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giovedì 28 aprile 2022

E se il Legislatore legifera in modo iniquo?

Non è scontato che il Legislatore legiferi in modo equo, anzi, la storia ci insegna che è assolutamente possibile che legiferi in modo iniquo.
Cosa succede in questo caso? Che aumenta il malcontento tra la gente, i cittadini di quello Stato in cui si legifera in modo iniquo, cominciano a manifestare questa scontentezza, questo malcontento, il quale può degenerare se non si pone rimedio alla situazione. Se esiste una concezione forte e una concezione debole di Stato di diritto, l’azione del Legislatore iniquo, si imposterà sulla concezione debole. Ricordiamo quindi sommariamente in che cosa consistano queste concezioni diverse di Stato di diritto.

La concezione debole

La 'concezione debole' di Stato di diritto è quella che stabilisce che esso sussiste semplicemente nel momento in cui vi sono delle regole e delle leggi alle quali attenersi. Tuttavia non entra nel merito delle leggi stesse, non le giudica e non stabilisce se queste debbano possedere o no determinate caratteristiche per essere definite degne di entrare a far parte del novero di quelle che strutturano lo Stato di diritto in generale.
In questo senso sussisterebbe un criterio interno di verità e di giustizia che somiglierebbe molto da vicino a quello tipico di ciascuna "pratica teorica" autogiustificantesi, cosa di cui ci sembra parlare Althusser quando sostiene che "la pratica teorica è criterio di se stessa, contiene in sé i princìpi definiti di convalida della qualità del suo prodotto" cosa forse non negativa per il filosofo strutturalista e che tuttavia, da un certo punto di vista apre a delle critiche per le quali sembra quasi una sorta di autoassoluzione, in un certo senso. Se la pratica teorica non si apre ad altre prove di convalida, a critiche, essa convalidando se stessa si chiude in un mondo suo, rischiando di vanificare ogni contatto col mondo reale. E a ciò sembra fare riferimento un certo modo di legiferare attuale. Ne parleremo meglio in seguito quando ci riferiremo ai corto circuiti legislativi interni e alle iterazioni nidificate, strutturazioni funzionali ad una concezione debole. Questo tipo di concezione sembra molto sintonizzata con la cultura della divisione in compartimenti stagni, non comunicanti e fa gioco a un certo tipo di potere tendenzialmente assolutistico, verticistico. Infatti soltanto chi sta al di sopra di ogni compartimento stagno può gestirli pienamente, e questa gestione risulta essere tanto più facilitata quanto meno essi compartimenti comunicano tra loro, quanto minore è lo scambio di informazione tra gli stessi.
Ricapitolando, la concezione debole stabilisce che c'è Stato di diritto quando vi sono delle regole e delle leggi alle quali attenersi, indipendentemente dal tipo di regole e di leggi, senza entrare nel merito del giudizio delle stesse, rischiando di far divenire il sistema di leggi piuttosto autoreferenziale e, in ultima analisi, perfino tendenzialmente e potenzialmente iniquo senza per questo alterare il princìpio suesposto. Possiamo, anzi dobbiamo invece chiederci se le leggi siano giuste o no in base a criteri peraltro già codificati dal mondo giuridico e che tuttavia qui, in questo caso, rimangono fuori dalla porta. Significa mettere alla porta una bella fetta della storia del diritto.
Ogni sistema autoreferenziale di leggi che è regola e misura di se stesso e che si regga su parametri interni di convalida, del tutto arbitrari, senza entrare nel merito di come debbano essere questi parametri è quindi suscettibile, non dovrebbe sfuggire, di creare un sistema potenzialmente autoritario.
Somiglierebbe un po' ad una struttura che non è suscettibile di ricevere dall'esterno stimoli capaci di apportare alcuna migliorìa, che ne è refrattaria. Struttura chiusa quindi, potente, potrà sembrare paradossale, come ogni struttura chiusa, particolarmente in un'ottica sincronica, salvo poi dover fare i conti con quella diacronica, con gli sviluppi temporali, e con ciò che viene lasciato fuori. Origina quindi, peraltro, da questa sede, una nefasta tendenza che è quella di vedere allontanare il popolo sovrano dal suo ruolo specifico quello di sovrano appunto, un ruolo che, giova ricordarlo, gli è assegnato nientemeno che dalla stessa Costituzione e che espleta con la partecipazione.
Questa autoreferenzialità e refrattarietà, dal nostro punto di vista è ciò che caratterizza essenzialmente lo 'Stato di diritto debole' o la 'concezione debole' di Stato di diritto, e l'alienazione del popolo  dal suo ruolo di sovrano, che coincide con l'allontanamento dei cittadini dalla prtecipazione appunto alla vita democratica, anche per scoraggiamento, rappresenta una delle sue peggiori conseguenze. 
L'aura di Stato di diritto che si vorrebbe conferire a questa 'concezione debole' è alquanto illusoria, ed avrebbe peraltro il difetto di addormentare il popolo, illuso da definizioni che potrebbero risultare prive di senso effettivo, svuotate di significato, magari gradualmente, dissuadendolo dal considerare i rischi che essa, in quanto debole, porta in sé.

La concezione forte

La 'concezione forte' di Stato di diritto differisce dalla precedente su un dato di fondamentale importanza. Infatti a differenza della prima stabilisce alcune delle caratteristiche che le leggi devono avere per essere ritenute degne di entrare a far parte del novero di quelle che fondano lo Stato di diritto stesso.
La 'concezione forte' dello Stato di diritto ricalca comunque nella prima porzione dell'enunciato quella della 'concezione debole' quando cioè stabilisce il fatto che lo Stato di diritto sussiste là dove sono presenti regole e leggi alle quali attenersi, in questo senso l'enunciato è del tutto sovrapponibile al primo, anche dove dice che queste regole e queste leggi regolano la vita dei cittadini in ogni loro aspetto, però si differenzia nettamente quando specifica, stabilisce che regole e leggi devono possedere alcune particolari caratteristiche imprescindibili. Quali caratteristiche?
Nell'articolo intitolato 'Stato di diritto e legge del più forte', datato 11 ottobre 2012, scritto a quel tempo nella speranza che potesse fornire spunti di riflessione magari proprio agli addetti ai lavori, ai giuristi, agli accademici,  e oggi riproposto per spronare, stimolare interventi sempre negli stessi, in chi è vocato insomma allo studio del diritto, si tentava di dare una prima risposta quando si sottolineava che leggi e regole poste a fondamento della 'concezione forte' debbano essere strutturate in modo da riflettere profondamente l'essenza del principio  per cui dove vige lo Stato di diritto non vige la legge del più forte, tale per cui queste stesse leggi non consentano né spazi, né brecce dalle quali possano filtrare, riaffiorare come ospiti indesiderati, la prevaricazione, l'ingiustizia, la brutalità e l'arbitrio, tipicamente connessi alla legge del più forte.

Ovvero si può formulare l'enunciato per cui il vero Stato di diritto non è là dove sussistano semplicemente leggi, regole, trattati sui quali poggiarsi e ai quali attenersi, bensì è là dove le leggi, le regole e i trattati sui quali  ci si poggia e ai quali ci si attiene, siano uno scudo alla legge del più forte, all'arbitrio, all'ingiustizia palese o, peggio, dissimulata.

Speriamo che l'Unione europea rifletta su queste distinzioni anche perché attualmente ci sembra sempre improntata, e lo diciamo con dispiacere aumentato rispetto a quello espresso alcuni anni or sono, ad una 'concezione assai debole' di Stato di diritto e la preoccupazione consiste nell'osservare che il tempo passa e purtroppo le condizioni ben lungi dal migliorare, peggiorano, per cui ecco l'aumento del dispiacere. Ed il peggioramento si percepisce tanto in Ue quanto in Italia.

A parlarci del fatto che il Legislatore può sbagliare, ovvero legiferare in modo iniquo, del resto, vi è anche il noto Avvocato Besostri, giurista esperto di pubbliche amministrazioni, diritti umani e protezione delle lingue regionali e minoritarie, sempre in prima linea quando si tratta di difendere la Costituzione, quando essa si trova sotto attacco, cosa che succede troppo spesso purtroppo.

