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sabato 26 giugno 2021

Deoccidentalizzazione dell'Occidente

Cos'è la deoccidentalizzazione dell'Occidente?
È un fenomeno potenzialmente regressivo del mondo occidentale, forse già in atto in questo momento. Certo non è facile da definire. Possiamo cercare di farcene un'idea pensando che esso può scaturire dalla rinuncia, consapevole o no, a qualcosa di tipico e caratterizzante o a determinate conquiste che nell'ambito dell'Occidente sono state ottenute nel corso dei secoli e spesso non senza un enorme dispendio di risorse ed energie.

Cosa accadrebbe se l'Occidente rinunciasse alla Democrazia per esempio?

La Democrazia non è stata sempre presente in Occidente, anzi, se andassimo a guardare da vicino ci accorgeremmo che essa è del tutto assente per la maggioranza dello svolgimento della storia di questa porzione del mondo che chiamiamo occidentale, così che non sarebbe possibile definirla un elemento tipico in senso assoluto.

Se l'Occidente quindi, sospinto da chissà quali forze, dovesse rinunciare alla Democrazia dovremmo parlare di deoccidentalizzazione o di un ritorno ad un mondo occidentale del passato?

Comunque volessimo rispondere, sia che ci trovassimo dinanzi a quella che abbiamo chiamato una deoccidentalizzazione, sia che ci trovassimo dinanzi al ritorno ad un mondo occidentale del passato, in ogni caso ciò che emergerebbe distintamente sarebbe un fenomeno chiaramente regressivo, come abbiamo accennato, un fenomeno cioè per cui in luogo di un progresso avremmo un regresso, anche molto consistente in questo caso specifico. Se questo fenomeno è in corso, in ogni caso, e non dovesse essere considerato un fenomeno desiderabile talché sarebbe auspicabile contrastarlo, particolarmente per chi crede nella Democrazia ovviamente, la prima cosa da fare sarebbe quella di prenderne coscienza, di essere consapevoli che questo rischio  c'è e che forse è già in corso. È un po' lo scopo di questo articolo che non può avere la pretesa di presentare una trattazione esaustiva al riguardo, quanto piuttosto di limitarsi a segnalare che questo fenomeno potrebbe rappresentare uno scenario potenzialmente possibile o già in corso appunto, in modo da sospingere anche altri ad individuarlo, studiarlo e contribuire a contrastarlo.

Giacché parliamo di una macroarea, quale potrebbe essere appunto quella dell'Occidente, ciò richiama immediatamente per opposizione la nozione di Oriente e la corrispondente macroarea. Questa presunta deoccidentalizzazione che tipo di varizioni geopolitiche potrebbe essere in grado di innescare?

Anche qui è difficile rispondere però appare abbastanza evidente ed intuitivo che della deociddentalizzazione dell'Occidente potrebbe avvalersi l'Oriente.

Pensiamo a quel fenomeno che si è verificato in Italia nel corso degli ultimi anni, per cui una certa politica configurabile per alcune sue caratterstiche come di destra, venuta in adozione però ad una certa sinistra, abbia favorito le destre e non la sinistra. Ecco, si tratterebbe un po' della stessa cosa. Chiunque pensasse di favorire l'Occidente con questa deoccidentalizzazione, ben lungi dall'ottenere qualche risultato interessante o favorevole per questa macroarea politica e culturale, favorirebbe anzi il successo dell'Oriente che, avendo, diciamo così, una minor dimestichezza col concetto di Democrazia e con la sua applicazione, facendo le debite distinzioni, rischierebbe di ridurre considerevolmente i benefici che dall'esercizio di essa sono derivati al mondo occidentale.

Sostanzialmente ne potrebbe derivare uno sbilanciamento in favore dell'Oriente, con un rimodellamento geopolitico che potrebbe rompere gli attuali equilibri e in modo tale da non permettere di sapere molto chiaramente come essi si riequilibrerebbero.

L'opinione di chi scrive è che la Democrazia rappresenti una importante conquista del mondo occidentale, che essa debba essere difesa come un bene estremamente prezioso e che, anche se essa non rappresenta l'elemento tipico individuabile in ogni tempo e ovunque nello svolgimento della sua storia, essa sia oggi un elemento caratterizzante e irrinunciabile. A mio giudizio poi, deoccidentalizzazione e dedemocratizzazione viaggiano di pari passo. Ovunque dovessimo accorgerci quindi che essa è minata, dovremmo ricorrere con solerzia ai ripari o il rischio a cui andremmo incontro sarebbe quello di una nociva disidentificazione o appunto, quello di una deoccidentalizzazione dell'Occidente e del conseguente sbilanciamento geopolitico cui alludevamo, dal quale sarebbe difficile comprendere quale tipo di beneficio potremmo ottenere, come occidentali.


sabato 29 maggio 2021

Lessico e covid

Possiamo definire il lessico un repertorio di parole e di espressioni cioè l'insieme degli elementi che in un sistema linguistico danno forma a diversi significati quali nozioni, concetti e azioni, anche indipendentemente dal fatto di essere raccolto e ordinato.

Se dunque il lessico è l’insieme delle parole e delle locuzioni che vengono usate in una determinata lingua, il lessico del covid, nello specifico, è l’insieme delle parole e delle locuzioni che vengono usate oggi dai mezzi di informazione nell’ambito della comunicazione inerente questo virus, il famigerato nuovo coronavirus, e della malattia che potenzialmente ne potrebbe derivare.

Già la parola covid infatti si presenta in modo ambiguo ed occorre esordire con questa prima precisazione.
Essa, ci insegna il presidente dell’Accademia della Crusca Claudio Marazzini, può essere declinata al maschile o al femminile e quando è declinata al maschile si riferisce al virus, quando è declinata al femminile si riferisce alla malattia che da questo virus potrebbe derivare.

Osservando l'espressione lessico del covid, notiamo la preposizione articolata del, e quindi una declinazione maschile, il che ci fa pensare quindi innanzitutto al virus e questo non per una scelta di genere interessata, essendo chi scrive un uomo, bensì perché nell'ordine logico delle cose prima viene il virus e poi l'eventuale malattia. Ciò detto, proseguiamo nel discorso.

Nel modo di veicolare l’informazione inerente al nuovo coronavirus non si ha l’impressione che il sistema sia raccolto e ordinato. È comunque lessico quindi, pur non essendo ordinato, però si può ben ipotizzare che un maggiore ordine possa costituire la premessa utile, per non dire  indispensabile, a parlarne meglio, cioè in modo che la comunicazione sia essa stessa migliore e maggiormente funzionale alla comprensione di un fenomeno che ha interessato e sta interessando ognuno di noi. E di fare ordine pare che ce ne sia un gran bisogno.

Anche il linguaggio deve essere scientifico quando deve parlare di scienza o quando dice di far parlare la scienza, altrimenti sarebbe opportuno, nonché onesto, precisare che non c'è l'intenzione di dare voce alla scienza. Se desidero fare poesia posso anche optare per un linguaggio evanescente e indeterminato, nebuloso ed allusivo, posto che desideri appigliarmi al principio dell’indeterminatezza come lo si apprende da Leopardi, per esempio.
Se invece l’intento è quello di fornire una informazione scientificamente esatta, anche il linguaggio deve essere appunto scientificamente esatto o rischia di fare la sua comparsa quell’indeterminatezza dei significati che, se può avere un ruolo nel linguaggio poetico, non dovrebbe averne quando si tratta di far comprendere a un popolo il fenomeno, sia esso pandemico o no, che sta vivendo in questo momento. Perché anche sul fatto che sia pandemico stanno emergendo dubbi.

Per tornare al lessico del covid, che cosa significa per esempio, nuovi casi? Dubito che ci si sia mai soffermati ad analizzare adeguatamente il significato di questa espressione, nuovi casi, invero così poco scientifica. Novi casi di cosa? Scusate il gioco di parole.

Semplice, risponderebbe il saccentone di turno, significa nuovi casi di covid!!!
Eppure, come abbiamo detto, anche il solo uso della parola covid non è scevro dal rischio di fraintendimenti, se è vero che essa può essere declinata al maschile, nel qual caso indica il nuovo coronavirus, oppure al femminile, nel qual caso indica la malattia che il nuovo coronavirus potenzialmente può far scaturire in colui che ne è entrato in contatto.

Diamo quindi per acquisito, da qui in poi, nella lettura dell'articolo, che abbiamo il covid e la covid e che non sono la stessa cosa. Banalizzare la differenza significa abdicare all’idea di avere un linguaggio scientifico inerente al fenomeno del coronavirus, cioè ad un fenomeno in cui la scienza è evidentemente coinvolta. E chi abdica all’idea di avere un linguaggio scientificamente accurato ed esatto per descrivere questo fenomeno, non aiuta ad interpretarlo, comprenderlo e neanche risolverlo, perché per strano che possa sembrare un linguaggio appropriato aiuterebbe in modo significativo a risolvere il problema e, dobbiamo purtroppo constatare, che di questo linguaggio ad oggi non c’è traccia.

Forse non è così semplice da comprendere, però, molto del problema virale in corso è stato ed è un problema della comunicazione.

Nuovi casi? Non è sufficiente rispondere che si tratti di nuovi casi di covid. La preposizione semplice di non è in grado da sola di declinare il sostantivo covid al femminile o al maschile, quindi io non so, in vero, se stai parlando del virus o della malattia che da esso può scaturire e non è un fraintendimento da poco.

Nuovi casi di cosa, quindi?

Nuovi casi di positività al nuovo coronavirus.

È questa la risposta giusta alla domanda, a mio giudizio o, se non altro, è la risposta che si presta meno ai fraintendimenti. Mentre non precisare questo, gioca sull’indeterminatezza appunto che, quando è leopardiana e afferisce all'ambito della poesia è anche la benvenuta, quando invece non ha niente a che vedere con questa arte ed anzi pretende di afferire all’ambito scientifico, serve a dire tutto e a non dire niente e quindi non è utile a farti comprendere il fenomeno che è intorno a te e che ti riguarda così da vicino.

Questa indeterminatezza è utile solo a creare confusione nella percezione generale che hanno le persone del fenomeno virale in corso, gente che, anche a causa di questa, non riesce a leggere l'epidemia nel giusto modo. Peraltro l'indeterminatezza del linguaggio si riverbera negativamente, quasi per trasmissione, anche ad altri vocaboli o espressioni di quello che abbiamo chiamato lessico del covid, così essa contribuisce anche a non fare chiarezza tra positivo con sintomi e quindi malato, e positivo senza sintomi e quindi non malato. Ricordiamo infatti che positivo non vuol dire malato.

Chi intendesse l'espressione nuovi casi semplicemente come nuovi casi di covid, senza ulteriori distinzioni inerenti la natura maschile o femminile con la quale si volesse declinare la parola covid, automaticamente induce il destinatario del messaggio, il telespettatore, a considerarli tutti malati, cosa che non è realistica.

Sono 16.346 i nuovi casi di covid appurati oggi in Italia.

Dicendo dei numeri a caso, assimilabili però a quelli di qualche settimana fa, ecco un esempio di informazione tipo, cioè fruibile da un qualsiasi telegiornale italiano. Anche qui, l'espressione nuovi casi è suscettibile di generare solo confusione, induce il telespettatore o il lettore a supporre che vi siano 16346 nuovi contagiati, e abbiamo cercato di dimostrare che non è così. 16346 sarebbero i nuovi positivi e, tuttavia, giacché positivo non vuol dire malato, non vuol dire neanche contagiato, giacché il contagio presuppone necessariamente la malattia. L’espressione nuovi casi, non si presta a fare chiarezza neanche su questo punto, quanto piuttosto a fare confusione, a confondere.

