Per le tecniche miste su carta o altre tecniche che compaiono in questo Diario Elettronico firmate a nome Alessio, tutti i diritti sono riservati.







lunedì 25 aprile 2016

Libertà, arte e scienza 2!

<<L'arte e la scienza sono libere e libero ne è l'insegnamento>>
La libertà d’insegnamento espressa nell’art.33 della Costituzione, sancisce anche l’autonomia d’insegnamento nella scuola pubblica intesa come autonomia didattica. Non staremo a ricordare il complesso e articolato percorso legislativo che ha conferito dignità costituzionale a tale autonomia con legge n.3 del 2001, modificando l'art.117 della Costituzione stessa, ma ricorderemo semplicemente alcuni concetti che paiono di una certa rilevanza e sui quali è quindi opportuno soffermarsi qualche istante.
Si ricorda, per esempio, che tale autonomia si configura come autonomia effettiva ma relativa, essendo finalizzata al perseguimento degli obiettivi generali del sistema nazionale di istruzione, nel rispetto della libertà d’insegnamento, della libertà di scelta educativa da parte delle famiglie e nel rispetto del diritto ad apprendere.
Per cui potremmo sintetizzare così:
a) essendo autonomia relativa essa si subordina ai suddetti obiettivi generali del sistema nazionale di istruzione;
b) essendo autonomia effettiva essa si espleta attraverso la libertà di insegnamento e in base alla scelta educativa delle famiglie e del diritto ad apprendere.

E' importante sottolineare e tenere conto del fatto che la libertà di insegnamento a sua volta lascia libero il docente di operare delle scelte di carattere metodologico, quelle che ritiene più opportune, per il raggiungimento dei traguardi del sistema nazionale che rimangono imprescindibili.

Per quanto riguarda il diritto ad apprendere esso ci riconnette con i concetti espressi nel precedente articolo, uscito in data 10 aprile 2016 su questo Diario Elettronico, e questo ci offre lo spunto per una breve estensione del discorso di cui a quell’articolo.
Riprendendo quell'articolo infatti possiamo notare che sono molti i fattori che incidono nella cultura del nostro Paese, così tanti che è perfino difficile enumerarli. Una direttiva ministeriale del Ministero della Difesa, per esempio, datata 12 dicembre 2012, veniva emanata per l'anno 2013. Questa direttiva illustrava in maniera esemplare l'effettiva portata delle dinamiche politiche e culturali in atto sia all'interno sia all'esterno del Paese. La direttiva è lunga e complessa, e non è possibile tentarne un commento esteso in questa sede. Diciamo però che questa direttiva illustrava in maniera esemplare alcune delle dinamniche in atto, dinamiche di carattere sia politico sia culturale. Per questo essa è abbastanza funzionale a fare comprendere il legame che sussiste tra cultura e sicurezza, nazionale e internazionale.
Le dinamiche politiche citate nella direttiva di cui si dice per esempio che << si sommano a trasformazioni culturali molto rapide e capaci di propagarsi a livello globale>> sottolineano il legame di cui sopra. Si comprende bene come sia opportuno che simili dinamiche divengano di interesse anche per gli insegnanti, come debbano costituire quel bagaglio che fonda la responsabilità educativa. Non possiamo addentrarci molto nel documento, per ovvie ragioni di spazio e comunicabilità, ma anche da questa semplice citazione emerge l'importanza strategica di comprendere molto bene queste stesse dinamiche, capaci come sono di plasmare la società da dentro e da fuori, poiché non è neanche detto che i risultati sociali cui potrebbe dare luogo questo processo plastico, per così dire, rappresentino una espressione della Democrazia.
Così possiamo ribadire quanto scritto nell'articolo precedente, cioè che ciò che incide <<nella cultura del nostro Paese, da qualunque parte provenga [...] è suscettibile di essere insegnato e appreso liberamente>>.
Dal momento poi che, come la stessa direttiva ministeriale del Ministero della Difesa tende a dimostrare (o fa capire), queste dinamiche potrebbero plasmare strutture non necessariamente democratiche, diviene evidente che lo studio di ciò che incide nella cultura del nostro Paese coincide con la sua salvaguardia e integrità democratica.
L'insegnamento e l'apprendimento divengono così strumenti per la difesa della Patria.
Ricordiamo a questo proposito che l'art. 52 della Costituzione, citato parzialmente, recita: << La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino>>. Quindi è sacro dovere anche dell'insegnante italiano, in quanto cittadino italiano soggetto alle leggi costituzionali ed ai diritti ed ai doveri che esse esprimono.

Ne deriva che, non solo l’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento – tale per cui sussiste una
effettiva libertà d’insegnamento su tali materie –, ma anche che, essendo queste materie strettamente legate all’interpretazione delle complesse dinamiche culturali in atto, ed essendo tali dinamiche suscettibili di determinare crisi politiche e sociali all’interno del Paese, per fino a destabilizzarlo, tale insegnamento diviene per certi versi un dovere del cittadino che intenda, come può (e deve), difendere la propria Patria.
Chiunque si trovi ad incidere nella cultura della nostra Nazione, comunque ciò avvenga, non può non tenere conto del fatto che le dinamiche attraverso cui ciò avviene e i contenuti che queste dinamiche immettono nella società, sono suscettibili di essere appresi ed insegnati anche in funzione del sacro dovere di proteggere la propria Patria.
In definitiva quindi, non si tratta semplicemente di riconoscere il diritto di insegnare liberamente la scienza e le arti (in senso lato) ma, collegando questo diritto al dovere dell'art.52 della Costituzione, di riconoscere che ciò, e per le ragioni testé espresse, costituisce (o dovrebbe costituire) addirittura un dovere!

Concludendo:

libertà di insegnamento? Non solo un diritto, bensì un dovere!

Un dovere che esercitandosi nell'ambito di dinamiche che potrebbero mettere in dubbio le conquiste democratiche della stessa Resistenza, si associa a tutte quelle forze che di questa Resistenza sono state le protagoniste!

VIVA LA LIBERAZIONE!!!

domenica 10 aprile 2016

Libertà, arte e scienza

<< L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento >>

Così recita l’art. 33 della Costituzione della Repubblica Italiana, qui citato solo parzialmente.
Sarebbero molti i commenti che da questo articolo potrebbero scaturire. Ma vorrei circoscrivere i commenti, limitarli nel numero, per sottolineare solo alcuni aspetti, chissà, forse dati per scontati, forse no (non lo so), ma che probabilmente giova ribadire: il rapporto che sussiste tra libertà d'insegnamento e libertà d'apprendimento.

Dal momento che non può sussistere libertà d’insegnamento senza un uditorio, senza degli ascoltatori, senza degli allievi, dei discenti, ecc. ne scaturisce che non può sussistere libertà d’insegnamento senza una equivalente libertà d’apprendimento.
Libertà d’insegnamento e libertà d’apprendimento quindi sembrano proprio coincidere.
Una dimostrazione plastica di ciò è data dal fatto, per esempio, che qualsiasi cittadino italiano può assistere (ha iòl diritto di assistere) a lezioni universitarie del tutto liberamente, ed apprendere ciò che vi viene insegnato. Ciò che il cittadino italiano non può fare è dare gli esami relativi a quella lezione o a quella serie di lezioni (a quel corso insomma), se prima non si è iscritto proprio a quel corso specifico. Quindi non può nemmeno conseguire alcun titolo inerente alla stessa lezione, serie di lezioni o corso specifico, né la relativa laurea, senza questa iscrizione. Per il resto è libero di apprendere, sì, è libero di apprendere da ogni lezione cui desidera assistere.
Chiunque vada ad incidere nella cultura del nostro Paese, in qualunque modo questo avvenga, incide nella cultura di un Paese e di un popolo che ha deciso che la scienza e l’arte sono libere e che libero ne è l’insegnamento e quindi anche l'apprendimento.
Chi incide nella cultura del nostro Paese ignorando questo articolo non per questo è tenuto a non rispettarlo né tantomeno è tenuto a non rispettare chi lo osserva.
Ciò che incide nella cultura del nostro Paese, da qualunque parte provenga, vuoi che si tratti di arte, in tutte le sue sfumature, estensioni e declinazioni, vuoi che si tratti di scienza, in senso stretto e  in senso lato (conoscenza), è suscettibile di essere insegnato e appreso liberamente.


lunedì 21 marzo 2016

Del caso Telecom

Italia sistematicamente umiliata. Non è in grado di mantenersi alcuna azienda. Questo è il gioco del rubamazzo! A questo porta, tale gioco! Ed è per via di questo gioco che le aziende è bene che rimangano statali, soprattutto quando è in gioco la sicurezza nazionale.
Telecom in questo senso sembra costituire un esempio emblematico poiché sembra che stia per passare in mani francesi. Per Santa Giovanna d’Arco, che ciò non accada!!!
Anche perché gli estremi per evitare che questo accada ci sono, e forse ci sarebbero anche le risorse se le si cercasse. Ma è necessario un cambio di mentalità per attivare quest’ultime, è necessario che l’Italia si metta in testa di fare sistema, di allearsi con se stessa, di trovare le sinergie, di costituire una propria ‘Werkbund’ .
Se si pensa a questo è perché lo Sato italiano non sembra avere voglia di farsi avanti in questa vicenda e così ci si chiede se al posto dello Stato non si debba ricorrere all’intervento di altre forze nazionali.
Ma Intanto è necessario dire che una Costituzione ce l’abbiamo e che lo Stato altro non dovrebbe fare se non leggerla ed applicarla. Infatti questa Costituzione ha un articolo il 42 che recita, cito parzialmente:
<<La proprietà è pubblica o privata. I beni economici appartengono allo Stato, ad enti o a privati. La proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge, che ne determina i modi di acquisto, di godimento e i limiti allo scopo di assicurarne la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti.>>
Lo Stato ha dunque il diritto di stabilire se qualcosa va contro gli interessi sociali del Paese. E questo diritto è ancora maggiore quando in gioco vi è addirittura la sicurezza nazionale. Le comunicazioni sono troppo importanti per una Nazione, tanto importanti che evocare la sicurezza nazionale non è una cosa destituita di fondamento. Le comunicazioni sono certamente un fattore di sicurezza.
E se in gioco vi è la sicurezza nazionale è necessario fare appello anche ad un altro articolo della Costituzione, il 52, che cito sempre parzialmente:

<<La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino>>.