Tra le ultime difese nelle quali si è prodigato, c'è quella collegata  all'ultimo referendum costituzionale sulla riduzione del numero dei parlamentari, criticando aspramente anche le procedure come quando ha asserito che quella referendaria è stata illegittima per violazione dell' articolo 72 della Costituzione nei commi 1 e 4, perché le norme sull’indizione del giorno dei comizi coincidenti con elezioni amministrative, e comprensivo in questo vaso appunto del referendum, non sono state votate una per una dalle Camere con una procedura normale; e dell'articolo 77 della Costituzione, nell'interpretazione data dalla Corte Costituzionale con la sentenza  numero 32 del 2014. Si è trattato quindi di un referendum soggetto a varie legittime critiche, anche per lo scarso spazio dato dall'informazione allo stesso e, anche se il popolo si è espresso in maggioranza per il sì, l'articolo 1 è perentorio al comma in cui dice che "La sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione".

Quindi il volere del popolo è soggetto a dei limiti costituzionali invalicabili, tali per cui anche una percentuale di poco al di sotto del cento per cento non può varcarli. Anche un referendum costituzionale può essere viziato da un contenuto incostituzionale, così il metodo, una questione complessa che non possiamo approfondire in questa sede. ci limitiamo ad osservare che legiferare in modo sbagliato è possibile e può riguardare anche norme di carattere costituzionale. Cosa significa però, in modo sbagliato? Significa innanzitutto in contrasto con altre norme vigenti. Abbiamo cercato di rispondere prima, consapevoli di averlo fatto in modo parziale e imperfetto, cercando di sottolineare la differenza tra la concezione forte e debole di Stato di diritto. Forse però a questo punto gioverà ricordare adesso che uno Stato di diritto si fonda anche su una gerarchia di fonti del diritto. In Italia questa gerarchia vede al primo posto la Costituzione, non a caso definita Fonte delle fonti del diritto, proprio perché sta al vertice di esse. In Italia la gerarchia delle fonti del diritto ricalca lo schema seguente.

Costituzione

Leggi
Decreto del Presidente della Repubblica
Decreto Legislativo
Decreto Legge
Decreto Ministeriale
Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri
Delibera del Comitato Interministeriale
Circolari
Interpretazioni
Ordinanze
ddl, disegni di legge
Consuetudine

Bisogna tenere presente questa gerarchia delle fonti del diritto, al vertice delle quali c'è la Costituzione. Anche l'Educazione Civica dovrebbe occuparsi di insegnare questa gerarchia nella Scuola italiana, infatti avendola ben presente si comprendono molte dinamiche altrimenti difficilmente comprensibili, e posso essere testimone del fatto che spesso i discenti conferiscono a raccomandazioni e note ministeriali la valenza di leggi, cosicché ho un bel daffare nel cercare di far capire di quale errore si tratti.

Cosa significa questa gerarchia delle fonti?  Significa una cosa ben precisa, cioè che le Leggi non possono essere in contrasto con la Costituzione, i DPR non possono essere in contrasto né con le Leggi, né con la Costituzione; i DLgs non possono essere in contrasto né con i DPR, né con le Leggi, né con la Costituzione e via discorrendo, ciò che sta sotto non può essere in contrasto con nessuna delle fonti che stanno sopra, dette perciò sovraordinate, figuriamoci quindi se una nota ministeriale può essere in contrasto con una legge o essere scambiata per essa. Siamo sicuri quindi che questa gerarchia delle fonti venga in effetti rispettata? No, ed è per questo che esistono i tribunali come i TAR ed anche la Corte Costituzionale, con lo specifico compito di verificare se una norma sia in contrasto con la Costituzione oppure no. Una legge fatta male o ingiusta, ci suggerisce l'Avvocato Sandri, o viene cambiata in sede legislativa, però per fare questo c'è bisogno chiaramente di un mutamento politico, giacché è difficile per non dire impossibile suppore che la stessa maggioranza che l'ha approvata la cambi, e sarebbe ingenuo crederlo, oppure può essere cambiata solo da una sentenza di tribunale.

Esistono dei periodi storici in cui purtroppo sembra che si indulga particolarmente in una pessima legislazione e quello attuale purtroppo è uno di questi. In pratica dal dopo guerra, lo Stato di diritto nel nostro Paese non è mai stato così in sofferenza come oggi.

Un pessimo modo di legiferare è suscettibile di creare proprio quei contrasti che andrebbero evitati per rispettare il vincolo della gerarchia delle fonti, così può capitare di avere leggi incostituzionali, come potrebbe confermare lo stesso Besostri. E ora pensiamo che se anche una Legge, così alta nella gerarchia delle fonti, può essere incostituzionale, anche una Legge di revisione costituzionale, figuriamoci quanto può essere incostituzionale un DPCM che sta molto al di sotto della Legge in quella stessa gerarchia delle fonti che richiamavamo prima, o una nota ministeriale, come sono costretto talvolta a spiegare agli studenti. Per esempio, oggi, nella scuola si vive un momento difficile perché le note del 28 e 30 marzo 2021 del ministero dell'istruzione interpretano il Decreto Legge del 24 marzo in un modo particolarmente disinvolto arrivando a vederci delle cose che a molti sembrano inventate di sana pianta, come improponibili estensioni orarie di lavoro. In questo caso una nota ministeriale contrasterebbe con un DLgs, con una fonte sovraordinata. Si creano così dei corto circuiti che innescano problemi a cascata.

In effetti, in alcuni casi sembra che ci si trovi dinanzi proprio a quello che potremmo definire una specie di corto circuito inerente i conflitti tra norme di rango pari o diverso, conflitti sempre difficili da affrontare e da dirimere, per cui una disposizione di legge o avente forza di legge si trova a confliggere con altre norme o regolamenti o risoluzioni di pari o maggior rango nella gerarchia delle fonti del diritto, con conseguente aumento dei rapporti conflittuali giacché quando le leggi confliggo ciò si riverbera inevitabilmente sul tessuto sociale deprimendone la coesione.
Col Decreto Legge 26 novembre 2021 n 172 si vedono assegnare a talune figure ruoli che fino a quel momento non erano stati di pertinenza di quelle stesse figure, situazione che causa una difficoltà gestionale non indifferente per cui la gestione insomma pone dei problemi nuovi, come nel caso di un Dirigente Scolastico che si trovi a gestire informazioni delicatissime inerenti lo stato di salute o “vaccinale” degli insegnanti, informazioni per l'appunto di estrema delicatezza. Quelle che vorremmo cercare di far capire è che quei conflitti che abbiamo definito corto circuiti, hanno sempre un effetto sociale devastante,  divenendo potenzialmente fonti di conflitto anche tra persone, cosa che purtroppo va a turbare gli stessi ambienti di lavoro. Questo anche perché possono arrivare a mettere in dubbio diritti garantiti come il lavoro stesso. E anche perché chi si trova a subire la pressione di una norma iniqua, può ravvisarne l'incostituzionalità e magari chi deve farsi carico del rispetto della stessa norma non la ravvisa, ne scaturisce un conflitto, spesso garbato per fortuna, però in alcuni casi magari no, ed ecco quindi che in luogo di un atteggiamento solidale nascono frizioni, aporie, incomprensioni, insomma rapporti conflittuali. Se esiste un conflitto sociale, legiferare i modo iniquo svolge il compito di abbassare il conflitto ad un livello della scala sociale inferiore, a livelli in cui magari dovrebbe sussistere una maggiore coesione, per fare fronte comune rispetto ad attori maggiormente influenti e con una forza intrinseca maggiore dovuta al ruolo politico, proprio perché collocati ad un livello della scala sociale elevato dentro un sistema politico che peraltro acquisisce ogni giorno che passa una fisionomia sempre più verticistica, ragion per cui un vero contrasto può essere esercitato esclusivamente da un tessuto sociale coeso in una rivendicazione comune. Ne deriva che con ogni probabilità il Legislatore sa che legiferando in modo iniquo abbassa il livello dello scontro sociale, andando proprio a creare fratture là dove occorrerebbe la presenza di una coesione ai massimi livelli. Nella situazione attuale non è impossibile che un insegnante per esempio possa trovarsi in contrasto con il proprio DS e questo è difficile che non sia stato ipotizzato come possibile esito di una legislazione iniqua dal Legislatore stesso, il quale pensa forse così di facilitarsi il successo nel perseguire i propri scopi. Giacché riteniamo legittimo difenderci con fantasie precauzionali che peraltro hanno il prego di ipostatizzare come vere le cose fantasticate per il solo fatto di comparire come vere nell'ipotesi di chi le formula, nella sua mente insomma che riflette le stesse leggi che vi si trovano al di fuori, noi dobbiamo ritenere, per nostra salvaguardia, che il Legislatore sappia che legiferando in contrasto con norme di rango superiore, sovraordinate nella gerarchia delle fonti del diritto, ottiene il risultato di fomentare il conflitto sociale, spesso tra pari, determinando uno scollamento là dove dovrebbe sussistere coesione, che lo faccia insomma di proposito, con la precisa consapevolezza di ottenere questo risultato. Naturalmente sarebbe gravissimo.

lunedì 28 marzo 2022

Salute e bilancia

La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti.

Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana.

Così recita l'articolo 32 della Costituzione della Repubblica Italiana. Esso è da tempo al centro della nostra attenzione essendo stata la nostra vita attraversata da quella che potremmo definire la vicenda Covid, cioè una vicenda chiaramente legata al virus e alla malattia, quindi alla salute, con ogni evidenza. La corretta interpretazione di esso ci pare quindi essere di fondamentale importanza per comprendere la vicenda stessa che abbiamo vissuto. Ora, per comprendere bene questo articolo probabilmente non sarebbe inutile leggerlo con davanti a sé una bilancia. Servirebbe anche un peso corrispondente al 'diritto' e un altro corrispondente a quello che l'articolo della Costituzione definisce 'interesse' e che dovremmo usare insieme all'altro durante appunto la nostra personale lettura di questo articolo.

Come procedere?

Prendere la Costituzione e cercare l'articolo 32 di essa. Prendere la bilancia e porla su un piano. Mentre si legge il primo comma dell'articolo in questione o dopo averne dato lettura, cercando di far riecheggiare nella mente quanto appena letto, collocare sopra un piatto di essa bilancia il peso corrispondente al 'diritto' e poi sull'altro piatto collocare il peso corrispondente a 'interesse' e rimanere ad osservare la bilancia che cosa fa.

Dove pensate che penderebbe?

È necessario rispondere molto sinceramente a questa domanda.

Essa penderebbe senza dubbio alcuno sul lato dove è stato collocato il peso corrispondente al 'diritto' e francamente non ce ne stupiamo.

È percepibile anche istintivamente da chiunque che tra 'diritto' e 'interesse' abbia un maggior peso il primo, chiunque esamini se stesso sinceramente non può che convenirne. Comunque, a scanso di equivoci, vi sono sentenze della Corte costituzionale a confermare questo.

In sintesi possiamo affermare che tra 'diritto' e 'interesse collettivo' non può che prevalere il primo, come del resto conferma appunto la sentenza numero 307 del 1990 della Consulta.

Così facciamo notare che il diritto individuale alla salute prevale nettamente sul generico interesse collettivo, è evidente ed è bene che sia così perché la rinuncia alla difesa del diritto individuale alla salute, non può dare come risultato la difesa di quella collettiva che è possibile e preferibile anche come risultante della somma di ogni scelta individuale. Cioè a dire se vuoi perseguire la salute collettiva non è rinunciando alla difesa di quella individuale che puoi ottenere questo risultato e il diritto individuale alla salute personale si espleta anche rifiutando un farmaco che produce numerosi e importanti effetti avversi. Con un obbligo è evidente che il diritto a non subire questi effetti non sussisterebbe più e così, anziché perseguire la salute collettiva si potrebbe ottenere l'effetto contrario. Purtroppo i dati dell' EUDRO VIGILANCE confermano questo. Sono quasi 4 milioni gli effetti avversi e sono decisamente sottostimati. Se consideriamo poi che un effetto avverso potrebbe avvenire anche a distanza di molto tempo sembrano destinati ad aumentare.

Così siamo lieti di apprendere che in Nuova Zelanda la Corte Suprema revoca l’obbligo "vaccinale" in quanto rappresenta una GRAVE VIOLAZIONE DEI DIRITTI UMANI.

E siamo lieti anche di apprendere che in Gran Bretagna è stato deciso di togliere l'obbligo "vaccinale" per il personale sanitario, una scelta che dovrebbe essere compiuta anche in Italia, considerando che questi "vaccini" producono purtroppo un così alto numero, nonostante la sottostima, di reazioni avverse.

Potremmo avere cortesemente un commento di qualcuno dei nostri parlamentari che li stanno avallando questi obblighi?


 



sabato 26 febbraio 2022

Se il mondo reale si affaccia

Quando il mondo reale si affaccia prepotentemente sulla scena, può produrre vari effetti, tra cui risvegliare improvvisamente la coscienza, modificare le proprie percezioni, anche sminuire o contrarre un eventuale mondo fittizio, se c’è, rischiando di fargli subire una profonda contrazione, quasi un ridimensionamento imperioso. Che dire del mondo fittizio appena menzionato? Che se c'è, è vero che è fittizio, pertanto la nozione di verità è presente e in un certo senso  è reale anche quello, però è costruito da premesse dubbie se non sbagliate. Senza stare a sottilizzare troppo o a filosofeggiare, per quanto l'argomento si presterebbe, per 'mondo reale' si vuole intendere qui semplicemente un mondo che è costituito da azioni concrete e tangibili, anche nel caso in cui queste azioni avvengano lontane da te, pur avendo la caratteristica di metterti di fronte a un fatto compiuto delle cui conseguenza il tuo intuito comprende subito la portata, cose che generano un forte scossone o forse, potremmo dire, una autentica doccia fredda, come una concreta azione di guerra. Per mondo fittizio potremmo intendere un mondo in cui il modus vivendi, pur reale e tangibile anche questo, è però determinato da premesse che non sono convincenti, che non sono di immediata comprensione, che forse sono un po' immaginarie, un mondo un po' artificioso, che si regge in piedi sulla base di postulati di difficile dimostrazione e che possono in taluni casi apparire sempre più labili col  passare dei giorni. Pensiamo al fatto per esempio di come sussista oggi, in Italia, un modo di vivere che è tutto impostato sulla lotta ad un virus i cui numeri, a distanza di tempo, sono sostanzialmente assimilabili a quelli di una ordinaria influenza, tale che sembra assurdo andare a ledere diritti fondamentali del cittadino per cercare di impedirne con ogni mezzo il propagarsi dal momento che sarebbe come cercare di impedire il propagarsi di una ordinaria influenza. Nessuno ha mai cercato di impedire il propagarsi di una ordinaria influenza, forse di limitarne l'ampiezza del contagio, questo sì e può apparire comprensibile, però di portarlo a zero mai, e perché? Perché se cerchi di avere zero contagi per un virus influenzale, rischi di distruggere una società, un mondo economico, impianti legislativi, un modus vivendi, tradizioni, consuetudini e stili  di vita, senza peraltro avere la benché minima certezza di riuscire nell'intento anzi, avendo probabilmente contezza del fatto che sono maggiori le probabilità di fallire piuttosto che quelle di riuscire. In pratica il rapporto intercorrente tra costi e benefici non deporrebbe a favore dei benefici, ragion per cui, sarebbe estremamente più ragionevole abbandonare l'idea del contagio zero.

Da un lato una azione reale che ti scuote da cima a fondo e di cui appunto intuisci immediatamente l'ampiezza e le conseguenze. Dall'altro un mondo che è fatto di paure, sostanzialmente indotte e fabbricate da una propaganda e da influenzatori le cui argomentazioni pochi purtroppo sono in grado di controbattere, anche perché avvengono in sedi, quelle televisive, che sono dominate ed impostate dal conduttore che può decidere di non costruire un autentico contraddittorio. Sulla base delle affermazioni non contrastate degli esperti si impostano poi leggi, regole, norme di varia collocazione, per quanto riguarda le fonti del diritto, cioè che si collocano a varie altezze nella gerarchia delle fonti, creando spesso cortocircuiti derivanti dal fatto che possono sussistere fonti di rango maggiore in contrasto con esse.