Vocaboli evanescenti come questo, casi, hanno fatto la propria comparsa anche nei DPCM, cioè negli atti amministrativi del Governo, quindi nel lessico inerente le comunicazioni governative ufficiali. Dal 15 marzo al 6 aprile al superamento di 250 casi ogni 100 mila abitanti in base ad un DPCM appunto, è scattata automaticamente la zona rossa cioè a dire severe restrizioni che comportano una contrazione dei diritti costituzionali di ogni individuo della zona considerata, con ripercussioni negative ad ogni livello, Scuola compresa. Questo per dei generici casi appurati, peraltro, con il sistema PCR che non è validato scientificamente.

Questa espressione, sembra rappresentare quindi un vizio di fondo che si riverbera a discesa in modo negativo su tutta la comunicazione. Se, parafrasando Leibniz, dai pochi pensieri scaturiscono in ordine altri infiniti pensieri, allo stesso modo in cui da pochi numeri si possono derivare in ordine tutti gli altri numeri, possiamo arguire come anche dai pochi, ancorché significativi errori, di concetto o di comunicazione, possono scaturire in ordine infiniti altri errori. È proprio la caratteristica di quello che si può definire vizio di fondo.

Confusione sussiste anche, accennavamo, sull'uso del vocabolo positivo. Considerando i numerosi casi di falsi positivi determinati da esami molecolari non scientificamente validati, come dicevamo, e peraltro con eccessivi cicli di amplificazione, dovremmo aggiungere che, non solo il vocabolo positivo non vuol dire malato, molto probabilmente vuol proprio dire falso positivo, cioè qualcuno che il virus, per fortuna, per il momento non l’ha proprio neanche sfiorato. A nessuno è sfiorata invece l’idea che un positivo senza sintomi possa semplicemente essere un falso positivo?

Del resto sul fatto che il sistema PCR non sia attendibile anche dei tribunali ce lo stanno a confermare. Soprattutto chi dice che non c’è spazio per superficialità e posizioni ideologiche dovrebbe innanzitutto capire che la primissima cosa da fare senza por tempo in mezzo, se vuoi veramente vincere una pandemia, è avere sistemi e criteri diagnostici efficaci e ben calibrati al di sopra di qualsiasi sospetto e di qualsiasi critica, e che occorre quindi intanto diminuire i cicli di amplificazione della PCR. Poi parliamo del resto. Anche nell'uso acritico della PCR si annida quindi un vizio di fondo.

Crescono i contagi o cresce il numero dei contagi.

Ecco altre espressioni molto coccolate dal sistema mediatico con le quali ognuno di noi si è dovuto confrontare. Peccato che non siano necessariamente dei contagi. Se infatti il contagio, ci viene insegnato, presuppone necessariamente la malattia e positivo non vuol dire malato, stante anche l’alta percentuale dei falsi positivi, dinanzi alla notizia che cresce il numero dei positivi al nuovo coronavirus, che si tratti di contagiati, cioè di malati conclamati, è tutto da dimostrare. Eppure se ne accenni sei subito definito antiscientifico.
Guai a mettere in dubbio l’attendibilità di queste notizie, vieni subito incasellato tra i negazionisti, espressione la cui fioritura e il cui abbondante uso non sembra casuale, tanto essa è funzionale a stroncare ogni dibattito.

È difficile che la comunicazione ufficiale corrente si sia discostata molto da questo tipo di comunicazione, da questo tipo di lessico e, spiace dirlo, però è rimasta sempre molto superficiale.

In sintesi, se caso vuol dire semplicemente e genericamente positivo, e positivo non vuol dire malato, caso non vuol dire necessariamente malato né quindi contagiato.

Per quel che riguarda la nozione di malato poi, non possiamo non accennare al fatto che essa non è così semplice e banale da capire, così come non è semplice stabilire la causa di una malattia quindi anche di quella declinata come la covid.

Le cause di malattia possono essere suddivise in determinanti e coadiuvanti, necessarie e favorenti, dirette e indirette, sufficienti e insufficienti. Per esempio il Mycobacterium tuberculosis è causa necessaria e tuttavia non sufficiente della tubercolosi.
Nel lessico usato dai mezzi di informazione di massa per quanto riguarda il famigerato nuovo coronavirus, che cosa di queste nozioni, di questa suddivisione e catalogazione è stato tenuto presente? Sembrerebbe niente.

Se il lessico che usi è estremamente indeterminato nonché ambiguo, talché si stabilisce quasi automaticamente una equazione, quella in base alla quale nuovo caso significherebbe nuovo malato, di tutto il ragionamento che la letteratura scientifica propone a proposito di cause di malattia non si è tenuto proprio conto, evidentemente.

L'informazione ufficiale corrente ha preferito abdicare ad una comunicazione scientifica, cestinando concetti che sono alla base stessa della medicina e favorendo la diffusione di messaggi ambigui suscettibili di creare nella popolazione allarme sociale. I bollettini, tutti dello stesso stampo, sono sempre sembrati bollettini di guerra, con poco o niente di scientifico e senza le opportune distinzioni.
Del resto anche il Dottor Pier Gildo Bianchi, a proposito di comunicazione medica anche quando è mediatica, ammoniva che

“un’adeguata informazione si impone come dovere civico”.


È giusto o non è giusto chiedersi a questo punto se l’informazione abbia adempiuto a questo dovere civico e se il lessico utilizzato abbia aiutato ad adempiere nel migliore dei modi a questo compito?

Anche chi dovesse non concordare con il contenuto di questo articolo, potrebbe nondimeno trovare che la ricerca di un linguaggio scientificamente corretto potrebbe essere utile in questi frangenti e quindi è invitato a proporre le sue critiche, i suoi suggerimenti di modifica dei vocaboli, del lessico insomma, di proporre scelte linguistiche che meglio possano contribuire ad una informazione corretta e scientificamente accurata, appropriata alla situazione, con significati univoci, non fraintendibili.

Solo con un lessico appropriato l'informazione potrà contribuire alla soluzione di un problema come quello che da oltre un anno ci sta affliggendo.
 

 


giovedì 29 aprile 2021

Virus e limitazione dei diritti costituzionali

In Italia vige lo stato di diritto. Ciò vuol dire che non viviamo come gli uomini primitivi, in un contesto nel quale predomina la legge del più forte. Viviamo in un contesto di leggi e di fonti gerarchicamente ordinato e al vertice di questo sistema c'è la Costituzione. Le leggi e i decreti legge non possono essere redatti in contrasto con Essa. I diritti costituzionali sono fondamentali, inviolabili, essi rappresentano una conquista che non  è stata semplice  né scontata.

Da oltre un anno però questi diritti sono limitati. Abbiamo vissuto sulla nostra pelle il significato di coprifuoco, confinamento, distanziamento, zona gialla, zona arancione e zona rossa. L'emergenza coronavirus l'ha fatta da padrone. Adesso però c'è chi comincia a non tollerare queste limitazione, anche perché alcune di esse vanno ad incidere troppo pesantemente ed in modo eccessivamente continuativo, sul lavoro, costringendo a chiusure di esercizi di cui spesso non sappiamo se rivedremo l'apertura. Sono situazioni drammatiche di cui non avremmo voluto avere notizia. Gli effetti delle restrizioni sono devastanti da un punto di vista fisico e psicologico, molti medici e psicologi lo sostengono da tempo e con prove alla mano. A chi giova tutto ciò?

Queste restrizioni sembrano giovare esclusivamente a chi vuole favorire l'implementazione del digitale, il nuovo idolo moderno.

In ogni caso c'è una cosa che deve essere compresa, ed è che ogni stato di emergenza, particolarmente quando limita diritti inviolabili come quelli sanciti dalla Costituzione, non può perdurare oltre un certo limite. Nella nostra cultura è depositato da tempo il concetto di giusto limite, varcato il quale non può esserci giustizia.


Est modus in rebus, sunt certi denique fines quos ultra citraque nequit consistere rectum, diceva Orazio, ed eravamo nell’antica Roma.


C’è un modo nelle cose, ci sono dei precisi confini prima e oltre i quali non può sussistere il giusto.

Può darsi che questi limiti siano stati varcati?

Per scoprirlo potrebbe esserci di aiuto l' addentrarci nell'ambito della scienza, giacché molte delle restrizioni sembrano dovute a dati scientifici e la cosa potrebbe risultare meno ostica di quanto non possa sembrare.

A determinare le restrizioni, i coprifuochi, i confinamenti, le zone gialle, arancioni, rosse, a costringere alla didattica a distanza o a quella digitale integrata, a far chiudere le saracinesche di una moltitudine di esercizi commerciali, ad interrompere filiere produttive virtuose, a lasciare a casa studenti sanissimi collettivamente  e singolarmente e purtroppo molte altre cose simili, è innanzitutto il sistema con il quale si è deciso acriticamente di appurare la presenza del virus nelle persone, è quello che va col nome di riconoscimento molecolare dei tamponi basato sulla tecnica della PCR, Polymerase Chain Reaction o, in italiano, RCP, Reazione a Catena della Polimerasi. Questo metodo sembra che non sia particolarmente affidabile. Si sapeva da tempo che i cicli di amplificazione della PCR si attestassero dai 36 ai 41 e forse anche oltre. Questo, in base all'opinione dell'OMS, significava non consentire di distinguere tra rumore di fondo e reale presenza del virus. Peccato che questo sommesso invito dell'OMS a diminuire i cicli di amplificazione della PCR si stato sostanzialmente ignorato. Molte autorevoli opinioni, in sintonia perfetta con quella dell'Organizzazione Mondiale della Sanità, attestano che già a 25 cicli vi è un numero di falsi positivi del 30 %, una percentuale sufficientemente alta a nostro giudizio per chi vuole adottare, per così dire, un atteggiamento prudenziale. Però evidentemente per qualcuno non basta. Oltre questa soglia la percentuale dei falsi positivi aumenta a dismisura. A confermare poi che i cicli con cui viene praticata la PCR nel riconoscimento molecolare dei tamponi ci si attesti dai 36 ai 41 sembra che sia nientemeno che l'Avvocatura dello Stato stessa. Se dunque vi è un così alto numero di falsi positivi, anche del 96 %, con cicli così alti, qualche dubbio che il sistema adottato non sia proprio dei migliori, non sia affidabile, non dovrebbe emergere?

A sancire che questo sistema di Reazione a Catena della Polimerasi per il riconoscimento molecolare dei tamponi non sia idoneo a diagnosticare la presenza del nuovo coronavirus, è stato di recente anche il Tribunale amministrativo di Vienna, che non ha potere giuridico in Italia, ovviamente, è che però qualche domanda dovrebbe pure far sollevare nella popolazione, nei medici, nei virologi e infettivologi, nei giornalisti, oltre che nelle coscienze di chi ci rende schiavi di un simile metodo. Aggiungiamo che questa sentenza giunge vari mesi dopo una simile sentenza, quella del Tribunale di Lisbona, in Portogallo.

Anche arrivando ad ammettere che possano sussistere dei casi limite, nei quali una certa restrizione dei diritti, purché ragionevole, temporalmente limitata e circostanziata, possa esserci, qui siamo di fronte ad un protrarsi così smisurato, così eccessivo di questo stato di limitazione, che molti cominciano a  pensare di essere di fronte a qualcosa che non è più umanamente tollerabile. Deve sempre essere fatto il massimo sforzo, in qualsiasi situazione, per evitare le limitazioni dei diritti fondamentali così faticosamente conquistati. E qui, non solo non sembra che questo sforzo sia stato fatto, sembra che per determinare le limitazioni ci si sia affidati ad un sistema semplicemente non idoneo. Se fai ogni sforzo per evitare le limitazioni dei diritti fondamentali non puoi affidarti ad un sistema dubbio, o rischi che si cominci a sospettare che ti affidi al fatto che la gente non sospetta che è inidoneo. Quindi forse non stai facendo proprio tutti gli sforzi per evitare di limitare i diritti costituzionali.