Ma naturalmente si deve riconoscere agli altri ciò che si chiede per se stessi! Cioè se è vero che le comunicazioni e le telecomunicazioni sono un aspetto della società che è riconducibile alla sicurezza nazionale, vuol dire che questo deve essere vero per tutti e che probabilmente in materia di comunicazioni e telecomunicazioni nei giochi d'azienda e in quelli di borsa non si deve andare mai oltre un certo limite, per garantire ad ogni nazione il legittimo controllo di un aspetto particolarmente legato alla sicurezza nazionale.
Se reclami il diritto di controllare appieno le comunicazioni e le telecomunicazioni per te stesso, devi concedere lo stesso agli altri. Chissà, forse in questo senso non c'è stata coerenza da parte di Telecom Italia. Mi sbaglio?
In ogni caso, comunque stiano le cose, e posto che si debba meditare su tutto questo, è sull’onda del sacro dovere di cui sopra che ci si deve sentire sospinti a fare qualcosa per la nostra Nazione, perché la gestione delle comunicazioni in Italia rimanga in mani italiane; tutti gli italiani sono chiamati in causa, nessuno escluso, ed è sull’onda di questo ‘sacro dovere’, che è dovere, ed è sacro appunto, che ci si può sentire sospinti a citare chi questo dovere l’ha sentito come sacro, appunto, qualcuno come Santa Giovanna d’Arco, che Dio l'abbia in Gloria! Patrona di Francia, proprio in nome del fatto che ella ha lottato per risollevare la sua Patria dall’umiliazione che gli veniva inflitta e comminata, ci si può sentire sospinti a chiedere che una Nazione che ha visto questo intervento realmente divino, in soccorso di una umiliazione tanto grande, non si prepari a perpetrare umiliazioni simili ad altri.
Per Santa Giovanna D’Arco, che ciò non accada!!!

lunedì 7 marzo 2016

I difetti delle privatizzazioni

Privatizzare significa rendere i clienti succubi delle decisioni dei privatizzatori che, come sappiamo perseguono il profitto certamente molto più di quanto perseguano il bene comune.
Ma veniamo ai fatti: Telecom (TIM), raddoppia per la seconda volta nel giro di poco tempo le tariffe del telefono fisso, di casa, portandole da 5 centesimi al minuto senza scatto alla risposta a 20 centesimi al minuto con 20 centesimi di scatto alla risposta, nel giro di un paio di anni.
Il primo minuto di conversazione costerà quindi 40 centesimi di euro; 0,40 X 1936,27 lire = 774,508 una cifra che si avvicina consistentemente alle mille lire al minuto! Una cosa che è parsa a molti una follia. E sa a molti è parsa una follia una ragione probabilmente c’è.
Ve l’immaginate se al tempo della SIP avessimo speso mille lire al minuto per il fisso!
Che cosa sarebbe successo? Il fatto è che allora l’idea del servizio al cittadino era ancora una idea imperante, preminente, significativa, che aveva un certo peso e questo sarebbe bastato ad impedire una simile deriva delle tariffe.
Ecco che cosa significa perdere il controllo pubblico su un servizio che i cittadini italiani di varie generazioni hanno contribuito a costruire con le proprie tasse. E questo discorso vale purtroppo per molte altre cose.
Siamo ancora convinti che le privatizzazioni facciano bene a i cittadini comuni?
Cerchiamo di imparare che quando abbiamo una azienda pubblica profittevole, perderla significa perderne per sempre il controllo delle politiche aziendali, divenire succubi delle scelte degli altri, perdere per sempre i profitti che ne derivano, tutte cose che fanno pensare ad un regresso e non ad un progresso. Privatizzare insomma significa perdere un vantaggio per molti, e consegnare un vantaggio per pochi. Il fine sociale di certi servizi viene snaturato anche in paesi che hanno Costituzioni (così poco comprese…) che si basano su un profondo valore sociale e collettivo.
Come contribuente dello Stato, come cittadino che ha vissuto gli anni della SIP, questa decisione di quadruplicare le tariffe risulta essere uno schiaffo, uno schiaffo perpetrato dal più forte nei confronti del più debole costretto ad assistere impotente, e a subire scelte a proprio danno, senza poter fare niente così da rimpiangere quei tempi quando ciò non sarebbe stato possibile, perché vi era il concetto dell’equità sociale e quello di bene nazionale, non del profitto ad ogni costo, che è spesso anche un costo sociale.
Questo aumento delle tariffe sul fisso pare avvenga per costringere sostanzialmente gli utenti a passare ad altri tipi di offerte. I due principali benefici che normalmente si affidano al regime di concorrenza, cioè a dire la diminuzione delle tariffe e la libertà di scelta dei cittadini sembra proprio che ne risultino estremamente danneggiate. Tutto questo dovrebbe fare a lungo riflettere.
Poiché non c’è dubbio alcuno che qui le tariffe aumentino e che la libertà di scelta diminuisca. Forse c’è qualcosa che non è stato valutato attentamente, forse si è passati sopra qualche diritto dei cittadini senza accorgersene. Altrimenti come si spiega questo fatto?
A proposito di raddoppi, e rimanendo nell’ambito Telecom (TIM) anche il costo del bollettino postale pare che raddoppi, e pare che avvenga sostanzialmente per costringere i clienti alla domiciliazione bancaria.
Governo e privati di questi tempi sembrano lavorare in stretta sintonia a danno delle fasce più deboli, e a favore delle già privilegiatissime BANCHE, diminuendo le possibilità di scelta degli utenti e clienti, possibilità che sono il sale della Democrazia. E’ recente per esempio la notizia del regalo fatto dal governo alle BANCHE sull’esproprio facile, dopo quello sul salvataggio dall’interno. Evidentemente, tutt’altro che dispiaciuti per i recenti espropri fatti perpetrare dalle Banche ai piccoli investitori illusi dall’ipotesi di profitti facili, il Governo continua convinto più che mai a favorire il più forte. Meno male che dovrebbe essere a maggioranza di sinistra!
La direzione intrapresa è questa: tutti sintonizzati (governo e grandi capitali) per aumentare il potere e i privilegi di chi ne ha già moltissimi, cioè per aumentare potere e privilegi delle BANCHE, a danno di chi, di privilegi, ne ha pochissimi. Siamo di fronte ad un nuovo medioevo! E questa non è la sola spia ad indicarcelo.
Benché rimanga persuaso che le privatizzazioni talvolta (non sempre) possano essere anche un bene, sono ben lontano dal fare di questa opinione una fede assoluta o una religione, errore in cui molti purtroppo incorrono, errorre che talaltri minimizzano con espressioni del tipo: Il capitalismo è il sistema meno peggio, il male minore. E possibile, ritengo, che si possa avere anche una maggiore fantasia, un maggior spirito critico ed in definitiva essere maggiormente propositivi. Il bene di una privatizzazione dipende da molte cose, dal come, dal cosa, dal quanto e dal quando...Senza tutta una serie di prerequisiti spesso si trasformano in un danno.
Anche in questo caso si dimostra infatti come le privatizzazioni creino un danno sociale e non un beneficio.
Per un danno sociale a centinaia di migliaia di famiglie pochissimi otterranno cospicui benefici.
Anche qui si sfrutta la privatizzazione per creare percorsi obbligati e colpire i deboli.
E’ possibile che si possa aumentare a proprio piacimento le tariffe di quanto si vuole?
Che cos’è questo arbitrio? E i tanto decantati benefici per la collettività derivanti dalle privatizzazioni dove dovrebbero essere? Quali sarebbero?
Forse sarebbe il caso di rileggere la Costituzione e particolarmente l’art. 42, specie dove si dice che rispetto alla proprietà privata (garantita!)la legge determina “i modi di acquisto, di godimento e i limiti allo scopo di assicurarne la funzione sociale […]”. Si parla espressamente di funzione sociale, ma sembra che per molti questo aspetto debba venire decisamente trascurato. Ed anche noi cittadini comuni, ce ne rendiamo conto solo quando qualcuno esercita il proprio arbitrio per mettere le mani nelle nostre tasche e creare un danno sociale per molti a beneficio di pochi, solo quando qualcuno è divenuto così potente da poterci umiliare e costringere a scelte (passare ad altre offerte, dato che il costo del fisso è divenuto meno conveniente di queste altre) che, probabilmente, in un regime di reale concorrenza, potremmo non essere costretti a compiere.

lunedì 22 febbraio 2016

No ai Superministeri!!!

No ad una Europa di Super Strutture e di Super Ministeri lontanissimi dai cittadini.
Quella secondo la quale serve un Super Ministro delle finanze in Europa, è soltanto una opinione, che può essere contraddetta da opinioni di tenore diverso! Non è certo la verità assoluta!
Se si è veramente convinti che serva questo Super Ministero, una volta tanto si ponga la questione di fronte al popolo europeo con un REFERENDUM!
E' da questo che si misurerà la bontà e l' autopersuasione di una simile opinione. Altrimenti vuol dire che siamo all'arbitrio!
Quello che veramente serve all'Europa, è che le sue istituzioni ascoltino di più e meglio i propri cittadini!
Quello che veramente serve in Europa è che si fermi la deriva antidemocratica che vi sta albergando da tempo!

sabato 20 febbraio 2016

Attraverso un codice dato...Un saluto a Umberto Eco

Umberto Eco è stato capace di suggestionarci in vari modi: con i suoi scritti teorici, con i suoi romanzi (e quindi con i suoi personaggi straordinariamente caratterizzati), con i suoi articoli, le sue interviste, ecc.
Riporto qui di sotto alcune riflessioni che mi sono state suggerite dai trattati di semiotica generle. E' questo il mio modo di salutarlo...Non sono riflessioni di un ipotetico studente; presumo che avrei avuto delle difficoltà a mostrargliele qualora fossi stato un suo studente, no, sono riflessioni spontanee, libere, di chi scrive senza tanti freni, di chi segue un'ondata di pensieri, uno stimolo, senza il timore di subire un giudizio, e quindi non sono edulcorate e probabilmente sono piene di errori, di inesattezze, certamente di difetti, risultando in definitiva anche pretenziose. Ma effettivamente sono quelle che mi sono venute del tutto spontaneamente. Quando a Firenze ero insegnante di disengo e pittura ad Art.e, nel tragitto che facevo dal parcheggio vicino alla Facoltà di Architettura verso via delle Conce, spesso ero preso da svariati pensieri, alcuni dei quali derivavano anche da suggestioni fornite dai suoi scritti, da lui, Umberto Eco, e qualche volta, durante quelle riflessioni  mi è persino sembrato di vederlo sfecciare in motoretta da quelle parti. Forse il frutto delle suggestioni... Certo a pensarci bene, lui ha insegnato alla Facoltà di Architettura di Firenze, vuoi vedere che magari...

