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giovedì 14 settembre 2017

Mimesis nella choréia e nel mondo preistrico, conclusioni

Riassumendo e concludendo

Cerchiamo di richiamare e riassumere ciò che abbiamo scritto fino ad ora:

a) il concetto di mimesis si applicava inizialmente alla choréia testimone di un’eredità culturale fondata sul piano acustico che affondava nel lontano passato;
b) il gruppo delle arti costruttive rimane distinto dalla choréia e distante dal concetto di mimesis;
c) qualcosa cambia e il concetto di mimesis comincia ad applicarsi al gruppo delle arti costruttive.

Con questo cambiamento la parola mimesis andò a significare la rappresentazione della realtà attraverso l’arte, in particolare attraverso la scultura, la pittura e il dramma. Quest’ultimo eredita anche la funzione della khatarsis.
Quindi l’antico snodo culturale c’è e, se mi si passa l’espressione, ‘si vede’!
E’ il passaggio del concetto di mimesis - riassumiamo e puntualizziamo - che, applicato inizialmente alla choréia, finisce poi per andare ad applicarsi alla scultura, alla pittura e al dramma.
Con esso l’accento passa dal piano acustico a quello visivo, per quanto il dramma conservasse forme espressive acustiche. Pur cambiando l’accento niente si interrompe definitivamente. Del resto il piano sensoriale costituito dai cinque sensi permane intatto ed è equivalente quanto a funzioni nella preistoria e nella storia, in qualsiasi epoca. Ciò nondimeno il cambio di accento è significativo poiché indica che cambia una preminenza di un senso sull’altro. Questo può influire considerevolmente sulla capacità di lettura dell’uomo della realtà che nell’epoca dell’accento sul piano visivo è più soggetto alle apparenze esteriori di un fenomeno e quindi anche più soggetto ad ingannarsi e ad essere ingannato. Una certa sensibilità si era forse attenuata con questo passaggio di accento, con i relativi rischi annessi e connessi.
Era esistita un tempo una sensibilità diversa che guardava più all’essenza delle cose e meno all’apparenza esteriore.
Il modo di sentire dell’uomo primitivo per esempio aveva un legame con la verità molto forte e il suo mondo organizzato (per quanto minimamente organizzato) aveva un livello di manipolazione diretta della realtà ugualmente forte, potremmo dire un livello di analogia (proporzione) tra azione e reazione primario. Egli aveva, per strano che possa sembrare, perfino una sorta di metodologia implicitamente positivista, per quel che concerne lo strutturalismo ante litteram implicito di cui abbiamo accennato. Questa era fondata su concezioni cosmogoniche ancora nebulose forse, poiché in via di formazione e definizione ma che influenzavano tutto e al contempo erano influenzate da queste stesse metodologie. In ogni caso questo 'sentire' e queste abilità, queste capacità di concentrazione e di lettura della realtà, essendo appartenuto all'uomo, quantunque in un lontano passato, è tuttavia possibile riviverle almeno potenzialmente e a certe condizioni anche oggi.
Si tratta sostanzialmente di capacità messe in cantina o, come si suole dire, nel dimenticatoio ma che l'uomo, per sua natura e per sua struttura, può forse ancora riscoprire e rivivere essendogli queste così strettamente connaturate e a livelli profondissimi peraltro. Ma come fare?
A scanso d’equivoci non stiamo qui chiedendo di armarsi di lancia e propulsore e di mettersi a correre seminudi in un bosco accompagnando il tutto dall’emissione di suoni striduli o gutturali tanto misteriosi quanto incomprensibili, a caccia magari di un qualche animale interessato dal ridimensionamento della caccia di selezione. Non fatelo, potrebbe essere pericoloso!
Stiamo semplicemente dicendo che l’uomo pur nel modernissimo contesto in cui vive, può probabilmente riscoprire sensazioni e facoltà, ad esse legate, che sono appartenute ad un lontano passato ma che, nonostante questo, non sono né inutili, né inappropriate, né, tantomeno, frutto di una cultura inferiore, quanto piuttosto di una cultura diversa.
Il contesto sociale attuale, è inutile dirlo, è molto diverso da quello paleolitico, mesolitico o neolitico, molto più sviluppato in senso materiale. Le foreste di oggi sono di cemento, di vetro e metallo, benché fortunatamente se ne conservino di natura vegetale. E’ un contesto nel quale la tecnologia (anche e soprattutto quella digitale) diminuisce sempre più il livello di analogia tra azione e reazione, tra causa ed effetto, aumentando considerevolmente il numero delle mediazioni che intercorrono dall’avvio di un processo alla sua finalizzazione. Oggi premiamo un bottone, il bottone fa chiudere un circuito, questa chiusura fa passare corrente che una centrale produce e conserva, corrente che può così giungere ad una lampadina, un filamento diviene incandescente ed abbiamo la luce (sì sì, lo so, esistono anche le lampadine che non sono a incandescenza!); ne premiamo un altro ed abbiamo il fuoco in cucina, sempre più spesso peraltro sostituito da onde elettromagnetiche come nelle cucine ad induzione.
Prima invece, avere il fuoco era un lusso. Per gran parte della preistoria l’uomo neanche sapeva come fare ad accenderlo e finché non seppe crearlo da solo egli dovette rubarlo alla natura, strapparlo a chi lo possedeva già con sotterfugi o ingaggiando guerre coi gruppi rivali per impossessarsene e mantenerne il possesso. Una volta ottenuto, il fuoco doveva essere gelosamente custodito come una cosa sacra, protetto da pioggia e da vento e dai nemici. Guadare un fiume, una caduta accidentale, una pioggia improvvisa, l’attacco di un gruppo nemico, potevano estinguere la fiamma vitale. Sarebbe stato un danno da gettare nella disperazione, un ritorno al freddo e all’oscurità. Era una lotta incessante per non perdere calore, luce, cibi cotti e difese contro gli animali. Il senso sacro che la custodia del fuoco sviluppava nella cultura primitiva è anch’esso sopravvissuto a lungo e si è protratto oltre, nello stesso ambito greco, in cui si può notare un sintomatico parallelismo con la custodia esercitata primordialmente. Nei processi di colonizzazione per esempio, a seguito della scoperta di lidi promettenti, a seguito di pre-colonizzazione, si procedeva ad una vera e propria spedizione guidata da un ecista che era anche il custode del fuoco sacro che dalla madrepatria doveva giungere alla colonia intatto, con tutte le simbologie annesse e connesse che possiamo scorgervi.
Prima quindi l’uomo lo conobbe e lo temette, il fuoco, poi cominciò ad usarlo, infine imparò a crearlo. Una conquista considerevole.
Ruotare velocemente sul proprio asse un bacchetto nell’incavo di un altro legno asciutto, soffiare sull’erba secca alla comparsa del fumo, nutrire la piccola fiamma con ramoscelli, infine con rami sempre più grandi, ed ecco il fuoco.
Chi di noi lo saprebbe fare oggi? No, non ce n’è bisogno, è vero. Ma quello era il livello di analogia con la natura, quello era il livello di saggezza pratica di cui c’era bisogno per riscaldarsi, per illuminare la notte, per nutrirsi di cibi più digeribili e sani e proteggersi da nemici e bestie feroci. L’uomo preistorico doveva conoscere bene ogni passaggio legato alla produzione del fuoco e a tutto il resto e quindi in un certo senso era ciò che sapeva. Sapere ed essere viaggiavano in lui di pari passo. Oggi non è più così. Oggi basta un pulsante. Quel che succede tra quel gesto e l’effetto che ne scaturisce possiamo fare a meno di conoscerlo e il processo avviene ugualmente, la cosa non inficerebbe il risultato. Nel paleolitico lo avrebbe inficiato. Nessuno di noi tornerebbe indietro chiaramente. Ma la linea parallela di sviluppo tra essere e sapere si è persa. Inoltre le sensazioni e le emozioni connesse con quelle operazioni erano forti, autentiche, vorrei dire, in certo qual modo, appaganti. Oggi per avere emozioni paragonabili molti ricorrono purtroppo a sostanze stupefacenti sintetiche pericolosissime per la salute. Anche nel lontano passato vi si è fatto ricorso, ma erano naturali. Molti riti magico-religiosi ne richiedevano l’uso. Gli sciamani stessi le usavano, ma a scopo rituale, non per evasione come oggi fa chi sente di essere a corto di emozioni. E la perdita di corrispondenza tra essere e sapere porta anche a questo. Oggi molte cose sono semplificate e le emozioni corrispondenti alle operazioni necessarie ad espletarle, sono scomparse contestualmente alla sopraggiunta semplificazione.
Stiamo quindi altresì dicendo che le condizioni dell’attuale società potrebbero dimostrarsi ostiche a far rinascere l’antica sensibilità. Che tipo di lavoro potrebbe essere necessario per riesumarle? Difficile a dirsi! Forse di un certo tipo di lavoro, in un certo ambiente o forse potrebbe essere necessario ricorrere a qualche trucco, a qualche espediente particolare e artificioso. Chissà se la realtà virtuale potrebbe aiutare a questo scopo?! Forse potrebbe bastare un certo esercizio fisico e mentale, da unire con quello emozionale, con un addestramento specifico o semplicemente, nei casi più fortunati potrebbero essere facoltà ottenute per grazia ricevuta.
Molte cose sono però necessarie per avviare un percorso di ripristino:

1) rendersi conto che qualcosa si è perso;
2) rendersi conte che quel che si è perso è qualcosa di importante;
3) decidere di ripristinare quelle facoltà perdute.
 
L'essere umano di oggi a ben riflettere non è poi così diverso da quello di una o due, ma anche di svariate decine di migliaia di anni fa, e questo sotto vari profili: nel suo aspetto esteriore, nella sua struttura corporea generale, nella sua natura essenziale, anche in quella interiore e nelle sue esigenze primarie e secondarie che sono sostanzialmente le stesse di un tempo.
Quel che egli ha perso potrebbe incidere in modo determinante sulla sua capacità di comprensione di ciò che sta avvenendo attualmente a vari livelli, anche a livello sociale e politico. Potrebbe valerne la pena di riesumare qualcuna di quelle facoltà. Forse è possibile farlo semplicemente leggendo, forse leggendo e scrivendo insieme, forse con altri sistemi ed esercizi, chissà?!
Forse niente di tutto ciò è necessario ed è sufficiente informarsi sulle questioni specifiche (ed informare), emanciparsi (ed emancipare), stare semplicemente attenti, invitare se stessi e gli altri a stare desti con l’attenzione. In effetti, e in ogni caso un conto è lavorare ad un livello individuale un altro invece è favorire una emancipazione collettiva che possa costituire la base per una rivoluzione culturale che riesca a dare gli strumenti utili a sfuggire dalle facili semplificazioni e schematizzazioni, dal pensiero unico dominante, da quello precostituito o preconfezionato per le masse, per sfuggire ai moderni dogmi e alle moderne superstizioni.
Il come fare, è difficile naturalmente a dirsi. Qui stiamo tentando dei generici suggerimenti. Ma una cosa è certa: molte sono le forze che concorrono a mantenere l’uomo nell’ignoranza, disinformato, distratto, confuso, incapace di reagire. La notizia che certe trasmissioni vengano bloccate nonostante il relativo successo, dimostra che le forze contrarie all’emancipazione ci sono e si fanno sentire. Per queste forze, ancora nel terzo millennio d.C. è ancora alto il timore delle opinioni altrui. Il mimetismo, il camaleontismo, le anfibologie della politica, concorrono volenti o nolenti, consapevolmente o no, a mantenere l’uomo in uno stato di addormentamento. Consapevolmente o no, dicevamo ma, per chi subisce le conseguenze della disinformazione, i portatori consapevoli di disinformazione o di distrazione di massa sono tanto pericolosi quanto i portatori sani di disinformazione e distrazione di massa (e non ci stiamo riferendo alle trasmissioni di intrattenimento che devono poter sussistere benché insieme alle altre) esattamente così come solo qualche decennio fa (nota bene, decennio, non millennio in questo caso!), per gli ebrei, gli zingari, gli omosessuali ed altre categorie ancora di persone, di esseri umani, i portatori consapevoli di campi di sterminio furono deleteri tanto quanto i portatori sani di campi di sterminio.
Per questo diciamo che, facoltà primitive o non facoltà primitive, capacità primigenie o non primigenie, robusti sensi o non robusti sensi, è necessario aumentare di molto i livelli di attenzione alle dinamiche politiche di oggi ed è cosa da fare subito; è necessario cominciare o ricominciare a leggere e rileggere non tanto il passato, cosa che non guasta mai naturlmente, ma il presente. Forse è necessario ricominciare ad ascoltarlo questo presente, con o senza l’orecchio di un tempo.