Se quindi il protrarsi nel tempo di queste limitazioni è dovuto al fatto che si usano sistemi non idonei per diagnosticare la presenza del virus e che, in aggiunta, questi vengono usati in modo spregiudicato con eccessivi cicli di amplificazione, ecco, questo non è solo grave, questo diviene semplicemente scandaloso, inaccettabile, improponibile. E dobbiamo prenderne coscienza.

Uno stato di diritto può essere limitato da un sistema tecnico che non è idoneo a diagnosticare la presenza del famigerato nuovo coronavirus, di un metodo cioè che non  è scientificamente valido per questo tipo di diagnosi?

sabato 27 marzo 2021

La scuola e la fatica necessaria

Dovevo essere in Croazia, credo, certamente d’estate, dopo cena, quando trattenutomi al tavolo che ci aveva visti consumare il pasto serale, nel chiacchierare con i mie compagni di viaggio, per intervenire in un discorso la cui natura specifica adesso mi sfugge, espressi l’idea e il convincimento che l’uomo tende naturalmente alla pigrizia e che, se può non fare, non fa, ragion per cui non è bene metterlo di fronte alla possibile scelta di non fare, di essere cioè tentato dalla pigrizia e dal non agire, a prescindere dal suo stato sociale giacché anche questo può influire, benché non sempre, sull'attitudine alla pigrizia. Nel ripensare a questo episodio, naturalmente faccio presente a me stesso e nel mentre agli altri, che fare non significa necessariamente muoversi fisicamente, agire nello spazio, muscolarmente, anche pensare in un certo senso è fare. Quindi nessun assolutismo o interpretazione eccessivamente rigorosa, diciamo che è indispensabile comprendere il senso generale, estensivo della cosa. Ancora oggi condivido quell’idea, con qualche rimaneggiamento, e c’è una ragione se essa si ripresenta dinanzi a me oggi, per attualizzarsi nel contesto sociale odierno. Mi rendo infatti conto che essa sta assumendo un significato particolare proprio in questi giorni o, per meglio dire, in questi ultimi mesi che vedono per esempio gli insegnanti costantemente tentati dall’idea dei casalinghi collegamenti in rete dal proprio dispositivo telematico personale, rinunciando purtroppo spesso e volentieri anche agli Organi Collegiali in presenza, e rinunciando contestualmente anche ad altre cose, come ad esempio a scindere luogo e tempo di lavoro da quello di riposo, da quello di casa, cosa che pure ha un suo senso, una funzione psicologica di un certo rilievo e interesse. Ciò avviene a volte per seguire i DPCM che regolamentano le zone in cui l’Italia è suddivisa a seguito dell’emergenza sanitaria, il che conferirebbe una copertura, diciamo così, amministrativa, in altri casi invece mi pare del tutto indipendentemente da questi. Mi è successo quindi di ripensare a quelle idee espresse in passato, in una sera d'estate in Croazia, e di unirle con altre depositatesi in vari momenti della vita nel mio bagaglio concettuale, nozionistico ed esperienziale in generale, nonché di meditarle alla luce delle devastanti conseguenze derivanti dell’emergenza sanitaria stessa, particolarmente per la scuola che rischia di esserne snaturata dalle fondamenta. L'impressione generale che ne ricavo personalmente è che oggi nel mondo della scuola qualcosa si muova verso lo stimolo all'impigrimento delle figure che vi esercitano la propria professione, tra le quali ovviamente quella degli insegnanti. Se così è, dobbiamo necessariamente prenderne coscienza, capirne le dinamiche, intuirne gli esiti, se possibile anticiparli . Per queste ed altre ragioni derivanti da allarmanti constatazioni, ogniqualvolta dovessi accorgermi che qualcosa o qualcuno sta tentando di sospingermi all’impigrimento, o comunque sta producendo consapevolmente o no l’effetto di deprimere la mia forza di volontà e sospingermi al non fare, al non agire, io sempre dovrò esigere da me stesso uno sforzo, cioè di ricordare in ogni modo una antica sentenza, quella che grazie all’intenso lavoro di ricerca e ai viaggi di un noto personaggio di nome Gurdjieff è stato possibile trarre da un antico tempio orientale per poi divulgare anche al pubblico occidentale particolarmente attraverso un libro dal titolo Incontri con uomini straordinari; la risoluzione presa con me stesso consisterebbe quindi nello sforzo di ricordare quella frase e di pronunciarla o sottovoce o mentalmente un certo numero di volte affinché si depositi nella mia coscienza il senso profondo che essa richiama, insieme all’ingegnoso enigma ad essa associato, quello dell’uomo, del lupo, della capra e del cavolo, che devono portarsi dalla sponda del fiume nella quale inizialmente si trovano, all'altra, su una piccola barca, enigma cui ebbi peraltro la ventura di essere sottoposto quando ero ancora un bambino e che mi è sempre rimasto impresso. A proposito di impressioni, corroborato dalla visione delle immagini dei sandolini di Caillebotte recentemente discusse ed elargite ai miei alunni di terza a lezione di storia dell’arte, evidentemente giunta all’Impressionismo, i ricordi dell’antica sentenza e dell’enigma ad essa associato, cui peraltro i sandoli richiamano, tendono insieme ad acquisire una fisionomia ed una energia estremamente positiva, un po’ come quella che il positivismo scientifico trasmise, ritengo, ai pittori Impressionisti che da esso guidati produssero immagini che ne riverberavano il sentimento.  

Meriterà il nome di uomo e potrà contare su ciò che è stato preparato per lui, solo colui che avrà saputo acquisire i dati necessari per conservare indenni sia il lupo sia l’agnello che gli sono stati affidati

Questa è la sentenza e, come possiamo notare, si presenta già di per sé abbastanza enigmatica. Cosa potrà significare? Nell’offrirci questa frase di non immediata comprensione tuttavia, l’autore di Incontri con uomini straordinari, ci fornisce anche una chiave di lettura consistente nell’indirizzarci a pensare che la parola lupo simboleggerebbe l’insieme del funzionamento fondamentale e riflesso dell’organismo umano, e la parola agnello l’insieme del funzionamento del sentimento. Nonostante i suggerimenti, ben lungi dal ritenere di essere stato ed essere un adeguato esegeta di questa sentenza, così come dal fatto di ritenere di averla ben compresa nel suo complesso, nondimeno mi ancoro a quel poco che credo di avere capito di essa anche in forza di quell’esperienza cui poc'anzi alludevo, quella che feci da bambino quando fui sottoposto all’enigma ad essa associato e in ragione, aggiungerei, anche della lettura stessa di Incontri con uomini straordinari in cui quello che popolarmente viene definito il nocciolo della questione è opportunamente sottolineato.  

Un uomo deve portare da una sponda all’altra di un fiume oltre a se stesso, un lupo, una capra e un cavolo, tenendo presente che può portare con sé sulla piccola barca che ha in dotazione solo uno di questi per volta

 In base a queste prime nozioni l’uomo non dovrebbe che prendere o lupo o capra o cavolo con sé nella prima traversata, tornare indietro da solo, prenderne un altro, tornare da capo alla sponda iniziale e prendere l’ultimo e con questo avrebbe concluso le sue fatiche. In tutto si potrebbero contare quindi cinque traversate del fiume. Le regole dell’enigma però non sono concluse. A quanto già dichiarato, dobbiamo aggiungere che lupo e capra non possono essere lasciati da soli, poiché in quel caso il lupo mangerebbe l’agnello e che neanche capra e cavolo dovrebbero trovarsi mai da soli, altrimenti la capra mangerebbe il cavolo. Solo la sorveglianza attiva dell’uomo può scongiurare che questi pasti si consumino, cioè a dire se egli è presente il lupo non mangia la capra e la capra non mangia il cavolo. Uomo, lupo, capra e cavolo dovranno ritrovarsi indenni sulla sponda opposta. Come si deve comportare l’uomo per raggiungere questo risultato? Ora, senza stare a rivelare troppo palesemente la soluzione dell’ingegnoso e metaforico enigma, anche per lasciare il gusto di sperimentarla personalmente all’eventuale lettore, mi limiterò a dire quanto già scritto nel libro sopracitato. Nel trovare la soluzione a questo enigma ci si accorgerà che l’uomo deve compiere un viaggio in più rispetto a una situazione normale, cioè rispetto a una situazione nella quale nessuno degli animali dell’enigma abbia, per così dire, appetito. In pratica si scoprirà così che quanto si esige da lui, è che egli NON SIA PIGRO per l'appunto, che non risparmi cioè le sue forze, bensì che le spenda. Dunque penso che sia mio dovere sottolineare adeguatamente come anche nella Scuola vivano lupi, capre e cavoli e che il compito dell’insegnante consisterebbe nel mantenere indenni ognuno di essi. E nella scuola cosa dovrebbero simboleggiare i due animali e il vegetale? No, chi pensa agli insegnanti è malizioso e dà della mia idea una lettura sintomale, cioè cerca di farmi dire cose che non sto dicendo e che di fatto non dico, nessuno quindi si senta offeso ed evitiamo di travisare. Se talvolta capra viene usato per dare a qualcuno dell’ignorante, cosa abbastanza nota oggigiorno anche per l’uso enfatico che in alcune circostanze un noto personaggio politico italiano ne fa, in questo caso non c’entra niente. In ogni caso, anche indipendentemente dall’assegnare ad essi un significato metaforico ben preciso, ciò su cui si dovrebbe concentrare l’attenzione è la nozione di risparmio, di cui sappiamo, in cattedra l'ingegnoso enigma, che NON deve esserci. Per meglio dire, è la pigrizia che non deve esserci. L’insegnante come l’uomo dell’enigma, non si deve risparmiare, deve spendere coscientemente le proprie energie, non deve farsi impigrire. E a scanso di equivoci vorrei sottolineare che ciò non significa che deve sfinirsi gratuitamente di fatica, è ovvio anzi che tutto deve avvenire entro limiti ragionevoli e ben ponderati che non vadano a danneggiare la salute, però, pur entro questi limiti di ragionevolezza, non deve appunto risparmiarsi, altrimenti il lupo mangerà la capra, magari dopo che questa avrà divorato il cavolo, nel qual caso sarebbe il solo lupo a rimanere indenne e noi non meriteremmo il nome di uomini, nel senso di esseri umani, quindi presumibilmente neanche quello di insegnanti. E questo, vorrei aggiungere per fare un parallelismo che potrebbe esserci utile in un eventuale altro articolo, un po’ come lo Stato, che da un punto di vista economico non deve risparmiare, deve spendere benché alcune assurde ed arbitrarie regole europee finiscano per impedirgli di agire in questo modo. Tornando però alla Scuola e al ruolo dei professori, se dunque a questo è chiamato un insegnante, cioè a mantenere indenni lupo, capra e cavolo, attraverso l'uso della ragione cosciente, alla presenza e all'adoperarsi con fatica, come nell’ingegnoso enigma, egli non dovrà risparmiarsi appunto, non dovrà cercare di fare un viaggio in meno, magari per cedere alle lusinghe di un Collegio dei docenti a distanza, quanto piuttosto, dopo aver osservato le complesse dinamiche che da sempre la scuola vive e quelle nuove che vi si sono immesse un po' forzosamente in conseguenza dell'emergenza coronavirus, di farne uno in più e solo così la Scuola potrà mantenere la sua forza integrale. Del resto la scuola è presenza e fino ad oggi gli Organi collegiali si sono sempre svolti in presenza, dove c'è un livello di condivisione e di partecipazione ben superiore a quello esprimibile a distanza. Inoltre i suoi ambienti sono utili se sono vissuti, abitati, anche dai sentimenti degli insegnanti, degli studenti e del resto del personale, anche nelle palestre dove il buon esercizio fisico contribuisce a donare alla mente un corpo sano per connettere entrambi al miglior sentimento possibile. Solo così, col lavoro cosciente, con la presenza, con la fatica, la Scuola potrà mantenersi adeguata a promuovere il successo formativo dei discenti e a svolgere l’importantissimo compito di incentivare e promuovere un individuo propriamente detto, dotato cioè di una ragione normale, libero e capace di esprimere un pensiero cosciente e costruttivo, allo scopo di concorrere al generale processo di perfezionamento umano, il solo che possa permetterci di vincere le importanti sfide del futuro, per il bene collettivo e del pianeta che ci ospita.

