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lunedì 28 luglio 2025

Apologia del complottista

 Dare del complottista a qualcuno è divenuta una moda. Questa moda si è estesa particolarmente durante il periodo cosiddetto pandemico, tecnicamente di emergenza sanitaria, insomma, durante quella che io definisco spesso in questo Diario Elettronico la 'vicenda covid' per capirsi. Il fatto che sia divenuta una moda contribuisce a inquadrere il fenomeno per quello che è, con tutto il rispetto per la moda naturalmente, dare del complottista  a qualcuno lascia un po' il tempo che trova, come qualcosa di effimero e fugace, come qualcosa che condivide con la moda stessa un carattere transitorio. Oggi va di moda, probabilmente tra un po' di tempo sarà sostituita da una definizione diversa, vorremmo dire, da una etichetta diversa. In ogni caso il senso dispregiativo è evidente eppure non solo l’accezione dispregiativa risulta essere esagerata, in alcuni casi risulterebbe del tutto inappropriata ed in altri ancora addirittura del tutto fuorviante se non diametralmente opposta al vero giacché, per certi versi e per un certo esercizio creativo che essi compiono, non bisognerebbe cheringraziare e tessere gli elogi di questa categoria di persone, di questi complottisti e poi dei complottismi in generale. E ciò tantopiù in quanto, da taluni cambiamenti, particolarmente da taluni esiti politici, ci sembrerrebbe proprio di riscontrare il fatto che questo esercizio creativo porti ad esiti positivi, come quelli negli Stati Uniti d'America, dove si è visto e si evidenzia che la ristrutturazione del comparto sanitario si è compiuta sulla base di affermazioni e teorie del tutto sovrapponibili a quelle che venivano attribuite ai complottisti, quindi definite complottiste, o scaturite dalla 'fervida' mente dei complottisti appunto, per fare un esempio. Segno evidente che questo esercizio creativo non è del tutto inutile ed anzi anticipa proposte politiche concrete e soprattutto interessanti.


Ma intanto risolviamo una ambiguità iniziale, di fondo, che sempre si porta dietro questo vocabolo, iniziamo quindi col chiedersi: che cosa significa esattamente complottista?

Cosa pensavo

I veri complottisti, non sono forse quelli che ordiscono complotti? 

In effetti ritenevo che sì, che la prima definizione di complottista a trovarsi in un vocabolario dovesse essere quella di qualcuno che ordisce complotti, che li prepara, li organizza, e mi sembrava di ricordare addirittura anche l'esistenza di vocabolari in cui venissero riportare entrambe le definizioni, sia quella appena citata, si qualla che definisce i complottisti come persone che ne suppongono l'esistenza, che suppongono l'esistenza di complotti. E pensavo dovesse essere molto meno comune, se non proprio una rara deformazione quest'ultima definizione, quella che qui, in queste righe appare come la seconda definizione. Comunque, da questo punto di vista non ci sarebbe stato errore nel definire complottista chi ipotizza l'esistenza di complotti anziché definire così colui che li ordisce, per quanto, ritenendo che sussistessero entrambi i significati il dubbio era legittimo e legittimato da questa ambiguità iterpretativa che derivava da una sostanziale disinformazione.

Insomma, prima di aggiornarmi, complottista era sia colui che ordisce complotti, sia colui che ne suppone l'esistenza e pensa di averli in qualche modo svelati, se non svelati quantomeno indicati, intuiti.

