Per le tecniche miste su carta o altre tecniche che compaiono in questo Diario Elettronico firmate a nome Alessio, tutti i diritti sono riservati.







sabato 28 dicembre 2024

Favole esplicative

 Esopo con le sue favole esprime concetti a volte sorprendentemente moderni.

In genere si conoscono due o tre favole principali, ma vale la pena estenderne la conoscenza ad un numero maggiore. Anche se la favola è considerata un genere minore quasi indegno di essere accolto nella letteratura ufficiale, nonostante questo pregiudizio negativo, per la sua semplicità, spesso più di quest'ultima è in grado di centrare un problema e spiegarlo, fornendo al contempo un insegnamento pratico, ma anche strumenti concettuali utili per comprendere l'oggi ma anche per il domani. il fatto che venga giudicata erroneamente da destinare ai bambini, spinge molti a schivarle in età adulta, se non per leggerle ai più piccoli, il che rappresenta un errore, perché le mutate capacità di comprensione di un adulto rispetto ad un bambino, permettono un grado di comprensione maggiore. Così leggere uno stesso testo, con una 'precomprensione' aggiornata, diversa da quella con cui lo si è letto la prima volta, ci insegna l'ermeneutica, permette di coglierne degli aspetti che prima erano sfuggiti quasi del tutto. Bisognerebbe riscoprire il mondo delle favole, tra cui quelle di Esopo rappresentano certamente nella tradizione occidentale, quelle che hanno un posto d'onore. C'è n'è una che in passato ho citato spesso in questo Diario Elettronico, è la favola intitolata LA VOLPE SENZA CODA, che è servita da modello per l'idea dei 'consigli senza coda' che sono quei consigli dati a beneficio del consigliere stesso e non del consigliato, e questa stessa idea serviva per mettere in luce come anche gli Stati ricevano consigli di questo tipo. Ma naturalmente anche le singole persone possono riceverne. Con queste favole Esopo dimostra una grande conoscenza degli uomini, benché i protagonisti siano nella maggior parte dei casi animali, in alcuni casi però anche dei, ma pure oggetti o concetti. Queste favole esprimono una saggezza popolare collegata a un tempo passato, ma non per questo non possono essere attualizzate e, in ogni caso quando ci parlano delle caratteristiche umane, giacché anche gli animali sono sempre umanizzati, basti pensare al fatto che parlano o che pensano esattamente come gli uomini, quando cioè sottolineano talune caratteristiche prettamente umane, tipiche dell'essere umano, con i suoi pregi e i suoi difetti, descrivono un essere umano che è così anche oggi. Non è pertanto difficile quindi riuscire ad attualizzare, anzi, diviene piuttosto naturale. Ecco quindi che varrebbe la pena riscoprire queste favole e meditarle, renderle attuali, e applicarne gli insegnamenti per comprendere la società e il mondo attuali. Oggi che molti dei difetti dell'essere umano hanno raggiunto livelli impensabili, basti pensare alla psicopandemia che tanti danni ha inferto e continua ad infliggere ai cittadini di molte nazioni e dell'Italia in particolare, meditare sulla natura umana diviene indispensabile. Ci sono molti modi per meditare sulla natura dell'essere umano e sui suoi pregi e difetti. Alcuni possono risultare ostici, penso al campo filosofico per esempio, altri invece potrebbero essere più abbordabili e anche divertenti. In questo senso le favole sono estremamente funzionali, ed una riscoperta di questo mezzo, di questo strumento è pertanto auspicabile. Credo che il miglior modo di fruire delle favole sia quello della lettura diretta, riservandoci degli spazi quotidiani in cui aprire un libro in rilassatezza e cominciare a leggere, a bassa o ad alta voce.

mercoledì 27 novembre 2024

Sempre a proposito del digitalizzare

 Per un documento identitario personale, come una carta d'identità, una patente di guida, una tessera sanitaria, digitalizzazione e depersonalizzazione sono operazioni che coincidono, sono sostanziamente la stessa cosa, ma se depersonalizzi un documento personale è chiaro che c'è qualcosa di contraddittorio, qualcosa di sbagliato che si spinge oltre un confine che non deve essere oltrepassato.