sabato 27 febbraio 2021

Scuola e processo generale di perfezionamento umano

Alla scuola è stato affidato da sempre un compito importantiissimo, quello dello sviluppo intellettivo dei giovani e in generale della persona, il che coincide per certi versi anche con lo sviluppo fisico e motorio, giacché ci sembra ragionevole accettare il nesso psicosomatico che nella nostra tradizione viene sottolineato degnamente dalla locuzione latina, mens sana in corpore sano. Potremmo poi aggiungere il compito dello sviluppo emozionale che, per quanto distinto naturalmente, è legato a primi. Quindi il ruolo della scuola, al più alto grado, è quello di sviluppare la persona, per renderla un individuo propriamente detto. Giova ricordare a questo punto che individuo ha una accezione etimlogica molto significativa, cioè significa non diviso, indivisibile. E questo ci fa subito pensare a quell'espressione sovente usata di uomo tutto d'un pezzo. Ora, nel naturale processo di cambiamento inerente la società in generale, viene ovviamente coinvolta anche la Scuola. Solo che spesso si guarda ad essa come a un ricettacolo passivo dei cambiamenti, con la sola funzione di adattarvisi per insegnare, si dice, cose in sintonia con il cambiamento dei tempi. Al cambiamento insomma, qualcuno pensa, ci si debba adeguare e basta. Invece non è così perché la scuola non solo non è un semplice ricettacolo di influenze esterne, essa, se è vitale, se è in salute, è al contrario capacissima di imprimere cambiamenti alla società in cui alberga, di formulare critiche, proposte, alternative. Una scuola pensata semplicemente come ricettacolo passivo di influenze esterne, cioè una scuola che rinunci al mandato di imprimere cambiamenti migliorativi alla società in cui alberga, semplicemente non sarebbe più una scuola e tenderebbe a somigliare progressivamente sempre più e quasi esclusivamente ad una caserma di addestramento piuttosto cha ad un luogo di apprendimento. Asserire che essa debba semplicemente adattarsi ai cambiamenti passivamente, è quindi un modo ben riduttivo di guardare a questo fondamentale ente dello Stato. E l’impressione istintiva che se ne ricava è quella che, chi guarda in modo così riduttivo alla scuola, è perché possiede un vizio di fondo a cui si vincola, cioè ha proprio in mente la riduzione, nel senso che pensa già come impostazione base personale, di ridurla, di ridimensionarla per qualche scopo che non ci è dato sapere, insomma ha in mente di depotenziarla, il che significa inficiarne il ruolo di principale ente pubblico cui è demandato l’irrinunciabile e importantissimo ruolo di innescare processi virtuosi del perfezionamento dei giovani in particolare e umano in generale. Verrebbe così a cadere il principale strumento di questo cambiamento migliorativo complessivo con grave danno per tutti. Responsabilità educativa oggi, significa prendere coscienza di tali questioni e anche mettere in discussione i cambiamenti in atto e, se è il caso, proporre alternative, migliorìe, correttivi, imprimere cambiamenti migliorativi alle dinamiche in atto. Chi scrive pensa che sia il caso, naturalmente. Se vogliamo che la Scuola con la esse maiuscola mantenga un ruolo primario nel processo generale di perfezionamento umano, dobbiamo necessariamente affrancarla dal rischio di perseguire altri fini, diversi da quelli menzionati. E il pericolo c’è, è molto presente purtroppo, in una società che sembra acriticamente adiacente al neoliberismo imperante, cioè a dinamiche che tendono a concentrare la ricchezza nelle mani di pochi. E non si intravede quella redistribuzione di cui si diceva dovesse essere il punto di riequilibrio, quello che avrebbe dovuto servire cioè a stemperare gli eventuali squilibri generati dal sistema neoliberista che evidentemente già si intuivano. Immettere nella scuola dinamiche estranee al processo di crescita e sviluppo psicofisico e intellettivo del giovane in particolare e della persona in generale, dinamiche come quelle economiche del profitto, con il ricorso a società private scelte, nell'ambito del digitale, nientemeno che tra i GAFAM,i grandi gestori dei dati, non è certo una scelta priva di rischi. Con il recente ricorso massiccio al digitale quindi c’è stata nella scuola italiana quasi una acritica e completa adesione all’uso di piattaforme proprietarie. In seguito a questa acritica adesione, c’è anche il rischio, tra gli altri, di una maggiore manipolazione per fini politici dei dati ricavabili da un eccessivo ed eccessivamente spensierato impiego del digitale. Lasciare libero spazio ed anzi vincolarsi a dinamiche di perseguimento del profitto pecuniario in ambito scolastico, non sembra essere stata la scelta migliore. Né si deve pensare che quelle appena citate, cioè la piattaforme proprietarie, siano le uniche soluzioni possibili, le eccezioni in Italia sono poche, però per fortuna ci sono e poi ci sono anche esempi di possibili soluzioni alternative alle piattaforme proprietarie forniti da altre nazioni che, a differenza di noi, le hanno adoperate più estesamente, dimostrando in questo una maggiore attenzione nei confronti dei propri studenti e cittadini, affrancandoli dal rischio di immettere dinamiche di profitto nelle scuole e dal rischio di furto di dati personali, nazioni che da questo punto di vista si stanno dimostrando civicamente più sviluppate di noi e doverosamente più aderenti al mandato della propria specifica Costituzione di quanto non abbiamo aderito noi alla nostra, nel complesso. L’idea di una piattaforma digitale pubblica per la Scuola deve quindi necessariamente essere presa in considerazione, le competenze per fare questo ci sono, è sufficiente cercarle e tirare fuori le giuste sinergie. Ed è sempre meglio stare affrancati dal rischio di subire condizionamenti che possano ledere lo scopo principale che una scuola pubblica deve perseguire, quello di creare un individuo propriamente detto, cioè libero e capace di sviluppare un pensiero autonomo e indipendente, costruttivamente critico, non condizionato, giacché solo persone di questo tipo, cioè dotate di un pensiero simile, ossia autonomo e non condizionato, possono liberamente attingere alla propria coscienza, ragionare senza altri fini che non siano quelli di apportare un accrescimento personale ed auspicabilmente collettivo nel generale processo di perfezionamento del genere umano di cui abbiamo accennato e di cui tanto abbiamo bisogno per affrontare le sfide del fututo. Se i potenziali condizionamenti, diventano dipendenze, ci si dovrà pur chiedere che senso abbiano avuto le riforme che andavano verso l’autonomia scolastica in un quadro generale che corre repentinamente verso la dipendenza. Come scrissi in un saggio redatto per un corso che ho seguito allo scopo di incrementare le mie competenze di potenziale futuro insegnante di Arte e immagine e Disegno e storia dell’arte, l’autonomia in un contesto di dipendenza è inutile, non serve, ed anzi viaggia ovviamente nella direzione diametralmente opposta. La didattica a distanza si è manifestata fallimentare sotto moltissimi punti di vista Numerosi sono stati gli appelli di medici di varie discipline, i quali hanno riscontrato conseguenze molto gravi sulla salute dei ragazzi di età scolare, determinate in questi giovani dal generale stato di confinamento e nello specifico dall’uso della didattica a distanza appunto a cui la serrata, il confinamento per emergenza da nuovo coronavirus ha costretto la scuola. Dunque la Did a Dista si è mostrata fallimentare e, peraltro, presta il fianco ad un ulteriore tipo di potenziale degenerazione, offrendo a buon mercato dati di insegnanti e alunni che potrebbero essere usati, un giorno, contro gli insegnanti e gli alunni stessi. Dobbiamo acquisire già da adesso, infatti, la consapevolezza di quello che è ritenuto essere, per taluni detentori di potere, un principio cardine nell’approvvigionamento e nella gestione dei dati, quello in base al quale i dati si prendono tutti e poi si stabilisce con calma quali sono quelli che serviranno a raggiungere un determinato scopo in base alle proprie decisioni arbitrarie. In pratica questa didattica fallimentare pone le premesse per un peggioramento qualitativo della vita di chiunque ne usufruisca, insieme ovviamente a tante altre dinamiche di cui non è possibile discutere in questo momento. C’è quindi un problema generale legato al digitale ed alla didattica digitalizzata, non semplice da risolvere. Certo è che per non incorrere in clamorosi errori di valutazione, la gestione delle moderne tecnologie applicate alla scuola dovrebbe essere improntata alla prudenza ed al principio di precauzione, e dovrebbe essere fatta in modo tale da scongiurare al massimo grado possibile l’esfiltrazione dei dati di chi volente o nolente ne fa uso. Come aveva già indicato Antonello Soro, prima dello scadere del suo mandato di Garante dei dati personali, nel corso dell’audizione tentua l'8 luglio sulla didattica a distanza davanti alla Commissione bicamerale per l’Infanzia e l’adolescenza, nella didattica a distanza appunto, sarebbe auspicabile utilizzare più il registro elettronico, già non privo di aspetti critici, che non le piattaforme proprietarie. Sono stati seguiti i suoi suggerimenti? NO. Perché una voce così autorevole e responsabile è stata ignorata? Adesso alla tutela dei dati personali vi è Pasquale Stanzione che ha affermato nella prima intervista rilasciata come il GDPR è da ritenersi garanzia democratica, lasciando intendere che la sua gestione può ritenersi in sintonia con quella del predecessore. A suffragare la tesi di un mandato in sintonia col predecessore, in un convegno di poco successivo il cui nocciolo della questione verteva sull’Habeas mentem, lo stesso Stanzione ha dichiarato esplicitamente di inserirsi nel solco della tradizione del ruolo del Garante dei dati personali, citando quindi le figure di Stefano Rodotà, Francesco Pizzetti, Antonello Soro quali suoi autorevoli predecessori. GDPR è un acronimo che può essere italianizzato con RGPD, cioè Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati. Giova soffermarsi su questo regolamento poiché, a prescindere da quelle che sono opinioni critiche personali sull’uso delle piattaforme proprietarie, nel luglio del 2020 c’è stata una storica sentenza della Corte di Giustizia Europea che ha cambiato il panorama complessivo, avendo inficiato il protocollo di intesa sul trasferimento dei dati tra Stati Uniti e Europa. Quindi la questione del trattamento dei dati attraverso le piattaforme proprietarie adesso supera le opinioni personali per approdare a questioni precipuamente legali. In pratica la sentenza stabilisce che i dati che passano dagli USA non possono essere salvaguardati alla stessa stregua di quelli che rimangono nell’Unione europea, di quelli cioè salvaguardati da quel Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati di cui abbiamo parlato e che Pasquale Stanzione ha citato come avente il pregio di garantire la Democrazia. A chi sta a cuore la Democrazia, deve stare a cuore anche la protezione dei dati, la riservatezza. Esse sono più correlate di quanto non appaia in un primo momento. In generale sviluppare una cultura della riservatezza significa riconoscere alla riservatezza stessa un ruolo importante nel contribuire a mantenere alta la Democrazia e autonomo un pensiero che può essere potenzialmente capace di apportare un beneficio collettivo, nel generale processo di perfezionamento del genere umano. Altrimenti il rischio è che attraverso il condizionamento derivante da un uso arbitrario dei dati lasciati in rete, il pensiero venga manipolato e intrappolato, gestito dall’esterno con dinamiche psicologiche anche di tipo violento, avendo queste ultime dal punto di vista di chi le vorrebbe esercitare, il pregio, si fa per dire, di non essere facilmente rintracciabili, identificabili ed additabili come dinamiche violente e perciò stesso non solo sono oggettivamente deprecabili da un punto di vista umano, sono direi del tutto illegittime e configurabili come reati da codice di procedura penale, cioè gravi reati. L’Italia potrà conquistarsi un ruolo primario nel generale processo di perfezionamento umano solo se saprà mantenere indenne la scuola dai rischi di un feroce condizionamento, derivante sia dal perseguimento del profitto, che dall’intento di condizionare ora e poi i cittadini nel maggior numero di ambiti possibile, in base ai principi poco edificanti e alle dinamiche perverse del condizionamento di massa e di quello individuale, per il quale i dati lasciati in rete e carpiti spesso surrettiziamente, per non dire in modo espressamente fraudolento, e quasi mai sufficientemente salvaguardati, rappresentano una ghiotta occasione. Dalla didattica ordinaria a quella della Did a Dista abbiamo appurato un peggioramento qualitativo evidente, sotto gli occhi di tutti, è inutile nasconderselo. In ogni caso il salto è eccessivo. Rifacendosi nuovamente alle locuzioni latine si può affermare che natura abhorret saltum o, se preferite, natura non facit saltus. Lo stato di emergenza ha invece determinato un salto, un brusco cambiamento, eccessivo da sopportare e tale da non aver consentito di valutare pienamente le possibili conseguenze di determinate scelte come quelle che hanno fatto protendere per le piattaforme proprietarie anziché verso piattaforme pubbliche o libere. Questo ha determinato il porsi fuori dalle condizioni del GDPR o RGPD, se preferite. Ciò è particolarmente vero dopo la sentenza della Corte di Giustizia Europea dell'ultima estate. Aver ricorso alle piattaforme proprietarie, qualcuno ci fa notare giustamente, è un po’ come aver costruito i tetti con l’eternit quando ciò era legalmente consentito, e adesso, dopo la sentenza, l’eternit è proibito. Cosa fare? Era certamente meglio aver dedicato un maggiore spazio alle critiche costruttive che taluni insegnanti e associazioni, nonché lo stesso garante per il trattamento dei dati personali, avevano mosso a suo tempo. Dal canto suo, la Scuola italiana, per mantenersi utile in quel processo generale di perfezionamento umano che abbiamo spesso citato, alla luce dei cambiamenti indotti dall’emergenza coronvirus, deve innanzitutto cercare di arginare con ogni sforzo possibile la deriva digitale, l’associata esfiltrazione dei dati personali, perseguendo innanzitutto un doveroso rientro nell’ambito della legalità, e cercando di implementare piattaforme digitali pubbliche aderenti al GDPR. Se i problemi nella gestione dei dati personali in ambito digitale probabilmente sussisteranno sempre, nondimeno dovremmo perseguire già da adesso e con autentica dedizione civica, la migliore gestione possibile nella difesa del diritto alla riservatezza e alla salvaguardia dei dati personali, come bene collettivo e condizione indispensabile, conditio sine qua non, per il mantenimento di alti livelli democratici e non di meno per lo sviluppo del mondo futuro nella direzione del generale perfezionamento. Sarebbe quindi estremamente auspicabile che si cominciasse da subito a pensare di rientrare sotto l’egida della salavaguardia del Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati che, come dice appunto Pasquale Stanzione, È GARANZIA DEMOCRATICA!!!