Come stanno le cose

Ma com'è che stanno veramente le cose? Se prendiamo vecchi vocabolari, la parola complottista non compare nemmeno, possiamo trovarvi complotto, non sempre ma talvolta anche complottare, però complottista no, perché? Perché la parola complottista è sostanzialmente un neologismo, generalmente attribuito a Giorgio Bocca, famoso giornalista italiano oggi scomparso, e ad un suo famoso articolo, il quale usava la parola complottista con accezione negativa, come colui che suppone l'esistenza di complotti che non esistono. E tale è rimasta l'accezione, negativa, dispregiativa, anche nei moderni vocabolari che oggi si trovano quasi esclusivamente in rete, vocabolari che si informano alle variazioni linguistiche traendole dal linguaggio corrente parlato, dalla letteratura e dai quotidiani, vocabolari in cui la parola in questione compare essenzialmente come parola che definisce qualcuno che immagina complotti inesistenti. Quindi il complottista supporrebbe l'esistenza di complotti che non sono ritenuti realistici o possibili, per cui è identificato sostanzialmente con un visionario, non nel senso di qualcuno che ha una visione futuristica che potrebbe avere anche dei risvolti positivi, ma come un visionario nel senso di qualcuno che vede cose che non ci sono, inventate di sana pianta dalla sua immaginazione, come qualcuno che ha una visione staccata dal mondo concreto, veridico, da cui trae giustificazione l'accezione negativa.Troviamo quindi un pregiudizio associato già in partenza a questo vocabolo e questo proprio da vocabolario, per esempio anche nella Treccani la definizione ha questa accezione negativa. In questo senso chi dava del complottista a chi vedeva nelle persone che con varie argomentazioni criticavano la 'vicenda covid' col preciso intento di descriverle come visionarie, dal suo punto di vista, ammesso che non facesse strategia ed esprimesse un guidizio sincero, non sbagliava dal proprio punto di vista, pur potendo sbagliare nell'essenza del giudizio.

Ecco, è questo tipo di complottista che è oggetto della nostra trattazione, quello che suppone l'esistenza di un complotto o di manovre concertate e guidate, quello che estesamente sospetta sotterfugi e inganni  organizzati e che viene etichettato con l'accezione negativa di visionario. Ma qui ne trattiamo con l'intento, vorremmo dire, di rivalutarne la figura giacché chi intuisce la presenza di un complotto non necessariamente sbaglia nei suoi sospetti o nelle sue certezze, cioè non necessariamente è vittima di un autoinganno, di una visione irrealistica, non necessariamente è vittima di visioni oniriche, di suggestioni fantasiose non rispondenti al vero. Così questa trattazione è quella dalla quale vorremmo che la sua figura uscisse in qualche modo positivamente rivalutata.

E quindi l'apologia

Perché difendere la figura del complottista? Intanto perché, come dicevamo sopra, svolge un'azione creativa e interessante. Poi perché in ogni caso la premessa fondamentale di ogni complottista, sia come tessitore di complotti, sia come disvelatore degli stessi, la base di sostegno della sua esistenza, quella che ne giustifica il sussistere, è l'esistenza stessa dei complotti, e complotto è una parola che figura anche nei vecchi vocabolari. E credo che basterebbe conoscere un po' di storia, da quella più antica a quella più recente per vederne a bizzeffe di questi complotti. E credo anche quindi che bisognerebbe essere del tutto privi di discernimento, o essere profondamente ignoranti o in malafede, addirittura intellettualmente disonesti, per non accorgersi che, da che mondo è mondo, di complotti dal genere umano ne sono stati orditi un numero sostanzialmente incalcolabile. Sembra anzi che l'essere umano non possa quasi fare a meno dei complotti, tanti ne ha orditi, i quali trovano a sua volta una motivazione e un presupposto nelle pulsioni deteriori degli uomini stessi, pulsioni come desideri smodati, ambizioni, invidie, sentimenti insomma che sono purtroppo connaturati all'essere umano da sempre, fin dalle origini, e lo piegano a percorsi e intenti poco edificanti, Caino insegna. Eppure di fronte a qualcuno che insinuva dubbi su di una determinata situazione, vedi per esempio, per rimanere in tema, quella inerente alla 'vicenda pandemica' o 'vicenda covid' si cade giù dal pero, si strabuzzano gli occhi, ci si meraviglia, si addita come complottista chi espone dubbi e critiche, anche molto opportune e strutturate, nonché spesso sorrette da valide prove scientifiche, empiriche e sostenute da numerose ricerche, cercando con questo di screditare gli interlocutori, di sottolineare il fatto che un simile comportamento sospettoso, implichi necessariamente una qualche tara in chi lo manifesta, in chi lo espone, una tara mentale che li rende rei di vedere nell'uomo in generale, una malafede di fondo solo perché proiettano sull'uomo in generale la propria, una posizione pregiudizialmente negativa rispetto al genere umano. E in questo farebbero peccato poiché essi regredirebbero l'uomo, la corona della creazione, ad essere deteriore, quasi immondo. Insomma, per chi si scandalizza di fornte al fatto che qualcuno avanzi sospetti, critiche o veda complotti in certe vicende, in certe situazioni, l'accusa non è solo quella di avere tare mentali, ma si accusa il complottista di svilire l'uomo stesso, di essere lui, sì, in malafede. Con questo atteggiamento gli accusatori sembrano avallare l'idea che l'essere umano sia così puro da essere incapace di qualsiasi malizia, di ordire complotti non ne parliamo, ce lo insegna la storia che così non è!!! E invece, no, la storia ci insegna proprio il contrario, come appunto dicevamo, cioè che di complotti non solo l'uomo ne ordisce, che di complotti non solo ce ne sono, ma che ce ne sono appunto in numero elevatissimo, in numero esorbitante. Sembrerebbe quindi opportuno rinunciare ad ogni falsa ingenuità e riportare la veridicità dei fatti storici quali essi sono e quale presupposto di ogni ragionamento inerente a questa discussa ma interessante figura.