Potrà forse sembrare irriverente accostare quello che abbiamo definito mondo reale con quello che abbiamo definito mondo fittizio, però questo accostamento avviene quasi spontaneamente e viene fatto dalle persone. Infatti nelle varie piattaforme sociali di cui oggi disponiamo, gli utenti accostano eccome, la questione della guerra con quella del coronavirus, fino ad arrivare a dire che questi primi giorni di guerra hanno spazzato via la pandemia. Sono commenti che ho letto. Pur essendo un po' iperbolici, diciamo pure esagerati, tendono ad affermare proprio questo, che di fronte ad una emergenza di tipo bellico, quella pandemica scricchiola, soprattutto oggi che molto tempo è passato dall'inizio della pandemia, anche perché il virus RNA, cioè di quelli estremamente mutevoli, sta dando luogo all'emergere di varianti come la Omicron, che qualcuno addirittura assimila ad un vaccino naturale, per gli effetti che non sono temibili come quelli prodotti dal ceppo iniziale, tanto che infettarvisi, non procura nella maggioranza dei casi situazioni gravi, conferendo invece una immunizzazione naturale, cioè di un tipo che è addirittura considerata migliore rispetto a quella prodotta da un qualsiasi farmaco, come vari studi tendono a dimostrare, non ultimo quello condotto recentemente da Ioannidis, tra i massimi esperti del settore. Purtroppo però non è facile avere nei nostri studi televisivi italiani personaggi come lui a confronto con i nostri esperti. Né è stata per ora accolta la sfida di Stefano Scoglio, che volentieri si confronterebbe con i virologi che monopolizzano il dibattito in televisione, sempre che si possa parlare di dibattito. Neanche figure estremamente esperte di vaccini e di "vaccini" come quella di Loretta Bolgan vengono mai interpellate nelle trasmissioni in prima serata delle emittenti dominanti e questo è un fatto davvero curioso per non dire incomprensibile.

Da un lato abbiamo oggi la paura della guerra, dall'altro la paura del virus e della malattia. Possiamo forse affermare, anche al netto delle iperboliche affermazioni menzionate, che la prima si è imposta in questi giorni, facendo dimenticare quella pandemica. E se ciò è avvenuto, probabilmente un senso questo, lo deve pur avere.

Del resto se osserviamo le varie manifestazioni per la pace in corso in questo momento, si nota che distanziamento e mascherine sono solo un lontano ricordo, mentre l'assembramento è divenuto la regola imperante.

sabato 29 gennaio 2022

Necessario avere numeri attendibili

Ciò che sta emergendo con sempre maggiore evidenza è che i numeri inerenti l'epidemia da nuovo coronavirus forniti in Italia, forse nel mondo, non siano molto attendibili e questo per una serie di ragioni. Ci eravamo già premurati di segnalare in alcuni articoli precedenti come a falsare questi numeri concorresse il sistema PCR, acronimo che sta per Polymerase Chain Reaction, cioè Reazione a Catena della Polimerasi. Questo perché il sistema può adottare un numero di cicli variabile, che possono essere impostati e decisi a priori, e il numero dei cicli con cui avviene questo esame li rende più o meno attendibili. Clementi, In pratica se il numero dei cicli è alto il rischio di errore nel responso è maggiore. Direttore di microbiologia del San Raffaele di Milano, aveva già detto che i risultati oltre i 30 cicli di amplificazione della PCR dovrebbero essere considerati automaticamente negativi e quelli fatti oggi in Italia vanno dai 32 ai 40 cicli e anche più, purtroppo. Significa che con cicli di amplificazione alti è alto anche il numero di falsi positivi. Sempre in articoli precedenti avevamo messo in luce come il linguaggio stesso, usato dai mezzi di informazione di massa, non risultasse adeguato, che il lessico relativo a quella che potremmo definire la vicenda COVID, avesse margini troppo ambigui. Infatti non si distingueva mai tra semplice positivo e 'caso contagiato' conclamato ed accertato, che sono due cose diverse. Positivo non vuol dire malato, non significa avere la COVID, la malattia, quindi non significa nemmeno essere contagiosi. Se poi si dovesse addirittura parlare di cosi di falsi positivi, si comprende come la confusione sui dati sia stata alta, tale da non permettere una visione scientificamente accurata. Adesso la cosa sta emergendo non solo sulle testate alternative e sulle piattaforme sociali, che hanno avuto il pregio di anticipare di molto questo dibattito, bensì anche sui giornali, in televisione e, cosa che stupisce, sembra anche in alcuni servizi della RAI, benché poi si apprenda di autocensura. Facendo gli opportuni distinguo, per cui trasmissioni come REPORT mostrano di avere una proprio autonomia, e di fare servizi anche non graditi al potere, per il resto sulla radiotelevisione Italiana, è andato in scena solo una acritica informazione allarmistica che ha contribuito non poco a generare paura, la quale si è riversata sulle fascie meno informate da un punto di vista scientifico, ed ha prodotto un panico che ha contribuiti ad affollare inutilmente i Pronto Soccorso.

Cosa dire poi del sistema di conteggio delle vittime che, anche se decedute per altre cause, vengono magari sottoposte ad un tampone molecolare, quelli PCR appunto, poco prima o spesso anche dopo il decesso e che se risultano positive vanno ad ingrossare i numeri dei decessi COVID, falsando chiaramente il conteggio. Insomma, purtroppo sui dati non c'è stato quell'approccio scientifico che avrebbe dovuto esserci. Pochi sono anche i dati relativi alle sperimentazioni, elargiti col contagoccie, così da apparire opachi.

Dati trasparenti sono infatti anche quelli che vengono chiesti sui "vaccini" da importanti testate giornalistiche scientifiche come il Britisch Medical Journal, che denunciano gli scarsi progressi fatti in questo senso. << Dobbiamo avere i dati grezzi, ora >> dice Peter Doshi, professore all'Università del Maryland ed editore associato proprio del BMJ che, ricordando lo scandalo del Tamiflu, sottolinea l'importanza della trasparenza sui dati.

Da queste bervi riflessioni vorremmo che si arrivasse a considerare che non si possono mettere in stato di restrizione dei diritti milioni di persone senza che i dati portati a supporto di queste azioni siano scientificamente registrati, veicolati, trattati perché chi chiede un approccio responsabile se vuole essere credibile deve mostrarsi responsabile per primo a cominciare da come i dati vengono gestiti.

venerdì 31 dicembre 2021

Buon Nuovo Anno!!!


Come dovremmo chiamarli?

Per chiamarli "vaccini" qualcuno ha dovuto cambiare la definizione di vaccino. Questo astuto espediente è stato alla scaturigine di una incomprensione che sussiste tutt'ora e che non permetterà facilmente di venire a capo della moltitudine di fraintendimenti che ha generato e che sta generando.  Sembra doveroso tornare alla precedente definizione, in base alla quale un vaccino immunizza contro un agente patogeno.

Invece leggiamo nei bugiardini approvati da AIFA che per esempio Spikevax, di Moderna, è indicato per l'immunizzazione attiva nella prevenzione di Covid 19, che è la malattia causata dal virus, mentre alle persone che subiscono l'obbligo "vaccinale", sproporzionato, tardivo e irragionevole, è richiesta, come da Decreto Legge 172, la prevenzione dell'infezione da sars cov due, che sono cose molto diverse. Non è una questione di lana caprina, è un questione essenziale, per il buon nome della scienza, che qui tutti vogliamo difendere.

In pratica, neanche volendo si potrebbe accondiscendere o addivenire a quanto richiesto dal citato Decreto Legge, perché i farmaci che ci propongono per raggiungere quell'obiettivo dichiarano esplicitamente, con il consenso di AIFA, di fare altro, cioè di non fare quanto il DL richiede.

Del resto proprio in questo consiste la differenza tra una cura e un vaccino, che la cura agisce sulla malattia attenuandone i sintomi, il vaccino invece immunizza rispetto al patogeno che porterebbe l'eventuale malattia. Ed è per questo che si avanza l'ipotesi di un astuto cambiamento di definizione per rendere quella che molti ritengono essere una cura preventiva, cosa perciò stesso deontologicamente inopportuna, per non dire scorretta, in qualcosa che abbia un nome innocuo, anzi rassicurante, che la gente possa interpretare come cosa buona e opportuna.

Come è possibile dunque obbligare ad una terapia se la ragione per cui ti obbligano non può essere dichiaratamente raggiunta?

Da un lato abbiamo infatti un obbligo ad immunizzarsi rispetto a un virus, dall'altra dei farmaci che dichiarano i non fare questo, perché curano preventivamente una malattia, ne attenuano i sintomi, tentano di evitare ospedalizzazioni.

Anche la Regione Toscana se n'è accorta evidentemente, tant'è che nel sito di prenotazione espone in bella vista una scritta che dice "Sistema di prenotazione online di Regione Toscana per l'effettuazione del vaccino anti COVID 19" dimostrando di essere consapevole di non poter immunizzare rispetto al virus. In pratica, in Regione leggono i bugiardini, bene, al Governo invece no, male. Invitiamo così il Governo a leggere i bugiardini di AIFA direttamente, poiché ci sembra di intuire che nelle riunioni col CTS certe informazioni non vengono scambiate, in modo tale da prendere contezza del fatto che essi bugiardini dichiarano di immunizzare rispetto alla malattia, come dice giustamente la Regione Toscana, e non rispetto al virus come pretenderebbe il DL 172 del Governo.