Riflessioni

"Attraverso un codice dato un significante denota sempre un significato" (Umberto Eco)

Ma a ben guardare risulta vera anche la frase: "anche in assenza di un codice dato un significante denota sempre un significato".
Naturalmente nel secondo caso il significato che il significante denota è il significato di se stesso, un significato, per così dire, tautologico, dove non interviene nessuna convenzione.
Così sembra di poter osservare che la tautologia nei sistemi di 'significazione' assuma un ruolo preminente, di base. Se esiste una gerarchia del 'significato', quindi, la tautologia rappresenta il vertice di questa gerarchia.
In oltre è chiaro che i due significati sono diversi tra loro. Cioè, tra il significato conferito al significante attraverso un codice dato, e il significato di base, tautologico, vi è una differenza, uno scostamento.
Tra l'assenza e la presenza di un codice, si stabilisce una dissonanza, uno scostamento di significato rispetto ad un medesimo significante.
Il codice è una convenzione che si stabilisce tra due o più persone, o anche in seno ad una intera società.
La storia della cultura è anche la storia della produzioni di codici, ma anche quella della messa in questione di questi codici e della fabbricazione spontanea o meno spontanea di codici diversi da quelli dati in partenza.
- La storia della cultura è anche la storia dell'allontanamento del significante dal significato tautologico, derivante dall'intervento di un significato attribuito attraverso un codice convenzionale, che diviene il codice dato.
Ma chi li dà i codici?
Una delle riflessioni che sorgono spontaneamente nell' osservare questi due enunciati deriva  dalla constatazione del fatto che il primo possa essere smentito dal secondo. E questo potrebbe indurre a credere che se è vero il primo non è vero il secondo.
Si parte da due enunciazioni contraddittorie ma a ben guardare la seconda frase non smentisce la prima, nel senso che la veridicità della prima può sussistere indipendentemente dalla veridicità della seconda e viceversa.
Ne deriva che, nel primo caso, nel caso che si adotti un codice convenzionale, cioè a dire nel caso di un significante denotato da un significato derivante da un codice dato ( e quindi convenzionale), di fronte al segno che è il significante, ci troviamo sempre di fronte ad un significato doppio se i due significati non coincidono esattamente, ed è improbabile che i due significati coincidano.
Così si ha che: in base ad un codice dato un significante denota sempre un significato sì, ma a cui si aggiunge automaticamente il significato tautologico che vive indipendentemente da una attribuzione convenzionale.
Così quando attribuisco convenzionalmente un significato ad un significante, determino non uno, bensì due significati per uno stesso significante, e determino conseguentemente anche una tesnione tra i due significati, che possono essere più o meno stridenti, ma anche più o meno rispondenti e quindi più o meno armonici.
Ora, uno degli assunti fondamentali della linguistica di Saussure era l'arbitrarietà, la convenzionalità che sussiste tra significato e significante, per esempio anche tra segno e fonema.
Ma, se risulta vera anche la seconda affermazione, cioè che "anche in assenza di un codice dato un significante denota sempre un significato", ciò potrebbe significare che la tautologia, che afferma in sostanza che una cosa, prima di essere qualcos'altro da sé (attraverso un codice dato) è sempre innanzitutto se stessa, è forse in grado di scardinare questo assunto e di proiettare la linguistica verso altre direzioni o, per lo meno, verso altre investigazioni. Sempre ammesso che queste investigazioni non facciano anch'esse parte della storia.
E' qui che entra in gioco la mia ignoranza...semplicemente non lo so se fanno parte della storia e sono state discusse in passato, forse...

lunedì 15 febbraio 2016

Quale espressione usare?

Che espressione usare? Bail-in o salvataggio interno?
Qualsiasi sia la propensione personale di ognuno nel rispondere a questa domanda su una questione è importante che non ci siano fraintendimenti di sorta: ognuno è libero di usare le espressioni che ritiene opportune, quelle che ritiene di dovere o voler usare. E’ la libertà di espressione! Che diamine!
Se qualcuno vuole usare una espressione cinese deve poterla usare; se invece questo qualcuno vuole usare una espressione inglese deve pure poterla usare; se vuole usare una espressione russa deve poterlo fare; nel caso voglia usare una espressione italiana deve poterla usare ugualmente. La libertà di espressione prima di tutto! Il rispetto della libertà di espressione si colloca a monte.
Ciò premesso che cosa dovrebbe indurre qualcuno a preferire una espressione invece di un’altra?
Molte cose probabilmente e tra queste potremmo annoverarvi, presumo, il livello di comunicabilità del concetto che si vorrebbe esprimere.
E il livello di comunicabilità come dovrebbe essere calcolato? Forse in molti modi e attraverso vari parametri ma penso di non sbagliare di molto se dico che uno di questi parametri probabilmente potrebbe consistere nella comprensibilità del concetto che si desidera esprimere, per raggiungere il maggior numero possibile di persone. Molte cose oggi si basano su questo parametro, anche la politica, fino alle politiche governative: quello che si vuol far comprendere (che sia giusto o sbagliato, che sia vero o falso) implica la scelta di un veicolo, e il veicolo che si usa per farlo comprendere, e il messaggio che si vuol lanciare nella sua stessa strutturazione, si cerca di destinarlo al maggior numero di persone possibile!
Su questo si basa la c.d. anima del commercio, la pubblicità! Voglio vendere qualcosa? Lo faccio sapere al maggior numero di persone possibile! Che poi la politica con questo si avvicini al commercio è un aspetto su cui sarebbe interessante ragionare ma che ci porterebbe troppo lontano dalla questione che vorremmo affrontare qui.
E quindi, un’opera di informazione e di emancipazione funziona meglio quando raggiunge un maggiore o un minor numero di persone? E’ presumibile sospettare, ovviamente, che funzioni meglio quando raggiunge il maggior numero di persone.
Naturalmente può anche darsi che tra intenditori sia più comoda un’espressione più veloce come bail-in, ma sono sinceramente persuaso che l’espressione salvataggio interno (o dall’interno) sia più capace di raggiungere un maggior numero di persone, cioè che un maggior numero di persone sia in grado di comprendere (dico, anche semplicemente comprendere) ciò di cui si sta parlando, perché certi argomenti sono difficili, ostici e, se è vero che un’opera di emancipazione si basa anche sui numeri, sulla quantità (sul numero di cittadini che raggiunge), oltre che sulla qualità forse l'espressione salvataggio interno potrebbe rivelarsi più adatta di bail-in al raggiungimento dello scopo che ci si è prefissati, o forse no, dipende, ci si dovrebbe ragionare. Chi dunque desideri comunicare col popolo italiano avrebbe la possibilità di meditare sulle maggiori opportunità di comprensione date al proprio auditorio dall’adozione di espressioni in lingua italiana. 
Del resto il liberismo selvaggio che, a detta di molti, sembra essere alla scaturigine dei tanti malesseri che stiamo vivendo, salvataggio bancario interno compreso, sembra avere una matrice culturale del tutto simile o comune affine a quella da cui giunge la lingua con la quale si tende in genere a designare ogni espressione legata ai tecnicismi, economici e non. E la cosa potrebbe non essere casuale. Occorrerebbe una indagine scientifica ed accurata per scoprirlo…
Ma se una questione di lessico arriva a manifestarsi nella società probabilmente delle ragioni, forse delle ragioni profonde, qualunque esse siano, vi sono e la cosa perlomeno è significativa da un punto di vista sociologico se non prettamente linguistico.
Inoltre queste ragioni potrebbero essere strettamente in sintonia con quelle che si additano come cause o concause della situazione di disinformazione rispetto alle questioni economiche ed economico-finanziarie legate ai processi di trasformazione attualmente in corso dei quali si dice che siano inintelligibili ai più (Roberto Scarpinato. L’inintelligibilità è dunque funzionale alle dinamiche in atto e l’incomprensibilità dei più alle espressioni tecniche è funzionale all’inintelligibilità. Si avvertono quindi dei legami tra le due cose.
In ogni caso la questione del lessico non può non tenere conto della libertà di espressione, che esiste per entrambi gli schieramenti, sia per chi predilige espressioni italiane sia per chi predilige espressioni non italiane.
Personalmente ribadisco un concetto: sono veramente e sinceramente persuaso che le espressioni non in lingua italiana (prevalgono come sappiamo quelle in lingua inglese) destinate al popolo italiano, deprimano in maniera più che consistente il livello di comprensione delle cose che vorrebbero o dovrebbero spiegare!
E questo, secondo il mio modestissimo parere, non fa bene all’emancipazione del popolo e non fa bene neanche alla nostra cultura!
Per un politico esprimersi al meglio, farsi comprendere, dovrebbe costituire un dovere istituzionale, ma per un divulgatore sia esso scientifico, economico o di qualsiasi altra branca dello scibile, non sussiste questo dovere istituzionale, benché potremmo augurarci che possa stargli a cuore la comunicabilità dei concetti che esprime, anche al costo di abbandonare per qualche istante, temporaneamente magari, un lessico più familiare.
Quanto alla risposta relativa alla domanda iniziale (quale espressione scegliere?), beh, ognuno usi l’espressione che vuole e siccome tra questi vi sono anch’io, che non negherò certo a me stesso il diritto che la Costituzione concede e a me e agli altri e che quindi naturalmente rispetto negli altri, cioè la libertà di espressione, dichiaro di preferire di gran lunga le espressioni salvataggio interno, salvataggio bancario interno o salvataggio bancario dall’interno.
Ora, il concetto di confisca è più offuscato dall’espressione salvataggio interno o dall’espressione bail-in?
Forse sono entrambe espressioni suscettibili di offuscarlo allo stesso modo, quindi, potremmo rispondere: da entrambe!
E qualora scegliessi di usare l’espressione salvataggio interno, e dovessi specificare, che la sto usando per riflessioni e commenti relativi alla sfera economico-finanziaria, contestualmente specificherò anche che essa è una espressione tendenzialmente e leggermente (o massimamente) impropria, che addirittura tende, come ci viene suggerito, ad offuscare una certa realtà, e che essa è presumibilmente usata in luogo di confisca.
Non dovrebbe essere del tutto impossibile né controproducente spendere del tempo per questo.
In conclusione quindi, vorrei semplicemente suggerire di considerare il fatto che può benissimo darsi che spendere tempo per spiegare il significato delle parole, per tradurle, per renderle comprensibili, anche quando sembra che rappresenti una perdita di tempo, in realtà potrebbe rivelarsi non tanto una perdita quanto un guadagno di tempo e probabilmente anche un guadagno di pubblico.
Dunque, che espressione usare?
Quella che uno vuole, dipende dai gusti…e dipende dai fini!
 

domenica 10 gennaio 2016

La riforma per chi?