 Est modus in rebus,

sunt certi denique fines quos ultra citraque nequit consistere rectum

Orazio

C'è quindi qualcosa che non torna, che non quadra. Sarebbe un po’ come debiancare il bianco, deverdizzare il verde, derossizzare il rosso, e via discorrendo. Significherebbe togliere alle cose il proprio significato, togliere la dimensione tautologica alle cose, e quindi al mondo stesso o, potremmo dire, significherebbe togliere senso allo stesso mondo del senso. Saremmo quindi di fronte ad una operazione antitautologica, che togliendo senso alle cose in sé, condurrebbe verso un mondo senza senso e questo ci sembra francamente abbastanza grave per non sottolinearne adeguatamente la dimensione critica. Perché la dimensione tautologica nei processi di 'significazione' è la prima, forse la più importante operazione. Ogni cosa è infatti innanzitutto, e prima di tutto, prima cioè di essere qualcos'altro, prima di essere metaforizzata in qualcos'altro, se stessa, ogni cosa è ciò che è. Semplice, potremmo dire anche ovvio, ma non banale, giacché mai la realtà è banale. Ora, si dice comunemente che la digitalizzazione serva per semplificare e per dematerializzare. Ammesso e non concesso che serva a questo, non è detto che sia sempre così, in tutti i casi. Impariamo per esempio dalla storia del lupo, della capra e del cavolo che devono essere portati sull’altra sponda del fiume da un uomo con in dotazione una piccola imbarcazione. Questo simpatico enigma di non difficilissima risoluzione ci spiega in sostanza che, nella fattispecie, non è semplificando che si ottiene il risultato positivo ma complessificando, non è togliendo ma aggiungendo operazioni da fare. Con questo non intendiamo dire che ogni complessificazione sia buona e positiva, anzi è probabile che nella maggioranza dei casi non sia così, per esempio l’idea dell’ufficio complicazione cose semplici è nota, è comune, e fa arrabbiare molti,non vorremmo essere fraintesi, tuttavia in certi ambiti, è effettivamente meglio spendere dell’energia aggiuntiva che risparmiarne, perché è questa spesa che fa la differenza, questo sforzo, è meglio fare un paio di viaggi aggiuntivi, mettiamo da una sponda all’altra di un fiume, come nello specifico di questo enigma, che risparmiarsi traversate, poiché in questo caso il risparmio, la semplificazione, corrisponderebbero al risultato negativo, quello nel quale uno dei componenti del gruppo mangia l’altro, mentre lo scopo è quello di farli sopravvivere tutti, sani e salvi, cosa peraltro possibile come dimostra la soluzione dell'enigma stesso. Del resto la complessa macchina umana è pensata per vivere in un mondo materiale, e deve spendere un certo tipo di energia per ottenere certi risultati.


Meriterà il nome di uomo e potrà contare su ciò che è stato preparato per lui, soltanto colui che avrà acquisito i dati necessari per mantenere indenni sia il lupo sia l’agnello che gli sono stati affidati.