Quindi nessuna tara, nessuna malafede, nel complottista, no, dal momento che appare addirittura lapalissiano il fatto che l'uomo sia sempre vissuto di complotti, tranelli, trappole, che abbia tessuto cospirazioni e molto altro ancora, cose poco edificanti, e così la base di sostegno in difesa del complottista quindi c'è, ed è ben nutrita, ed è solida.

Potrebbe poi stupire il fatto che il complottista possa sfuggire all'accezione negativa, come da attuale aggiornato vocabolario, e che nasconda anche lati positivi, anzi addirittura pregevoli. Potrebbe stupire ma come vedremo è proprio così: il complottista ha lati pregevolissimi.

Il complottista è creativo, è spesso sensibile, ha una mente sveglia, attenta, anche sospettosa in un certo senso, sì, ma non necessariamente questo essere sospettosi sconfina nella patologia, che in alcuni casi potrebbe anche sussistere poiché, bisogna pure ammetterlo, raramente ma in alcuni casi complottisti di questo genere, che sfociano cioè nel patologico, purtroppo ce ne sono, ma sono appunto un numero molto marginale, esiguo, e sono persone bisognose di sostegno comunque, non da offendere, marginalizzare o escludere, sono persone bisognose di aiuto, di un aiuto specifico, un aiuto che spesso può essere fornito dalla psicoterapia e in alcuni casi particolari forse anche dalla psichiatria. Ma non è questo il caso. Essere sospettosi è, in vero, piuttosto normale, è il frutto dell'evoluzione e rappresenta della mente aspetti atavici, vorremmo dire sottocorticali, qualcuno direbbe rettiliani, e ci capiremmo. Insomma l'uomo preistorico non andava incontro alle bestie feroci ingenuamente, ma coltivando proprio il sospetto, il sospetto che la bestia feroce potesse trovarsi chissà dove, forse lì dietro, in agguato, per cui si preparava ad ogni evenienza. E poi una simile prudenza andava a costituire la base stessa della sua sopravvivenza, e questa a sua volta consentiva di trasmettere i geni, anche quelli 'prudenti' alla discendenza, alla progenie, così si sono formate popolazioni di uomini prudenti e sospettosi, si potrebbe dire.

In difesa del complottista vorremmo aggiungere poi, anche in vista di quella che spereremmo essere una estensione del suo significato che comprenda pure 'chi è accusato ingiustamente di essere un visionario nell'esercizio del suo complottare' vorremmo aggiungere dicevamo che si tratta di persone che è con l'esercizio creativo e numerosi spunti di riflessione che ipotizzano la sussistenza di cospirazioni o complotti, i quali potrebbero sia rivelarsi realistici sia non rivelarsi tali, giustificando due definizioni e non una sola, ma che in ogni caso, anche in quest'ultimo, nella stragrande maggioranza dei casi non conducono la persona a patologie di alcun genere. Questo esercizio creativo spesso consapevole, per svolgere il quale è necessaria sovente anche una certa cultura, o il possesso di certe informazioni molto ricercate, è anzi importante, non solo per lui stesso, che lo sente spesso come una imperiosa esigenza personale, ma anche per tutti gli altri, si potrebbe addirittura asserire che il suo esercizio critico e creativo sia importante non solo per lui stesso, ma per tutta la comunità in cui alberga, per tutta la società in generale, particolarmente nel caso in cui il prodotto di questa creatività abbia ipotizzato la sussistenza di un complotto che sia per certi versi utile se prontamente individuato e risolto, se disinnecato per tempo, o quantomeno intressante, stimolante, collegato a fenomeni attuali, stimolante al unto fa animare dibattiti, perché no, anche televisivi, altrimenti tendenti al soporifero, e soprattuto la cui nozione sia relativamente diffusa tra la gente.