La Francia siede al tavolo dell’Unione europea e porta a questo tavolo la propria esperienza; la Germania siede al tavolo dell’Ue e porta a questo tavolo la propria esperienza; l’Inghilterra siede al tavolo dell’Ue e porta a questo tavolo la propria esperienza; così fa la Spagna e così fanno gli altri membri dell’Ue… E l’Italia? L’Italia siede al tavolo dell’Ue e porta a questo tavolo l’esperienza degli altri! Come se non avesse una propria storia o, peggio ancora, come se ritenesse la propria storia una storia sbagliata, una cosa di cui vergognarsi!
Come popolo purtroppo non siamo ancora in grado di fare tesoro della nostra esperienza, della nostra storia, di capirne la profondità, la portata, la ragion d’essere.
L’Italia avrebbe potuto (e potrebbe) portare la propria esperienza a questo fatidico tavolo, farne  capire l’importanza, far capire l'importanza per esempio della rappresentatività (che è una parola nobilissima, non un’offesa né una parolaccia), un concetto quest'ultimo che è stato alla base della ristrutturazione delle proprie istituzioni, avente lo scopo di impedire gli assolutismi e con essi l'arbitrio. Avremmo potuto contribuire a plasmare questa Unione europea secondo modelli realmente democratici affini a questo concetto, così svalutato in vero nell’attuale Ue, e sarebbe stato un beneficio per tutti i membri dell’Ue stessa, per ogni singolo cittadino europeo. Sarebbe stata la cosa giusta da fare, la vera cosa storica e invece…e invece si preferisce lasciare che sia l’Ue a plasmare l’Italia. Ma dobbiamo ricordare che l’Ue è figlia delle nazioni e non madre. Così l'aspetto paternalista non solo non gli si addice per niente ma è l'esatto contrario di quello che dovrebbe essere tenuto per natura, poiché In quanto tale, cioè in quanto figlia, dovrebbe essere lei ad ascoltare i suoi genitori, ogni suo singolo genitore, Italia compresa. Così, l'Italia avrebbe cose da dire all'Ue, ed anche molte, ma prima deve crederci... 
Quando non siamo in grado di comprendere la nostra storia, non siamo nemmeno in grado di comprendere lo spessore delle nostre istituzioni e della nostra organizzazione dello Stato, né siamo in grado di comprendere che il nostro stesso bicameralismo ha dei grandissimi pregi (in numero maggiore dei difetti), quando ci lasciamo convincere da altri che la nostra organizzazione dello Stato non va bene, quando ci lasciamo suggerire da terze parti (consigli senza coda) come dovremmo cambiarla, non facciamo altro che ribadire un concetto, quello secondo il quale la nostra storia per noi non ha senso, quello secondo il quale la nostra organizzazione dello Stato per noi non ha senso, che l'abbiamo trovata così ma non per colpa nostra, è così senza un senso preciso, forse per puro caso, e che siamo pronti a cambiarla secondo la volontà di terze parti, chiaramente non disinteressate (soprattutto a fare i propri interessi). Ma siamo proprio certi che quelle che un tempo (non molto lontano per altro) furono delle nazioni espressamente e dichiaratamente rivali (se non addirittura nemiche), che si strappavano e contendevano il nostro territorio senza guardare in faccia a niente e a nessuno, sapranno darci consigli migliori di quelli che noi potremmo dare a noi stessi? Io qualche dubbio ce l’ho e spero proprio di non essere il solo!
E’ questa l’immagine che offriamo di noi stessi, di un Italia che non crede in se stessa, e si può ben capire come offrendo una simile immagine di sé finiremo solo con l’attirarci le mire di chi è alla ricerca di facili ‘espropri’ e facilissime cessioni di sovranità.
Questa riforma del Senato che approda domani in Parlamento è sintonizzata con questa assenza di carattere, restituisce tutto il sapore di una Italia che non sa cogliere i propri aspetti positivi, gli aspetti interessanti, anzi, quegli aspetti così interessanti che potrebbero diventare addirittura propositivi, e li si spazza via, così, con leggerezza, con sufficienza, forse perché qualcuno lo ha suggerito (per il proprio bene naturalmente, non certo per quello dell’Italia).
Quando le riforme sono sintonizzate con simili cose è quasi certo che siano il frutto di pressioni esterne.
“Quella di compiacere ai più forti è la natura dei popoli italiani” scriveva Guillaume Dufay, celebre musicista fiammingo, nel Quattrocento, durante il suo viaggio in Italia. Pare che una simile natura ancora stenti a lasciare il passo. Il Risorgimento aveva svelato però un altro volto degli italiani. In ogni caso, comunque stiano le cose e qualunque sia la natura degli italiani, i politici di questo Stato hanno il dovere di rappresentare il popolo italiano (sessanta milioni di persone) non certo quello di rappresentare suggeritori esterni!
Queste riforme sembrano infatti pensate per compiacere altre nazioni o altre istituzioni o organismi (non italiani, questo è certo) ed è a queste altre nazioni, istituzioni o organismi che sembrano infatti utili le c.d. riforme più che alla nostra Italia, ormai schiacciata nella morsa di sistemi politico-ingegneristici ricattatori che essa ha contribuito purtroppo volente o nolente a creare.
Questa riforma del Senato dunque per chi è stata fatta? Per il popolo italiano che si vedrà meno rappresentato e peggio? O per la Troika che dall'indebolimento che deriverebbe da questa pensa di trarre profitto?

Distruggere il Senato (Italiano, Romano) può essere stato l'antico sogno delle popolazioni germaniche dai tempi di Teotoburgo (o anche da prima), e si può presumere che siano in molti in Germania a gioire per questa distruzione ancora oggi, e li possiamo comprendere e perfino giustificare sotto certi aspetti.
Più difficile da comprendere è perché dovrebbero essere contenti gli italiani di una simile distruzione che è anche distruzione della propria storia!
Con la distruzione del Senato si indebolisce la nostra nazione, si distrugge la prudenza, la riflessività, la storia appunto, la memoria, la civiltà, si distruggono traguardi importantissimi e si distrugge anche una possibilità, quella di offrire all’Ue un paradigma diverso da quello cui sembra ispirarsi attualmente, un paradigma da cui poter prendere spunto, poiché, lo ripetiamo, quello dell’assenza di rappresentatività è il maggior difetto di questa Ue, e quello di investire nella stessa rappresentatività la maggiore proposta che l'Italia possa fare all'Ue stessa.

Ma se anche noi ci sottomettiamo al paradigma attuale, che non prevede rappresentatività, se lanciamo segnali di questo genere, anche con questa riforma, questa possibilità sfuma...
Il disegno di una certa Ue, di indebolire gli stati membri per poterli meglio controllare a livello centrale, trova in questa riforma del Senato una delle sue migliori e insperate sponde.
Di questo passo torneremo presto ad essere un popolo che non è sovrano di se stesso.
La nostra Costituzione ci aveva illusi che potessimo esserlo (e certo lo potremmo ancora essere se la rispettassimo e la applicassimo) ma la sua distruzione non lascia scampo. Con la distruzione della Costituzione, nei suoi vari Titoli, la via è segnata ed è la perdita dei diritti così faticosamente conquistati e certamente della rappresentatività, che è una cosa bellissima, vorremmo ricordare, e non un’offesa...

venerdì 1 gennaio 2016

Auguri!!!

Il mio augurio per il 2016, è che si possa fermare la deriva antidemocratica che sta attraversando l'Italia e l'Europa!

giovedì 31 dicembre 2015

Se ci tieni alla tua cultura, dillo in italiano!!!

Dunque sta per chiudersi il settecentocinquantesimo anniversario della nascita di Dante. Abbiamo già detto che era un anniversario da vivere con intensità, a caratteri cubitali, nella riscoperta della cultura e della lingua italiana.
Poteva essere l'occasione per iniziative straordinarie, anche per chiedere che la lingua italiana divenisse lingua ufficiale dell'Unione europea, per esempio.
Ma se siamo i primi a dimenticarci della nostra lingua, chi ci prenderà mai sul serio di fronte ad una simile proposta? Se siamo i primi a preferire un'altra lingua alla nostra, nessuno ci prenderà sul serio!
Si parla tanto di cultura e si dice di volerla incentivare ma come possiamo crederci quando l'immagine di Dante è stata completamente eclissata in un suo importante anniversario?
Come possiamo crederci quando invece della sua lingua si usano espressioni prese altrove?
Si parla tanto di incentivi alla cultura, anche recentemente, ma se da questi incentivi togliamo il sapore decisamente elettorale che cosa ne rimane? E' davvero diffondere la cultura questo?
Che siamo eccessivamente esterofili lo sappiamo, ma almeno a livelli istituzionali dovremmo sforzarci di parlare la nostra lingua, anche semplicemente per essere comunicativi, per esprimersi bene, per il diritto che hanno i cittadini ad una informazione chiara, riconoscibile, immediata.
Sono moltissimi i significati che sfuggono alla maggior parte delle persone quando invece della nostra lingua ne usiamo un'altra anche per brevi espressioni. Questa è una questione della massima importanza, molto sottovalutata, particolarmente per chi pensa di voler incentivare la cultura. Incentivare la cultura e disincentivare la comprensione viaggiano decisamente su direttrici opposte e inconciliabili.
Così ci viene di accogliere a braccia aperte un progetto che si fa carico di queste problematiche, un progetto che se non erro si chiama proprio:“Dillo in italiano!” Nota bene: sono tutti e tre vocaboli italiani! Incredibile di questi tempi, ma vero! Il progetto parte dalla constatazione che le cose sono per l'appunto più comprensibili per un italiano quando sono dette e scritte in lingua italiana (strano ma vero!), per cui si auspica che a tutti i livelli, ma soprattutto a livelli istituzionali, a livelli alti, particolarmente nella redazione delle leggi e affini, nei messaggi delle istituzioni di carattere nazionale, che il linguaggio sia esclusivamente italiano, poiché il cittadino ha diritto soprattutto ad una corretta informazione e quindi a comprendere bene qualsiasi tipo di testo destinato a lui.
Un progetto decisamente ed effettivamente lodevole quest’ultimo!
Invece ribadiamo che anche nel settecentocinquantesimo della nascita di Dante, la sua immagine (e con essa la sua lingua) è stata variamente offuscata, annebbiata, appannata, chissà, forse da una nuvola…speriamo sia passeggera... Dante è stato proprio esiliato due volte!