Bibliografia essenziale

La Sacra Bibbia: Genesi (1,1), Isaia (55,11), Vangelo secondo Giovanni (1,1);
Marius Schneider, “Gli animali simbolici”, “Il significato della musica”, Rusconi;
Wladislaw Tatarkyewicz, “Storia dell’estetica, l’estetica antica”, Einaudi;
René Guénon, “Simboli della scienza sacra”, Adelphi;
P.D. Ouspensky, “Frammenti di un insegnamento sconosciuto”, Astrolabio;
Giovanni Reale, “Introduzione, traduzione e commentario della Metafisica di Aristotele”, Il pensiero occidentale, Bompiani;
Umberto Eco, “La struttura assente”, Bompiani;
Appunti e reminiscenze dal corso di ” Storia della musica” tenuto dal prof. Beni, all’Accademia di Belle Arti di Firenze;
Appunti e reminiscenze dal corso di “Teoria e metodo dei mezzi di informazione di massa” tenuto dal prof. Adriano Sofri, all’Accademia di Belle Arti di Firenze;
J.J. Annaud, dal film “La guerra del fuoco”.




mercoledì 13 settembre 2017

Mimesis nella choréia e nel mondo preistorico 3

Tornando alla Grecia antica


In definitiva, tornando alla Grecia arcaica, la choréia, sebbene ad un livello culturale più alto, manifesta degli evidenti tratti in comune con quegli aspetti del mondo preistorico, tanto che possiamo affermare che ne rappresenti in un certo senso il continuum specifico, l’evoluzione, particolarmente di certe forme di pensiero, di sentimento e di azione. Uno di questi tratti è rappresentato dal prevalere dell’aspetto per così dire acustico rispetto a quello visivo. Il piano acustico è il piano mistico per eccellenza, il più sottile, quello che abbisogna di un minore apporto materiale per comunicare le informazioni che può veicolare. L’imitazione di un sentimento aveva molto in comune con l’imitazione del ritmo sonoro animale.
Punti di contatto con questa cultura “acustica” si hanno nel mito.
Che dire infatti del mito di Orfeo e dell’Orfismo che da lui deriva?
Con Orfeo si cita un mito appunto, il mito che incarna l’artista per eccellenza, il musico e il cantore supremo, ma anche, si dice, uno “sciamano, capace di incantare animali […]” (Giulio Guidorizzi, Il mito greco, vol. 1, Milano, Mondadori, 2009, p. 77), e sui contatti dello sciamanesimo con l’imitazione avevamo già accennato.
Una prima testimonianza della capacità di Orfeo di incantare gli animali, un po’ come il cacciatore primordiale, l’abbiamo del resto con Simonide (VI-V secolo a.C.) ma egli scrive ciò di cui già si raccontava:

«Sul suo capo volavano anche innumerevoli uccelli e diritti dalla profondità dell'acqua cerulea i pesci guizzavano in alto al suo bel canto. »

(Simonides fr. 40; PLG III p. 408[10])

L’accento posto sul piano acustico, così legato alla creazione e ai prodromi della simbologia e del mito, rappresenta un ciclo culturale che si protrae abbastanza lungamente, molto vicino ai nostri tempi. Si protrae nella cultura greca arcaica fino agli albori del periodo severo e classico in cui qualcosa cambia.
Ad un certo punto nella cultura greca avviene un cambiamento piuttosto significativo, un cambiamento di accento se vogliamo. Un cambiamento non improvviso anzi, abbastanza graduale in effetti ma profondo e significativo.
Nell’ambito di questa cultura greca, vi è un passaggio, il passaggio dell'applicazione del concetto di mimesis dal gruppo delle arti espressive al gruppo costruttivo. Questo rappresenta un passaggio decisivo e cruciale, particolarmente significativo nell'evoluzione culturale della civiltà occidentale, un vero e proprio snodo culturale, un punto di svolta, e sta a rappresentare uno scarto, una frattura assai più decisa col passato primitivo e ancestrale di quanto non fossero state probabilmente le fratture o i passaggi epocali antecedenti e di quanto non lo sarebbero stati quelli successivi.
Forse apparirà arrischiato dirlo ma credo che si possa affermare che la cultura Occidentale di oggi, almeno quella di massa, sia l’erede diretta di questo passaggio.
Esso rappresenta con ogni evidenza un sintomatico snodo culturale, uno spostamento di accento dal piano sonoro a quello visivo, il che può dare luogo a sua volta a tutta una serie di valutazioni consequenziali. Tra queste si affaccia l’idea di una evoluzione in un senso più materiale e formale rispetto a ciò che avveniva prima, una evoluzione materiale, per di più con un ritmo accelerato. Se questo da un lato è da considerarsi in un certo senso un fattore positivo e di grande modernità, dall'altro in un senso più strettamente tradizionale e simbolico non può che rappresentare in un certo senso una volgarizzazione e un distanziamento, un impoverimento dalla verità primigenia “sonora”. Questo contrasto può giustamente apparire paradossale perché tanti sono gli aspetti positivi che da questa trasformazione, da questo passaggio epocale si sono sviluppati. Basti pensare che questo spostamento di accento, come lo abbiamo definito, è alla scaturigine di tutta la statuaria greca classica e poi ellenistica e poi ancora della pittura classica ed ellenistica. Non si potrebbe spiegare altrimenti neanche l’incipit di Aristotele nella sua Metafisica:

“Tutti gli uomini per natura tendono al sapere. Segno ne è l’amore per le sensazioni: infatti essi amano le sensazioni per se stesse, anche indipendentemente dalla loro utilità, e, più di tutte, amano la sensazione della vista: in effetti, non solo ai fini dell'azione, ma anche senza avere alcuna intenzione di agire, noi preferiamo il vedere, in certo senso a tutte le altre sensazioni. E il motivo sta nel fatto che la vista ci fa conoscere più di tutte le altre sensazioni e ci rende manifeste numerose differenze fra le cose.”

(Giovanni Reale, Introduzione, traduzione e commentario della Metafisica di Aristotele, Il pensiero occidentale, Bompiani)

Anche se poco oltre lo stagirita spezza una lancia in favore dell’udito, l’incipit non lascia dubbi: per Aristotele gli uomini più di tutte le altre sensazioni amano quella della vista!
Un simile incipit probabilmente non sarebbe stato possibile finché era in auge la choréia, almeno finché ad essa continuava ad applicarsi il concetto di mimesis gradualmente trasferitosi poi al gruppo costruttivo, talché da esso ne era scaturito una formidabile generazione di prodotti artistici.
Ciò nondimeno si avverte in questo scarto, in questa frattura l’effettiva perdita di qualcosa, di un qualcosa di prezioso, di un certo modo di 'sentire' dell'uomo, la perdita di un certo contatto con zone profondissime dell'anima, della psyché, nonché la perdita di contatto con lo stesso piano sonoro, che da un punto di vista mistico e tradizionale è sempre stato ritenuto il piano spirituale per eccellenza.
Questo passaggio d'accento rappresenterebbe dunque sia una evoluzione in senso materiale sia una involuzione in senso spirituale. Qualcosa si è  guadagnato, qualcos’altro si è perso. 
Dal dominio dell'udito al dominio della vista avremmo dunque una involuzione in senso spirituale, e una evoluzione in senso materiale?
Forse, e tuttavia, riferendosi in particolare a tutta all'arte greca che da questo passaggio ha preso le mosse, non potremmo fare a meno di dire: certo però, che strana involuzione! Certo però, che vista questi greci!
Wladyslaw Tatarkiewicz scrive nella sua “Storia dell’estetica” che "un celebre architetto del XIX secolo disse che il senso della luce dava ai Greci gioie a noi sconosciute." (W. Tatarkiewicz, Storia dell'estetica, vol I°, l'estetica antica, Piccola Biblioteca Einaudi)
Una nota a piè di pagina, specifica che si tratta di E. E. Viollet-Le-Duc, il noto restauratore di Carcassone, specificando anche che, nel suo Dictionnaire raisonné de l'architecture francaise du XI au XVI siècle [10 voll., Paris 1858-68], ha sostenuto che “i Greci erano capaci di tutto in materia d'arte e grazie al senso della vista erano in grado di provare delle gioie che noi, nella nostra rozzezza, non saremo mai capaci di conoscere“ (ibidem).
Tuttavia noi possiamo definirci, nonostante la rozzezza acquisita col tempo, rozzezza cui allude il Viollet-Le-Duc, gli eredi diretti di questa ‘cultura della vista’. La stessa nozione di Società dell’immagine che si è attribuita alla nostra società degli anni Settanta e Ottanta e forse in certa misura anche Novanta, dovrebbe bastare da sola a confermarlo.
Sembra insomma che ogni evoluzione materiale debba accompagnarsi ad un’involuzione spirituale. Ma forse non è necessariamente così. Talvolta questo, soprattutto a livello individuale è una condizione solo apparente o magari temporanea; talaltra però sembra, particolarmente a livello sociale e collettivo, che ciò avvenga realmente.
Se questo è vero, recuperare certe forme di pensiero e la loro connessione al concetto di verità, sarebbe quindi importante soprattutto in certi frangenti storici particolarmente delicati in cui sembra di poter perdere determinate conquiste politiche e sociali e in cui pare di vedersi drasticamente affievolire la stessa Democrazia. La nozione di verità subisce un ridimensionamento repentino sintomaticamente parallelo a quello della nozione di Democrazia, anche in conseguenza dell’avvento della ‘società dell’immagine’ stessa, in cui predomina l’aspetto esteriore, apoteosi modernissima della svolta “visiva” di un tempo, espressione con la quale, come accennato di sopra, si soleva descrivere la società degli ultimi decenni del XX secolo cioè una società vicinissima alla nostra. L’immagine esteriore può essere una maschera dietro la quale si può nascondere altro e in questo senso tale società è emblematica di un modo d’essere e di agire che sfrutta il mimetismo, il nascondimento ed altre tecniche usate anche dalla politica.
Oggi questo modo di fare sembra avere raggiunto il parossismo poiché amplificato dai mezzi d’informazione dimassa, ed è questa la ragione per cui è necessario usare bene i nostri sensi, per così dire, più fini. Ma se l’uso di questi sensi si è affievolito? Se il legame di essi con la verità si è perduto?


Del resto, è  bene specificare che le facoltà dell’uomo preistorico sfruttavano esse stesse l’imitazione per ingannare la preda. Era un inganno quindi, utile però a qualcosa di essenziale, alla sopravvivenza individuale e del gruppo ed è così che si poteva giustificare l'inganno. Questo anche per dire che il repertorio della politica e gli imbonitori commerciali, sfruttano in un certo senso queste stesse tecniche. Pensiamo soltanto alla tecnica dello specchio! Uno strumento può essere usato a fin di bene o a fin di male, per il bene collettivo o per il bene personale, e quest’ultimo fino agli estremi dell’egoismo. La politica sembra sfruttare il repertorio degli inganni per scopi molto poco nobili, comunque non sovrapponibili a quelli per cui l'antico cacciatore-imitatore usava i suoi. Una dote quindi non basta da sola, serve la convinzione che essa debba essere usata a fini sociali, per il bene comune.


René Guénon nella prima metà dello stesso XX secolo, si interrogava sul senso della nozione di verità e si chiedeva: cosa importa questa nozione, verità, ”in un mondo le cui aspirazioni sono puramente materiali e sentimentali?”