sabato 30 gennaio 2021

Cicli di amplificazione della PCR e Stato di emergenza

Con la pandemia da nuovo coronavirus, si è assistito politicamente alla proclamazione ufficiale dello Stato di emergenza. Ora, lo Stato di emergenza può sussistere ed è ammissibile in alcuni casi, questi però devono costituire una eccezione, ed essere temporalmente limitati, nonché sostenuti da criteri di ragionevolezza. Perdurare eccessivamente in uno stato di emergenza, essendo questo suscettibile di limitare diritti costituzionali, quindi di primaria importanza, significa rendere l’emergenza la regola e non l’eccezione. Da cui un rischio, quello cioè che un eccessivo prolungamento temporale di questo stato di emergenza possa incidere su questi stessi diritti fondamentali in modo eccessivo, sproporzionato, permanente. Potrebbe derivarne cioè che tale limitazione verrebbe per così dire regolarizzata, normalizzata, finendo non tanto per limitarli eccezionalmente e in modo temporalmente definito e ragionevole, bensì quasi per abolirli del tutto. In questo stato di cose i DPCM, che molte polemiche hanno suscitato, hanno sostituito le leggi, finendo per marginalizzare anche il Parlamento. Questa marginalizzazione dei rappresentanti del popolo, per dare maggiore spazio a decisioni della sola figura del Presidente del Consiglio dei Ministri, ha di fatto trasformato la nostra Repubblica da Parlamentare a Governamentale, sebbene la nostra Costituzione formalmente dica altro a proposito di forma di governo. Devono prevalere i DPCM o deve prevalere la Costituzione? È noto che noi viviamo in uno stato di diritto, in un sistema di fonti gerarchicamente ordinato al vertice delle quali c’è la Costituzione. Essa, come fonte delle fonti del diritto, deve quindi prevalere sempre. Dobbiamo tenere presente però che essa contempla lo Stato di emergenza e può quindi dare un potere speciale anche ad atti amministrativi come i DPCM. Questo però deve avvenire entro certi limiti ben precisi, come abbiamo detto, che non devono essere superati, e le decisino inerenti ai DPCM non possono essere prese se non in modo ragionevole e ponderato, direi, equilibrato. Oggi sussistono le condizioni di ragionevolezza ed equilibrio per proseguire nello stato di emergenza? Questa è la domanda centrale e rispondere non è semplice, molte sono le opinioni espresse all’interno di questo dibattito e non è facile orientarsi. Servirebbe un approccio scientifico e una informazione precisa, puntuale, probabilmente anche un maggiore spazio al giornalismo di inchiesta se oggi, come sembra, l’informazione non ha dato risalto a dati di estrema importanza e facilmente rintracciabili, come quelli desumibili dai certificati medici rilasciati in seguito ad esame molecolare dei tamponi. Le misure restrittive, dipendono dai numeri, e questi dipendono in grande misura dai tamponi, o meglio, dal riconoscimento molecolare degli stessi. Poteva non essere privo di un qualche interesse quindi andarsi a leggere qualcuno di questi certificati. A qualcuno risulta che ci siano stati giornalisti che li abbiano letti e ne abbiano riferito? Qui non si tratta di interferire con la riservatezza dei pazienti che si sono sottoposti all'esame molecolare dei tamponi, sempre da salvaguardare, perché ciò che interessa del certificato è il modulo base, quelle informazioni indipendenti dall'sito e presenti nel certificato anche prima dell'esame stesso. Si poteva apprendere per esempio che alcune regioni, se non tutte, a cominciare da una certa data, hanno stabilito accordi tali per cui anche la presenza di un solo gene bersaglio del nuovo coronavirus sarebbe stata interpretata come esame positivo. Stante che la presenza di un solo gene, specie se rilevata con cicli di amplificazione della PCR molto alti, non significa che il paziente che si è sottoposto al tampone è infetto e neanche che è infettivo, cioè contagioso, un esame così sensibile, rischia di far inserire tra i positivi un numero elevato di falsi positivi. Anche questo poteva leggersi tra le righe, ed anche abbastanza esplicitamente, dei certificati. Quella di avere numeri alti, è stata quindi un decisione politica. La prima cosa da fare, è da molto tempo che lo chiedo, è quella di abbassare i cicli di amplificazione della PCR. Infatti, come dice lo stesso OMS, un numero eccessivo di cicli di amplificazione della PCR, produce quello che tecnicamente viene chiamato un rumore di fondo, cioè interferenze che rendono meno leggibile il responso dei tamponi e parimenti la distinzione e il rilevamento del virus. Maggiore è il numero dei cicli di amplificazione e maggiore è il rumore di fondo. Ci sono autorevoli opinioni in base alle quali il numero ottimale di cicli di amplificazione dovrebbe essere di 25, mentre in Italia si usano 40 cicli e oltre. Teniamo presente che i cicli aumento il contenuto dei tamponi, cioè lo amplificano, in modo esponenziale. Prendo il contenuto di un tampone, costituito da miliardi di componenti organiche, e dopo tre cicli di amplificazione siamo già a otto volte questo contenuto, immaginiamo che cosa avviene a 40 cicli, che cosa ottengo alla fine? 2, 4, 8, 16, 32, 64, 128, 256, 512, 1024, 2 048, 4 096, 8 192, 16 384, 32 768, 65 536, 131 072, 262 144, 524 288, 1 048 576, 2 097 152, 4 194 304, 8 388 608, 16 777 216, 33 554 432, qui siamo a 25 cicli, numero sul quale la comunità scientifica sarebbe d'accordo. Riprendiamo quindi con 67 108 864 al 26° ciclo, poi 134 217 728, 268 435 456, 536 870 912, 1 073 741 824, 2 147 483 648, 4 294 967 296, 8 589 934 592, 17 179 869 184, 34 359 738 368, 68 718 476 736, 137 438 953 472, 274 877 906 944, 549 755 813 888. Ed eccoci al 40° ciclo, 1 099 511 627 776 volte il contenuto iniziale dei tamponi. C’è un problema però, ed è appunto che il numero usato va spesso ben oltre i 40 cicli. Quindi al 40° ciclo di amplificazione il contenuto del tampone iniziale che, giova ricordare, è costituito da miliardi di componenti è divenuto 1 099 511 627 776 volte più numeroso. In tutto questo amplificare si verificheranno errori di trascrizione o, potremmo dire, di retrotrascrizione? Alcuni esperti definiscono questo modo di procedere con il semplice nome di spazzatura, rumenta. Tra questi vi è il perfezionatore della PCR, Kary Mullis il quale ha peraltro affermato che esso metodo non dovrebbe essere usato per diagnosticare malattie infettive. E invece ecco che sta avvenendo proprio questo, che esso sia usato proprio per diagnosticare malattie infettive e ad un numero di cicli di amplificazione tali per cui, divenendo il contenuto amplificato dei tamponi spazzatura, non è possibile, come dice l’OMS, distinguere tra rumore di fondo e virus. Quello che dovrebbe apparire sconcertante, è il fatto che sulla base di questa che è stata definita spazzatura si generino numeri che sono alla scaturigine di decisioni di estrema importanza,che sulla base di essi si stabiliscano orari di apertura per gli esercizi commerciali, il coprifuoco, limiti di spostamento tra comuni, province e regioni, zone rosse, arancioni e gialle, insomma si stabiliscono limitazioni delle libertà costituzionali. La Costituzione difende il diritto al lavoro, di rango costituzionale appunto, mentre i DPCM sono atti amministrativi. Si può essere disposti a rischiare di prendersi un virus curabile con idrossiclorochina, plasma iperimmune, eparina, attivatori del plasminogeno come l'urochinasi, per non morire di fame e d’inedia, per non gettare i risparmi di una vita, per non vedersi crollare il mando addosso, quello costituito dalle proprie attività quotidiane, dalle proprie passioni, dal proprio lavoro. Se le misure restrittive sono prese sulla scorta di numeri inverosimili, non sono giustificabili, questo è il discorso. Le limitazioni possono essere giustificate solo in certi casi e sempre e comunque entro certi margini ben definiti e non valicabili, come dicevamo, di ragionevolezza e, in ogni caso, sulla base di dati attendibili e non di tamponi il cui risultato è inficiato da cicli di amplificazione eccessivi che rendono difficile da stabilire, per dirla proprio con l’OMS, “la differenza tra rumore di fondo ed effettiva presenza del virus”. I tamponi possono essere portati a cicli di amplificazione opportuni e ragionevoli, per esempio a 25 cicli. Perseverare nell'errore significherebbe falsare i numeri e determinare con questi una Stato di emergenza che potrebbe non esserci, evitabile semplicemente mettendo in linea numeri derivanti dai tamponi con le evidenze cliniche. Con ogni evidenza lo Stato di emergenza non è svincolato dai numeri derivanti dai tamponi, per questo non si può procrastinare la decisione di abbasare i cili di amplificazione. Non si può prendere la decisione di prolungare lo Stato di emergenza sulla base del rumore di fondo anziché della reale presenza del virus.