Dante esiliato due volte

Dante è stato esiliato una seconda volta.
Quanti vorrebbero avere tra i propri poeti e letterati un Dante Alighieri?
Molti, si potrebbe dire senza tema di smentita, e non ce l'hanno! Verrebbe da chiedersi tuttavia che tipo di festeggiamenti sarebbero stati messi in atto in un qualsiasi altro paese se Dante appartenesse come nascita e cultura a quest'altro paese. Vi è da immaginare che ve ne sarebbero stati molti di festeggiamenti, di molto importanti, di grande risonanza anche internazionale.
Invece in Italia il settecentocinquantesimo della nascita di Dante è passato via senza che quasi ce ne siamo accorti, senza che quasi sia stato sottolineato un evento che capita una sola volta nella vita. Qualcosa è stato fatto, si parla per esempio di scoperte di affreschi che lo ritrarrebbero con fattezze diverse, cioè senza il naso aquilino ma, al contrario, ben dritto.
Una vera curiosità, una scoperta interessantissima senza ombra di dubbio, di cui aspettiamo conferme. Ma è comunque poco rispetto a quello che si poteva ipotizzare per un personaggio dello spessore di Dante, che è considerato il padre della lingua italiana e uno dei padri della letteratura europea.
Forse è meglio dimenticarsi di Dante? O fare finta di dimenticarsene?
Che scopo potrebbe avere fare finta di dimenticarsene?
"Se ce ne dimentichiamo, qualcuno forse ce lo rimprovererà, e così avremo una ragione per dare addosso a questo qualcuno". Come si chiama questa? Tecnica dell'autobiasimo? Forse sì, forse no...
Intanto, siamo sicuri che funzioni proprio così? Siamo certi che è questa la funzione di tale tecnica?
E soprattutto, a chi giova? Chissà, forse a qualcuno giova, ma non certo all'Italia. né agli italiani.
E chi ha suggerito una tecnica del genere, chi ha dato questo consiglio? Qualcuno che ama l'Italia? cetamente no! Chi ha dato questo consiglio, se non è italiano (come possiamo ipotizzare), ci gudagna due volte a vederselo applicare:
la prima, perché l'Italia perde una occasione di presentare il meglio di sé; la seconda, perché si creano le premesse di dispute intestine sul perché di tale dimenticanza con agiunta di dinamiche poco edificanti.
Occorre una certa attenzione per sfuggire a questi consigli che sono evidentemente consigli senza coda, che sono quei consigli cioè dati a beneficio del consigliere e non del consigliato.
Si parla tanto di cultura, di identità, e poi ci si dimentica di un' anniversario del genere! E semplicemente inaudito! Ci si dimentica già, e magari per avere una buona scusa per dare addosso a qualcuno. Non c'è che dire, (scusate l'ironia) è decisamente un nobile scopo che fa onore alla nostra nazione.
E' più bello sentirsi furbi forse, per aver attuato una qualche tecnica di questo tipo, che cercare del cemento comune, per cementare un popolo che ancora non riesce a fare corpo comune, che non si sente nazione, che non apprezza la propria cultura tant'è che soffre di esterofilia cronica.
Dante, esiliato due volte, e pare paradossale che ciò avvenga in un momento in cui la Toscana ha esponenti politici ai vertici delle istituzioni.
Forse siamo di fronte a dei maestri della tecnioca dell'autobiasimo. Ma credo che ai vertici delle istituzioni  si sia poco sintonizzati col Paese e con le sue reali esigenze. Anche la distanza dal Paese della Leopolda lo dimostra, del resto, in modo abbastanza inequivocabile. Autoincensarsi da se stessi, senza veri confronti, escludendo le critiche, offre come effetto collatereale l'isolamento dal Paese reale, non c'è dubbio.
Vi è un crescente divario, un netto scollamento tra il vertici del Paese e i cittadini, e il Paese reale, ed anche questa dimenticanza (quella di Dante) lo dimostra purtroppo in modo inequivocabile. Oppure si tratta di una grandiosa tecnica messa in scena per nobili scopi...  
E chissà se la distorta tecnica dell'autobiasimo andrà in porto! Forse (scusate l'ironia) ne valeva proprio la pena, di applicarla!
Le altre nazioni stanno a stento trattenendo le risa...
Ma io veramente penso di no, penso che non ne valesse proprio la pena e che sarebbe stato meglio un atteggiamento diverso, e magari rischiare di eccedere coi festeggiamenti, piuttosto che fare passare l'anniversario così, un poco in sordina...Così passa in sordina e se ne va, il settecentocinquantesimo anniversario della nascita di Dante...e non tornerà, potete scommetterci!

lunedì 28 dicembre 2015

Crisi bancarie, pseudo cultura di classe, direttive eurpee e parlamenti fantasma! E l'Illuminismo?

Il 2015 si conclude con uno smacco perpetrato a migliaia di cittadini, quelli che erano stati sospinti a sottoscrivere investimenti attraverso le obbligazioni subordinate. E' da tempo che, sotto vari sforzi, si sta cercando di far comprendere che l'importanza di una banca risiede nella possibilità di redistribuire la ricchezza che in essa viene depositata per essere destinata a promuovere iniziative, imprese, realtà che possano costituire una possibilità di sviluppo per il territorio. La forza delle banche consiste nel sostenere l'economia reale. Invece purtroppo molte banche hanno ceduto alla tentazione di fare finanza, ed hanno finito per incentivare l'acquisto di titoli tossici, subordinati, ad alto rischio, senza per altro informare adeguatamente il cittadino correntista, in procinto di fare investimenti, sui rischi reali.
Questo è avvenuto presumibilmente illustrando essenzialmente il rendimento (in termini percentuali) del titolo acquistato ma omettendo di inserire il denominatore di questa cifra, quello che si riferiva alla pecentuale di rischio.
In altri termini il rendimento di un titolo non è mai soltanto un numero intero razionale, ma una frazione, fatta cioè da un numeratore e da un denominatore. E' da questa divisione che si ottiene il reale rendimento, ma esiste anche il rischio di perdere il denaro investito. Tutte queste cose nella maggior parte dei casi non vengono adeguatamente espresse all'ignaro acquirente. Ed ecco che così si creano di queste situazioni.
Il fatto è che sussiste una cultura (in senso antropologico) della divisione, una cultura che sospingere a dividere le persone le une dalle altre anche attraverso la divisione tradizionale in classi sociali ma anche attraverso un supplemento di argomentazioni e disposizioni d'animo tendenzialmente razziste, che spingono a vedere il cliente non come una persona da rispettare, come un essere umano dotato di una propria dignità ontologica, bensì come il "pescie piccolo" o, peggio ancora, come il "tacchino da spennare".
Si inculca il concetto naturalistico secondo il quale il pesce grande mangia il pesce piccolo, e che sarebbe un guaio se succedesse il contrario, per cui nessun tentennamento, quando c'è da miangiare si deve mangiare, per evitare il fatidico ed imbarazzante rischio che succeda il contrario o che un pesce della tua stessa taglia si mangi il pesce piccolo al tuo posto, beffandoti e, magari sbeffeggiandoti.
E' un po' questa la scala culturale e la scala dei valori sulla quale taluni (forse molti) si dispongono a giocare con la vita di altri esseri umani, regredendoli (del tutto innaturalisticamente per altro)  innanzitutto a pesci o a tacchini.
La cosa è probabilmente molto più diffusa di quanto si possa immaginare e vi è chi diffonde queste idee ad arte. Se esitesse ancora un senso di appartenenza ad una nazione, ad una cultura, si potrebbe cercare di fare leva sui concetti di cittadinanza, di destino comune, di legalità, di principii costituzionali, di leggi, di giustizia, per arginare il fenomeno.
Purtroppo però anche questi concetti subiscono una graduale erosione sospinta, volenti o nolenti, consapevoli o no, dalla retorica dell'internazionalismo, sulla scorta della quale si perdono di vista fattori essenziali per l'identità culturale, compresa la lingua.
Così non c'è da stupirsi se migliaia di cittadini vengono letteralmente fregati. Quello che invece riesce ancora a stupire è che di fronte alle responsabilità di salvataggi dalle opinabilissime modalità, chi le mette in campo invece di assumersi le responsabilità, si fa schermo nientemeno che con l'Unione europea additandola come la cattiva di turno che ha imposto le pessime direttive:
"abbiamo semplicemente adottato le direttive europee" si va dicendo.
Ora, posto che ciò è stato addirittura smentito, cioè che le direttive eurpee non impedivano di fare ricorso (non sto a dilungarmi) se anche le direttive eurpee avessero imposto dei salvataggi di tale genere ci sono almeno due immediate obiezioni che si sarebbero potute fare:
a) le direttive europee si fanno forse da sole? L'Italia ha dei rappresentanti all'interno degli organi europei che promuovono e formulano le direttive? E se l'Italia ha dei rappresentanti perché tali rappresententi non hanno fatto delle obiezioni a tali direttive? perché non sono stati proposti dei miglioramenti?
b) le direttive europee possono anche essere non votate dal Parlamento, possono essere bocciate.
Se l'Ue, si è resa rea di una direttiva che non va bene (alibi dietro al quale si trincerano i politici governativi)perché gli stessi politici non hanno invitato i propri parlamentari a non votare simili direttive, a non approvarle, a non recepirle?
Quello che emerge in sostanza è una responsabilità politica grandissima, di cui però non ci si fa carico minimamente ed in alcun modo preferendo poco dignitosamente scaricare il barile sull'Ue.
Da qui emergono tante altre possibili riflessioni; una tra le altre è quella secondo la quale si evince che dalle interviste televisive nelle quali si accusa l'Ue invece di assumersi le responsabilità, l'intervistato aspira ad essere ascoltato da un telespettatore modello (secondo il modello sperato) che recepisca il messaggio che in Europa le direttive si fanno da sole, e che il Parlamento Italiano non può che approvarle, così lo stesso non ha la benché minima responsabilità quando le recepisce senza battere ciglio.
Invece esiste anche il NO, i famosi No che fanno crescere, ma che questo Governo non è assolutamente in grado di pronunciare, rinunciando così di fatto (purtroppo) a occasioni d'oro per far progredire in un senso democratico l'Ue stessa.
Ne deriva anche che certi politici governativi, gli stessi che avrebbero la responsabilità di formare le coscienze dei giovani, dei cittadini del futuro, anche attraverso la scuola, gli stessi che dovrebbero istruirli ad uno spirito critico e indipendente (secondo ogni buona didattica), sono esattamente gli stessi evidentemente che sperano invece che essi non comprendano che in Europa le direttive non si fanno da sole, sono gli stessi che sperano che i cittadini, giovani e meno giovani, non comprendano che il Parlamento non è svanito nel nulla come un fantasma, sono gli stessi che sperano che i cittadini non comprendano che il Parlamento ha approvato le direttive, mentre avrebbe potuto anche non farlo.
L'alibi dell'Ue per questa vicenda è obiettivamente molto poco dignitoso, parla da solo. E questo sospinge ad una ulteriore ultima riflessione effettivamente poco rassicurante: chi spera che i cittadini (anche quelli del futuro, quelli in fase di formazione all'interno delle scuole) non capiscano, non comprendano, come può desiderare di istruirli? Anche questo è un conflitto di interressi! Chi spera che i cittadini pensino che le direttive europee si fanno da sole, come per magia, spera evidentemente di offuscare un dato reale, un dato di fatto, o di avere spettatori dalla mente annebbiata, ottenebrata, e in questa speranza non c'è nulla ma proprio nulla chiaramente di illuministico poiché l'illuminismo non ottenebra ma, al contrario, illumina, come dice esplicitamente la parola stessa.
Giova talvolta, come in un giubileo, tornare alla radice dei significati, alla fonte, all'origine del senso delle cose per collocarle al proprio posto e metterle in una giusta prospettiva.