Ma cosa fa esattamente il complottista e come lavora, se così si può dire? Qual è il suo tratto peculiare se ne ha uno?

In definitiva il complottista ipostatizza, e nell'ipostatizzare rende vera l'ipotesi che egli formula. Da questo punto di vista anzi, egli in un certo senso non sbaglia mai. Essa ipotesi è inizialmente presente nella sua testa o, per meglio dire, nella sua mente, è lì che viene ipostatizzata, è lì che l'ipotesi conquista il primo traguardo della realtà, poiché la mente del complottista, come del resto tutte le altre menti, vive nella realtà e ne è indubbiamente una componente a tutti gli effetti. Poi nel comunicarla agli altri, l'idea si diffonde e viene ipostatizzata anche nella mente di altre persone, così da un rapporto qualitativo si passa anche ad un rapporto quantitativo, il suo essere componente del reale si estende anche quantitativamente. 

Ma potremmo dire, forse più semplicemente che il complottista, nel suo esercizio creativo ipotizzi, e ipotizzando complotti di vario genere, in qualche modo rende evidente a tutti quelli che ne sono informati, che tali complotti sono per l'appunto ipotizzabili. Lui ne è la prova provata. Ora, se quei complotti sono ipotizzabili, e il fatto che li abbia ipotizzati toglie subito ogni dubbio al riguardo, significa che queste ipotesi possano comparire anche nella mente di qualcun'altro, di qualsiasi altro, in ogni caso di qualche altra persona, la cosa è statisticamente probabile. Sono cose ipotizzabili, e se sono cose ipotizzabili lo sono anche da parte di chi potrebbe avere i mezzi, gli strumenti, le intenzioni per tradurre in pratica quell'idea, che comunque inizialmente rimane solo una teoria, un complotto teorico.

In pratica il complottista trova una sua giustificazione teorica anche nella filosofia, oltre che nella storia e nell'antropologia, non è poco.

Lasciatemi quindi spezzare una lancia nei confronti di questa categoria di persone così bistrattata e invece così creativa e così utile; lasciatemi spezzare una lancia nei confronti di chi svolge un esercizio critico e creativo importante, in quanto il risultato di questo esercizio potrebbero anche essere definito, nel peggiore dei casi, una semplice e innocua fantasia precauzionale. E come fantasia precauzionale è quantomeno utile ad assumere atteggiamenti prudenti, ad assumere iniziative prudenziali, così simili insomma a quelle dei suoi antenati.

Questo individuo così prudente, questo simpatico e prudente sospettoso, non è una anomalia nel panorama del genere umano, ma rappresenta piuttosto una forma di evoluzione appunto molto coerente con l'evoluzione precedentemente avvenuta del genere umano, genere a cui egli stesso appartiene a tutti gli effetti, e senza peraltro sfigurare.

Così la parola complottista dovrebbe essere ulteriormente aggiornata a nostro modo di vedere, e trovare nei vocabolari anche una accezione positiva che lo definisca come qualcuno che ipotizza e ipostatizza, che sospetta congiure e complotti anche perché è possibile che essi sussitano veramente e non solo perché, come vorrebbe qualcuno anzi, come vorrebbero molti, perché è ritenuto solo in grado di ipotizzare la sussistenza di complotti inesistenti frutto di una smodata fanasia.

Egli ipostatizzando rende reale l'ipotesi e ipotizzando rende noto che si tratta di cose appunto ipotizzabili da tutti, plausibili, pensabili da chiunque, non solo da chi poi può metterle effettivamente in pratica, ma con un po' di sforzo anche da te che lo apostrofi così dispregiativamente.