Gurdijeff

E mantenere indenni sia il lupo sia l'agnello, e mettiamoci anche il cavolo, richiede un certo sforzo. Così, nel digitale, anzi, nella digitalizzazione o, per meglio dire, nella tanto decantata transizione digitale, non è la semplificazione che potrà mantenere in essere sia il lupo sia l'agnello, sia il cavolo che ci sono stati affidati, ma il mantenere la  proporzione tradizionale, il mantenere l' analogia, il non alterare le operazioni di tipo tradizionale, quelle che sono state acquisite col tempo, spesso non senza fatica e che altrettanto spesso, non senza fatica sono divenute diritti acquisiti, come quello di portare nelle proprie tasche e non nelle tasche di terzi, un documento identitario e di esibirlo fisicamente, analogicamente all'ufficiale preposto al controllo, solo nel momento in cui ciò è richiesto e lontanoda sguardi indiscreti. Sarebbe troppo semplice se la soluzione ad ogni problema dovesse derivare dalla digitalizzazione, anche perché questa, oltre a depersonalizzare le cose, anche i documenti personali, facendo perdere di senso gli stessi, acendogli perdere anche il proprietario, va purtroppo a coincidere molto spesso con la centralizzazione del potere, un potere di controllo notevole, potenzialmente illimitato, probabilmente eccessivo. Abbiamo già fatto notare in altri articoli che non è quello che ci veniva proposto nel trattato di Maascricht con la famosa idea della sussidiarietà, sembra anzi che ci sia stata una vistosa inversione di marcia rispetto a questa idea, inversione di marcia che per avvenire ha impiegato tre decenni, il che ha significato diluire le cose in modo tale da non rendere l'inversione di marcia stessa percepibile ai più, una sorta di tecnica della rana bollita avente lo scopo di farci dimenticare il concetto di sussidiarietà e al contempo di agire in direzione diametralmente opposta, un po' in sordina, surrettiziamente, verso cioè l'accentramento e non la periferizzazione del potere. 

Ci sono dei sistemi di sviluppo interiore dell'uomo che prendono in considerazione antiche leggi cosmiche universali, come quella denominata heptaparaparshinokh o semplicemente legge del sette, per cui i fenomeni non viaggiano naturalmente in forma lineare se in due fasi del processo di sviluppo del fenomeno considerato non intervengono due scosse esterne addizionali, che vadano cioè ad addizionarsi al processo e a dare energia nei punti di rallentamento e deviazione. Ecco ci sembra che nell'ambito dell'Ue, queste scosse esterne non siano purtroppo avvenute, in modo tale che così è avvenuta invece la deviazione dalla proposta iniziale. Così dall'iniziale idea di sussidiarietà si è passati con una certa nonchalance a quella di accentramento del potere nelle mani di pochi decisori politici.

 Se l'Ue è in crisi, e la Democrazia in essa sempre meno presente, ciò è dovuto largamente al fatto che certi princìpi fondativi della stessa sono stati del tutto disattesi, dimenticati, comunque annullati e sostituiti dalla tentazione di acquisire uno smodato potere personale, potere di controllo, potere che può essere anche conferito per l'appunto da una digitalizzazione prepotente, eccessiva e sbagliata, che non sappia rispettare i diritti acquisiti, vorremo dire, che non sappia rispettare il PRIMATO DEL DIRITTO. Perché il primato del diritto c'è, e dovrebbe imporsi, e tuttavia spesso non è così. Ma a chi giova quindi digitalizzare? A chi vuole aumentare il controllo sui cittadini naturalmente, e il controllo non serve per migliorare la sicurezza degli stessi, scusa sovente proposta, serve piuttosto a guardarli dall'alto al basso, a renderli succubi delle proprie iniziative, a renderli addirittura ricattabili, quindi praticamente sudditi inermi, o peggio schiavi. C'è una bella differenza tra l'essere cittadini del digitale e l'essere schiavi di esso, schiavi del digitale, cosa di cui abbiamo trattato anche nell'articolo precedente. 

Non possiamo chiudere gli occhi quindi di fronte al fatto che la transizione digitale, come forse tutte le transizioni di cui si parla smodatamente in questo momento storico, nasconda lati dubbi, equivoci, critici, sortisca nella fattispecie un effetto del genere, quello cioè della depersonalizzazione dei documenti personali con effetto estesamente antitautologico e che soprattutto dirige verso la centralizzazione del potere che con un semplice clic vuole arrogarsi il diritto di controllare da remoto ogni azione dei cittadini, ogni consenso collegato alla propria identità, ogni operazione bancaria, sanitaria, ma anche la semplice spesa, nei negozi, nei supermercati, e via discorrendo, potendo interferire in ogni momento, e potendo potenzialmente bloccare qualunque operazione e chiunque a proprio piacimento. 