lunedì 28 dicembre 2020

E' stato un anno difficile

Forse a dicembre del 2019 avevamo già sentito parlare del nuovo coronavirus, sembrava una cosa lontana, probabilmente non pensavamo che sarebbe giunto rapidamente da noi, in Italia. Poi invece i primi casi, il paziente 0, la diffusione, insomma il fenomeno ha colpito anche noi. Così un virus sconosciuto, di cui era nota soltanto la famiglia, quella dei coronavirus appunto, ci ha colti alla sprovvista, come si suole dire. All’inizio è stato il caos, ospedali intasati, con il dubbio di quale dovesse essere il protocollo di cura migliore da seguire. Poi col tempo le cure hanno fatto progressi, sono divenute mirate, si è parlato di plasma iperimmune, di idrossiclorochina, si è scoperto che il virus provocava trombo embolia polmonare, e quindi è stata la volta degli attivatori del plasminogeno come l’urochinasi, per sciogliere i coaguli, dell’eparina per scongiurarne la formazione. Alcuni protocolli sono passati agli onori della cronaca, come il Piacenza e alcuni medici sono riusciti ad avere zero decessi. Di fronte a queste notizie incoraggianti, i numeri continuavano però a crescere, in modo preoccupante. Protagonista dei conteggi è stato il tampone, non solo, però in massimo grado. Quanti nuovi positivi? Ecco la domanda che ognuno di noi si faceva nel tardo pomeriggio di ogni giorno di inverno e di primavera. E ce n'è voluto per arrivare a discriminare che positivo non vuol dire malato, cosa che sarebbe stato importante capire prima. Quanti falsi positivi? E falsi negativi? Anche queste domande giustamente cominciavano a subentrare, seppur a fatica, nel circo mediatico. Come avviene il riconoscimento molecolare? Qualcuno si è chiesto anche questo, e ha cercato risposte. La Reazione a Catena della Polimerasi è la tecnica usata per il riconoscimento molecolare e ci hanno spiegato che funziona amplificando il contenuto dei tamponi, che il numero ottimale sarebbe non superiore ai 30 cicli di amplificazione. Alzare questo numero di cicli può essere stato un atto prudenziale da un certo punto di vista, però avendo innalzato il numero dei falsi positivi, ha anche contribuito ad igrossare i numeri generali, quelli che venivano quotidianamente sciorinati senza troppe distinzioni, alimentando l’effetto panico che ha avuto purtroppo un contributo non irrilevante nell' intasare pronto soccorso e ospedali. Ci sono state quindi molte polemiche inevitabilmente e l’informazione avrebbe potuto dare una mano nel fornire risposte al complesso fenomeno che abbiamo vissuto, risposte alle tante domande inevase, ai dubbi espressi, e avrebbe potuto farlo in modo maggiore di quanto non sia stato fatto. I mezzi di informazione di massa sono un potere, è noto, ed è quindi bene che siano orientati in senso deomocratico, nel fornire risposte al popolo, nell'essere esaustivi, precisi, puntuali. Del resto, a proposito di cose mediche, Pier Gildo Bianchi ammoniva che "un'adeguata informazione si impone come dovere civico".

giovedì 26 novembre 2020

Coronavirus e informazioni

Ci formiamo opinioni in base alle informazioni che riceviamo. Cosa fare però quando le informazioni che riceviamo sono contrastanti? Per esempio, nel sito dell’ISS si legge, a proposito di covid, al paragrafo Glossario, che il tampone molecolare è una metodica che permette di identificare in modo altamente specifico e sensibile uno o più geni bersaglio del virus presenti nel campione biologico e di misurare in tempo reale la concentrazione iniziale della sequenza genomica di riferimento. Invece in una conferenza stampa di ottobre alla Camera dei deputati il dottor Domenico Mastrangelo ha affermato che la tecnica della Reazione a Catena della Polimerasi a trascrizione inversa in tempo reale, usata per il riconoscimento molecolare dei tamponi, non è quantitativa bensì qualitativa e in ogni caso largamente NON SPECIFICA. Quando ci sono opinioni contrastanti, non resta che approfondire personalmente e, in base alla documentazione trovata, alle nuove informazioni, addivenire ad una propria conclusione. Dopo un po’ di ricerche personalmente mi sento maggiormente in sintonia con le opinioni di Mastrangelo però non dubito che altri, dopo le proprie ricerche, possano sentirsi maggiormente in sintonia con quanto scritto nel sito dell’ISS. Ognuno ha il diritto di formarsi le proprie opinioni in base alle proprie ricerche, ai propri studi, alle informazioni che cerca e riceve. Non dobbiamo augurarci che una sola voce si imponga sulle altre soffocandole, bensì che tutte le opinioni vengano rappresentate adeguatamente, e che ognuno si formi un’opinione personale dopo avere acquisito le informazioni inerenti le diverse opinioni. Oggi, nell’informazione inerente il coronavirus responsabile della covid, ravvisiamo che non è rappresentato il vario mondo delle opinioni disponibili e che alcune opinioni tendono a sopravanzare le altre, imponendosi come dominanti, non perché intrinsecamente vere, quanto perché non vi è mai un vero e proprio contraddittorio degno di questo nome.

martedì 27 ottobre 2020

Riconoscimento molecolare del tampone con la Reazione a Catena della Polimerasi

Come avviene il riconoscimento molecolare? Ho cercato lungamente questa risposta poiché la ritenevo di fondamentale importanza per comprendere il fenomeno del coronavirus, anche negli aspetti sociali e in quelli legati all’uso dei mezzi di informazione di massa. La tecnica del riconoscimento molecolare è chiamata Reazione a Catena della Polimerasi. Adesso, per fortuna se ne sta parlando, benché non quanto si dovrebbe. La polimerasi è un processo chimico mediante il quale si ottiene un polimero a partire da sostanze a basso peso molecolare, come dei monomeri. In chimica, un monomero è un composto generalmente a basso peso molecolare, appunto, dall'unione delle cui molecole si forma un polimero. Questa tecnica amplifica il contenuto dei tamponi, qualunque esso sia, anche se è composto da una grande percentuale di genoma umano ed è quindi definita largamente aspecifica. Nel caso del covid, essendo il suo genoma costituito da RNA, cioè da una sola elica si deve prima procedere alla trascrizione inversa, che deve affidare a ciscun nucleotide dell’RNA il nucleotide complementare, ed arrivare al DNA. Clementi direttore di microbiologia del San Raffaele di Milano, dice che i risultati oltre i 30 cicli di amplificazione della PCR dovrebbero essere considerati automaticamente negativi e quelli fatti oggi in Italia vanno dai 32 ai 40 cicli. In base ad altre autorevoli opinioni andare sopra i 30 cicli significa produrre spazzatura. Se è così, decisioni importantissime vengono prese sulla base di risultati che taluni scienziati considerano spazzatura. I cicli di amplificazione generalmente vengono alzati quando i tamponi contengono minime sequenze virali, cioè quando la presenza virale, è quantitativamente irrisoria, cosa che dovrebbe dimostrare già di per se stessa che ci troviamo dinanzi a una potenziale dose non infettante, anche nel caso in cui quel minimo campione virale dovesse essere covid, e non è detto che sia così. Dobbiamo tenere presente che i migliori tamponi producono il 51 per cento di falsi positivi, i peggiori il 91 per cento. In sostanza, le impressioni che riceviamo sul fenomeno covid, sono condizionate e derivano da interpretazioni di dati raccolti con sistemi che non sono validati dall’Istituto Superiore di Sanità, da risultati che taluni considerano spazzatura e, peraltro, ad aggravare la situazione, le informazioni inerenti positivi, malati e ricoverati, vengono veicolate mediaticamente senza operare le opportune distinzioni. Est modus in rebus, c’è un limite nelle cose, anche nell’informazione, un limite varcando il quale non può sussistere il giusto, per cui anche il sensazionalismo non rende più, poiché contribuisce alla diffusione del malcontento generale della Nazione.

sabato 12 settembre 2020

Pericolo per la Costituzione!!!

La nostra Costituzione è stata definita la più bella del mondo, anche da noi stessi, forse con una certa enfasi e magari con un po’ di autocompiacimento, però non è un’espressione esagerata. Esserne fieri è giusto, perché essa è veramente una delle migliori Costituzioni del mondo, prova ne sia il fatto che è stata uno dei principali riferimenti per la redazione dei Diritti universali dell’uomo, cosa di cui essere veramente orgogliosi..
Se volessimo un altro indizio che ce ne desse conferma, cioè che ci confermasse il suo essere un’ottima Costituzione lo si potrebbe rintracciare nel fatto che è molto esigente con i cittadini a cui si rivolge, quelli italiani, essa dà molto e chiede molto.
Chiede un impegno, quello di essere primariamente conosciuta, poi compresa, poi applicata. Essa può essere alla scaturigine di un grande lavoro interiore e spingere verso il cambiamento di se stessi in senso migliorativo. Con le parole del Presidente emerito dell’ANPI, Carlo Smuraglia, estrapolate da una lettera alle Sardine si può affermare che “La vera rivoluzione pacifica è la piena attuazione della Costituzione”.  E questo ci dà il senso del potenziale di cambiamento che essa racchiude in sé, un cambiamento rivoluzionario e al contempo pacifico. Per una piena attuazione però, non basta conoscerla e comprenderla. Visto lo sforzo interiore che richiede, serve probabilmente una preparazione specifica, per poterla applicare al meglio, serve la disposizione a compiere uno sforzo, a durare fatica. Forse il fatto che sia sovente posta sul banco degli imputati si deve all'insofferenza che essa genera in chi non è disposto a questo sforzo, e che ci siano persone non disposte a questo sforzo forse dipende dal fatto che non è stata impartita questa preparazione specifica. Come si impara a leggere e a scrivere, cioè compiendo una sforzo, così si impara ad applicare la Costituzione, compiendo uno sforzo analogo, simile e diverso, che necessita della disposizione appunto a faticare. Chi dovesse trovare eccessivo questo sforzo potrebbe essere tentato di cambiare l’oggetto che impone questo sforzo, cioè la Costituzione stessa. Se non sei disposto a faticare, a lavorare, a sudare, la Costituzione può mettere in imbarazzo. Sembra abbastanza logico aspettarsi da persone che non sono disposte a faticare, a sudare, che esse desiderino cambiare la Costituzione, cioè proprio ciò che gli impone il vero cambiamento, quello interiore. Ebbene sì, la nostra Costituzione è un eccellente motore del cambiamento e dell’evoluzione interiore dell’uomo. In questo senso è un patrimonio inestimabile, che dobbiamo difendere in ogni modo, con ogni cellula di noi stessi. Proprio perché essa è un eccellente strumento del cambiamento interiore può essere soggetta agli attacchi del gattopardismo cioè di quel fenomeno politico che si basa sul cambiamento esteriore, perché nulla cambi nella sostanza.
A proposito di gattopardismo, la recente riforma costituzionale sul taglio del numero dei parlamentari o, se preferite, sul taglio del numero dei seggi di rappresentanza, sembra andare proprio in questa direzione e cercheremo di spiegare perché. Le tre tesi ufficiali per le quali ci vien detto che è stata approntata, discussa e approvata, sono talmente inconsistenti da sembrare semplicemente pretestuose.