mercoledì 2 dicembre 2015

Del Fondo unico europeo

Se ciò che è stato approvato con il Fondo unico europeo (Fondo unico europeo di risoluzione delle crisi bancarie), obbliga veramente tutti gli istituti bancari ad intervenire nel salvataggio delle banche in difficoltà, la domanda che  sorge spontanea è: che fine fa la concorrenza?
Anche il sistema bancario infatti ha un mercato e vive di concorrenza.
Scelte sbagliate da parte della dirigenza potrebbero costituire l'insuccesso di un istituto bancario, così che  un istituto concorrente potrebbe avvantaggiarsi rispetto al primo perché ha fatto magari delle scelte migliori e il mercato lo ha premiato. Questa è la logica del mercato. Chi crede nel mercato dovrebbe credere nella concorrenza, ma chi fa scelte in contrasto con la concorrenza, come in questo caso, non è credibile (o non dovrebbe esserlo) quando afferma di credere nel mercato. Ed in questo caso, cioè nel caso del Fondo unico europeo, non sembra proprio di assistere a scelte che premino le logiche di mercato.
Se tutti gli istituti bancari sono obbligati a salvare tutti gli istituti bancari, le scelte dei dirigenti dei vari istituti vengono in qualche modo deresponsabilizzate poiché qualsiasi sia la scelta e del tutto indipendentemente dal premio o dal castigo che il mercato stabilirà spontaneamente rispetto a questa scelta, l'istituto potrà godere della certezza del salvataggio. E' abbastanza logico presumere che le scelte sbagliate si moltiplicheranno.
Le banche credono o non credono nel mercato?
Per strano che possa sembrare questa è una domanda che possiamo porci tranquillamente.
Forse nella risoluzione delle crisi bancarie vi sarà per qualche istituto lo possibilità di trarre comunque vantaggi da questi salvataggi, così si può supporre che ciò che non viene concesso dal premio del mercato direttamente, venga poi preso attraverso le dinamiche interne della gestione delle crisi. Ma questo naturalmente potrebbe avere delle implicazioni non indifferenti da un punto di vista giuridico e politico. Dipenderà infatti dal "come" ciò verrà e, a tale riguardo, gli elementi di discussione pare che siano ampissimi. In ogni caso pare di assistere allo stesso errore che fu commesso in occasione della ratifica del MES, cioè si parla delle questioni soltanto a cose fatte, ad approvazione avvenuta.
Ora, comunque la si voglia pensare circa la questione dell'unificazione del sistema bancario e del Fondo unico europeo, quello che emerge con chiara evidenza è che i meccanismi di trasformazione dell'Ue stessa, passano assolutamente in sordina, sono sconosciuti ai più, e il cittadino comune non solo non ha voce in capitolo, ma non ci si sforza nemmeno di informarlo. Un grave errore che viene ripetuto anche in questa occasione da parte dell'Ue.
Come si può affermare che, secondo l'art. A del trattato di Maastricht, le decisioni nell'Ue, verrano prese il più vicino possibile ai cittadini? Come si può dichiararsi affini a questo principio se, come in questo caso, decisioni di tale spessore avvengono nel totale silenzio, e sono ignorate dalla stragrande maggioranza dei cittadini europei? Si è ancora tenuti a rispettare l'art. A del trattato di Maastricht?
Spiace dirlo ma purtroppo queste questioni, così importanti, non vengono esposte quanto si dovrebbe dai mezzi di informazione di massa. Occorrerrebbe avere una maggiore fiducia nel fatto che informare significhi fare un servizio alla Democrazia, e che fare un servizio alla Democrazia significhi fare un servizio a se stessi.
Speriamo che ci si faccia carico di queste informazioni nel prossimo futuro.
Purtroppo oggi la Democrazia sta vivendo un periodo di crisi e non pare proprio che l'attuale Governo se ne preoccupi molto, dal momento che approva in tutta fretta provvedimenti, come questo del Fondo unico europeo, che incidono così consistentemente sul futuro dell'Ue e dei suoi cittadini, senza sentire il bisogno di informare adeguatamente la popolazione.
Appare del tutto evidente che questo governo continua, come i precedenti, ad essere espressamente sintonizzato con il "governo delle banche" e col pensiero unico sull'Ue. Del resto, fondo unico = pensiero unico.
Un errore che insieme a tanti altri che sono in corso attualmente (vedi il tentativo di scardinare il contratto collettivo nazionale di lavoro, riforma del senato, delle provincie, ed altri ancora) sembra andare nella direzione dell'instaurazione di un regime trans-nazionale non democratico, e non rappresentativo, anche passando attraverso il consapevole indebolimento politico ed economico del Paese.
Meno un Paese è forte, e più saranno forti le istituzioni transnazionali che lo vorrebbero dominare.


giovedì 5 novembre 2015

La scuola tra responsabilità e autonomia. Estrapolazione e riadattamento dall'ultimo capitolo della Relazione di Tirocinio per la prova finale di abilitazione delle classi di concorso A025 e A028 del TFA 2014/2015

"L’autonomia scolastica, come abbiamo per altro appreso nell’ambito del corso delle lezioni di pedagogia, è una autonomia relativa che non può non tenere conto delle Indicazioni nazionali o delle Indicazioni per il curricolo. Come e dove si espleta quindi questa autonomia? Quali sono i suoi limiti e le sue possibilità e funzioni?
Comunque la si pensi resta logicamente evidente che autonomia e dipendanza viaggino su direttrici opposte.
E' possibile forse capire la questione se si guarda al contesto generale e si legge la scuola come ente inserito nella società e nella storia.
La scuola si trova oggi ad essere pesantemente influenzata dall’esterno e poco ascoltata dall’interno.
Come deve porsi la scuola nella dialettica che intercorre tra sé e la società in cui alberga?
Per strano che possa sembrare, una risposta a quest'ultima domanda ci può arrivare dal campo della storia e della storiografia artistica.
Quello che, per esempio, Ferdinando Bologna dice nelle sue proposte metodologiche di storico e storiografo dell’arte, nel suo I metodi di studio dell’arte italiana e il problema metodologico oggi, a proposito della personalità dell’artista nel contesto della società e nella storia, sembra poter essere fedelmente e sorprendentemente applicato anche alla scuola nel suo complesso e soprattutto alla scuola vista come ente inserito nella società e nella storia!
Così possiamo dire, citando appunto Bologna, ma decontestualizzandone il testo o, per meglio dire, trasferendolo in un altro contesto, che la scuola, similmente alla personalità di un artista, così “come subisce modifiche, imprime modifiche e contribuisce laboriosamente, ma [anche in questo caso, perentesi mia] con autonomia <<relativa>>, al cambiamento generale della situazione a tutti i livelli.”(Ferdinando Bologna, I metodi di studio dell’arte italiana e il problema metodologico oggi )
D’altra parte già G. Manacorda in Storia della scuola in Italia, Il Medio Evo, scriveva che la Scuola “come riceve l’impronta e avviamento dalla società in mezzo alla quale vive, così, a sua volta irradia correnti di pensiero, imprime impulsi efficaci, informa di sé anche fatti politici e sociali.”
Ecco qualcosa a cui la Scuola non deve assolutamente rinunciare!
La scuola quindi è bene che "si apra al mondo" e che "collochi nel mondo" sì, come citato nel paragrafo 1.1.2, (è un paragrafo della Relazione che qui evidentemente non c'è) ma al contempo il mondo si deve aprire alla scuola; così come il mondo influenza la scuola, così la scuola dovrebbe influenzare il mondo. Il rapporto non può essere unilaterale o si rischia la perdita dell’equilibrio.
Così vorrei esprimere quella che sento essere una grande verità, cioè che una scuola che rinunci al mandato di imprimere cambiamenti migliorativi alla società in cui alberga seppure nell’autonomia <<relativa>> del solco responsabilmente democratico, una scuola cioè che si disponga soltanto a subirne gli influssi in modo passivo, semplicemente non sarebbe più una scuola e tenderebbe a somigliare progressivamente sempre più ad un mero ricettacolo passivo di impulsi provenienti dall’esterno e quindi in fin dei conti tenderebbe a somigliare sempre più ad una caserma di addestramento piuttosto cha ad un luogo di apprendimento.

