuori del mondo del web, per rendersi conto del cambiamento in atto c'erano tutti. L'importante dato storico delle elezioni amministrative del 2012, per esempio era stato un segnale piuttosto chiaro a questo proposito, e non era certo un segnale da potersi cogliere nel solo mondo della rete.
Per tutti coloro che auspicavano l'ingresso di forze fresche in Parlamento è un momento decisamente positivo, quasi elettrizzante e naturalmente va da sé che tutto questo rappresenti un' occasione unica per queste stesse forze di fare valere la propria presenza, il proprio pensiero e le proprie idee e deve essere riconosciuto come un grande risultato.
Ma credo che in questo momento ci voglia un vero e autentico rispetto per tutti coloro che hanno oggettive difficoltà a comprendere la reale portata e l'esatto significato dell'affermazione del movimento 5 stelle per esempio e, in generale, il significato dell'attuale assetto del Parlamento.
Comprensione è una parola di uso comune e non c'è alcun dubbio che tutti quanti sappiamo dare il giusto valore e la giusta interpretazione a questo vocabolo. Ma dobbiamo riconoscere che comprendere con esattezza un qualsiasi fenomeno della realtà, grande o piccolo che sia, è cosa assai più complessa e difficile.
L'esattezza è pur sempre l'esattezza e, nella maggior parte dei casi, viene istintivamente associata ad un giudizio per così dire perfetto e, di conseguenza, alla stessa perfezione, cosa di cui l'uomo, si dice, è sprovvisto. Si dice anche,infatti, con espressione popolare assai diffusa, che nessuno è perfetto, e ancora che la perfezione non è di questo mondo. Potrebbero aprirsi su questo argomento diatribe molto lunghe, difficili da dirimere, che non è il caso di affrontare in questa sede. Quello che invece ci preme ribadire è un concetto molto semplice tutto sommato, cioè che sussiste una reale intrinseca difficoltà da parte dell'uomo in generale a comprendere la realtà fenomenica, sia essa costituita da fenomeni semplici o complessi.
E questo vale per tutti.
L'esatta comprensione delle cose è sempre una delicata alchimia che nasce dell'unione di 'essere' e 'sapere' e non è mai facile per nessuno ottenere questa equilibrata commistione 'alchemica'.
Se saremo in grado quindi,di riconoscere questa difficolta in noi stessi probabilmente saremo anche più propensi a riconoscere e giustificare questa stessa difficoltà negli altri.
La realtà stà cambiando a ritmi vertiginosi, talvolta troppo vertiginosi, anche per i cosiddetti 'nativi', cioè per coloro che sono nati nell'era della teconologia telematica e che, proprio per questo, sono più inclini e capaci di altri ad usare e a convivere con i mezzi e con gli strumenti della recente tecnologia dell'informazione e con le possibilità che questi stessi mezzi mettono loro a disposizione.
Questa difficoltà è per forza di cose maggiore in chi 'nativo' non è, e questo dovrebbe spingere appunto ad una certa tolleranza.
Pensiamo, a ben guardare, che ci sia anche qualcosa da imparare probabilmente dall'osservazione di questa difficoltà che potrebbe ripresentarsi in un futuro magari su fenomeni di chissà che tipo, e che potrebbe vedere come protagonista ancora una volta un certo divario generazionale.
Quello che ci preme dire dunque, è che ci vuole, o ci vorrebbe in ogni caso, un oggettivo rispetto e comprensione per tutti coloro che manifestano la difficoltà in questione tantopiù se sono propensi, come pare, ad indagarne seriamente la natura. E questo naturalmente senza che nessuno rinunci alla propria posizione politica. In altri termini: contrapposizione politica ma rispetto reciproco.
Ma non possiamo non rimarcare adesso come gli svariati appelli fatti per richiamare l'attenzione su una certa incapacità all'ascolto da parte della classe dirigente siano caduti piuttosto nel vuoto e che soltanto il brusco scossone dell'attuale risultato elettorale possa far capire quanto fossero pertinenti.
Il rispetto poi è anche quello dovuto a forze politiche che escono comunque da un risultato elettorale e che pertanto, pur perdendo voti rispetto alle politiche precedenti, sono legittimamente rappresentative del popolo Italiano.
In questo senso si configurano naturalmente come interlocutori oggettivamente legittimati con i quali dovrà pur sussistere un qualche rapporto relazionale per difficile che possa essere.
Concludo questo post dicendo soltanto che, ad elezioni avvenute, l'onere e l'onore di formare un governo sembra proprio spettare alla coalizione di centrosinistra. Questo compito non sembra facile evidentemente per l'attuale frammentazione del Parlamento (soprattutto del Senato) ma neanche impossibile.
Vedremo come si svilupperanno le cose nei prossimi giorni ma qualunque sia lo sviluppo ci auguriamo che l'attuale Parlamento si dimostri più sensibile del precedente nei confronti delle reali esigenze del Paese ed abbiamo qualche ragione per credere che questo possa essere.