Dematerializzare poi, non è sempre l'operazione migliore da fare, neanche la più conveniente, forse neanche la più ecologica, ma potrebbe coincidere semplicemente con un tipo di operazione che è conveniente solo ad un certo tipo di potere che al libero mercato preferisce i cartelli, le ideologie, un potere tendenzialmente dispotico, forse anche dittatoriale.  

Non possiamo chiudere gli occhi di fronte al fatto che dietro al falso mito di progresso della digitalizzazione, e della tanto decantata transizione ecologica, si nascondano lati poco chiari, equivoci, e fors'anche una irrefrenabile volontà di potenza, una spasmodica voglia accentratrice di potere. E ovviamente, è del tutto lapalissiano affermare che dittatura non è Democrazia, ma noi dobbiamo ripristinare alti livelli democratici in Occidente, non le dittature. Non vorremmo proprio che l'Europa dei popoli, si trasformasse nell'Europa sì, ma dei popoli schiavi del digitale.

sabato 26 ottobre 2024

Portafoglio digitale e TECNOFEUDALESIMO

 Consideriamo innanzitutto che la Costituzione vuole i cittadini liberi e non schiavi, creare schiavi è contrario ai princìpi costituzionali, così, parimenti creare schiavi del digitale è contrario a quegli stessi princìpi. E se creare sudditi o, peggio, schiavi del digitale è incostituzionale, nessuno strumento digitale che vada nella direzione di ledere la libertà dei cittadini dovrebbe essere implementato. Ora si fa un gran parlare del Portafoglio digitale, se ne parla come di una grande conquista, e se ne nascondono i lati dubbi, equivoci, critici, che ci sono. Infatti i documenti come le carte d'identità, le patenti di guida, la tessera sanitaria, sono documenti che hanno la caratteristica di essere personali, e questa caratteristica è ben mantenuta finché essi sono materiali, ma nel momento in cui si dematerializzano, nel momento in cui cioè si digitalizzano, nel momento in cui diventano numeri, codice, perdono questa  caratteristica e diventano in un certo senso impersonali o, meglio, depersonali, depersonalizzati, pur mantenendo dati sensibili del tutto personali. Siamo di fronte ad una grande stranezza, a un paradosso. Potremmo dire, per farci comprendere meglio, che una volta digitalizzati questi documenti finiscono nelle tasche di terzi, i quali possono concedertene l'uso così come negartelo. Ecco che un documento personale con dati sensibili personali, utili a salvaguardarti, diventa uno strumento potenzialmente utile a ricattarti perdendo la possibilità di salvaguardarti. Hai fatto quel che ti avevo chiesto? Se sì, bene, ecco il tuo documento o, meglio, ecco uno dei miei numerosi documenti, quello tra i miei numerosi documenti che contiene i tuoi dati, te ne concedo l'uso perché sei stato bravo. Se invece non hai fatto quel che ti avevo detto ecco, non bene, non so se te ne concederò l'uso.