Per adesso ci fermiamo qui. Concluderemo il saggio con la prossima pubblicazione, con il paragrafo intitolato appunto ”Riassumendo e concludendo”.


lunedì 11 settembre 2017

Mimesis nella choréia e nel mondo preistorico 2



Mimesis nel mondo preistorico




Preistorico significa prima della storia e la storia comincia con la comparsa della scrittura la quale forniva documentazione di nomi, eventi, contratti, racconti, che rappresentano una testimonianza appunto storica e culturale. L’umanità compie un balzo col linguaggio parlato e un altro con quello scritto. Ecco, è da questo momento, dal linguaggio scritto che si può parlare di storia.
Avendo chiarito nella pubblicazione precedente il concetto di mimesis nella sua forma originaria e più antica, possiamo cercare di capire se esso si possa applicare ad alcuni aspetti culturali delle forme di aggregazione umana preistoriche, cioè antecedenti alla comparsa della parola scritta.
Chiediamoci innanzitutto cosa occorra per una corretta imitazione e dove essa possa trovare un suo spazio e un suo senso nel mondo dell’uomo preistorico.
In generale, per una corretta imitazione, per ottenere una corretta mimesis, è innanzitutto necessario conoscere bene ciò che si imita, è necessario conoscere i sentimenti, averli vissuti, conoscere i segreti di una data cosa; e quando si tratta di imitare un fenomeno, una cosa, un animale, una persona diviene importante conoscere quello che può essere definito il suo ritmo interiore, una sorta di interiore segreto di quella determinata cosa o animale o persona.
Sono questi i periodi nei quali il concetto di ritmo interiore ancorché non esplicitato da concetti e teorie (troppo lontane dalle possibilità dell’uomo preistorico), rivestiva una importanza decisiva. Esso infatti era strettamente connesso alla caccia, ed il successo di questa alla stessa vita in quanto fonte di cibo e sopravvivenza. Era connesso alla caccia perché serviva al cacciatore per svolgere il suo compito, cacciare. Ed ecco quindi che attraverso il filo conduttore dalla mimesis dell’imitazione e del ritmo interiore (oggetto dell’imitazione) siamo stati attratti verso questi lontani lidi.
Nel paleolitico la raccolta, la pesca e la caccia erano fondamentali per la sopravvivenza, non potendo contare ancora sulla coltivazione e la pastorizia. Dire quindi che l’imitazione trovava il suo posto nella caccia significa dire che rivestiva un’importanza assoluta.
Ma com’è, più nello specifico, che il concetto di ritmo interiore si connette alla caccia?
Per comprendere questo dobbiamo innanzitutto smettere di pensare agli antichi cacciatori del paleolitico come a degli esseri incapaci di sviluppare un qualsiasi pensiero o una cultura relativamente elaborata. Certo non erano maestri di bon ton e non avevano sviluppato un galateo degno di questo nome cui attenersi, non si cambiavano spesso d’abito e non usavano deodoranti, ma erano capaci di sentimenti, di amare, di condividere, di pensare alla vita e alla morte, in pratica di un pensiero magico-religioso che si esprimeva anche con segni propiziatori e quindi di una cultura relativamente elaborata. Vi era insomma una certa cultura, rudimentale ma robusta, ed anche articolata, in cui il legame con l’ambiente era totale e in cui il cacciatore che in quell’ambiente doveva muoversi aveva un ruolo sociale importante.
Il grande cacciatore infatti era colui che, capace di dominare la preda quasi magicamente, di incantarla se vogliamo, in virtù di capacità imitative finissime, forniva il nutrimento per la sussistenza. E per imitare la propria preda è sempre necessario, come dicevamo, conoscerla, conoscerne il ritmo interiore, il ritmo caratteristico, distintivo e univoco che essa possiede, quel ritmo che è presente nella sua più intima essenza, il ritmo sonoro.
A questo punto il lettore si chiederà cosa c’entri il suono con la caccia e gli animali se non, per esempio, come mero riconoscimento della preda e del suo verso caratteristico. Si chiederà che cosa sia il ritmo sonoro di un animale.
E certamente questo non sarà facile da spiegare. Ciò nondimeno ci proveremo poiché rappresenta un punto decisivo ai fini di una effettiva e completa comprensione del nostro discorso generale.
Per farlo dobbiamo rivolgerci a studiosi come Marius Schneider, musicologo ed etnomusicologo alsaziano scomparso nel 1982, studiosi che ben sanno evidenziare come la musica sia la più antica allegoria possibile della creazione. E’ importante sapere, per esempio, che antichissime cosmogonie (concezioni relative alla nascita del cosmo) descrivono la realtà precedente alla creazione stessa come un luogo oscuro, dove tutto è vibrazione sonora e nulla è ancora materiale; che secondo queste concezioni la materializzazione comincia con la creazione e che tutto è progressivamente più materiale via via che la creazione procede e ci si allontana sempre più dal centro sonoro di origine, che potremmo definire anche centro di creazione. Viene così a stabilirsi qualcosa di importante, viene a stabilirsi per esempio un rapporto inversamente proporzionale tra suono e materia che ritroveremo in ambiti culturali assai diversi e successivi.
Molti punti di contatto di questa teoria sono riscontrabili nella simbologia tradizionale e in varie scuole di pensiero ma non è possibile qui approfondire questi legami poiché ciò richiederebbe un spazio eccessivo.
Ricorderò semplicemente alcune cose, come per esempio il fatto che lo stesso René Guénon definisce il luogo simbolico denominato ‘centro’ secondo un duplice aspetto, cioè come chiaro, in quanto centro di ‘irradiazione’ assimilabile a quella della luce, ma come scuro in se stesso e interiormente proprio in quanto non manifestato e finché non manifestato. Il chiaro simboleggia il ‘manifestato’, lo scuro il ‘non manifestato’.
Sono simbologie riscontrabili in molte antiche civiltà, da quella egizia e quella etiope, a quella caldea, fino all’indiana e alla cinese, per non citarne che alcuni esempi.
Anche il fiat lux, ereditato dalla tradizione giudaico-cristiana e poi latinizzato, richiama a sua volta questa idea di oscurità, rotta dalla creazione, in cui luce e creazione si associano. Notiamo però che cielo e terra, nella Genesi nascono nell’oscurità e solo dopo saranno irradiate dalla luce attraverso il fiat lux.
A ciò aggiungiamo qualche altra osservazione. Cominciamo con un piccolo frammento delle cose che venivano per esempio dette da G.I. Gurdjieff, come riportato da P.D. Ouspensky in “Frammenti di un insegnamento sconosciuto”, ai gruppi di Mosca o di Pietroburgo, intorno al 1915, idee che facevano parte integrante del suo sistema:
“La velocità delle vibrazioni è in ragione inversa alla densità della materia.
E’ nell’Assoluto che le vibrazioni sono le più rapide e la materia la meno densa. Nel mondo immediatamente consecutivo, le vibrazioni sono più lente e la materia più densa; più oltre, la materia è ancora più densa e le vibrazioni di una lentezza corrispondente.”
E’ facile qui intuire come queste idee corrispondano esattamente alle antiche cosmogonie di cui accenna Schneider. Queste cosmogonie, in qualche misura, sono sopravvissute lungamente e ricompaiono sotto una certa forma anche in sistemi moderni, nonché espressamente modernizzati per l’uomo contemporaneo, com’era nelle intenzioni dello stesso G.I. Gurdjieff. Eppure mantengono intatto tutto il proprio fascino ancestrale, se mi si passa l’espressione.
Per tornare alla Bibbia possiamo citare ancora il Nuovo Testamento, Il Vangelo di San Giovanni, che comincia con queste parole: “In principio era il Verbo”. Questo richiama l’incipit del libro della Genesi in cui si dice: “In principio Dio creò il cielo e la terra”.
“In principio” dicono sia la Genesi sia il Vangelo secondo Giovanni.
Ora nell’interpretazione riconosciuta dal cattolicesimo Verbo e Cristo coincidono, così Cristo, in quanto Verbo ha un’origine anteriore rispetto a quella della sua nascita terrena. San Giovanni così ci dice in sostanza con quelle parole: “In principio era il Cristo”.
Com’è tipico dei testi religiosi esistono vari livelli di interpretazione ciascuno dei quali non nega l’altro ma lo completa e lo estende ponendo l’accento su un diverso spetto. Così forse San Giovanni col suo incipit vuole dirci anche dell’altro. Può darsi che oltre a significare Cristo, la parola Verbo possa indicare anche altri significati? E se sì, quali?
Consideriamo intanto che la Parola di Dio è Parola creatrice. Leggiamo in Isaia 55,11: “così sarà della parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l'ho mandata".
Dio possiede quindi una Parola creatrice. E se la Sua Parola è creatrice è nondimeno anche generatrice.
Cristo come figlio di Dio e proprio in quanto tale è generato (non creato) dal Padre. Ce lo insegna il Credo; “Generato non creato della stessa sostanza del Padre”.
Ma torniamo un attimo a San Giovanni. Egli usa il termine “Verbo”. Ora, in latino verbalis è un aggettivo che vuol dire di parola, da cui si ah verbificatio, discorso. E’ noto l’adagio latino: verba volant, scripta manente. Ciò che è scritto rimane, ciò che è emesso col suono della parola si disperde. A meno che la Parola non sia Parola di Dio, Parola creatrice! In questo caso anche la Parola rimane, anzi crea.
Dio col suono della sua Parola creatrice, crea il mondo, il cosmo.
E’ lecito a questo punto chiedersi se per caso San Giovanni non ci stia anche dicendo che “In principio era la Parola”?
E’ lecito a questo punto chiedersi se per caso l’evangelista non ci stia dicendo che “In principio era il suono”?
Questo non nega l’identificazione di Verbo e Cristo in quanto la parola suono deve essere assimilata al concetto di sostanza spirituale (nota bene, più vi è suono più vi è spirito, più vi è materia meno vi è suono, meno vi è spirito) e quindi alluderebbe semplicemente alla vita spirituale di Cristo anteriore alla vita terrena, Cristo per mezzo del quale, prosegue il Credo: “tutte le cose sono state create” e che, prosegue ancora: “Per noi uomini e per la nostra salvezza discese dal cielo e per opera dello Spirito Santo si è incarnato nel seno della Vergine Maria e si è fatto uomo”.
Dopo la creazione si incarna per la nostra salvezza.
“In principio era il Verbo” può quindi assumere vari significati. E vi è chi dice che il Verbo ha un duplice aspetto, similmente a quanto avviene per il “centro” simbolico, e che, all’interno è Pensiero e all’esterno è Parola. Vorrei aggiungere che in entrambi i casi, cioè sia nel caso di Parola sia nel caso di Pensiero, la natura di suono si adatta benissimo benché all’interno si tratti di puro suono e all’esterno, come Parola creatrice, di un suono che si affievolisce col graduale discostamento dall’origine, e procede verso la materializzazione, in rapporto alle antiche concezioni cosmogoniche che stiamo considerando.
Ora, “Se il Verbo è Pensiero all’interno e Parola all'esterno, e se il mondo è l’effetto della Parola divina proferita all’origine dei tempi, la natura stessa può essere presa come simbolo della realtà soprannaturale.”  (René Guenon, Simboli della Scienza sacra)
C’è qualcosa di sacro nel suono.
Per aiutarci a farci una idea del potere del suono, della musica, possiamo infine ricorrere all’esperienza personale.
A molti di noi è stato possibile appurare per esperienza diretta come l’ascolto della musica tragga beneficio dal fatto di praticarla in un luogo oscuro se non del tutto buio, come la propria camera oscurata dalle veneziane, dagli scorrevoli, dai frangisole o quant’altro serva a rimanere al buio di una stanza.
Il motivo è evidente: togliere spazio ad altri sensi (come per esempio la vista) acuisce la funzione dei restanti, permette un maggiore ascolto anche interiore e favorisce anche l’immaginazione.
E’ quindi da queste cose, strettamente legate alle concezioni cosmogoniche a cui ci richiama Marius Schneider che dobbiamo partire, se vogliamo comprendere il legame del ritmo sonoro con gli animali che venivano fatti oggetto di caccia, tra ritmo sonoro e caccia. Potrebbe risultare utile riflettere su tutto ciò.
Una volta familiarizzato con i concetti principali delle antiche concezioni cosmogoniche, che vari legami trattengono, come abbiamo cercato di sottolineare, con concezioni cosmogoniche successive e più evolute, è opportuno comprendere come si possano trasferire a tutto l’ordine cosmico, alla manifestazione, e ci sforzeremo di trasferirle, più nello specifico, anche al contesto culturale dell’uomo primitivo.
Ogni essere vivente è legato al principio e ne trae sussistenza e vivificazione, compresi gli animali di cui il cacciatore primitivo si nutriva. Accettato questo principio ne consegue che gli animali avevano (ed hanno) un legame col centro di creazione, col luogo ‘oscuro e sonoro’ da cui traggono la propria lontana origine. Questo legame è anche un legame sonoro quindi, un legame che potremmo anche definire spirituale. Per questo è sempre presente in loro un ritmo sonoro, segno e testimonianza della creazione, nonché legame con l’Assoluto. Ma oltre a possedere un legame sonoro comune gli animali sono dotati di ritmi sonori specifici a seconda della propria specie e quindi delle proprie caratteristiche.
Tornando all’antico grande cacciatore egli sentiva di doversi impadronire del ritmo specifico della preda ma più probabilmente era sospinto ad impadronirsene dalla cultura del gruppo cui apparteneva o da chi già possedeva una tale conoscenza ed era disposto a trasmetterla, tramandarla.
Per farlo tuttavia la prima e più indispensabile dote richiesta era la capacità di osservazione e di ascolto. E' da qui che si sviluppa la conoscenza opportuna.
Osservazione, ascolto, percezione, anche fusione dei sensi, individuazione ed attribuzione a fenomeni diversi di ritmi comuni (chiamiamolo per es. fattore O il ritmo comune), e ad uno stesso fenomeno, animale, oggetto, di ritmi diversi (chiamiamo fattori a,b,c,d, ecc. i ritmi diversi) a seconda dei casi e dei contesti. Nella ricerca del ritmo specifico si dovevano isolare i ritmi comuni e scartarli. In questo intento il ritmo specifico richiamava per opposizione il concetto di ritmo comune e viceversa.
L’individuazione all’interno di due diversi fenomeni di cui era possibile distinguere ritmi specifici e comuni, per esempio la codificazione di due animali, conseguentemente definibili come abcO, il primo e qrsO, il secondo, del fattore comune O, permetteva di agire in due direzioni: 1) andare verso il ritmo comune, scartando i ritmi specifici; 2) andare verso i ritmi specifici, scartando il ritmo comune. Queste capacità implicite nell’agire quotidiano dell’uomo preistorico ancorché non esplicitate da teorie chiaramente espresse, fanno dell'antico cacciatore un individuo dotato di una rilevante cultura, assai più profonda di quanto si possa immaginare, una cultura che è insieme pratica e religiosa e dotata di un certo misticismo. Egli adottava istintivamente una metodologia strutturalista. Ma anche quando il linguaggio parlato non permetteva una esaustiva esplicitazione di una così rilevante cultura, ciò nondimeno chi la possedeva e ne vedeva indubbiamente un vantaggio e un bene da trasferire ai discendenti, ai posteri, per fare ciò, per trasmetterla, sentiva di dover ricorrere a qualcosa e quando ha saputo farlo ha fatto ricorso ai simboli ed ai miti. Queste conoscenze derivavano da concezioni cosmogoniche e le alimentavano a sua volta. Talché le stesse, entro certi limiti, erano suscettibili di variazioni. Ma queste stesse concezioni tendevano ad uniformare ed unificare il tutto secondo leggi generali. Per questo il simbolo si adattava bene all’espressione di queste conoscenze. Symbolon è un termine greco che deriva dal verbo symballo, metto insieme, così che in definitiva al termine symbolon (sym-bàllo) possiamo attribuire il significato di unire insieme. Il che risulta molto appropriato.
E’ abbastanza sorprendente, ritengo, notare come una sorta di Strutturalismo ante litteram permei il pensiero magico-religioso e mistico dell'uomo primitivo. Questo accostamento è tanto più sorprendente quanto più si pensi al fatto che Strutturalismo e Post Strutturalismo sono fenomeni culturali del XX secolo.
E questa cultura si riversa nella caccia attraverso la mimesis: individuato il ritmo specifico, chi lo sa imitare, trae in inganno la preda, domina l'animale che lo possiede. A sua volta chi sa dominare l’animale lo può uccidere e potrà così cibarsene personalmente e farne cibare il gruppo di appartenenza conquistandosi peraltro un ruolo sociale non indifferente.
In questo senso il concetto di mimesis trova una sua applicazione, essa stessa ante litteram, piuttosto sorprendente nell'ambito della preistoria, molto prima che nella choréia.
Si evidenzia così, grazie a questi tratti comuni che si mantengono anche nelle civiltà posteriori alla preistorica, una certa continuità delle culture egee con quelle arcaiche neolitiche, mesolitiche e paleolitiche.
Per tornare al nostro cacciatore, il successo della caccia, come è facile arguire, era appunto una garanzia di vita, di prosperità e di fecondità per se stessi e per il gruppo di appartenenza.
Numerose sono le sculture paleolitiche dette veneri steatopigie che sono state ritrovate in Europa.
Molto famosa quella di Savignano o quella di Willendorf, ed altre ancora. Queste sono state giustamente interpretate come simboli di fecondità e quindi di propagazione della specie, di continuità della vita.
Ma dobbiamo anche pensare che, in quanto steatopigie, non solo il pancione era interessato all’ingrossamento. In effetti steatopigie significa propriamente dalle grasse natiche e non è con la gravidanza che le natiche si ingrassano, almeno non solo, è anche e soprattutto col cibo, quindi con l’abbondanza di cibo. Spesso mi è capitato di pensare a queste veneri come ad oggetti in un certo senso pubblicitari, da mettere in relazione con la caccia e il cacciatore.
Siamo a livello di semplici ipotesi naturalmente ma un oggetto di questo genere, una statuetta di venere, nelle mani di un cacciatore poteva in altri termini voler dire: ecco, vedi quale tipo di abbondanza posso prometterti?! Cioè a dire: sono un così bravo cacciatore che posso garantirti abbondanza di cibo, prosperità e fecondità tale che il tuo corpo potrebbe finire per somigliare a quello di questa statuina!
Fatti salvi i gusti personali, la cosa potrebbe non essere particolarmente allettante per il gentil sesso contemporaneo magari, ma i parametri estetici di quei tempi lontani erano chiaramente diversi dai nostri, anche in materia di bellezza femminile, e sono cambiati più volte nel corso del tempo e col diversificarsi delle varie società e culture. Inoltre implicitamente valeva certamente l’adagio primum existere, mentre solo in un secondo momento entrava in gioco, per così dire, la questione della bellezza. In altri termini era del tutto possibile lasciarsi allettare da una promessa di sussistenza alimentare e il cacciatore avrebbe potuto in teoria esibire una tale statuina per manifestare tale promessa anche indipendentemente dai gusti personali che erano secondari rispetto alla primaria sussistenza. Una donna a sua volta poteva essere allettata dal divenire ‘steatopigia’ poiché anche per lei ciò significava esistere.
Sintetizzando in un senso per così dire 'pubblicitario' il messaggio che tali statuine potevano trasmettere si potrebbe arrivare a questo: sono un ottimo cacciatore, quindi sono un buon partito, accettami come compagno, procreiamo insieme!
In generale il grande cacciatore era effettivamente un buon partito nella preistoria ed il successo della sua caccia era garanzia di abbondanza e prosperità. A sua volta il successo nella caccia era garantito dalla sua capacità e abilità di adattarsi anche alle nuove tecnologie applicate alla caccia naturalmente (come all’uso di propulsori o di nuove e più sofisticate punte e materiali), ma anche di altre abilità, tra le quali spiccava sulle altre e forse ancor più delle doti fisiche ed atletiche, proprio quella che potremmo definire della mimesis, della capacità di imitazione del ritmo sonoro interiore della preda, della capacità di impossessarsi del suo specifico segreto, posseduto il quale si poteva arrivare ad incantare la stessa preda, a renderla inoffensiva e quindi a catturarla. La zagaglia, la lancia, la freccia scagliata che colpisce l’animale trafiggendolo non facevano altro che sancire una vittoria in pratica già ottenuta (vedi Marius Schneider, Gli animali simbolici).