E se la scuola deve essere un luogo di apprendimento (aggiungerei sia per discenti che per docenti!), se deve essere il luogo nel quale la cultura adulta viene insegnata, trasmessa al discente, nelle forme in cui il discente stesso è in grado di recepirla, questa mediazione e l’annesso ruolo di mediatore dell’insegnante, assume un’ importanza strategica e decisiva per la società e pertanto non può avvenire senza una precisa assunzione di responsabilità, la cosiddetta responsabilità educativa, la quale implica e richiede anche il mettere in discussione quello che dall’esterno giunge nella scuola ivi comprese le cosiddette riforme ed anche la tecnologia informatica, che naturalmente non va respinta ma semplicemente vissuta criticamente, questo sì, secondo un’ottica di critica costruttiva. La scuola deve quindi insegnare la tecnologia digitale naturalmente e le sue possibilità e potenzialità; trattasi dell’alfabetizzazione informatica. Contestualmente deve insegnare per esempio la differenza che passa tra realtà, realtà virtuale e realtà aumentata. E' con un insegnamento costruttivamente critico che si creano i cittadini della tecnologia.
Senza assolutismi di sorta quindi né tantomeno pregiudizi, si può affermare che la scuola dovrebbe attivarsi responsabilmente in questo senso attraverso il cosciente esercizio critico per non far degenerare una reale opportunità, quella che offre la tecnologia in generale e quella informatica in particolare, in un falso mito di progresso o, in casi estremi, addirittura nella premessa di un regresso se non addirittura in un regresso in atto. L’idea in generale è quella di fabbricare non  sudditi della tecnologia ma, al contrario, di far crescere appunto cittadini della tecnologia. E che sussista una certa confusione tra i due aspetti lo si evince da tutta una serie di constatazioni. Lo si evince e lo si appura nel momento in cui, con la scusa della tecnologizzazione e dell'ammodernamento, vengono creati percorsi obbligati. Uno di questi percorsi obbligati è la fatturazione elettronica obbligatoria per esempio. Il vero progresso consiste nel dare la possibilità di poter fatturare elettronicamente (ed è così che si creano i cittadini della tecnologia ed è così che vi è un reale progresso); mentre nel renderla obbligatoria si creano semplicemente dei sudditi della tecnologia con una libertà in meno e un obbligo in più, e quindi vi è un regresso democratico e non un progresso.
Anche di questo si deve occupare la responsabilità educativa. Ma la responsabilità educativa implica al contempo il considerare lo sfondo culturale e politico-istituzionale, nonché il quadro storico e sociale nel quale la scuola si trova ad operare e che caratterizza la contemporaneità. E’ un momento in cui la scuola per esempio si trova a passare dalla vecchia funzione dell’alfabetizzazione (sia di base, sia culturale) alla nuova scuola dell’autonomia e delle competenze, in cui si trova a passare dal programma e dalla programmazione, al curricolo e alla progettazione e via discorrendo.
Ma è anche una scuola che rischia di vedere al suo interno la presenza di germi di erosione della stessa autonomia e delle stesse competenze che ne risulterebbero drasticamente ridimensionate, se questi germi di erosione non saranno prontamente individuati e respinti o comunque resi innocui.
Vi è poi il quadro derivante dall’appartenenza all’Unione europea, che necessita di essere capito a fondo e interpretato, anche qui con spirito costruttivamente critico e non con passivo e acritico assenso o intento demolitorio. Vi è un quadro internazionale instabile da un punto di vista economico-finanziario, in cui vecchie e nuove dinamiche si incontrano e si scontrano, dove le bolle speculative montano e le crisi incombono. Sembra un momento di transizione che investe molti settori quindi, ma proprio per questo, proprio perché le transizioni sono troppe e investono troppi settori, il rischio che si crea è anche quello di una reale e concreta perdita d’ identità dell’individuo e di vivere in una sorta di perenne terrae motus, terremoto!
La scuola è chiamata anche a rispondere a queste sfide. Per altro questo terremoto non sembra proprio lasciar intravedere soluzione di continuità.
E’ difficile costruire in uno stato di perenne terremoto, ed anche la costruzione della propria identità ovviamente ne risente. Anche questo fa parte del clima in cui vive attualmente la nostra scuola, la quale potrebbe rappresentare un'ancora di salvezza per la stessa identità culturale, mitigando gli effetti devastanti di questo terremoto.
Che dire poi del quadro messo in luce anche da recenti enciclopedici studi di economisti quali Thomas Piketty, studi quali Il capitale nel XXI secolo, che dimostrano come la curvatura della diseguaglianza economica è destinata ad incrementarsi in quei paesi dove il rendimento del capitale è maggiore della crescita economica, cioè tutti i paesi occidentali e non solo.
Per strano che possa sembrare, anche questo è un quadro che la scuola deve tenere in considerazione, vista la dipendenza cronica e strutturale da fattori economici che essa effettivamente ha. Ma non è tutto. Queste dinamiche economiche e le annesse dinamiche del potere sono sempre più sfuggenti e difficili da intravedere,- si dice - inintelligibili ai più “sia per l’oggettiva ed estrema complessità dei processi in corso, sia per il crescente e coltivato divario tra cultura di massa e saperi riservati alle ristrette oligarchie che governano la transizione […].”, scrive il Procuratore generale presso la Corte d'Appello di Palermo Roberto Scarpinato (Dalla prefazione scritta da Roberto Scarpinato per Il ricatto dei mercati di Lidia Undiemi, Ponte alle grazie, pag. 11).
Dice ancora Scarpinato che le “nuove gerarchie di potere non dividono solo chi ha da chi non ha, ma anche chi sa da chi non sa, e quest’ultima distinzione è funzionale alla prima. Oggi come ieri sul terreno del sapere si gioca una partita politica fondamentale” (ibidem).
Forse c’è bisogno di un nuovo illuminismo che sappia redistribuire oltre alle ricchezze anche il sapere.
Se si crede nell’Illuminismo non ci sono alternative, altrimenti è l'oscurantismo.
Discipline come Arte e immagine (educazione artistica) e Disegno e storia dell’arte possono dare il proprio contributo. L’educazione alla creatività, che è alla base dell’insegnamento appunto di Arte e immagine, ha come presupposto teorico quello di stimolare nello studente la capacità di svincolarsi da schemi di pensiero precostituiti e di favorire l’emergere della creatività in senso lato ma anche intesa come sviluppo del pensiero divergente, come sviluppo di un pensiero cioè in grado di cogliere molteplici soluzioni ad uno stesso problema. Trattasi di un pensiero creativo e razionale al tempo stesso, essenziale quando si tratta di sfuggire dai dogmi e dalle superstizioni.
Quando le riforme sono troppo sintonizzate con il finanziario-centrismo attualmente imperante, rischiano di perdere di vista o di non tenere abbastanza in considerazione alcuni fattori importantissimi come, per esempio la dignità ontologica del discente, ma soprattutto l’aderenza ai più alti principii costituzionali ancorché proclamati, così come rischiano di perdere di vista l’identità culturale di appartenenza, la propria specifica cultura e tradizione, la propria lingua, né sembrano tenere abbastanza in considerazione gli obiettivi generali cui è asservita da sempre la vera didattica, quelli di creare un individuo propriamente detto, formato e indivisibile (in-dividuo), capace di sviluppare un pensiero realmente autonomo, convergente o divergente che sia, anche a seconda dei casi specifici e concreti, e quindi anche flessibile, il che non significa, badate bene, sibillino o opportunista ma, al contrario, libero e capace di sviluppare altresì un pensiero critico ed indipendente, nonché di sviluppare tutto il proprio potenziale umano per un nuovo umanesimo.
Il cittadino di domani non può essere il risultato ingegneristico di gruppi di non meglio identificati decisori politici (di cui i discenti non sanno niente, e di cui non sanno niente neanche i genitori dei discenti poiché probabilmente nemmeno eletti dai genitori stessi, decisori che forse non sono stati nemmeno eletti in generale, ma scelti, nominati, calati dall’alto chissà da dove) spesso intenti a mantenere vivi i compartimenti stagni della società, il divario tra cultura di massa (Adorno forse direbbe “cultura per le masse”) e saperi riservati, nonché un gran numero di dogmi e superstizioni secondo un’ottica palesemente anti-illuministica, poiché è chiaro che coloro che traggono vantaggio dai dogmi e dalle superstizioni si guarderanno bene dal forgiare cittadini in grado di individuarli e di smascherarli questi dogmi e queste superstizioni, e si adombra così quindi anche il legittimo sospetto di un conflitto di interessi, che ripropone il tema delle regole, dell’elettività, della responsabilità, dell’architettura europea stessa e della rappresentatività.
Serve dunque una scuola che risponda criticamente e creativamente alle questioni in essere e non una istituzione passiva, esclusivamente recettiva; serve una scuola che faccia crescere i propri cittadini e che li forgi consapevoli delle dinamiche in atto.
Così nella formazione sono molti gli aspetti che concorrono alla crescita dell’individuo, e all’aumento della sua consapevolezza e questa esperienza di tirocinio indiretto e diretto e, nell’ambito della specifica esperienza di tirocinio diretto, sia quello osservativo che quello attivo, pur essendo state esperienze parziali e imperfette rispetto ad un ideale ottimale, e cionondimeno veridicamente umane, hanno in ogni caso contribuito variamente a sottolineare l’importanza di questi aspetti, ma hanno anche sottolineato la necessità di mantenere alti i principii costituzionali, i più alti principii pedagogici e didattici, di mantenere alte le capacità già mostrate dalla scuola, anche attraverso i parametri di democraticità e rappresentatività interni alla scuola stessa, senza i quali il divario tra apprendimento e addestramento si farebbe, presumo, piuttosto esiguo."

venerdì 23 ottobre 2015

Senza Stato non c'è Stato!