È molto importante comprendere questa coincidenza tra digitalizzazione e depersonalizzazione dei documenti personali, identitari, che implica l'ingresso di terzi nella gestione di qualcosa che era sempre stato di uso personale. Con questo processo di digitalizzazione i documenti possono essere gestiti e disabilitati da remoto. Non vorremmo neanche farci mancare l'occasione di far notare come la depersonalizzazione sia una delle conseguenze di certi tipi di tortura, di un atteggiamento persecutorio cioè che produce intenzionalmente disturbi psichici, forse non è un caso. In effetti il disturbo della depersonalizzazione consiste in persistenti sensazioni di essere distaccati o dissociati dal proprio corpo o dai propri processi mentali, di solito si accompagna alla sensazione di essere un osservatore esterno della propria esistenza, un po' come sarebbe costretto a fare chi vedendosi costretto a non poter utilizzare un certo tipo di documento personale, che è stato debitamente depersonalizzato, si trovasse di fronte ad uno sportello, magari per prelevare soldi in contanti, operazione che era abituato a gestire autonomamente in totale sicurezza, e che adesso invece necessita di un consenso, quello di un arbitrario tutore, consenso forse negato per un qualche tipo di presunta inadempienza. Potremmo anche notare a questo punto, quanto tutto ciò sia lontano dall'applicazione del concetto di sussidiarietà, quello con cui, per esempio, molti stati sono stati attirati nell'Unione europea. Non c'è niente di più lontano da questo concetto, qui siamo al massimo della centralizzazione, della concentrazione del potere che si arroga il diritto di gestire i tuoi documenti, mentre l'applicazione del concetto di sussidiarietà dovrebbe sortire l'effetto esattamente contrario, quello di periferizzare il potere al massimo grado, ad un grado suscettibile di raggiungere i singoli cittadini, cioè il massimo della periferia, sulla base di un rapporto di fiducia, in base e in ossequio al quale ti viene lasciata ogni possibilità di uso dei tuoi documenti senza interferenza alcuna. In un contesto nel quale sussiste la sussidiarietà, il potere politico non fa la posto tuo ciò che tu puoi fare autonomamente. Se invece il potere si arroga appunto il diritto di interferire nelle tue operazione la sussidiarietà è sostanzialmente abolita, bandita, il che significa che viene bandito uno dei principi cardine sul quale si impostava per esempio il trattato di Maastricht, trattato fondativo dell'Unione europea. Sono passati trentadue anni, e sono stati sufficienti a svoltare di centottanta gradi e andare nella direzione diametralmente opposta, questo per seguire il falso mito di progresso della transizione digitale. Se il digitale chiude strade, impone percorsi obbligati e controlla ogni tuo movimento, non solo bandisce la sussidiarietà, ma si dirige oltretutto verso modelli dispotici, di ipercontrollo dei cittadini, di ricattabilità degli stessi, che preludono al TECNOFEUDALESIMO.