Proseguiremo il percorso iniziato con la prossima pubblicazione, col paragrafo intitolato Tornando alla Grecia arcaica.


sabato 9 settembre 2017

Mimesis nella choréia e nel mondo preistorico

Estrapolazione e riadattamento dal testo “Verso una controriforma scolastica”, redatto come saggio conclusivo del corso di I livello Mnemosine sugli insegnamenti artistici



"Non c’è niente di nascosto che non debba 
essere rivelato e nulla di segreto che non debba essere         
conosciuto"                                                            
(Matteo 10,26)


"L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento"
(dall’art.33 della Costituzione)


"Libero è l’insegnamento, libero è l’apprendimento"
(l’autore)


Premessa


Come anticipato nel precedente articolo e ricordato nel presente sottotitolo il saggio seguente è una rielaborazione e un adattamento di una porzione di un saggio precedente scritto come prova finale di un corso sui metodi di insegnamento artistico, intitolato “Verso una controriforma scolastica”. In quella porzione di saggio e per i fini che esso si proponeva, andavo alla ricerca di un antico snodo culturale che giustificasse da un lato un progresso in senso materiale e dall’altro una inflessione in senso spirituale.
Era da questo guadagno e da questa perdita insieme che si poteva spiegare l’affievolimento di una certa sensibilità in favore di un'altra e determinare una sorta di preminenza del senso della vista di cui la società dell’immagine non rappresenterebbe in definitiva se non una delle più recenti ed emblematiche eredità.
Nel rileggere quel saggio di recente, mi sembrava che sussistesse una certa quantità di materiale utile a redigerne uno specifico del tutto indipendente che potesse essere presentato autonomamente. Avevo pensato di svincolarlo così dal legame con la scuola e la politica, per concentrarmi esclusivamente sullo snodo culturale che mi interessava particolarmente e che comunque rimane il centro di tutto il discorso anche del saggio attuale. Ma poi ho notato che questo legame con la politica e la scuola continuava ad avere un senso. Me ne sono reso conto quando ho dovuto necessariamente accorgermi che la politica invita, ora più che mai, ad abbassare la guardia, a ridurre il livello di spirito critico. E sì che si tratta della stessa politica che si occupa della scuola! Ma la scuola non dovrebbe insegnare al discente a svincolarsi da schemi di pensiero precostituiti? Non dovrebbe insegnargli lo spirito critico? Non dovrebbe aiutarlo a sviluppare idee personali e renderlo sicuro nell’esposizione delle stesse?
Ecco, nel mondo della politica, spiace dirlo, si chiede il contrario!
Così ho fatto retromarcia ed ho riscritto il testo tenendo ben fermo il legame con la politica e le critiche alla stessa. Questa era in fin dei conti l’eredità del testo originale integrale il cui materiale estrapolato rappresenta ad occhio e croce un decimo del tutto.
Inutile dire che il testo, rispetto all’originale, ha subìto delle variazioni, delle riscritture, non delle mere integrazioni ma delle vere e proprie aggiunte. Moltissime cose che sono presenti nel testo aggiornato di adesso non erano presenti nell’altro.
Non vi era citata la Genesi né il Vangelo di San Giovanni, non il mito di Orfeo, non Aristotele né svariate altre cose. E’ stata dapprima estesa, poi molto estesa quindi, per divenire qualcos’altro da ciò che era in origine. Ne mantiene però la struttura e i concetti di base. Visto che il suo volume, pur essendo quello tipico del saggio breve di carattere scolastico, è cresciuto, nel presentarlo su un Diario Elettronico verrà proposto in più pubblicazioni, in più parti, almeno in tre o quattro. Questa presente è la prima.
Un’ultima osservazione: se molti difetti erano presenti nella redazione originale, molti ne sono riamasti. Nella prima redazione del resto i tempi di consegna erano ristretti, quelli erano e quelli dovevano essere rispettati. Anche qui mi ero impegnato con me stesso a pubblicare il saggio a breve. Tuttavia, nonostante i difetti ne è scaturito qualcosa di migliorato, ritengo, rispetto a prima e questo per il momento mi basta. Del resto la perfezione si sa, non è di questo mondo…