Chi propone la riforma sostiene che ci sarà risparmio di denaro pubblico ed esagera palesemente nel quantificare questo denaro. Se infatti andiamo a guardare esso ammonterebbe ad un caffè all’anno per persona, una cifra esigua. Senza considerare che una riforma costituzionale non si fa mai per questioni di risparmio. Non esiste miglior denaro di quello speso per la Democrazia e la rappresentanza, sancite dalla Costituzione.

Dicono che la riforma sia pensata per portare efficienza al processo legislativo. Qui ci sarebbe molto da dire, cosa che però rischierebbe di far diventare questo articolo eccessivamente faticoso.
Facciamo solo presente che il depotenziamento delle commissioni parlamentari rischierebbe di far dipendere la maggioranza delle stesse da un esiguo numero di componenti, forse facilmente influenzabili. Probabilmente per ovviare a questa critica qualcuno ha pensato all’idea di accorparle, un po’ come le elezioni e il referendum prossimi, per capirci. Si evidenzia come l’idea dell’accorpamento, divenga una sorta di pensiero di base, di impostazione, di una classe politica che ha in mente l’idea del risparmio ovunque assimilando il Parlamento ad una azienda, errore spesse volte segnalato. Se cominci a risparmiare sulla Democrazia, questa comincia seriamente a deprimersi. In ogni caso l’accorpamento delle commissioni, quindi dei temi, potrebbe dare luogo alla confusione delle competenze, per cui qualcuno competente per una determinata commissione finirebbe per mettere bocca in quella che un tempo sarebbe stata un’altra commissione. Questa non è efficienza, questo è il caos.
Quindi non ci sarebbe maggior efficienza, quanto una maggior confusione. Del resto confusione, etimologicamente significa proprio “fondere insieme”.
Se accettassimo la tesi che si può depotenziare il nostro Parlamento nazionale perché tanto c’è quello europeo, accetteremmo al contempo la tesi che le decisioni di Bruxelles prevalgono su quelle nazionali consegnando le chiavi di casa a chi non eleggiamo, perché la compagine italiana da sola non è sufficiente a reggere la burocrazia e il sistema dei poteri europei.

Dicono poi che dobbiamo portare il nostro Parlamento allo stesso livello di quelli europei.
Per chi ha tempo di andare a controllare si suggerisce un approccio personale al problema per una migliore autopersuasione. Per chi non ha tempo di andare a controllare personalmente si anticiperà che l’Italia per livello di rappresentanza è in questo momento 23^ tra i paesi dell’Unione europea, e che, se la riforma dovesse passare, la nostra Nazione finirebbe ultima in base a certe stime, penultima in altre. Non ci sembra proprio una medaglia da puntare alla propria giacca nelle parate ufficiali e di cui andare orgogliosi. Anzi, per chi ha un po’ di sano orgoglio, questo dovrebbe destare indignazione e un moto di repulsione nei confronti di questa riforma.

I dati che vengono forniti dal fronte del sì, a proposito, sono spesso privi di fondamento, e vengono proposte tabelle inverosimili in cui non vengono conteggiati i senatori dei vari parlamenti.
Nessuna di quelle motivazioni è persuasiva, ed è anzi facilmente smentibile, così che vi è chi propende a pensare che esse siano semplicemente pretestuose e che le vere ragioni per cui si muove ad una riforma costituzionale debbano rintracciarsi in scopi non proprio limpidi.
In pratica nessuno di quei presunti vantaggi millantati dal fronte del sì vi sarebbero, se dovesse passare questa ingiustificata, iniqua e irresponsabile riforma costituzionale. Se ci sono altri scopi e non vengono dichiarati ci troviamo di fronte ad una scorrettezza.
 
Del resto scorrettezze istituzionali e comportamenti poco limpidi ne abbiamo visti durate l’arco del processo di approvazione della riforma e anche dopo. Viene subito da pensare che questi comportamenti siano tipici di chi non sa argomentare e difendere le proprie proposte e cerca di prevenire il rischio di doverlo fare.
Diciamo subito che la riforma è stata discussa e approvata da un Parlamento eletto con una legge elettorale incostituzionale e quindi privo di legittimazione costituente. Ogni legge elettorale in cui non vi siano le preferenze è incostituzionale come ha chiarito la sentenza n 1 del 2014 della Corte costituzionale. E' un parlamento di nominati selezionati dalle segreterie, fedelissimi al cosiddetto capobastone, selezionati forse proprio per questo scopo, cioè approvare una riforma iniqua, demagogica, antidemocratica, salvo poi ravvedersi per questioni di coscienza, che per fortuna ci sono.
Compare nel programma elettorale dei pentastellati, benché in base alle dichiarazioni di vari militanti, gli stessi militanti non l’avessero approvata, come recentissime testimonianze confermano; è stata tra i primi provvedimenti ad essere discussi, ha viaggiato velocissima con poca informazione, quasi alla chetichella; dopo l’approvazione chi l’ha fortemente voluta ha cercato di impedire e ha reso difficile e farraginosa la raccolta firme in Senato per indire il referendum, arrivando ad apporre alcune firme solo alo scopo di ritirarle alla consegna in Cassazione, in modo da far venir meno il numero legale; Contemporaneamente nessuno dei proponenti si è adoperano per informare i cittadini della raccolta firme per indire il referendum, raccolta che quindi non ha avuto successo tra i cittadini, e questo argomento viene utilizzato ad arte adesso, per far passare il concetto che non c'era interesse tra i cittadini a raccogliere le firme, quando l'interesse ci sarebbe anche stato se solo l'informazione ne avesse parlato; è stata cambiata la data del referendum che era un singolo giorno esclusivamente pensato per il quesito referendario, senza indicare contestualmente un nuovo giorno, creando un gravissimo precedente; poi è stato spostano, spalmandolo su due giorni e accorpandolo a Regionali, Comunali e Suppletive, cosa mai vista, costringendo alla campagna referendaria in piena estate, e non una semplice estate, bensì una stagione che coincide con uno dei momenti maggiormente critici della storia repubblicana, in un momento cioè in cui si è invitati a non creare assembramenti causa covid, quindi rendendo difficilissima una adeguata informazione nelle piazze, nei comizi, impedendo anche la costruzione di un sentimento comune, impedendo di fatto una adeguata campagna referendaria e soffocandola con quella elettorale delle amministrative; questa tornata unica elettorale è stata approvata ricorrendo indebitamente al voto di fiducia; nonostante l’impegno preso ad informare nessuno per adesso si è mosso adeguatamente; solo recentissimamente dopo l'intervento dell’AGCOM  l’informazione pubblica ha lievemente incrementanto i tempi dedicati alla non irrilevante questione.

Chi agisce in modo scorretto, rivela la sua forma mentis, che probabilmente resterebbe la stessa, una volta ricevuta una dose maggiore di potere. Perché una delle conseguenza di questa riforma è proprio che un minor numero di parlamentari gestiranno una fetta maggiore di potere. Per fare cosa?
Se il buongiorno si vede dal mattino, per perseguire ulteriormente il depotenziamento del Parlamento, forse allo scopo di dirottare nelle piattaforme digitali private, quelle il cui risultato corrisponde sempre a quello voluto da chi le possiede, le decisioni politiche, innescando una deriva autoritaria molto pericolosa, perché nascosta dietro una formale Democrazia, quella diretta.

Quella diretta dai proprietari di queste piattaforma, si direbbe. Tra chi è propenso a votare sì, si scorgono quelli un po' nostalgici, che desiderano l'uomo forte al comando e quelli che vorrebbero superare il Parlamento, appunto; tra i litiganti potrebbe spuntarla la compagine che vuole la rinascita della monarchia. A questo proposito si fa presente che esiste un noto Piano di rinascita monarchica e aristocratica, che prenderebbe avvio proprio dalla riduzione del numero dei parlamentari. C'è n'è abbastanza per esercitare prudenza e non cedere alla demagogia che mai è stata così pericolosa come in questa occasione.
In questo grave momento serve il massimo della fiducia nei Padri costituenti, i quali hanno inserito in Costituzione i giusti anticorpi per impedire che gli errori e gli orrori del passato potessero tronare!!
Prenditi il tempo di informarti prima di votare, sbagliare questa volta potrebbe essere veramente rischioso, per la Costituzione e forse per la stessa Repubblica!!!

giovedì 27 agosto 2020

La retorica del cambiamento

Non è infrequente sentir dire da un politico, a qualsiasi livello, che è necessario cambiare, che dobbiamo avviarci verso il cambiamento e via discorrendo. La retorica del cambiamento ha sempre avuto una certa presa sui cittadini. Se però guardiamo al significato stretto di quei concetti, ci dovremmo accorgere che sono troppo generici e che si basano su di un assunto che ben lungi dall’essere dato per scontato non risponde al vero, cioè che cambiamento e miglioramento siano quasi sinonimi.
Cominciamo quindi col dire subito che cambiamento e miglioramento non sono e non possono essere sinonimi, quindi non possono essere usati uno in luogo dell’altro.
Molti cambiamenti sono avvenuti nel corso della storia dell’uomo. In effetti la storia è un continuo cambiamento, però questi cambiamenti non sono statati sempre migliorativi, anzi in alcuni casi, per non dire in molti, hanno prodotto degli autentici disastri.
L’avvento del fascismo in Italia, quello del nazismo in Germania, sono solo degli esempi.
Dire che quindi una riforma costituzionale va nella direzione del cambiamento, non significa automaticamente che questo cambiamento sia migliorativo, esso potrebbe essere anzi peggiorativo, particolarmente se si può notare che il numero dei deputati cui si vuole arrivare corrisponde al numero voluto da Mussolini e che c’è in giro un’aria tendente all’autoritarismo.
Sarebbe necessario ricordare a noi stessi, ogni volta che sentiamo parlare di cambiamento, che cambiamento potrebbe significare peggioramento. Se non sussistono altri argomenti o elementi suscettibili di farci identificare il cambiamento con un miglioramento è quasi certo che il cambiamento sarebbe in peggio e non in meglio. Di fronte ad un discorso generico quindi, intanto è necessaria la prudenza, e subito dopo è fondamentale andare a comprendere in che cosa il cambiamento sussista. È ciò che ha fatto il fronte del NO alla riforma costituzionale sul taglio del numero dei parlamentari, che in questa indagine ha scoperto che sostanzialmente le principali argomentazione del sì sono destituite di fondamento, in pratica false.
Per capire quanto le argomentazione del fronte del sì siano inconsistenti, si rimanda all’articolo precedente di questo Diario Elettronico.


martedì 25 agosto 2020

Schierato per il NO al referendum costituzionale sull'assurdo taglio del numero dei parlamentari

Nei giorni del 20 e 21 settembre si terrà il referendum costituzionale sul taglio del numero dei parlamentari. L’informazione al riguardo è stata ed è scarsissima per un referendum di rango costituzionale, cosa molto grave, anzi gravissima, che ha già fatto intervenire duramente l’AGICOM.

Di seguito vi sono alcuni spunti di riflessione e alcuni buoni motivi per dire NO a questa riforma costituzionale.

a) Le ragioni del sì, anche ad essere gentili appaiono semplicemente inconsistenti e anche pretestuose, poi vedremo perché. Esse sono prevalentemente 3 e riguardano il risparmio dei costi, l’efficienza del processo legislativo e l’equiparazione del numero dei parlamentari a quello delle altre nazioni.
Per commentare questi 3 cavalli di battaglia del sì, cominciamo intanto col dire che una riforma costituzionale non si fa per risparmiare. In ogni caso il risparmio non ci sarebbe comunque, corrisponderebbe infatti ad un caffè all’anno a cittadino, non al giorno, nota bene, all’ANNO!!!

Anche l'efficienza non ci sarebbe perché un minor numero di parlamentari oltre a costituire di per sé una contrazione della rappresentanza preoccupante e quindi un impoverimento delle idee, dei contributi personali, depotenzierebbe le commissioni parlamentari, che si troverebbero così sguarnite, tale per cui si parla già di accorparle, cosa che condurrebbe semplicemente al caos, anche delle competenze che si accavallerebbero. Non efficienza, bensì caos!!!