sabato 28 settembre 2024

Schiavi del digitale nel Tecnofeudalesimo

Dallo stato di emergenza sanitaria ai fondi recupero, e poi al PNRR, il famoso Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza.
Col PNRR arrivano soldi anche alla Scuola che devono essere spesi e non mancano i suggerimenti ovviamente. Se vuoi condizionare una istituzione come quella scolastica elargire soldi con l’obbligo di spenderli è un sistema infallibile. Che poi questi soldi vengano spesi per corsi sulla digitalizzazione, sulla transizione digitale, sull’Intelligenza Artificiale proprio quella che cerca di sostituirsi agli insegnanti, come dimostrano talune iniziative recenti, spiega bene il perché dell’elargire i fondi, lo scopo ultimo di chi li elargisce, acquisire un potere di ricatto rispetto al corpo docente, per esempio. E la scuola purtroppo non sembra capace di accorgersene né quindi di approntare dei correttivi opportuni. Immagino il gusto di chi vede come ci si stia adoperando per la propria autodistruzione, un po' come la famosa immagine del tacchino che ringrazia il giorno del Ringraziamento, c'è chi prova una cinica soddisfazione nel guardare da lontano certe scene. Niente ormai nella scuola origina dal basso, tutto è imposto dall’alto, un'altra conquista delle verticalizzazioni del potere che sempre purtroppo si accompagna all’autoritarismo. Insomma, a ben guardare la pandemia sembra alla scaturigine di molti effetti negativi, sembra una sorta di peccato originale dal quale è difficile liberarsi. Senza di essa non ci sarebbe stata la chiusura di migliaia di imprese cioè, in fondo, la crisi economica, quindi non ci sarebbero stati i fondi recupero, senza i fondi recupero non ci sarebbe stato il Pnrr, e la Scuola non avrebbe avuto fondi che è obbligata a spendere. Senza l'obbligo di spesa i progetti hanno uma maggiore possibilità di originare dal basso, de vere esigenze contestualizzate, con l'obbligo invece è giocorfa subire l'iniziativa dall'alto, a cui è certamente difficile dire no, per tutta una serie di ragioni anche psicologiche. E gli effetti sono devastanti, sia nel particolare, cioè a dire nel 'microcosmo Scuola', sia in generale nella società italiana, ma anche europea, perché queste dinamiche a dirla tutta sembrano andare incontro a politiche autoritarie, e guardando gli effetti, alla demolizione della classe media, tramite per esempio la sostituzione di manodopera, di servizi e funzioni, attraverso la robotizzazione, la digitalizzazione e l'Intelligenza Artificiale, proprio quelle il cui studio i fondi incentivano, per condurci rapidamente verso uno stato di ricattati perenni, e quindi in sostanza verso l'istituzione di un tecnofeudalesimo, cioè di una conformazione della società simil feudale. In questo neo mondo similfeudale pochissimi detengono grandissime ricchezze e potrebbero quindi essere paragonati ai feudatari di un tempo, e moltissimi detengono pochissimo o non detengono niente, e potrebbero quindi essere benissimo paragonati ai servi della gleba di un tempo e subire ogni iniziativa che procede dai primi. Con l'aggravante però che nel medioevo, vera sede storica del feudalesimo,come tutti sanno, il digitale non c'era, mentre oggi c'è e vuole farci sentire tutti i suoi effetti negativi, dalla sostituzione dei lavoratori, alla creazione di percorsi obbligati che rendono i cittadini dei criceti costretti a passare dove vuole il padrone perché i percorsi tradizionali non ci sono più, all'essere costretti ad esibire una certificazione verde per prendere un caffè o peggio, per lavorare, che al caffè si potrebbe anche rinunciare volendo ma al lavoro, su cui è fondata la nostra Repubblica, no. Insomma il tecnofeudalesimo propone una società in cui le classi sociali sono ridotte ai soli feudatari e servi della gleba, dove la forbice della diseguaglianza ha raggiunto il massimo, il parossismo, dove quindi la società non è scalettata, non ha passaggi graduali, e l'ascesa e la discesa che rendono dinamica e viva una moderna socità democratica non è possibile, e dove il potere è nelle mani dei primi e si esercita anche con tutto il potere escludente del digitale, controllando i cittadini neo servi della gleba ad ogni passo, in ogni istante, e negando per esempio il consenso da remoto a operazioni che ancora oggi, per il momento, bisogno di questo consenso non hanno. E quel che è peggio, è che la negazione di taluni consensi da remoto potrebbe avvenire per puro capriccio. I diritti sarebbero a forte rischio, e quindi ovviamente anche lo Stato di diritto, quello su cui la nostra società dice di essere fondata.

Si pone la questione oggi di cosa si vuole essere, se essere sudditi, o peggio, schiavi del digitale, oppure cittadini del digitale. I sudditi o schiavi del digitale sono quelli a cui il digitale stesso ha tolto possibilità, strade, scelte;  i cittadini del digitale sono quelli a cui il digitale ha offerto nuove possibilità, nuove strade, nuove scelte che si sommano a quelle tradizionali. In questo secondo caso sarebbero i cittadini stessi ad andare gradualmente verso il digitale,in modo spontaneo, se esso offrisse veramente dei vantaggio, il passaggio dai sistemi tradizionali a quelli digitalizzati sarebbe graduale, questa gradualità offrirebbe tempo,per l'adattamento ma anche per la meditazione, la percezione e il rilevamento delle criticità collegate al digitale stesso, in modo da apportare eventualmente dei correttivi, per ovviare ai problemi, e fare aderire la digitalizzazione a buoni livelli democratici. Esistono infatti delle priorità, dei primati, per esempio la conquista della Democrazia, il primato di essa, che devono essere rispettati, e devono rappresentare gli strumenti con cui la digitalizzazione viene gestita, plasmata, devono essere gli strumenti che delimitano il perimetro e i modi con cui il digitale può esprimersi e albergare nel nostro mondo. Altrimenti il rischio dell'affermarsi di un tecnofeudalesimo si farebbe purtroppo molto concreto.

venerdì 2 agosto 2024

Come difendersi dalla cultura della divisione in compartimenti stagni?