Introduzione

Poco meno di un anno è trascorso da quando l’Italia ha affrontato un grande pericolo: lo stravolgimento della Costituzione. Il NO al referendum costituzionale ha sventato per fortuna questo pericolo. Ma come si è giunti a correre un simile rischio?
Con la propaganda un po’ becera e un po’ superficiale, con i falsi miti di progresso, con argomenti di facilissima presa sul popolo (come il risparmio per esempio, dicesi populismo?) e poi ancora con l’uso di distrattori di massa, con ampie lacune informative, quindi in un certo senso col mimetismo, le anfibologie e quant’altro il repertorio datato della politica mette a disposizione di una classe che si sente fuori dal gregge (e-gregia) e aspira a rimanerlo, che aspira altresì ad essere sempre e comunque élite, a vivere di privilegi ad essere inarrivabile, a chiudersi nel palazzo e a non essere troppo disturbata dal popolo ed anzi a distanziarsi sempre più da esso, anche attraverso le verticalizzazioni dei ruoli, delle cariche e delle istituzioni cui l’attuale struttura dell’Unione europea contribuisce in modo determinante. Peccato però che il popolo è il solo, vero, unico e legittimo sovrano. Lo dice la Costituzione! Avete presente?
Vale per l’Italia naturalmente ma questa Ue ci aveva detto che era rispettosa delle tradizioni costituzionali dei Paesi che ne fanno parte. Siamo sicuri che è così? Abbiamo una impressione diversa!
E il popolo, in ogni caso ha detto NO alla sopracitata riforma che avrebbe reso l’Italia lo zerbino della Troika di una struttura cioè che agisce al di fuori del diritto europeo e che tende sempre più ad annichilire il diritto nazionale e le ragioni dei popoli.
Il pericolo corso dall’Italia con quella riforma costituzionale è dipeso in una parola dal principale difetto che possiede: il suo essere eterodiretta!
Come sfuggire agli imbonitori, agli edulcoratori di realtà, ai falsi miti di progresso, ai dogmi e alle superstizioni moderne, ai doppi fini, agli schemi facili (troppo facili) e spesso interessati della politica che tenta di sopravvivere a se stessa?  Come sfuggire a chi fa il gioco di chi vuole eterodirigere la nostra Nazione?
Forse basterebbe il buonsenso se esercitato in modo opportuno. Tuttavia, purtroppo, ci sembra di registrare che nei fatti questo buonsenso non sia opportunamente esercitato. Forse con una corretta informazione sì, ma l’informazione è spesso specchio del potere e quella indipendente bisogna cercarla con attenzione avendo una visibilità inferiore. Si potrebbe ricorrere quindi a tecniche particolari, derivanti magari dalla metodologia strutturalista che potrebbe risultare utile, ma anche queste ci sembrano confinate nel passato del secolo scorso senza peraltro darci l’impressione di avere lasciato l’ambito accademico per diffondersi a livello popolare. Qualcosa di strutturalista sembra forse presente in alcune applicazioni legate ai sistemi informatici ma non basta. Si potrebbe fare ricorso allora a all’intuizione. O forse alla capacità di ascolto, come suggerito ne “La voce della Luna” di Federico Fellini e quindi magari alla riesumazione di sensibilità ormai sopite, legate alla capacità di ascolto e che purtuttavia l’uomo potrebbe riscoprire e tornare ad esercitare. Oppure si deve optare per un misto di tutte queste cose? Insomma, a quale strumento deve far ricorso l’uomo contemporaneo per tentare di comprendere il suo momento storico, per incidere sul suo tempo? Come sfuggire alla manipolazione di massa? Che cosa si è addormentato nell’uomo di oggi?
Sono tutte domande cui è urgente rispondere perché purtroppo dietro tutto questo si cela lo smantellamento della nostra Nazione, che l’art. 52 della Costituzione ci chiede invece di difendere. Avete presente?
Dietro alla disinformazione, ai distrattori di massa, alla manipolazione delle masse, con qualsiasi veicolo, si cela la deindustrializzazione del nostro Paese, l’incremento del precariato e della povertà.
Dobbiamo porre un freno a tutto ciò ma le leve su cui fare affidamento non sono moltissime e se la stragrande maggioranza dei cittadini non si rende conto del disastroso stato delle cose il rischio è che non senta nemmeno il bisogno di fare qualcosa per ovviare tutto ciò.
E’ possibile risvegliare sensi maggiormente “robusti”, come direbbe Vico, da usare come strumento di comprensione, come arma per sfuggire al pensiero unico dominante che appiattisce tutta la realtà? Il saggio seguente si propone di determinare l’esistenza di una sensibilità antica (e antichissima) che se riesumata e riscoperta potrebbe forse fornire la giusta risposta alla passività con la quale oggi egli, l’uomo, accetta supinamente teorie di ogni genere, senza presentare un minimo livello di critica e di pensiero indipendente. Persa in uno degli snodi cruciali della cultura occidentale, essa nondimeno riappare di quando in quando, come per esempio nello Strutturalismo metodologico e forse anche in quello ontologico ancorché criticato, quest’ultimo, e ridimensionato da personaggi del calibro di Umberto Eco per esempio ne “La struttura assente”.
In questo sintomatico snodo qualcosa viene guadagnato e qualcos’altro viene perso. Qual è il bilanciamento tra questi due pesi sul piatto della bilancia? E’ maggiore il guadagno o la perdita?!
Difficile a dirsi, certo è che, molto di quello che si è perso, se riesumato potrebbe risvegliare l’uomo dal torpore in cui una moltitudine di forze, certamente non democratiche, vorrebbero confinarlo e trattenerlo. Nel cercare quello snodo ci rivolgeremo innanzitutto al mondo dell’antica Grecia che rappresenta un territorio di indagine privilegiato per la quantità di testimonianze dirette e indirette di cui si può usufruire.

Mimesis nella choréia
 
Anticamente i greci dividevano l'arte in due grandi gruppi, per altro piuttosto distinti e generalmente non in relazione tra loro. La coesistenza in una medesima società ne determinava ovviamente un certo grado di rapporto ma per quanto questo potesse sussistere entro una certa misura non si rendeva evidente. Prevaleva così il senso di distinzione tra i due gruppi. C’era un gruppo che potremmo definire espressivo, e ce n’era un altro che potremmo definire costruttivo. Al primo faceva capo la choréia, al secondo facevano capo: l’architettura, la scultura e la pittura.
L'eminente filologo Tadeusz Zielinski (1859-1944) aveva definita la choréia "una e trina", dandole una connotazione dal sapore “teologico”. Del resto essa era legata ai riti religiosi e misterici, particolarmente dionisiaci. Certamente essa costituiva un sol gruppo molto unitario e solidale, cui facevano capo tre elementi: la danza, la musica e la poesia. Quest'arte esprimeva i sentimenti e gli impulsi umani mediante parole e atteggiamenti, melodia e ritmo.
Particolarmente all’inizio la danza aveva nella choréia un carattere dominante. In effetti il nome choréia deriva da choros, cioè coro, che designava originariamente la danza di gruppo non il coro delle voci. Ma non dobbiamo pensare che questo relegasse in secondo ordine la musica e la poesia.
Friedrich Nietzsche con grande acume aveva individuato nella cultura greca una sorta di dualismo che egli riconosceva in due aspetti della stessa cui attribuiva due differenti caratteri attraverso la definizione di dionisiaco e apollineo.
Ma a ben guardare esisteva almeno un secondo rilevante dualismo che era rappresentato da altri due caratteri, quello espressivo e quello costruttivo e dai due gruppi ad essi associati di cui abbiamo accennato sopra.
Il rapporto e l’intreccio di questo doppio dualismo nella cultura greca, apollineo-dionisiaco ed espressivo-costruttivo, si presenta assai interessante ma non costituisce lo scopo dell’indagine di questo saggio e pertanto pur sottolineandone l’interesse, pur sottolineando altresì l’opportunità di indagarlo, non possiamo addentrarvici adesso, demandando questa indagine alla volontà di chi sente di potersene fare carico o in altra occasione.
Riprenderemo invece, più nello specifico, la disamina del gruppo facente capo alla choréia che ci sembra particolarmente significativo per i nostri fini introducendo adesso il concetto di mimesis.
La mimesis che Aristide Quintiliano, uno scrittore e teorico musicale greco, vissuto a Smirne intorno al II°secolo d.C. (ma la datazione è incerta essendovi dubbi anche sul III e IV sec d.C.), tradusse per primo con 'imitazione', e così è rimasto fino ad oggi, contrariamente a quanto si possa pensare, inizialmente non era un concetto che si applicasse alla scultura e alla pittura, cioè a due delle tre arti del gruppo costruttivo; questo concetto si applicava invece alla danza, che faceva parte della choréia una e trina, si applicava cioè ad una delle tre arti del gruppo espressivo, ma estensivamente, anche per questa unità delle tre arti, alla choréia tutta.
Prima di continuare il discorso, vorrei innanzi tutto aprire una piccola parentesi per precisare che nell'espressione 'una e trina' non c'è alcuna volontà di turbare la sensibilità di quanti, credenti, pensassero immediatamente e non del tutto a sproposito ad un accostamento al dogma della Santissima Trinità. Non c’è nessun intento di svilire il dogma cristiano. Non c'è neanche un intento offensivo o denigratorio né è minimamente presente la volontà di scatenare una competizione, una reazione stizzita o chissà cos’altro. Insomma in definitiva non c’è provocazione. L'uso di questa espressione 'una e trina' che indubbiamente fa subito pensare al dogma in questione, è qui usato per sottolineare il fatto che questa arte era composta da tre distinti elementi ma che essi erano così legati gli uni agli altri da rappresentare un tutt'uno inscindibile analogamente a quanto avviene per il dogma della Santissima Trinità per il cristiano. Del resto Zielinski è stato anche storico delle religioni ed abbiamo già accennato al fatto che la choréia era legata ad aspetti religiosi. Ci sono quindi dei parallelismi che, pur col dovuto rispetto e nelle debite proporzioni, dobbiamo segnalare. L’intenzione però è essenzialmente quella di evidenziare come la choréia fosse vissuta intensamente dagli antichi greci, in un modo se non paragonabile quantomeno avvicinabile a quello con cui i cattolici vivono il mistero della Trinità.
In ogni caso non abuseremo di questa espressione, ritenendo di aver peraltro già segnalato sufficientemente l’aspetto dell’unità nella diversità dei tre componenti della choréia.
Dunque riprendiamo.
Agli albori della cultura greca, il concetto di mimesis era in relazione con l'espressione dei sentimenti e con la manifestazione delle esperienze attraverso la gestualità, il movimento, ma anche il suono e le parole della choréia.
Ma badate bene, non una pura e semplice imitazione esteriore. La vera e propria imitazione ben lungi dall’essere semplicemente una mera esibizione esteriore, avviene, ed avveniva, principalmente a livello interiore.
Per questo il concetto di mimesis nella sua traduzione aristidea cioè nel senso proprio di 'imitazione' può benissimo trovare una sua applicazione e una perfetta aderenza anche a questo contesto espressivo. L’aspetto di esteriorizzazione era una componente importante naturalmente ma solo in rapporto a quanto avveniva a livello interiore e doveva corrispondergli.
Si esprimevano sentimenti che erano imitati innanzitutto interiormente e quindi in un certo senso rivissuti dall'imitatore/danzatore che finiva per identificarvisi a tal punto da poter essere assimilato ad una specie di sciamano. Forse gioverà fin da adesso ricordare come lo sciamanesimo abbia rappresentato una delle più antiche manifestazioni dell’aspetto religioso di una società relativamente evoluta in senso culturale.
Tornando alla mimesis, per esprimere un sentimento e per farlo bene, è quindi necessario innanzitutto imitarlo interiormente; per esprimere una esperienza è necessario riviverla ed immedesimarvisi, si deve sostanzialmente imitarla nel senso più profondo del termine, finendo quasi per divenire la cosa imitata.
La khatarsis, intesa nel senso di un benefico affievolimento dei sentimenti che la choréia era in grado di suscitare, era strettamente connessa non solo alla capacità del riguardante di lasciarsi coinvolgere e di immedesimarsi in ciò che vedeva e ascoltava (cosa che sarebbe accaduta con maggiore consapevolezza quando si applicò il concetto di katharsis al teatro), ma anche alla capacità imitativa del danzatore stesso cioè di colui che in prima persona partecipava attivamente per dare vita alla choréia.
Naturalmente i sentimenti che si potevano esprimere erano di diverso genere e intensità. Un aspetto psicologico si affianca alle arti espressive, un aspetto che può essere riassunto forse dal seguente concetto: l'imitazione volontaria di un sentimento toglie spazio alla sua manifestazione involontaria. Da cui la catarsi, l'affievolimento; il sentimento è vissuto, è compreso, è vinto; si è manifestato e con questo si è manifestata la passione, il pathos, è avvenuta una sorta di liberazione e tutto questo tarderà il suo prossimo manifestarsi involontario. Nell’involontarietà c’era la sensazione di un soggiacere alle forze esterne, di esserne dominati; nella volontarietà, di contro, si aveva la sensazione di esprimere un potenziale controllo sugli eventi e sui sentimenti, di raggiungerne il dominio.
E’ evidente a questo punto come alla choréia, si affiancassero, per non dire unissero, anche i concetti di mimesis, e katharsis ed è chiaro anche come il tutto si fondesse e si intrecciasse insieme dando vita ad un fenomeno culturale estremamente rilevante e decisamente complesso.
Riassumendo:

a) inizialmente nella cultura greca il concetto di mimesis si applicava alla choréia, non alla scultura, non alla pittura;
b) pittura e scultura, nonché architettura, rimangono per un certo tempo assai distinte sia dalla choréia sia dal concetto di mimesis;
c) solo successivamente il concetto di mimesis si applicherà alla pittura e alla scultura. Qualcosa era cambiato.