Un anno difficile si sta concludendo e così auspichiamo che tutti quelli che ci invitano ad essere responsabili, siano i primi a dare l'esempio, magari dimostrando di leggere i bugiardini in cui potrebbero ravvisare delle informazioni utili a comprendere il fatto che quanto stanno richiedendo i DL che essi scrivono ed emanano non può essere accondisceso, in nessun modo. Ce lo dice la SCIENZA.

Eviteremmo così una infinità di problemi.

Buon Nuovo Anno!!!


domenica 28 novembre 2021

Stato di emergenza e ripristino di una condizione normale

Siamo in stato di emergenza dal 31 gennaio 2020 e il 31 dicembre 2021 scade l'ultima cotestata proroga.
Prima di quella infatti un gruppo di avvocati aveva fatto notare che, Codice della protezione civile alla mano, non potendo le proroghe superare i dodici mesi agiuntivi, il 31 luglio sarebbe stato l'ultimo giorno possibile per lo stato di emergenza indetto appunto il 31 gennaio 2020 e proposto inizialmente per sei mesi. In pratica per i Mille avvocati per la Costituzione bisognava aggiungere dodici a sei, al massimo, interpretazione che sembra plausibilissima. Nonostante ciò, complice una informazione estremamente insufficiente al riguardo, è stato deciso di prorogare ulteriormente di sei mesi il tempo di questa durata, affidandosi ad una interpretazione, diciamo così, meno restrittiva e confidando nel fatto che lo stesso Codice della protezione civile che, ricordiamo, è un decreto legislativo, prevede un tempo massimo di 24 mesi, senza andare a sottilizzare sulla distinzione tra il primo periodo e quello delle proroghe.

Adesso che stiamo giungendo alla conclusione anche dell'ultima proroga si pone la questione di che cosa fare, se cioè prorogare ulteriormente oppure no, magari al 31 gennaio 2022 con cui i 24 mesi massimi consentiti sarebbero completati. Non c'è alcun dubbio che anche nell'interpretazione che abbiamo definito meno restrittiva, non si possa andare oltre il 31 gennaio 2022 e così c'è chi propone di mantenere gli strumenti in essere oltre questo mese indipendentemente dalla cessazione delle proroghe.

Cessazione dello stato di emergenza e ripristino di una condizione normale, senza cioè il perdurare degli strumenti eccezionali varati proprio per ottenere questo, sono imprescindibili. A dirlo è lo stesso decreto legislativo noto appunto come Codice della protezione civile che, al netto delle polemiche inerenti la durata delle proroghe è stato, ed è, lo strumento centrale di questa vicenda legata alla situazione epidemiologica inerente il nuovo coronavirus.


sabato 30 ottobre 2021

Peccato che nessun dibattito sulla PCR si stia sviluppando in Italia

Nonostante la mole di ore dedicate dai mezzi di informazione di massa al nuovo coronavirus, nessun serio dibattito sulla tecnica della PCR associata ai tamponi molecolari si è mai sviluppato in Italia, né pare si stia sviluppando. Peccato, perché questo dibattito sarebbe in grado di gettare una potente luce sulla vicenda in questione, quella relativa al nuovo coronavirus appunto, tale da fornire una chiave di lettura essenziale per comprenderne origini, sviluppo e probabilmente futuro epilogo.

PCR è un acronimo che significa Polymerase Chain Reaction, cioè Reazione a Catena della Polimerasi, di cui si è accennato in vari articoli che in questa sede sono stati scritti nei mesi precedenti.

È una tecnica che il suo stesso inventore, Kary Mullis, aveva altamente sconsigliato per diagnosticare la presenza di virus, consigliandola esclusivamente per scopo di ricerca.

Si presentava quindi già all'esordio come una tecnica incerta e gli interventi che elencheremo succintamente nelle prossime righe non faranno che confermare questa impressione. Eccone esposti alcuni in ordine cronologico.

Ad ottobre 2020 alcuni virologi, nanopatologi, scienziati e ricercatori italiani, tra cui il candidato premio NOBEL 2018 per la medicina Stefano Scoglio, denunciano che i tamponi PCR non diagnosticano la presenza del nuovo coronavirus.

Con una sentenza del giorno 11 novembre 2020 emessa dalla 3a sezione penale del Tribunale di Lisbona, si statuisce che sulla base delle prove scientifiche attualmente disponibili questa tecnica non è in grado di determinare se la positività corrisponda effettivamente a una infezione da nuovo coronavirus, ritenendola in definitiva non idonea a questo scopo.


È stata poi la volta di Robert Farle membro del partito tedesco AfD, Alternativa per la Germania, con un suo intervento del 19 novembre 2020 presso il Landtag, il Parlamento della Sassonia con cui ha condannato aspramente l’utilizzo dei tamponi PCR concludendo che in definitiva con questa tecnica la pandemia non finirà mai. Farle cita anche uno studio francese che giunge alla conclusione che in un risultato positivo di un tampone PCR con cicli di amplificazione di 36 o superiori, la probabilità che la persona risultata positiva sia effettivamente infetta scende al di sotto del 3 per cento, cioè a dire ci sono il 97 per cento di falsi positivi.

Anche l'OMS è intervenuta sulla questione il 24 dicembre 2020, con l'evidente intento di suggerire un abbassamento dei cicli di amplificazione della PCR giacché cicli troppo alti danno risultati dai quali non è possibile distinguere la presenza del virus dal cosiddetto rumore di fondo.

In seguito c’è stata la sentenza del tribunale amministrativo di Vienna, il 24 maro 2021 che ha appunto sentenziato la non idoneità della tecnica PCR per la diagnostica del nuovo coronavirus.

Ad agosto del 2021 è poi intervenuta dagli Stati Uniti d'America anche la FDA, che ha detto che i tamponi PCR in dotazione ai CDC non sono in grado di distinguere tra una normale influenza e il nuovo coronavirus.

Ora, la PCR ha costituito la principale fonte da cui ricavare dati che poi vengono diffusi e disseminati alla popolazione senza che questa abbia un' adeguata preparazione per poterli comprendere appieno, né quindi criticare.

Questi stessi dati sono stati alla scaturigine di decisioni drastiche, hanno cioè determinato confinamenti, coprifuochi, zone gialle, arancioni, rosse, contribuendo non poco ad alimentare una crisi finanziaria di notevoli proporzioni di cui si sentono ancora gli effetti negativi. Se la principale fonte dei dati che determinano tutto questo non è attendibile è evidente che c'è qualche grosso problema da risolvere.

Anche la Scuola si è trovata fortemente penalizzata e pure oggi la didattica risente degli effetti negativi derivanti dalle classi in quarantena, che scaturiscono dal fatto che qualche sfortunato studente possa essere risultato positivo ai tamponi molecolari con PCR, essendo magari soltanto un falso positivo, giacché questa tecnica per processare i tamponi produce molti falsi positivi e come abbiamo cercato di dimostrare ha perciò suscitato critiche da una moltitudine di persone ed enti, scienziati, studiosi, politici, tribunali, OMS e FDA stessa. 

Come è possibile ignorare tutto questo?

Riteniamo a questo punto che l'argomento non possa più essere eluso, che ci si debba dunque disporre ad un dibattito aperto ed esaustivo sull'argomento, per il bene di tutti.