L’equiparazione del numero dei parlamentari italiani a quello delle altre nazioni non è assolutamente necessario, se non nel senso inverso a quello proposto.  Stando alla propaganda per il sì al taglio, il Parlamento italiano sarebbe ipertrofico, affollato. FALSO. L'Italia infatti ha un rapporto tra elettori ed eletti che la colloca al 23° posto in Europa per rappresentanza, in questo momento. Stando ai dati quindi già vediamo che in pratica già non è messa benissimo, perché avere 22 stati meglio rappresentati di te su 27 non depone a favore della tesi del parlamento ipertrofico. Con la riforma che cosa accadrebbe dunque? Che l'Italia scivolerebbe all’ultimo posto, e non è proprio un primato di cui vantarsi. Come si può ben capire non ci sarebbe equiparazione bensì distanziamento dalla media con un repentino scivolamento.


Di seguito altre buone ragioni per dire NO.

b) Se vuoi parlamentari meno assenteisti e politici migliori, ledere la rappresentanza portando l’Italia all’ultimo posto, non serve proprio. Per questo servirebbero invece le PREFERENZE, quindi via le liste bloccate!!!


c) Se vuoi risparmiare sui costi della politica, ci sono sistemi migliori, come riduzione degli stipendi, dei rimborsi, delle consulenze, dei costi di funzionamento. Qui invece, pare proprio che ci sia il moltiplicarsi delle commissioni di esperti, naturalmente molto ben pagati, e molti indizi lasciano presagire che le cose continueranno così. Perché, nonostante la buona fede e le migliori intenzioni, anche le commissioni aggiuntive di esperti sono un modo per dire agli elettori che nonostante i voti espressi a decidere non saranno i politici eletti, bensì qualcuno che i politici avranno scelto per decidere al proprio posto, forse perché ritenuti maggiormente competenti, non si sa se a torto o a ragione.  Quindi sostanzialmente questo modo di procedere si configurerebbe come un modo per trascinare il volere del popolo in una direzione che il popolo non avrebbe minimamente immaginato e sulla quale quindi non si è certo potuto esprimere.


d) Se, come stiamo vedendo, le ragioni ufficiali del sì sono evidentemente inconsistenti, le ragioni per le quali questo fronte è favorevole alla riforma, devono stare necessariamente altrove. Dove?
Cominciamo col dire che in pratica la posta in gioco è ben maggiore di quello che vogliono far trasparire. Peraltro l’assenza di informazione sugli argomenti relativi al referendum, già evidente in sede di raccolta firme per l'indizione del referendum,  avrebbe, in base ad alcune interpretazioni, proprio lo scopo di impedire che i veri motivi emergano in modo evidente.
Infatti questa riforma consentirebbe ai pochi parlamentari che rimarrebbero blindati nel palazzo, come una vera e propria casta tra le caste, di farsi le prossime riforme costituzionali a suon di maggioranze di due terzi, facili da trovare, particolarmente se non ci saranno leggi elettorali con le preferenze. Quindi ogni riforma costituzionale che verrà dopo, passerebbe SENZA PASSARE PER L’APPROVAZIONE DEL POPOLO, cioè senza passare per i REFERENDUM.
Sembra essere questo lo scopo principale della riforma sul taglio del numero dei parlamentari, cosa che ovviamente non può essere dichiarata apertamente. Questo significa che se venisse approvata questa riforma, per la Costituzione non ci sarebbe pace!!!


E qui c'è una questione che vale la pena indicare. E' paradossale che proprio un movimento che fa della Democrazia diretta il suo cavallo di battaglia, di fatto ottenga il risultato opposto, cioè faccia allontanare il popolo da quell’esercizio della Democrazia diretta che è costituito proprio dallo strumento del referendum.
Giova ricordare che nella nostra Repubblica parlamentare, l'esercizio del referendum pone l'elettore nella condizione di assurgere a legislatore, divenendo proprio come un parlamentare. Se tu allontani i cittadini da questo esercizio, come puoi dirti per la Democrazia diretta?
E' un fatto sconcertante, preoccupante, anche alla luce dell'antiparlamentarismo imperante.


Ricordiamo, a tale proposito, che c’è chi auspica l’abolizione del Parlamento, e questa riforma sembra propedeutica anche a questo!!!


e) In generale, con il taglio, avremmo un accentramento dei poteri, dinamiche oligarchiche e una riduzione delle garanzie democratiche, un sostanziale allontanamento dei cittadini dalle istituzioni democratiche e dalla vita politica. Questa riforma sarebbe una minaccia anche al pluralismo.


Per queste ragioni consiglio di votare NO al referendum costituzionale!!!


Se l'eventuale gentile lettore dovesse essere ancora incerto, indeciso, un’argomentazione ulteriore potenzialmente dirimente potrebbe essere che il NO è un voto estremamente equilibrato e democratico e, da questo punto di vista, è molto meglio del sì. perché se voti sì, vai a ridurre il potere di voto anche di chi vota NO; se invece voti NO mantieni il potere di voto anche di chi vota sì. Se sei indeciso quindi, dai un voto equilibrato, dacci una mano e vota NO!!!
In ogni caso, Buon voto!!!

martedì 11 agosto 2020

Del riconoscimento molecolare

Molti chiedono di collaborare alla soluzione del problema pandemico. È possibile partecipare a questo sostegno in vari modi, con donazioni per esempio, oppure offrendo preghiere o spunti di riflessione, perché c’è anche chi crede che questo problema si vinca con la cultura.
Ho spesse volte chiesto come avviene il riconoscimento molecolare del coronavirus. Certo non posso pretendere che la domanda sia giunta a chi ha le competenze per rispondere così da sospingerlo ad adoperarsi nel fornire questa risposta. In ogni caso risposte non ce ne sono state e il tempo passa inesorabile e i problemi non si risolvono anzi per certi versi sembrano aggravarsi. Così diviene necessario far fronte all’esigenza di avere una risposta facendo personalmente delle ipotesi, delle congetture.
Inizialmente sento l’esigenza di cominciare dal definire a me stesso la nozione di riconoscimento molecolare.
Cosa potrebbe mai essere il riconoscimento molecolare?
Riconoscere è conoscere nuovamente, quindi a cominciare da un modello di riferimento già conosciuto.
Molti sanno che cos’è una molecola, per esempio la molecola dell’acqua è composta da due atomi di idrogeno e uno di ossigeno. Ecco, l’RNA, l’acido ribonucleico, che costituisce una componente del coronavirus, cioè il suo genoma, è una macromolecola cioè una grande molecola costituita da componenti di grandezza inferiore come i nucleotidi quali adenina, uracile, citosina e guanina.
Quindi il riconoscimento molecolare deve riconoscere in questo caso nel campione biologico del tampone la presenza della macromolecola di RNA del coronavirus covid. I saggi molecolari mirano a dimostrare la presenza nel campione biologico di sequenze specifiche del virus. Presumibilmente si avvale quindi di un campione che diviene il modello da riconoscere, a questo deve servire tra le altre cose l’isolamento del virus. E quando i tamponi vengono esaminati se si scorgono macromolecole identiche al modello, ecco che avviene il riconoscimento. Nel momento in cui avviene il riconoscimento sappiamo che in quel tampone vi era il coronavirus e che quindi colui al quale il tampone era stato fatto ha nelle mucose entrate in contatto col tampone il virus in questione, per cui risulta positivo al riconoscimento molecolare del tampone.
Sappiamo però che il coronavirus è un virus mutante per cui è necessario chiedersi, come fare ad avere un campione modello? Se il virus muta, non potrà mai adattarsi al modello iniziale di riferimento perché col tempo si trasforma in un’altra cosa che può essere simile naturalmente eppure diversa dal modello stesso. Potrebbe essere poco, abbastanza o molto diversa. Come si può quindi verificare la presenza nel campione biologico di sequenze specifiche del virus se questo, mutando, dimostra di non avere in effetti sequenze specifiche. È proprio il concetto di sequenza specifica che è messo in dubbio, poiché se muta, quale potrebbe essere la sequenza specifica? Specifico significa proprio di quel virus e che non può sussistere in altro virus.
Visto che la variazione del virus è la variazione della sequenza, la domanda di una certa urgenza che si pone è se può esistere una sequenza specifica in caso di virus mutante.
Se la procedura per il riconoscimento molecolare adottasse un unico modello di sequenza, una persona che avesse il coronavirus mutato, non risulterebbe mai positiva da cui il rischio di falsi negativi.
È possibile presumere che non si ritenesse opportuno rischiare di dichiarare negativa una percentuale notevole di potenziali positivi, così l’impostazione del riconoscimento molecolare non ha potuto basarsi sull’identificazione di sequenze identiche al modello, è dovuta cambiare.


Non quando le sequenze del virus del campione biologico del tampone sono uguali identiche al modello di sequenza di riferimento, bensì quando sono semplicemente simili, ecco, in quel caso la macchina deve dichiarare che il paziente da cui il tampone proviene è positivo.


Dentro la macchina non c’è Dio, la macchina è costruita e programmata dall’uomo. Quindi deve essere stata questa l’idea generale che ha animato gli scienziati e predisposto la macchina, in un momento in cui si sapeva che il virus è mutante, e poco altro si sapeva. Probabilmente si è dovuti pervenire a stabilire quanto simile al modello iniziale dovessero essere le sequenze virali presenti nei tamponi per fare dichiarare alla macchina predisposta per il riconoscimento che ci si trovava di fronte al coronavirus.
Qualcuno avrà optato di far dire alla macchina di trovarsi in presenza del famigerato virus quando la sequenza del tampone sarebbe stata molto simile al modello. Forse, per un atteggiamento prudenziale, qualcuno avrà pensato che la macchina avrebbe dovuto fare quella dichiarazione, quando la sequenza sarebbe stata abbastanza simile. E magari vi è stato anche chi avrà pensato che sarebbe stato opportuno far fare alla macchina quella dichiarazione in presenza di una sequenza un po’ simile, poiché sappiamo che muta, però, quanto muta?

Ora, è chiaro che così il rischio di passare dai falsi negativi ai falsi positivi aumenta e in proporzione al fatto che si imposti la macchina per dichiarare che ci si trovi dinanzi al coronavirus in base al minor grado di similitudine.

Ora, sappiamo che il coronavirus appartiene a una famiglia di altri virus tra cui quello del raffreddore.
Se appartengono alla stessa famiglia è perché sono virus simili, che hanno delle componenti in comune, RNA e delle sequenze di nucleotidi di questo acido simili.
Se impostiamo la macchina per dichiarare che siamo dinanzi al coronavirus anche in caso di poca similitudine c’è il rischio che il virus del raffreddore che, essendo della stessa famiglia è in qualche modo simile, forse anche nelle sequenze di nucleotidi, a quello del famigerato cugino, venga quindi dichiarato coronavirus?
In altre parole potrebbe essere questa la causa di ipotetici falsi positivi?

È una questione di una certa importanza ovviamente poiché questa evenienza rischia di far lievitare il numero dei falsi positivi che, una volta dichiarati positivi dai mezzi di informazione di massa, contribuirebbero a falsare il dato realistico in senso negativo, drammatizzando una situazione già difficile per molte ragioni, e comunque a creare panico sociale e stato di allerta.

La retrotrascrizione è, in biologia, la capacità da parte di particolari enzimi di sintetizzare una molecola di DNA a partire da RNA. E' con questo metodo che si verificano le similitudini delle sequenze virali. se però non possono sussistere sequenze specifiche per il coronavirus covid, qualcuno ce lo deve dire.
La scienza fornisca risposte chiare, poiché ne abbiamo bisogno, è una richiesta dell'intero Paese!!!