Ancora più tardi, durante il periodo ellenistico, alla scultura in particolare si affiancherà nuovamente il carattere espressivo che fu proprio, un tempo, della choréia, ma trasposto sul piano visivo.
Possiamo così asserire che inizialmente prevaleva nella cultura greca un accento “musicale”, vorrei dire acustico, sonoro. Successivamente questo accento si perde per lasciare il passo ad un diverso accento, un accento, per così dire, visivo.
Dal dominio del piano acustico al dominio del piano visivo.
L’accento acustico affondava le sue radici nella notte dei tempi.
In questo senso la choréia e il concetto di mimesis originariamente inteso si connetteva direttamente a tutta una tradizione arcaica antecedente a quella greca, antecedente anche a quella più genericamente egea, per affondare in una cultura direi quasi ancestrale, primitiva; una cultura che affondava nello stesso neolitico, o nel mesolitico o addirittura perfino nel paleolitico.
Per corroborare e sostenere quest’ultima tesi ci aiuteremo con una ulteriore indagine, quella che è possibile svolgere andando a dirigere lo sguardo verso culture ancora più antiche appunto della greca.

Per adesso ci fermiamo qui. Con la successiva pubblicazione ripartiremo dal paragrafo “Mimesis nel mondo preistorico". 

lunedì 14 agosto 2017

Idee che sgorgano a Sant'Anna di Stazzema

Ieri l’altro sono stato a Sant’Anna di Stazzema per la 73^ commemorazione dell’eccidio del 12 agosto 1944, dove furono trucidate 560 persone tra cui 130 bambini.
Questa commemorazione, così come le altre di questo genere, acquista ogni anno una importanza sempre maggiore, è ogni anno sempre più preziosa perché nell’allontanarsi progressivo da questo triste episodio diviene prezioso il ricordo, ancorché documentato storicamente, di cosa è capace l’uomo quando il contesto politico e sociale favorisce l’insorgere dei peggiori istinti. Sono occasioni per non permettere ai revisionisti di alterare la storia e banalizzare l’accaduto e il contesto nel quale si è manifestato con tanta ferocia.
Molte le personalità intervenute, tra cui il sindaco di Stazzema Maurizio Verona, il senatore Andrea Marcucci, presidente della commissione cultura al Senato e altre personalità ancora in rappresentanza, quest’anno, di Russia e Germania, oltre a due rappresentanti dei giovani, italiani e tedeschi, protagonisti di una esperienza comune vissuta a Sant’Anna. Tantissimi i gonfaloni tra i quali anche quello del mio paese, Borgo San Lorenzo, portato dal messo, da una rappresentante della polizia municipale, e da mia madre che, come consigliera comunale, faceva le veci del sindaco.
Tra i vari discorsi viene richiamato in più di una occasione, se non erro prima dal sindaco e poi dal senatore, il ddl Fiano che vuole estendere ed inasprire le pene per i reati di apologia di fascismo. Non ho seguito da vicino l’iter parlamentare del ddl in questione e non ne conosco esattamente i contenuti per cui, come sempre in questi casi, mi mantengo prudente. Ma devo dire però che esistendo il reato di apologia di fascismo dal 1952, se un ddl del 2017, serve a contemplare quei casi che per ragioni evidenti non potevano essere contemplati dalla legge Scelba (vedi per esempio tutto ciò che riguarda internet) mi sembra che possa essere in linea di massima condivisibile. Questo dimostra inoltre come in fondo sussista ancora oggi un istintiva avversione ai tutti quei fenomeni caratterizzati da violenza e soprusi di cui il fascismo si fece portatore. Il timore di chi giudica liberticida il ddl dipende probabilmente dal fatto che talvolta quando si procede ad un legge di questo tipo si teme che la stessa legge possa essere applicata in modo eccessivo finendo per considerare apologia di fascismo qualcosa che magari non lo è. Se mi si concede un’iperbole, forse si teme che una lettura estensiva della legge possa far sì, per esempio iperbolico, che il Dalai Lama, tra i cui arredi compaiono (tra gli altri simboli) anche degli swastica, venga additato come un apologeta del nazismo! E’ un’iperbole che spero serva però a rendere l’idea. Sembrano timori eccessivi in effetti, ciò nondimeno questi timori sussistono! In altri termini si teme che pur partendo da un problema reale, che non va sottovalutato naturalmente, si rischi di arrivare ad eccessi effettivamente liberticidi. Forse non è probabile, ma purtroppo si riscontra una certa tendenza di questo tipo in generale, come nel caso della questione sulle bufale in rete, emersa con molto vigore, mentre nessuno pensava di regolamentare con lo stesso zelo le bufale di regime, come quella secondo la quale l’ESM sarebbe un fondo salva stati, per fare un esempio.
Giusto quindi non abbassare la guardia di fronte all’insorgere di forme di intolleranza, anche di recente rivolte nei confronti dei martiri della Resistenza! Giusto non abbassare la guardia di fronte alla banalizzazione di un periodo storico che è ancora oggetto di studi e controversie, di fronte al manifestarsi dei neo fascismi e dei neo nazismi e al diffondersi degli stessi, per non commettere quell’errore di sottovalutazione che poi permise l’insorgere del fascismo e il suo dilagare effettivamente liberticida.
Ma dobbiamo tenere presente che il fascismo non si è nutrito di soli simboli. L’esibizione del fascio littorio poteva richiamare alcuni sentimenti e creare un simbolismo comune ma quando si è trattato di arrivare effettivamente al potere, il fascismo più che dei simboli si è servito delle leggi e di una in particolare: la legge Acerbo. La legge Acerbo era una legge elettorale, una legge elettorale molto simile a quella più recente nota come Italicum. Quando si inneggia al ddl Fiano quindi, ci si ricordi anche di inneggiare al fatto che l’Italicum non è più in discussione in Parlamento, perché anche questa, piaccia o non piaccia, è una vittoria dell’antifascismo. Se il fascismo si identifica con la diminuzione di rappresentatività nei luoghi del potere, da quello esecutivo a quello legislativo a quello giudiziario, ci si ricordi di gioire per la vittoria del NO al referendum costituzionale, perché quella riforma avrebbe contratto la rappresentatività del popolo e aperto l’Italia al dilagare della Troika nei luoghi del potere. Come scrivevo quando promuovevo il NO al referendum costituzionale, la riforma avrebbe reso l’Italia lo zerbino della Troika.
Ben venga tutta questa attenzione ai fenomeni più appariscenti di intolleranza e recrudescenze fascistoidi, ma mi premuro di indicare un rischio, un rischio impellente, il rischio che di fronte alla giusta stigmatizzazione di questi fenomeni si rischi di perdere di vista altri pericoli, pericoli concreti e non meno oscuri di quelli che il fascismo e il nazismo sanno evocare.
Vorrei a questo punto esprimere un timore, che se il fascismo e il nazismo torneranno, non lo faranno mettendoci la faccia, come in passato, non lo faranno platealmente e sbandierando il vecchio repertorio di simboli e gesti ma, al contrario, dissimulandosi del tutto, magari sfruttando il mimetismo, il camaleontismo, le anfibologie per manifestarsi apertamente solo quando ormai il contesto creato intorno a sé non permetterebbe rapidi ritorni alla Democrazia, quando ormai, insomma, è troppo tardi. Cerchiamo quindi di non guardare soltanto a ciò che è plateale, evidente, codificato da un sistema di simboli, guardiamo anche oltre, guardiamo dietro le maschere, guardiamo a ciò che è pericoloso ma che si serve di altri simboli che non hanno ancora la codifica di simboli fascisti benché dietro di essi vi sia una qualche forma di fascismo e autoritarismo magari ben dissimulato, per cui molti non riescono a scorgerla.
C’è il concreto rischio che dietro (e sotto) l’impegno rivolto a stigmatizzare il fenomeno di una manifestazione plateale di simboli equivoci e storicamente codificati, cresca inavvertitamente un’altra cultura fascista e un'altra cultura nazista, una cultura nazi-fascista che non ci mette la faccia, che non si nutre degli stessi simboli e degli stessi gesti, ma delle stesse violenze o dell’evoluzione delle vecchie violenze, questo magari sì. Anche la violenza si evolve, anche i modi di perpetrarla si evolvono e si tengono aggiornati coi tempi.
Così mentre si spendono giustamente energie nel redarguire l’apologia di fascismo, sotto sotto, si rischia di farsi sfuggire qualcosa, si rischia di perde di vista un fenomeno potenzialmente peggiore, assai peggiore, molto più pericoloso.
Se Sant’Anna di Stazzema deve quindi diventare il simbolo della battaglia contro i nuovi fascismi, si deve anche avere il coraggio, la sensibilità e l’intelligenza di osservarli tutti i fascismi, nessuno escluso.
E si deve anche avere la lungimiranza di capire che i nuovi fascismi e i nuovi nazismi potrebbero nascondersi assai meglio di quanto si creda e senza sfruttare, meglio ribadirlo, il vecchio repertorio di simboli, gesti e manifestazioni esteriori.
Se Sant’Anna deve diventare il simbolo della lotta ai nuovi fascismi, questo non può essere che un bene, ma cerchiamo quindi di individuarli con strumenti concettuali più sofisticati e potremmo così finire per comprendere che essi magari vivono e rivivono in ambiti insospettati e insospettabili.
Era un po’ il problema che mi ero posto nella tesi finale intitolata “Verso una controriforma scolastica” elaborata per un corso di I livello sulla pedagogia e didattica artistica, in cui dichiaravo che per accorgersi di certi errori commessi nella scuola, tra i quali una pedissequa adiacenza a stilemi economico-finanziari, servivano all’uomo strumenti forse ormai perduti da secoli a causa di una degenerazione di certe facoltà, strumenti che però potrebbero essere recuperati e il cui recupero era forse in parte già manifestato dall’apparire nel XX secolo dello Strutturalismo e del Post Strutturalismo. Ma che fine hanno fatto oggi Strutturalismo e Post Strutturalismo? Molte domande, come sempre, riesce a suscitare la visita di Sant’Anna di Stazzema, di alcune di queste io stesso mi stupisco talvolta. Ma anche in questo risiede la forza di questi luoghi, per fortuna.
Non escludo quindi che prossimamente possa pubblicare su questo stesso Diario Elettronico un saggio che è uno spaccato di quella tesi, rivisto e adattato alle circostanze. Si sente infatti il bisogno di strumenti più efficaci per fronteggiare i nuovi nazi-fascismi e il rischio di nuove derive anti-democratiche, secondo me peraltro, già in corso. Ben lungi dal ritenere di possedere la chiave di questi nuovi o vecchi strumenti, diviene importante riscoprirli e partecipare all’elaborazione. Un invito che è chiaramente rivolto a tutti. Il saggio in questione si configura quindi solo come un imperfetto contributo che, se può avere un pregio, forse ha semplicemente quello di tentare di riscoprire qualcuno di questi strumenti e di indicare una possibile direzione.
Magari ce ne sono altre, magari di migliori, ben vengano!
Ma per tornare a Sant’Anna, concluderei richiamandomi al messaggio del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, per il quale, una primaria importanza deve rivestire la difesa della Democrazia riconquistata ad un così alto prezzo.


giovedì 3 agosto 2017

E' stata prudente e opportuna l'approvazione della missione italiana in Libia?