Come insegnante mi rammarico di vedere la Scuola ridotta così, all'ombra di se stessa, con il diritto costituzionale all'educazione, all'apprendimento e il concomitante diritto e dovere di insegnamento estremamente penalizzati se non del tutto annichiliti e devo necessariamente sperare che qualche decisione sulla sospensione di questa tecnica fallimentare, quella della PCR appunto, venga presto presa, perché non è possibile mettere la Scuola e il diritto all'apprendimento di milioni di studenti alla mercè di una tecnica non idonea, così aspramente e giustamente criticata, anche se la maggioranza dei cittadini, complice una informazione da terzo mondo, purtroppo non se ne rende pienamente conto.

lunedì 27 settembre 2021

Stato di emergenza e dissonanza cognitiva

Lo stato di emergenza se eccessivamente prolungato diviene intollerabile, la compressione di diritti di rango costituzionale, può essere infatti tollerata solo entro limiti temporali ragionevoli e definiti. Del resto il Codice della protezione civile stesso dice proprio questo, che i mezzi e i poteri straordinari che lo stato di emergenza porta con sé debbono essere impiegati durante limitati e predefiniti periodi di tempo. Definire i limiti temporali di questo stato di emergenza in base a criteri di ragionevolezza avrebbe degli indiscussi vantaggi. Ciò consentirebbe per esempio uno sforzo consapevole in cui cioè le energie da spendere e le frustrazioni da sopportare, inerenti le quasi scontate restrizioni, vengano messe in conto e calcolate da ogni cittadino, sapendo che poi, dopo questo sforzo si può rivedere, per così dire, la luce. In questo lasso di tempo ragionevole e definito, in cui c’è una accettazione consapevole delle limitazioni, diviene poi doveroso cercare la migliore soluzione possibile al problema sanitario, con scelte responsabili ed efficaci, basate sui testi scientifici e sulla letteratura specifica. Non sempre questo è stato fatto e purtroppo ciò ha comportato dei rischi notevoli sotto moltissimi profili. Ogni errore rischia sempre di generare una catena di errori, di riverberarsi in ogni dove e di errori ne sono stati fatti. Del resto nessuno è perfetto, il virus era relativamente sconosciuto e inizialmente si è agito a tentoni.
L’errore più grande forse è stato ed è, pensare che la soluzione della crisi epidemiologica, sempre ammesso che sussista ancora, sia consistita e consista nel comprimere per un periodo di tempo diritti che appunto fanno capo alla fonte primaria del diritto nel nostro Paese, la Costituzione, come il diritto alla libera circolazione, ad incontrare altre persone senza un limite numerico definito, senza dispositivi di protezione individuale e via discorrendo. Mentre è probabilmente vero il contrario, cioè a dire che l’esercizio dei diritti costituzionali o il ripristino degli stessi, avrebbe aiutato e aiuterebbe a riportare una vittoria più netta e veloce sul famigerato nuovo coronavirus. Sembrerà strano probabilmente eppure è così. E per comprenderlo dobbiamo tornare con la mente alle fasi iniziali della pandemia, quando le nozioni scientifiche e la letteratura da cui esse derivano avevano ancora un ruolo centrale, prima cioè di essere spazzate via da interessi di altro genere e da una informazione terrorizzante e sbalorditivamente imprecisa, fatta di numeri sballati, di vocaboli nebulosi e dal perimetro semantico incerto, di espressioni fuorvianti, di categorie inesistenti, di etichette sempre in aggiornamento.
Chi mantiene un atteggiamento scientifico, beninteso, c’è anche ora, solo che difficilmente riesce ad accedere al sistema mediatico nazionale, particolarmente nelle fasce dei grandi numeri.
Loretta Bolgan per esempio presumo che condivida anche oggi l’opinione che condivideva prima col consulente scientifico del primo ministro inglese che a inizio pandemia, sosteneva che se avessimo voluto proteggerci dalla covid per l’anno successivo avremmo dovuto spingere per una immunità di gregge naturale, non quella da vaccino, perché questa ci avrebbe permesso di veder circolare il virus molto meno. Questa era una opinione che aveva avuto credito per un certo periodo di tempo anche in Israele, Paese che poi ha preferito fare da apripista per altri tipi di soluzioni che, a quanto pare, stanno mostrando più di qualche difetto e che quindi sarebbe legittimo non seguire.
Ora, l’immunità di gregge naturale la si può raggiungere meglio quando le persone circolano ed entrano in contatto le une con le altre. Ecco perché se i diritti costituzionali della libera circolazione dell’individuo non avessero subìto contrazioni così grandi, l’immunità di gregge naturale avrebbe potuto raggiungersi senza grossi problemi e, stante l'alto grado di contagiosità, in tempi relativamente bervi. Del resto se il virus nella stragrande maggioranza dei casi, particolarmente per le fasce più giovani, si diffonde nella forma senza sintomi, quindi non pericolosa e tuttavia in grado di sviluppare una risposta immunitaria naturale importante e durevole, sarebbe valsa la pena, una volta messe al riparo le fasce a rischio naturalmente, i cosiddetti fragili, mantenersi su questa strada, quella appunto di non limitare i contatti. Invece è intervenuto qualche fattore che ha sviato da quella che sembrava essere la strada maestra, in sintonia con la letteratura scientifica e si è giunti addirittura a limitare i contatti tra medico e paziente.

L'idea di evitare contatti ha portato al confinamento, al coprifuoco e a molteplici numerose restrizioni, con conseguenze incalcolabili sotto molti punti di vista. Evitare contatti non è sbagliato se si tratta di evitare la peste, solo che non ci trovavamo di fronte alla peste.
Emerge e si rafforza l’idea che ci sia stata una risposta sproporzionata, adesso che il famigerato virus è meglio conosciuto.
Quindi, anche ammettendo che la prudenza sia un atteggiamento tendenzialmente e generalmente positivo, possiamo affermare che le restrizioni non abbiano certo permesso il conseguimento dell’immunità di gregge naturale. Inoltre la privazione delle libertà troppo prolungata che scaturisce da un atteggiamento eccessivamente prudenziale, sproporzionato appunto, è essa stessa fonte di malattia poiché induce a degli stati patologici veri e propri e l'uomo cerca istintivamente la via di liberazione da questi stati indesiderati. Prova ne sia il fatto che per la libertà ci sono state persone che hanno dato la vita giacché evidentemente sentivano che vivere senza di essa era un po' come vivere in un eterno stato patologico. L'individuo è sospinto verso un proprio sviluppo armonico e senza la libertà, nel vivere in uno stato di assoggettamento, di privazione, di minorità, di morboso controllo esterno, anche di potenziale perpetuo ricatto, questo sviluppo non può sussistere né dare frutti. Lo stato di emergenza che dà luogo a numerose eccezioni, rischia di divenire la regola e se qualcuno si permette di dire che questa nuova regola contrasta con la Costituzione viene additato come un pericoloso sovversivo e proprio mentre cerca di evitare che venga sovvertito l’ordine delle priorità in base alle gerarchi delle fonti del diritto, mentre cerca cioè di far notare che c'è qualcosa che stride, che non si armonizza con le fonti del diritto sovraordinate. I provvedimenti aventi forza di legge o quelli amministrativi che stridono con le fonti sovraordinate, danno inevitabilmente luogo ad una sofferenza psichica e fisica nei cittadini che stridore riescono a ravvisare, molte sofferenza in vero e tra queste ce n’è una che è possibile catalogare come dissonanza cognitiva. Le mie funzioni cognitive educate al rispetto della Costituzione, si plasmano su determinate traiettorie di attesa, cioè si attendono il rispetto di certe gerarchie. Se ciò non avviene, si entra in dissonanza con ciò che è atteso. È un po’ come quando il bullo ti impone di dichiarare rosso il verde e verde il rosso. I tuoi sensi che dicono il vero si ribellano istintivamente, riconoscono infatti il rosso e il verde, per cui la risposta attesa, sana, è quella coerente con questo riconoscimento. le circostanze però ti spingono a dover dichiarare il contrario, ne scaturisce una sofferenza. Vale anche per le leggi. Ciò che è sovraordinato non è subordinato, cioè che è subordinato non è sovraordinato. Se qualcuno o qualcosa ti spinge a dichiarare il contrario ne deriva anche in questo caso una sofferenza. Vivere costantemente in uno stato di dissonanza cognitiva induce ad uno stato patologico in cui l'individuo non può cresce né svilupparsi in modo armonico. Chi è disposto a vivere in un perpetuo stato patologico per paura di un virus da cui in oltre il 90 per cento dei casi si guarisce spontaneamente? Probabilmente qualcuno c'è, qualcuno che risponderebbe sì, di essere disposto a tanto lo troveremmo, però siamo abbastanza certi di poter affermare che col passare del tempo, dopo aver sperimentato sulla propria pelle che cosa significa vedersi privare lungamente di quelli che sono diritti di rango costituzionale, sussisterebbe la ragionevole certezza di un probabile cambio di opinione. Perché ci sono tecniche, come quella detta della rana bollita, che sono lente a palesarsi, però prima o poi si palesano. Se per rinnovare il passaporto covid un giorno le persone dovessero essere costrette all'ennesima dose di una terapia genica che già adesso denuncia tutti i suoi limiti e notevoli problematiche, qualcuno mangerà la foglia e si schiererà auspicabilmente con quanti già adesso protestano, e non sono pochi.