Potrà sembrare una questione banale, ma credo invece che sia della massima importanza. E' una questione che si pone molto seriamente soprattutto perché non sembra proprio che vi siano nuove politiche in vista o  in atto, ma semplicemente il vecchio che si riafferma, un vecchio modus operandi che ha già fatto molti, moltissimi danni al Paese, quindi allo Stato.
Forse delle nuove politiche avrebbero potuto innescare una visione nuova, ottimistica, ma così non è, purtroppo. Siamo di fronte al già visto che si ripete...e ciò che abbiamo già visto non ci è piaciuto.
Non c'è niente di nuovo sotto il sole rispetto alle modalità adottate. Si punta tutto sulle privatizzazioni.
Ma ricordiamoci intanto che senza Stato non c'è Stato e che lo Stato non è un nemico dei cittadini.
Ricordiamoci anche che privatizza oggi, privatizza domani, lo Stato si priverà di tutto prima o poi, ed i privati si sbarazzeranno di un potenziale concorrente, deprimendo la concorrenza stessa.
Un film già visto, quello di puntare a testa bassa sulle privatizzazioni, che ha fatto come dicevamo molto danno, in Italia. Forse altrove no, ma in Italia certamente sì!
E non è che c'è da essere contro le privatizzazioni in senso assoluto, ma in senso relativo e, in ogni caso, con prove alla mano. Ci sono cioè privatizzazioni e privatizzazioni, ed è giusto operare dei distinguo, ma dobbiamo tenere presente quello che è il danno che queste idee, quelle secondo le quali le privatizzaioni sono l'unica panacea ad ogni male, hanno appunto fatto al nostro Paese.
E' quindi giusto che una Stato si faccia presente a se stesso, che reclami la propria presenza, senza eccessi, ma anche senza cadere nel tranello (che di questo si tratta, e non d'altro!) dell'ideologia negativa dell'aiuto di Stato! Uno Stato ha il diritto di aiutare se stesso, nasce proprio per questo, per aiutare in se stesso i propri cittadini, anche mantenendo aziende profittevoli se necessario! Se neghiamo questo principio neghiamo le ragioni stesse per cui uno Stato sussiste, neghiamo le ragioni stesse per cui uno Stato esiste ed è stato voluto e creato, e certo, non al prezzo di pochi spicci.
Ricordiamoci anche questo particolare. Così dovrebbe essere!
E nel mentre che uno Stato aiuta se stesso ricordiamoci che aiuta appunto anche i suoi cittadini, e a mantenere alti i principii sanciti dalla propria Costituzione, che in esso alberga, e non altrove! Senza Stato non c'è Stato, e senza uno Stato i confini di Stato, anche quelli propriamente geografici, non hanno ragione d'essere, e quindi le cose che hanno valore entro e solo entro quei confini (cose come la Costituzione appunto) pure quelle rischiano di svanire con lo svanire dei confini, con lo svanire dello Stato. E' questa consapevolezza di cui si dovrebbe fare portavoce la nuova politica, quella che intendesse essere veramente tale, quella che nasce dalla critica all'operato degli ultimi decenni, proprio perché quest'ultima ha perso di vista queste cose, anche sull'onda del tanto decantato: "Le privatizzazioni sono la panacea ad ogni male!".
Non è così!
Ma vediamo, quali sono quelle che abbiano annoverato come vecchie modalità? Vediamone alcune molto in voga, per esempio:  il debito pubblico aumenta (perché è gestito male!) e questo diventa la scusa per fare cassa.
Si cerca di fare cassa cioè per contrastare una pessima gestione del debito pubblico stesso.
A nessuno viene in mente che si dovrebbe cercare una gestione migliore del debito! Sarebbe la cosa più logica da fare!
Per esempio non facendo acquistare titoli tossici o ad alto rischio, da parte di chi lo gestisce...
E così, con questo volgere la testa dall'altra parte per non vedere, e con questa scusa da vecchia politica si fomentano e si giustificano le privatizzazioni.
Oppure, ed ecco un altro esempio, si vuole fare cassa perché si devono mantenere le promesse populiste che si è fatto in campagna elettorale o durante il proprio mandato. E così si svendono aziende profittevoli per adempiere a promesse che hanno un sapore elettorale. Si ottiene così un rapido introito ma una perdita a lunga distanza, una perdita le cui conseguenze negative si potrebbero evidenziare soltanto dopo un certo lasso di tempo, per finire col coincidere temporalmente con l'elezione del governo che succederà a questo, cosa che consentirà a quello attuale, divenuto opposizione, di additare come responsabile quello incolpevole, appena eletto! Giochi "raffinati" da politica temporale...
Anche da questo punto di vista non c'è alcun nuovo che avanza ma soltanto il vecchio che si riafferma; vecchie strategie, vecchie idee, vecchie politiche...
E quanto male abbiano fatto il vecchio (che si riafferma!), cioè le vecchie politiche legate alle gestioni del debito e delle privatizzazioni, lo si evince dalla sistematica deindustrializzazione che l'Italia ha subito negli ultimi anni. Questa deindustrializzazione è una prova provata! Eccola qua! Non si può far finta di non vedere!
Questa deindustrializzazione secondo certe stime ammonta a circa il 25 %. Vi è cioè un 25% in meno della capacità industriale italiana.
Questa perdita ha coinciso esattamente col periodo nel quale la parola d'ordine era; privatizzare!
Inoltre, non vi è nessuno che dica apertamente (ma nemeno allusivamente) che le privatizzazioni servono talvolta a tagliare fuori un potenziale concorrente! Un temuto concorrente!
Così nel privatizzare lo Stato ci perde due volte, sia per la minore concorrenza presente sul mercato in generale, dovuta alla scomparsa di un potenziale forte concorrente, sia perché lo Stato spesso svende aziende profittevoli, rinunciando per sempre al profitto derivante!
Anche quando non svende del tutto vi è poi sempre l'incubo che prima o poi possa farlo, il che è vissuto come una minaccia e un ricatto!
In ogni caso, e comunque la si pensi, si potranno anche fare salti di gioia per i 3 mld e mezzo che possono derivare dalla vendita delle azioni di Poste Italiane, ma tutto questo rischia di essere semplicemente un fuoco di paglia, una temporanea ebbrezza, che si scontra comunque con una altra realtà, cioè: immettere qualsiasi quantitativo di denaro in un secchio bucato non risolverà mai i problemi del Paese, poiché comunque sia, il secchio bucato si riprenderà sempre qualsiasi guadagno. A lungo termine si crea un notevole danno, peggiore del male che si intenderebbe curare, quello di partenza, quello cui si dice di voler porre rimedio!
E in oltre, ciò che lo Stato perde con le privatizzazioni, sarà perso per sempre, soprattutto se si tratta di aziende profittevoli o  strategiche per la sicurezza dello stesso Stato. Un passo ulteriore verso lo Stato non Stato.
Invece che sulle privatizzazioni bisognerebbe invece fare leva sul senso dello Stato. Ecco una battagli culturale degna di questo nome!
Oppure capire che si deve fare leva sui profitti dello Stato stesso e non sul disfarsene.
Se infatti per rimediare una pessima gestione del debito pubblico (secchio bucato), invece di cambiare la gestione dello stesso e di studiare il caso da vicino, svendo aziende profittevoli (le sole che potrebbero dare una mano) non potrò più contare su questo aiuto in futuro, per contrastare il debito stesso. Rinunciare ad un profitto durevole per un fuoco di paglia temporaneo non è lungimirante, non è saggio, ma soprattutto sa proprio di vecchia, vecchissima politica!
E lo Stato è sempre meno Stato e...senza Stato non c'è Stato, e forse nemmeno Costituzione!

lunedì 19 ottobre 2015

Certificato di abilitazione

Ecco finalmente il Certificato di abilitazione. Non voglio ripetermi ma anche se arriva a oltre vent'anni dal diploma di pittura e oltre venticinque da quello di maturità artistica, è comunque una bella soddisfazione e un traguardo imprescindibile per il prosieguo nell'ambito dell'insegnamento!



Certificato di abilitazione o Diploma di abilitazione

martedì 13 ottobre 2015

Risultati abilitazione

L'Accademia di Belle Arti di Firenze pubblica il quadro con i risultati di abilitazione della sessione del 7 ottobre 2015, e contestualmente il pdf relativo sul sito ufficiale.Pubblico fotografia con relativi omissis.



venerdì 9 ottobre 2015

Abilitazione

Finalmente, a oltre vent'anno dal diploma di pittura dell'Accademia di Belle Arti di Firenze, è arrivata la tanto sospirata abilitazione. Quasi non ci credevo più. Non è stato un percorso semplice, ma alla fine...eccola!
La soddisfazione è enorme...  

giovedì 10 settembre 2015

Sei camere fanno più leggi di una sola!

Se ogni cittadino ha il dovere di svolgere un'attività o una funzione che concorra al beno materiale o spirituale (o anche entrambi) della società, un diario può essere un valido strumento per realizzare questo dovere.
Ma quando si sente esattamente questo dovere?
Forse quando si avverte la presenza di un dibattito e alcune idee pertinenti a questo dibattito coinciano ad affollare la nostra mente!
Cioè a dire quando senti che si formano in te delle idee, a cui quasi non partecipi poiché si formano spontaneamente, quando senti che c'è qualcosa che le forma. Che cosa sia questo qualcosa è domanda ineressante cui però non è possibile neanche tentare una riaposta in questa sede e ne rimandiamo la trattazione.
Ma in quel momento in cui si formano le idee, in quel preciso momento puoi chiederti quanto quelle stesse idee formatesi spontaneamente siano pertinenti a quel dibattito e decidere di esternarle o no.
Cosa ti dice il tuo senso del dovere? 
In altri termini, quello che intendo dire è che spesso e volentieri, come credo capiti a tutti, personalmente non sono se non un semplice testimone delle idee che si formano in me ed altro non faccio se non trascriverle fedelmente allo scopo di testimoniarne la presenza e di metterene al corrente i miei concittadini e contribuire ad arricchire un dibattito. Lo faccio con pochi mezzi, con questa modesta finestra che è rappresentata dal diario elettronico su cui campeggia questo articolo...ed altri.
Così, in ottemperanza all'art.4 della Costituzione, ma anche per venire incontro a quanti richiedono partecipazione e concorso d'idee, serenamente e pacatamente, nel rispetto delle altrui idee e soprattutto di chi le esprime, mi accingo a svolgere il mio dovere, (nient'altro che il mio dovere) e quindi a testimoniare l'avvenuta formazione spontanea di alcune idee, a scriverle e quindi riferirle sì da renderne partecipi gli altri, potenzialmente tutti, in questo caso circa il dibattito sul bicameralismo.

Vorrei esordire così: se avessimo sei rami del Parlamento, sei camere, potremmo scrivere contemporaneamente sei leggi; se ne avessimo cinque, potremmo scrivere contemporaneamente cinque leggi; se ne avessimo quattro potremmo scrivere contemporaneamente quattro leggi, se tre, tre leggi, ecc.
Cioè a dire che il numero alto delle camere non solo non inficierebbe la creazione delle leggi ma ne aumenterebbe di molto la velocità di ingresso, di promulgazione ed entrata in vigore nella società. Ci pensate?!
Ma allora perché invece di questionare sul bicameralismo non pensiamo ad un Parlamento con sei camere?
Se la ragione del dibattito sul bicameralismo è inerente la lentezza della formazione delle leggi non è togliendo questa funzione ad uno dei due rami attuali che si risolve il problema ma aumentando il numero delle stesse camere.
Si dirà, e l'obiezione non è priva di una sua pertinenza, che sei camere potrebbero scrivere leggi l'una all'insaputa dell'altra (all'insaputa dei dettagli) e creare potenziali conflitti e contraddizioni tra legge e legge e una grande confusione.
Questo lo ritengo certamente plausibile, tuttavia basterebbe un po' di buona volontà, di pianificazione e una buona dose di coordinazione per evitare questo rischio. Non è impossibile!
Ora, è chiaro ed evidente che l'idea delle sei camere è un espediente intellettuale, che si tratta di una modesta provocazione, ma di una provocazione che vuol far pensare a qualcosa di interessante. Anch'io penso che sei camere siano troppe naturalmente.
Tuttavia penso anche che non siano troppe due.
Quello che volevo fare notare comunque, sulla falsariga di questa provocazione, è qualcosa che ha già fatto notare Zagrebelsky, cioè che due camere possono pensare (e di fatto pensano effettivamente) a due leggi diverse contemporaneamente. Questo significa almeno due cose: 1) che due camere non rallentano i lavori in Parlamento come si va dicendo da tempo per giustificare la riforma; 2) che il bicameralismo italiano non è poi così perfetto come si vuol far credere.
A proposito di questo secondo punto vorrei puntualizzare gli elementi che concorrono a rivalutarne la cosiddetta perfezione di questo bicameralismo (bicameralismo perfetto): a) il numero diverso di parlamentari tra i due rami; b) la differenza di età tra i parlamentari di una camera e dell'altra (di fatto i senatori sono leggermente più anziani e consistentemente più saggi); c) il lavoro in diacronia tra una camera e l'altra cioè mentre una camera pensa ad una legge, l'altra camera pensa ad un' altra legge, ad una legge diversa.
A questo vorrei aggiungere che  il bicameralismo, perfetto o non perfetto che sia (e spero di aver messo in luce che anche quello italianao non è poi così perfetto) è la forma maggiormente in voga nelle democrazie più avanzate, particolarmente quelle occidentali.
Vorrei aggiungere quindi che una pessima riforma del Senato oltre ad accontentare la Germania (e non i cittadini italiani) rischia fortemente di far scaturire l'idea dell'abrogazione in toto del Senato stesso, portando il Parlamento ad assimilarsi a quello monocamerale che è in voga nelle democrazie meno avanzate del pianeta (e molto spesso nel cosiddetto terzo mondo), costituendo così un potenziale rischio di svilimento del tenore democratico, costituendo altresì un' inflessione della rappresentatività, ed un potenziale regresso storico, culturale, politico e sociale del Paese.
Se vogliamo molte leggi in tempi brevi (perché il mondo, si dice, è veloce e noi dobbiamo stare al passo, dobbiamo essere competitivi e correre col mondo ecc. ecc. e altri discorsi e mitologie del genere) a questo punto è meglio avere sei camere che una sola! Questo è il pensiero che si è pensato in me; io come un fedele testimone lo trascrivo semplicemente e ne metto al corrente, com'è mio dovere i cittadini.
Meglio sei camere che una sola!