Come cittadino italiano ho pensato del tutto istintivamente che la missione intrapresa dall’Italia in Libia e votata dal Parlamento ieri, fosse sostenuta da entrambi gli invitati a Parigi, Sarraj e Haftar. Era una cosa che davo per scontata e invece evidentemente mi sbagliavo perché scontata non era come avrei appreso questa mattina. Come cittadino distratto ho pensato di essere stato colpevolmente distratto sì, ma in fondo non siedo in Parlamento e quindi la mia distrazione può essere chiaramente ben giustificata. Molto meno giustificabile sarebbe invece il fatto che i parlamentari che hanno approvato la missione non avessero tutte le informazioni in merito e non sapessero che non c’era l’accordo tra i due libici, Sarraj e Haftar. Ed ecco che oggi arriva la sorpresa: Haftar minaccia l’Italia, le navi italiane che sconfinano sarebbero giudicate alla stregua di navi nemiche che invadono le acque territoriali libiche.
Da cui nasce una domanda: Il governo sapeva che non c’era l’accordo di Haftar? E se lo sapeva è stato prudente approvare una missione senza l’approvazione di entrambi?
Ma le richieste di chiarimento di membri delle commissioni riunte III e IV della Camera e 3^ e 4^ del Senato il 1 agosto 2017, come quella di Edmondo Cirielli di Fratelli d’Italia che ha chiesto chiarimenti rispetto alle dichiarazioni di Haftar, già avvenute quindi, che poneva dubbi giudicando l’intervento italiano sui migranti un semplice pretesto per cambiare gli equilibri in campo, dimostrano che il Governo non poteva ignorare al questione. Queste dichiarazioni le ho potute ascoltare oggi, registrate, sulla televisione satellitare della Camera. E scaturiscono quindi alcune risposte evidentemente e anche alcune altre domande.
Il fatto è che se si raggiunge un accordo delicato tra due esponenti libici e li si fa apparire di pari dignità di fronte alla platea televisiva di tutto il mondo come avvenuto in Francia, non si può poi screditare l’uno a discapito dell’altro ponendone uno su un piano inferiore rispetto all’altro senza aspettarsi quantomeno un po’ di risentimento.
Si può sperare che il dialogo inclusivo delle parti, come si dice, possa avere un seguito se si va ad escluderne una, di queste parti? In questo appare una contraddizione evidente.

Per quanto riguarda i timori espressi da alcuni portavoce libici ufficiali e non, alcune precisazione sono probabilmente doverose.
Si può pensare che l’Italia costituisca un pericolo per la Libia con due navi? I timori sembrano quantomeno sproporzionati. La recente storia d’Italia dimostra in tutto e per tutto che l’Italia non ha alcun pensiero bellicoso nei confronti della Libia, cosa che sarebbe addirittura incostituzionale e che farebbe saltare subito qualsiasi governo. Vi immaginate se un Governo che ha già i suoi problemi va a rischiare di cadere per un intento incostituzionale?! Non è semplicemente realistico, per cui la Libia può dormire sonni tranquilli, non saranno le due navi italiane a conquistarla! Quanto all’ipotesi di cambiare gli equilibri in atto, anche questa ipotesi sembra essere eccessivamente severa nei confronti dell’Italia che ha invece un reale interesse nel gestire più da vicino il fenomeno della tratta dei migranti fenomeno che, come tutti sanno, la riguarda da molto vicino.
Ma non possiamo giudicare del tutto fuori luogo né illegittime le preoccupazioni di Haftar che vanno comprese.
Per questo ribadiamo ancora una volta che sarebbe servito il consenso di entrambi, Sarraj e Haftar insieme, per portare navi italiane in acque libiche, cosa che Sarraj, di ritorno dagli impegni presi in Francia avrebbe compreso benissimo.
Ma adesso le minacce ci sono, sono state confermate, e quindi dobbiamo chiederci che cosa succederebbe se alle minacce dovessero seguire i fatti?! Il quadro relativo al traffico dei migranti ne risulterebbe migliorato? Ne dubito! Il quadro generale in Libia ne risulterebbe migliorato? Ne dubito! Ecco perché occorreva un assenso anche di Haftar. Chiediamoci anche: a chi gioverebbe un’eventuale degenerazione dei fatti?
Non possiamo esimerci dal constatare né nascondere ai nostri occhi che un eventuale crisi militare tra Haftar e l’Italia aggraverebbe in generale la situazione libica, già molto delicata ma che potrebbe avvantaggiare la Francia di cui non si tace (ne si smentisce) l’interesse per i giacimenti petroliferi sfruttati da ENI.
Non è che siamo finiti in una qualche trappola? Chissà?! Forse sì, forse no ma...se sì, ordita da chi?
Qui prodest? A chi giova?
In ogni caso se trappola c'è, questa ha un'origine e forse una pianificazione ormai datata che si può forse rintracciare nella destabilizzazione della Libia relativa alla c.d. primavera araba.

Sono tempi difficili e dobbiamo essere scaltri ma soprattutto prudenti, prudenti come serpenti e questa prudenza il Governo e il Parlamento pare che forse non l’abbiano mostrata ma i Governi coinvolti riguarderebbero probabilmente anche le precedenti legislature.


sabato 22 luglio 2017

TIM Telecom, Vivendi, l'Italia faccia qualcosa!

Le telecomunicazioni sono un settore strategico soprattutto nella società dell’informazione, ridondante o non ridondante che sia. Per questa ragione è quanto mai auspicabile che una nazione abbia il controllo di questo settore e quindi di ogni aspetto relativo alle proprie telecomunicazioni.
A maggior ragione quando c'è una storia dietro o, per meglio dire, quando si è fatta la storia delle telecomunicazioni. Il telefono è stato inventato da Meucci (lo hanno riconosciuto finalmente anche gli americani), la SIP (appartenente al gruppo IRI) è cresciuta e si è sviluppata con i soldi dei contribuenti italiani. Potremmo ricordare anche Marconi che con le onde radio ha inventato la comunicazione senza fili con cui oggi le telecomunicazioni si sposano. Telefonia fissa, mobile, radiomobile, sperimentzioni, accordi con la Rai, una realtà di primo ordine. Insomma la storia dell'Italia in questo settore non ha niente da invidiare a nessuno, ed il suo bagaglio tecnico-esperienziale è di primo livello. Finché tutto era nelle mani della Stato tutto bene. Poi però sono arrivate le privatizzazioni, le tanto osannate privatizzazioni, e si potrebbe dire, a questo punto, purtroppo sono arrivate. A cosa servono infatti le privatizzazioni, almeno in Italia?
Conti alla mano a perdere settori strategici, a farci dismettere, a farci delocalizzare, a perdere il controllo delle aziende, a regalare profitti, a svendere bagaglio tecnico-esperienziale a benefico di ricavi altrui in cambio della collettivizzazione delle perdite. E sarebbero un vantaggio? Pare proprio di no! Tutta questa profusione di ingegno, inventiva, capacità organizzativa, visione sociale, denaro pubblico e altro ancora che dovrebbero spingere chiunque al rispetto del nostro Paese, a cosa è servita? A che pro, mi chiedo, un percorso tecnologico e storico di primo livello se tutto ciò poi si volge non in un vantaggio ma in una perdita, anche di sicurezza nazionale? A che serve, mi chiedo, se poi tutto ciò viene, per così dire, ereditato dai francesie non dagli italiani? E’ mai possibile?
Ma per tornare alle questioni delle telecomunicazioni il fatto che sia opportuno rimangano in mani nazionali è determinato dal fatto che, non solo sono un settore strategico altamente tecnologico, ma anche dal fatto che sono un settore estremamente sensibile in quanto strettamente unito nientemeno che alla sicurezza nazionale. E sulla sicurezza nazionale non si può transigere. Soprattutto oggi, in cui c’è lo sviluppo della telematica e un vistosissimo incremento dell’uso di sistemi informatici, le comunicazioni e le telecomunicazioni sono strettamente collegate a fattori essenziali per la sicurezza nazionale. Quantità esorbitanti di dati passano dai fili telefonici e vengono immagazzinati in banche dati che abbisognano di sistemi di sicurezza di primo livello e spesso non basta. Ci sono dati relativi a tutto, anche a processi e quindi alla giustizia, alla sicurezza nazionale, al settore militare e quant’altro ancora. E la gestione di tutti i dati sensibili di una Nazione, deve essere nelle mani di quella Nazione, non possiamo permetterci che tutto questo venga gestito da una nazione diversa che peraltro si dimostra così aggressiva e poco rispettosa nei nostri confronti.  Questo comunque è vero, non solo per l’Italia, ma per tutti. Per tale ragione è bene che si arrivi a livello internazionale ad un accordo mediante il quale si stipula che le telecomunicazioni di ogni Nazione debbano essere gestite nell’alveo del proprio ambito nazionale. Le telecomunicazioni della Francia devono spettare alla Francia, quelle dell’Italia all’Italia, quelle della Germania alla Germania e così via.
Per tale ragione anche le telecomunicazioni del Brasile devono spettare al Brasile e su questo magari anche l’Italia avrebbe fatto meglio a rivedere le sue posizioni, Non si può chiedere per se stessi quello che non si concede agi altri.
In ogni caso la situazione attuale è quella che vede TIM Telecom con un socio di maggioranza francese Vivendi. Credo che non sia opportuno per l’Italia naturalmente, ma così è in questo momento. Per questo è auspicabile un cambiamento della situazione ed anche la promulgazione di una legge che dichiari che per ragioni di sicurezza nazionale non è possibile affidare ad altri che a connazionali (o allo Stato) la gestione delle telecomunicazioni.
Anche perché, “un conto è essere il socio di maggioranza, un altro avvantaggiare il controllante a danno del controllato” (vedi articolo di Stefano Feltri su Il Fatto Quotidiano di oggi), questo secondo l’Antitrust.
C’è di fatto che la Francia sembra assumere sempre più in generale un atteggiamento aggressivo nei confronti dell’Italia, che è attualmente giudicata alla stregua di una specie di supermercato in cui fare acquisti, un atteggiamento ai limiti del tentativo di umiliazione. Non che non vi siano anche responsabilità interne, tutte italiane in ciò, ma questo è un fatto. Ci sono giornali italiani (vedi la Verità, sempre di oggi) che parlano di quattro fregature subìte dall’Italia da parte della Francia negli ultimi dieci giorni.
E vengono in mente tante cose, a proposito di umiliazione, tra le quali anche frangenti storici del passato della Francia in cui era lei a subire feroci umiliazioni. Come il periodo che precedette e poi seguì la sconfitta di Azincourt subìta dai francesi da parte delle milizie inglesi al seguito di Enrico V. Seguì infatti un periodo di dominazione inglese cui i francesi non sembravano in grado di poter porre rimedio. Una situazione umiliante. Finché udito il grido di dolore, venne, per così dire, risvegliata la coscienza di un’autentica inviata del Signore, Giovanna! E le cose cominciarono a prendere un’altra piega. Non a caso oggi Santa Giovanna d’Arco è la patrona di Francia. Ma, si dice nel popolo, San Giovanni (nota bene, stesso nome della pulzella d’Orleans) non vuole inganni! Per cui chi è dimentico dei benefici ricevuti per riaversi da uno stato semicomatoso, di autentica umiliazione, è disposto ad umiliare gli altri, senza tenere conto della regola secondo la quale non si può chiedere per se stessi ciò che non si è disposti a concedere agli altri, né che è giusto non fare agli altri quello che non vorremmo fosse fatto a noi, è soggetto a provvedimento di revisione. In altre parole: i benefici un tempo accordati potrebbero essere rimossi.
Santa Giovanna, in quanto tale, cioè in quanto santa, questo lo sa! E a cosa mai servirà il filtro di protezione che la santa patrona potrebbe svolgere nei confronti di questa Francia di cui è appunto patrona, se la Francia stessa è dimentica dei favori di un tempo, e se è proprio lei, Giovanna, la prima ad essere profondamente indignata da questa dimenticanza?
I favori un tempo concessi, potrebbero essere rimossi! Con il sicuro consenso di Giovanna peraltro, già infatti se ne sta parlando!!
Vi era già stata una segnalazione in questo senso e questa è la seconda.
Per certe questioni è noto che è bene contare fino a tre!!!


giovedì 20 luglio 2017

NO CETA!!!