"Una volta che in questione sia una minaccia alla salute gli uomini sembrano disposti ad accettare limitazioni della libertà che non si erano mai sognati di poter tollerare, né durante le due guerre mondiali né sotto le dittature totalitarie".
Giorgio Agamben

Qualcuno sembra averne approfittato però tutto ha un limite, poiché ci sono dei precisi confini che non possono essere varcati senza che ciò appaia ingiusto, che una moltitudine di persone se ne accorga, certi confini non possono essere valicati impunemente.

Ci sono dei precisi confini, sì, come ci insegna Orazio, varcati i quali non può sussistere il giusto e anche la persona meno accorta e meglio disposta a cedere diritti perfino di rango costituzionale in cambio dell'illusione di ripararsi da un virus ormai curabilissimo, dopo un po' si renderebbe conto di vivere ormai in un mondo estremamente peggiorato, ingiusto, che insomma qualche confine di troppo è stato valicato.

Est modus in rebus.



giovedì 12 agosto 2021

Cosa ne è stato dell'eziologia e della patogenesi nella vicenda covid?

Eziologia e patogenesi, cioè rispettivamente quel ramo della medicina che ha per oggetto l’indagine sulle cause delle malattie e quello che ha per oggetto il modo con cui insorgono, sono molto complesse. Stabilire la causa di una malattia non è cosa banale né semplice. Dobbiamo innanzitutto tenere in considerazione che esse ci insegnano che per l'insorgenza di una malattia difficilmente esiste una causa sola. Per avere idea della complessità teniamo presente che le categorie delle cause di malattia possono essere suddivise in determinanti e coadiuvanti, in necessarie e favorenti, in dirette e indirette, in sufficienti e insufficienti. Esse si mescolano in varie combinazioni. Portiamo ad esempio il mycobacterium tuberculosis,  il bacillo della tubercolosi, famoso anche come bacillo di Koch, esso è causa necessaria e tuttavia non sufficiente della tubercolosi. Per questo ed altri esempi si è diffuso così tra gli esperti di patologia il convincimento e quindi la nozione concomitante per cui uno stato di malattia si realizza quando vi è una costellazione di agenti causali. Questo per una singola malattia e teniamo presente che un decesso può dipendere da varie malattie.
Proviamo quindi a considerare una situazione in cui sono appunto presenti varie malattie. Potremmo parlare a ragion veduta di molteplici costellazioni di agenti causali. Quindi, se  una persona affetta da molteplici malattie, ciascuna con la propria costellazione di cause, giunge purtroppo alla morte, questa probabilmente dipende da molteplici costellazioni di agenti causali. Potremmo parlare forse di una "galassia" di genti causali.

Questo vale anche per la malattia per cui il nuovo coronavirus è necessario e tuttavia non sufficiente, giacché anche quando i sistemi diagnostici di rilevamento dichiarano positiva al nuovo coronavirus una persona, questa nella maggioranza dei casi non ha sintomi, quindi non ha neanche malattia. In questo caso il virus c'è, però non è sufficiente a sviluppare la malattia.

Nel giudicare la presenza di un agente patogeno, in questo caso virale, i sistemi diagnostici devono essere estremamente affidabili e non sempre è così. Possiamo anzi affermare che a causa di un sistema diagnostico giudicato inidoneo da vari tribunali e molto discusso, diviene maggiormente facile giungere ad un errore nell'attribuzione di una causa, spesso anche della sola presenza del virus.
Proviamo infatti a immaginare una situazione nella quale un sistema diagnostico inappropriato designi come positiva al nuovo coronavirus una persona che il virus non l’ha nemmeno sfiorato e che però ha magari varie malattie, un classico caso di falsa positività su una persona con malattie pregresse, come ce ne sono stati tanti, anzi tantissimi. Questa persona, se dovesse morire, verrebbe annoverata tra i decessi covid, e andrebbe a infoltire il numero di quelli che vengono categorizzati, in modo purtroppo così superficiale, come decesso covid, appunto. Ecco, le tabelle che ci vengono propinate ogni giorno purtroppo contengono questi errori e sarebbe necessario giungere ad ammettere questo il prima possibile e quantificare la percentuale di errore, così da correggerli. Errare è umano, correggersi divino.
È giusto o non è giusto chiedersi se eziologia e patogenesi, in questa circostanza, non siano state in un certo senso svilite?
Non dovremmo in nome della scienza che così spesso viene chiamata in causa in questa vicenda, e per difendere il suo buon nome, indignarci e protestare perché queste branche della medicina vengono così ridotte?
Se rileggessimo i dati alla luce di queste eventuali correzioni probabilmente assisteremmo a un vistoso ridimensionamento delle cifre.

La domanda che sorge spontanea in un crescente numero di cittadini è come sia possibile che con una mole enorme, incalcolabile, di ore dedicate al nuovo coronavirus, questi argomenti non vengano mai nemmeno sfiorati. Eppure sono essenziali. Se vogliamo uscire da questa situazione, magari anche con un arricchimento delle nostre conoscenze, dobbiamo chiedere all'informazione di affrontare certi argomenti. Avere una adeguata informazione è di fondamentale importanza.

A questo proposito, il direttore scientifico dell'Enciclopedia medica da cui ho tratto molte delle nozioni qui esposte, Pier Gildo Bianchi, era un convinto assertore del fatto che nel campo medico e scientifico una adeguata informazione si dovesse imporre come dovere civico.

Dove sono oggi i Pier Gildo Bianchi che convalidino questo convincimento? Penso che ce ne siano, anzi, so che ci sono, però purtroppo non giungono così sovente in televisione.

Quanto è stata considerata la nozione di falso positivo?

Si è mai giunti ad un dibattito sui sistemi diagnostici con PCR?


Se considerassimo il numero dei falsi positivi, se considerassimo altresì che scremato questo numero i restanti reali positivi per una buona percentuale non hanno magari sintomi e non possono quindi essere considerati malati, che gli altri ne hanno di lievi e alcuni purtroppo di gravi, ecco, se considerassimo tutto questo ed aggiungessimo a questo il fatto che anche il conteggio dei decessi dovrebbe presumibilmente subire un ridimensionamento in considerazione del discorso che facevamo prima, non sorgerebbe l’impressione che le cifre sciorinate quotidianamente, come bollettini di guerra, non corrispondano al vero?

Cosa direbbe Pier Gildo Bianchi del sistema comunicativo usato per il nuovo coronavirus e la malattia di cui è fattore necessario e tuttavia non sufficiente?

mercoledì 4 agosto 2021

Insegnare nella Scuola che non è mai stata luogo di contagio da nuovo coronavirus è possibile

Premetto che sono contrario all’obbligo vaccinale per gli esercenti le professioni sanitarie, che tante sofferenze sta causando agli stessi, nell’indifferenza di chi queste sofferenze ha provocato e sono solidale con quanti stanno soffrendo per questa ragione.
Avrei voluto anche evitare di dare l'impressione di cadere ingenuamente in quella che potremmo definire la trappola della guerra tra poveri, per cui invece di dare l'idea di combattere una battaglia comune sembra che ci si metta gli uni contro gli altri a elencare le differenze che ci distinguono piuttosto che le cose che ci accomunano. Del resto queste situazioni, legate a questioni di salute pubblica e a processi decisionali che dai vertici si riverberano sulla popolazione, sono intrinsecamente molto difficili e tali per cui a chi le suscita, consapevolmente o no, sembra anche non sfuggire poi il fatto che esse possano sfociare in dinamiche di questo tipo, tali per cui, chi va ad operare dei distinguo sulla base di legittime osservazioni, rischia di essere frainteso innescando processi di erosione delle potenziali sinergie. Sono scenari che sembrano quasi previsti a tavolino. Per questo mi scuso con il personale sanitario se nel cercare di difendere la posizione degli insegnanti, la circostanza mi sospinge quasi inevitabilmente a fare dei paragoni che potrebbero dare la sensazione di prendere le distanze dai sanitari stessi. Non è così. Ben lungi dal ritenere che le argomentazioni addotte per suffragare l'idea dell'obbligo "vaccinale" per il personale delle professioni sanitarie siano sufficienti per imporlo e trovando anzi che siano lacunose nonché che sussistano tesi numerose e autorevoli per le quali appare maggiormente opportuno e ragionevole che obbligo non vi sia, nondimeno venendo impugnate quelle stesse tesi per ventilare un eventuale obbligo anche per il personale scolastico mi trovo costretto a commentarle per sottolinearne l'inconsistenza. Questi raffronti infatti hanno semplicemente lo scopo di dimostrare che quelle argomentazioni che sono state usate per sostenere l’idea dell’obbligo "vaccinale" per il personale sanitario, penso soprattutto al contatto coi pazienti, per gli insegnanti non sono minimamente applicabili e i luoghi dove si svolge il lavoro dei primi, come studi medici, pronto soccorso, ospedali, cliniche, non sono paragonabili in nessun caso alla Scuola. Queste argomentazioni non hanno proprio senso per quanto riguarda il contesto del personale scolastico.
Come dicevo nell'articolo precedente, per fortuna ho fatto l'ultimo anno scolastico quasi integralmente in presenza, e per le classi prime totalmente in presenza. Giova ricordare innanzitutto che insegnare in presenza non significa e non ha mai significato, neanche in periodi ordinari, avere contatti stretti.
Quando sento dire che i "vaccini" avrebbero lo scopo di evitare la didattica a distanza e di favorire la didattica in presenza la prima cosa a cui penso immediatamente è che io ho già insegnato in presenza in assenza di vaccini, in una situazione giudicata complessa a causa dell'epidemia e delle misure emergenziali, ed è andata benone, direi. A quanto pare sono sopravvissuto io e gli alunni.
Ho insegnato in presenza, esattamente senza "vaccini" e posso quindi affermare dalla mia esperienza che evidentemente è già stato possibile insegnare, durante una epidemia, durante uno Stato di emergenza, ancorché giudicato illegittimo quest'ultimo, per esempio dal tribunale penale di Pisa. A proposito di Stato di emergenza, oggi peraltro questa misura non solo non è legittima in quanto tale, non è legittima neanche in considerazione del fatto che il 31 di luglio è scaduto il tempo massimo di rinnovo delle proroghe, che non possono superare i dodici mesi, tale per cui questo rinnovo esclusivamente nominale a cui i mezzi di informazione non hanno dato il minimo risalto, produce una situazione di sospensione dello Stato di diritto e quindi una erosione dei livelli di Democrazia nel nostro Paese. Com'è possibile che ci si stupisca se poi qualcuno lancia allarmi per una emergenza democratica dal momento che disporre una proroga oltre i tempi consentiti per legge significa effettivamente  porsi al di fuori dello Stato di diritto?
 
Per continuare nel discorso precedente, a noi insegnanti non arrivano malati da curare, bensì alunni a cui insegnare; noi non dobbiamo visitare i discenti, dobbiamo inscenare lezioni in base alle specifiche discipline cui apparteniamo, i nostri strumenti da lavoro non sono termometri e stetoscopi, cateteri o bisturi, non dobbiamo somministrare medicine, stiamo a metri di distanza dagli alunni, dietro a una cattedra oppure in piedi alla lavagna, che sia quella tradizionale di ardesia o quella elettronica, la famosa LIM, elargendo spesso contenuti multimediali che debbono essere fruiti ad una certa distanza metrica appunto. Durante le lezioni gli alunni più vicini sono a un paio di metri; il nostro luogo di lavoro non è evidentemente come l’ospedale, dove spesso si pernotta e vi si può stare per giorni consecutivi, per settimane, in situazioni che non sono paragonabili a quelle di un alunno che sta qualche ora sui banchi. Abbiamo insegnato con Dispositivi di Protezione Individuale, in aule che vengono immediatamente pulite quando gli alunni le lasciano, costantemente sanificate, con finestre e porte aperte per consentire il ricircolo dell’aria che è quindi sempre ben ossigenata e anche allo scopo di evitare le concentrazioni di microparticelle della respirazione che potrebbero eventualmente contenere il virus. E questo a scopo prudenziale si potrebbe dire, giacché esistono degli studi che avrebbero dimostrato che anche in presenza di malati conclamati covid le stanze non si sarebbero saturate di paticelle virali. 

Se gli ospedali purtroppo sono stati spesso luoghi di infezione e di contagio del nuovo coronavirus la Scuole per fortuna no, ed è noto a tutti. È stato sottolineato spesso dall’allora Ministra Azzolina ed ha continuato ad essere così anche dopo, quando al ministero si è insediato Bianchi.
Crisanti stesso in tempi che potremmo definire non sospetti, quando ancora cioè non si poteva neppure ipotizzare di poter parlare di "vaccini", diceva che i bambini sono naturalmente resistenti a questo virus, che lo affrontano meglio di chiunque altro e non lo trasmettono o lo trasmettono in forma lieve. Ci sono state conferme di ciò, è noto che i giovani e i giovanissimi non sono fasce a rischio. I pazienti particolarmente oltre una certa età purtroppo sì.
Chi paragona la Scuola a luoghi come quelli degli ospedali non sa di cosa sta parlando. Le cose vanno vissute per essere capite oppure vanno intuite. Ho vissuto un anno insegnando in presenza e non è stato un anno vissuto, per così dire, pericolosamente, è stata sufficiente la prudenza, il rispetto delle regole che non si differenziano poi molto se non nel grado da quelle che vigono sempre, quanto a igiene personale e ambientale, per esempio

Consideriamo anche il mutato contesto, che varia col tempo, anche per ragioni legate al virus stesso con le sue mutazioni continue, cioè che i virus adottano la strategia dell'adattamento all'ospite, particolarmente quelli mutanti a RNA, come ci insegnano i virologi, e tra quelli a catena singola c'è appunto, com'è noto, il famoso nuovo coronavirus. Questo adattamento ha luogo perché nella loro microscopica intelligenza, passatemi l'espressione, i virus sanno che non devono uccidere l'ospite per non uccidere se stessi. Oggi il contesto è mutato anche perché è passato un tempo adeguato a fare in modo che questo adattamento abbia avuto luogo, così il contesto è appunto cambiato e la variante considerata dominante, la famigerata delta, non sembra paragonabile all'originale, se così si può dire. Si può quindi ipotizzare che, se l'anno scolastico precedente è stato vissuto non pericolosamente, a maggior ragione il prossimo. Non ci sono, a ben guardare, né numeri né argomentazioni tali da giustificare lo Stato di emergenza che per sua natura è tipico di situazioni iniziali, senza considerare quanto dicevamo prima, cioè che è stato giudicato illegittimo da tribunali e che, a norma di legge, è comunque scaduto. Se poi dobbiamo essere responsabili,  nessuno deve tirarsene fuori e dovremmo pur ammettere che non possiamo esserlo a corrente alternata. Essere responsabili non può significare soltanto "vaccinarsi" sarebbe un po' riduttivo. Se c'era quindi una cosa responsabile da fare, la prima in assoluto, sarebbe stata quella di munirsi di sistemi diagnostici appropriati, mentre da Lisbona a Vienna e, adesso, dai CDC e dalla FDA americani, arrivano conferme circa il fatto che i sistemi con PCR siano inidonei a causa dei molti falsi positivi e anche al fatto che non distinguano il famigerato virus dalle normali influenze.

L'obbligo è sempre la sconfitta delle argomentazioni, e i "vaccini" che sono stati permessi in via condizionale, sono di tipo sperimentale, e la condizione per la commercializzazione sarebbe quella di raccogliere diligentemente e con autentica deontologia professionale ogni presunta reazione avversa, in forma attiva e non passiva, cosa che purtroppo sembra non stia avvenendo nel migliore dei modi. Può definirsi responsabile questo?

Non essere riusciti a sviluppare un solo dibattito sulla PCR, nonostante la mole mastodontica di ore dedicate al fenomeno coronavirus, anche questo, non sembra certo un comportamento che possa definirsi responsabile.

Scegliere di vaccinare durante una pandemia, cosa sconsigliata già da Sabin ed oggi da Montagnier, Vanden Bossche, Bolgan, Doschi, Tarro, solo per citare alcuni esperti di virologia, può forse considerarsi responsabile, considerando che le obiezioni maggiori riguardano il fatto che, così facendo, si sviluppano varianti resistenti?

Se si deve essere responsabili dobbiamo esserlo sempre, non solo quando piace a noi.

Viene invocata la scienza come giudice o arbitro, però l'impressione è che quando l'arbitro fischia il rigore contro, no, non va più bene!!!

Insegnare nella Scuola è già possibile, è sufficiente il buon senso e applicare la prudenza, ventilare le aule, usare dispositivi di protezione, lavarsi, stare guardinghi, non fare sciocchezze. Posso affermarlo per esperienza personale.