A tutto c’è un limite e le elezioni sono vicine.
Renzi ha la possibilità di dimostrare quanto sincero sia il suo risentimento per il fatto che l’Italia sia stata abbandonata dagli altri Stati dell’Ue in materia di migranti al di là di ogni dichiarazione d'intenti, con i fatti, fin da ora.
Ha la possibilità di dire NO allo scempio del CETA.
Si dirà: ma che c’entra?
C’entra, perché le politiche di abbassamento dei salari dell’austera Ue (attualmente così incomprensibili) e le dinamiche dell’immigrazione, in combinato disposto, servono esattamente a creare quel tessuto sociale che rappresenterebbe il popolo degli acquirenti dei prodotti a basso costo (e di bassa qualità, nonché salutisticamente dubbi) da cui saremmo invasi se il CETA venisse ratificato.
Renzi ha quindi la possibilità di invitare i suoi a dire NO al trattato scempio CETA e all’Ue che ha detto NO ai migranti.
Infatti l’Ue che ha detto NO all’Italia sui migranti si merita il NO dell’Italia sul CETA.
Non occorre aspettare molto, quindi, si può fare subito. Politicamente è una occasione che si verifica una sola volta nella vita!
E’ una occasione per far sentire la propria voce anche a livello internazionale visto che il Canada ci chiede di ratificare un trattato favorevole solo a lui e alle multinazionali pur avendo lo stesso Canada ignorato fino ad ora le richieste di ratifica di molte convenzioni internazionali sul lavoro, a cominciare da quella relativa al diritto alla contrattazione collettiva, fino a quella relativa alla età minima per il lavoratore e molte altre sulla sicurezza e la salute.
 


In questo modo, il segretario del PD, potrebbe dimostrare di stare dalla parte del popolo italiano e non da quella delle multinazionali intese solo al profitto personale a qualsiasi costo, ma soprattutto avrebbe la possibilità di dimostrare appunto che il suo atteggiamento mascolino nei confronti dell’Ue è autentico e non una trovata elettorale per accaparrarsi voti e prestigio agli occhi di chi ha ragioni da vendere per protestare contro questa Ue dell’austerità e delle politiche furbesche e lacrime e sangue.
Inoltre potrebbe manifestare di possedere quelle qualità che tutti vorremo un Primo Ministro possedesse, come l’arguzia per leggere le dinamiche in corso, secondo un filo conduttore che non è visibilissimo, ma che c’è e che unisce le politiche sui salari, il disimpegno dell’Ue sui migranti, alla ratifica di questi trattati internazionali.
Infatti sono in molti ad accusarlo di fare solo propaganda e di assumere atteggiamenti mascolini, di dichiarare di battere i pugni sul tavolo, per soli fini elettorali, per secondi fini insomma. Ecco, Renzi ha esattamente la possibilità di smentire queste voci in un sol colpo, con una azione coerente.
E’ una occasione unica, che potrebbe rilanciare lui e il PD sulla scenario politico.
Dia quindi indicazioni ai suoi di fare qualcosa di sinistra, di dire NO a questo trattato.
Ci attendiamo quindi coerenza.
Sarebbe anche una scelta politicamente conveniente anche perché in caso di ratifica il trattato dovrà necessariamente ripassare nelle mani di un parlamento di nuova legislatura, l’unico legittimato ad esaminare la possibilità di ratifica, purché sia espressione di una legge elettorale costituzionale. L’attuale, questa legittimazione sappiamo bene che purtroppo non ce l’ha. Quindi se Renzi propendesse per indicare il sì alla ratifica questo non sarebbe risolutivo. Se invece indicasse di votare NO, questo potrebbe rilanciarlo. Le motivazioni per il NO, ci sono tutte e ci sono anche tutte le convenienze di immagine. Infatti è meglio aspettare che sia un Parlamento legittimato ad occuparsi di questa faccenda, un argomento che non fa una piega e che potrebbe utilizzare benissimo egli stesso.
Del resto perché approvare un trattato a noi sfavorevole, tanto quanto e ancor più del Fiscal Compact?
Non ha senso!
Ma non sembra che il Parlamento abbia il polso del Paese, sembra anzi sussistere uno scollamento profondissimo col popolo italiano. Sono in molti a contestare questo trattato, il CETA, che sembra essere lì per decretare la definitiva vittoria della finanza sulla Democrazia. A contestarlo ci sono: CGIL, Coldiretti, le DOP siciliane, ARCI, ACLI, Greenpeace, Fairwatch, Slow Food, e tanti, tantissimi altri della società civile.
Quando dicevamo di non ratificare il Fiscal Compact, siamo stati derisi e adesso tutti lo vogliono cambiare.
Adesso chiediamo a gran voce di non ratificare il CETA, che è anche peggio, e speriamo questa volta, almeno questa volta di essere ascoltati.

E ci sono, come accennavamo, dei problemi aggiuntivi purtroppo, se così si può dire, e non sono problemi da poco, come si può arguire dalle premesse espresse qui sopra.

Questo Parlamento è stato eletto con una legge elettorale giudicata incostituzionale dalla Consulta con sentenza n.1 del 2014. Questo significa che non è mai stato e non potrebbe essere mai rappresentativo del popolo italiano che è l’unico vero sovrano come dice la Costituzione. Questo secondo alcuni giudici emeriti della Corte Costituzionale, vedi per esempio Annibale Marini, significa che lo Stato si dovrebbe occupare soltanto di cose necessarie e urgenti e il CETA non è né necessario né urgente.
Se questo articolo potesse arrivare all’ambasciatore canadese, se non al primo ministro, vorrei evidenziargli il fatto che non è saggio né opportuno affidare la ratifica di un trattato di questa portata ad un Parlamento in queste condizioni, neanche se il Parlamento in questione fa, come si suol dire, orecchie da mercante o, se preferite, le viste di nulla.
Insomma, anche se il Parlamento e il Governo fanno finta di niente, le condizioni sono tali per cui non si può legittimamente procedere in questo stato di cose ad una ratifica di questo trattato.
Il Canada, molto saggiamente, dovrebbe semplicemente aspettare che si insedi in Italia un Parlamento legittimato da una legge elettorale costituzionale, cosa che attualmente purtroppo non è.
In ogni caso dovrà essere preciso compito della prossima maggioranza, quella della prossima legislatura, quella derivante insomma dalle prossime elezioni, riprendere il testo del CETA, riesaminarlo e procedere legittimamente (in questo caso sì, legittimamente) alle votazioni relative.
Comunque vadano le cose, cioè, sia che si voti il CETA nei prossimi giorni, sia che, più saggiamente, lo si rimandi alla prossima legislatura, per occuparsi di cose necessarie e urgenti (per esempio della legge elettorale, come suggerito dal Presidente della Repubblica), dovrà essere compito della prossima legislatura, riprendere in mano il trattato.
Questo Governo e questo Parlamento, sfiduciato da una sentenza della Consulta, non sono rappresentativi della sovranità popolare e non possono parlare per essa!
La situazione in Italia è gravissima da questo punto di vista e questo il Canada lo deve comprendere!
Ora due parole sul CETA e sulle varie legittime obiezioni che vengono mosse a questo trattato.
Pericolosissimo è l’arbitrato internazionale col quale gli Stati perdono la possibilità di decidere serenamente le regole del proprio mercato! Chi è poi che sceglierebbe i giudici internazionali? C’è qualcuno di più potente delle multinazionali a poterlo fare? E i giudici così scelti sarebbero inclini a fare gli interessi degli Stati nazionali o delle multinazionali?
Il Canada ha circa 30 milioni di abitanti; l’Ue ne ha circa 500 milioni di cui 60 milioni circa (il 12%) italiani.
Sono i cittadini che rappresentano il mercato in quanto tutti potenziali acquirenti, e fin qui ci siamo.
Questo significa che il mercato dell’Ue si amplierebbe del 7%; quello del Canada si amplierebbe invece del 1397 % e già si nota una certa differenza.
Poi, quel 7% di mercato che acquisterebbe l’Ue riguarda tutta l’Ue di cui l’Italia rappresenta solo il 12%, per cui l’Italia potrebbe contare a parità di condizione con gli altri stati dell’Ue sul 12% di quel 7%, cioè dello 0,84 %.
Per cui dal punto di vista dell’Italia in rapporto al Canada, l’ampliamento del mercato sarebbe per l’una (l’Italia) dello 0,84 % e per l’altro (il Canada) del 1397 %.
Concludendo: visto che lo 0,84 sta nel 1397, 1663 volte, questo significa che l’accordo CETA è favorevole al Canada 1663 volte più che all’Italia. Voi firmereste questo scempio che anche un bambino capirebbe essere svantaggioso? IO NO!!!


mercoledì 7 giugno 2017

Vogliamo leggi elettorali costituzionali!!!

La nuova legge elettorale deve necessariamente contenere i voti di preferenza!
Se così non dovesse essere si riproporrebbe la stessa incostituzionalità già contestata nelle precedenti leggi elettorali, almeno su questo punto, visto che l'assenza delle stesse “non consentendo all’elettore di esprimere alcuna preferenza, ma solo di scegliere una lista di partito, cui è rimessa la designazione dei candidati, renderebbero il voto sostanzialmente “indiretto”, posto che i partiti non possono sostituirsi al corpo elettorale e che l’art. 67 Cost. presuppone l’esistenza di un mandato conferito direttamente dagli elettori. Inoltre, sottraendo all’elettore la facoltà di scegliere l’eletto, farebbero sì che il voto non sia né libero, né personale. “ (sentenza n.1 del 2014 della Corte Costituzionale)


Questa di sopra è una parte della sentenza espressa dalla Corte Costituzionale che annoverava tra i suoi componenti anche l’attuale Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Questa la composizione per esteso della Corte Costituzionale da cui è scaturita la sentenza:



Presidente: Gaetano SILVESTRI; Giudici : Luigi MAZZELLA, Sabino CASSESE, Giuseppe TESAURO, Paolo Maria NAPOLITANO, Giuseppe FRIGO, Alessandro CRISCUOLO, Paolo GROSSI, Giorgio LATTANZI, Aldo CAROSI, Marta CARTABIA, Sergio MATTARELLA, Mario Rosario MORELLI, Giancarlo CORAGGIO, Giuliano AMATO.



Chi oggi non vuole le preferenze dice che queste non sono previste dall’accordo in corso, dichiarando così esplicitamente cioè che l’accordo sostanzialmente prevedrebbe espressamente di non metterle in campo. Deve quindi essere chiaro e lampante agli occhi degli italiani, che i partiti stanno cercando un accordo su una componente incostituzionale della legge elettorale e che anzi questa incostituzionalità è la base stessa dell’accordo su cui, secondo i proponenti, non è possibile transigere né tornare a discutere. Tutto ciò è semplicemente scandaloso!
Questo accordo sancirebbe ancora una volta, contro (e sottolineo contro) il parere dei nomi sopra indicati dei componenti la Consulta, che la legge elettorale deve far esprimere un voto non diretto, non libero né personale.
Mentre la Costituzione dichiara espressamente che il voto deve essere diretto, libero e personale.
Ed è su questo che non si deve transigere!



Il PD sembra distinguersi particolarmente nel proporre leggi elettorali incostituzionali. Chissà? Deve trattarsi di un vizio congenito, di un fattore costitutivo di questo partito!


giovedì 1 giugno 2017

Della nuova legge elettorale attualmente in discussione


La legge elettorale attualmente in discussione è una legge che manda in Parlamento i nominati dai partiti e in questo elude le aspettative che la sentenza n.1 del 2014 della Consulta aveva giustamente alimentato nel popolo italiano quando aveva chiaramente indicato che la legge elettorale che essa dichiarava incostituzionale, il cosiddetto porcellum, era tale, cioè incostituzionale, anche sulla base del fatto che in essa non si potevano esprimere preferenze. La legge elettorale che viene attualmente proposta ha lo stesso identico difetto e questo è abbastanza clamoroso per non dire scandaloso.
In particolare, clamoroso è il fatto che ancora una volta la classe politica riuscirebbe, qualora essa venisse approvata, a vanificare le argomentazioni della Corte Costituzionale.
E’ un atteggiamento che nel migliore dei casi può essere definito irrispettoso della Corte Costituzionale e della Costituzione, nel peggiore dei casi, sovversivo!
Le sentenze della Corte Costituzionale dovrebbero servire a delimitare i possibili margini di azione del legislatore ai fini dell’approvazione di nuove leggi, in questo caso di una nuova legge elettorale.
L’italicum che ne è seguito, non aveva certo dato l’immagine che il legislatore avesse legiferato sulla base di questi limiti, la legge elettorale attuale nemmeno. Difficile non essere delusi...
Finché in parlamento approderà una classe politica sovversiva non ci potranno essere grosse speranze per il cambiamento nel nostro Paese. Quando ci decideremo ad applicare la Costituzione?