 Abbiamo accennato nell'articolo precedente al fatto che alcune dinamiche in corso nel mondo occidentale in generale e in Europa in particolare sono capaci da sole di determinare notevoli contrazioni democratiche e vistosi arretramenti sociali. Abbiamo indicato tra queste dinamiche quelle inerenti la cultura della deresponsabilizzazione, la verticalizzazione del potere e, cosa di cui vorremmo trattare adesso, la cultura della divisione in compartimenti stagni. Alla domanda del titolo potremmo rispondere subito, che da quella cultura ci si difende con la cultura interdisciplinare, e non sbaglieremmo. Ma cerchiamo di capire meglio che cosa sia e come funzioni la cultura della divisione in compartimenti stagni. Se un ambito culturale è aperto, anche alle critiche, esso si arricchisce, se invece è chiuso, diveta cioè per così dire a tenuta stagna, esso diviene autoreferenziale, e consuma la sua ragion d'essere in un circolo limitato. Non è bene quindi che un ambito culturale si isoli dagli altri, e questo dovrebbe essere qualcosa di cui si dovrebbe essere consapevoli, ed anzi, essendo una opinione di buon senso, e nemmeno nuova, dovrebbe essere pacifico che un isolamento non sarebbe positivo. Eppure delle dinamiche in questo senso ci sono e sembrano giungere più dalle tecniche del corporativismo settoriale che non dal mondo della cultura, anche quando l'ambito di appartenze è quello della scienza, in generale, e della medicina in particolare. A che pro rendere il proprio comparto a tenuta stagna?

Abbiamo assistito durante il periodo di emergenza sanitaria, al tentativo, purtroppo riuscito, di imporre un'unica visione sulla 'questione pandemica' con la conseguente offerta di un'unica soluzione al problema. Per giungere a tanto si sono sommati errori su errori, e un tipo di informazione poco critica ha contribuito a creare il clima 'giusto' per fare accettare questa unica soluzione.

Durante il periodo di emergenza sanitaria, ogni decesso veniva indicato come 'decesso covid' come a dire che poteva sussistere un'unica causa. Teniamo presente questa circostanza per comprendere bene il ragionamento che segue.

Supponiamo che un cittadino possieda una Enciclopedia Medica e cominci a leggerla sulla scorta del fatto che desidera incrementare il proprio sapere in ambito medico, anche stimolato dal fatto che, di questo è stato convinto, c'è una pandemia in corso. Ecco, non passerrebbe molto tempo dall'inizio della lettura che si troverebbe a leggere informazioni sulle cause delle malattie. Apprenderebbe ben resto che le cause di malattia possono suddividersi in determinanti e coadiuvanti, in necessarie e favorenti, in dirette e indirette, in sufficienti e insufficienti. Apprenderebbe la nozione di costellazione di cause, per una sola malattia. Se un decesso è dovuto a molteplici malattie, potremmo affermare che ci sono costellazioni di cause a determinarlo. Ora, l'immediatezza con cui si classificavano i decessi come covid, comincerebbe a risultare sospetta, troppo veloce e troppo superficiale.

Una persona anche senza una laurea in medicina, per il solo fatto di possedere una Enciclopedia Medica e di leggerla, è entrata in possesso di nozioni, anche se non certificate ufficialmente da un documento, nozioni peraltro neanche troppo specifiche, quanto piuttosto generiche, di ambito medico, che gli permettono di sollevare dubbi legittimi sul modo con cui vengono catalogati i decessi.

In un eventuale dibattito televisivo non sarebbe mai tenuto in considerazione, non facendo parte del comparto medico, non avendo una laurea in questo settore. Per far capire come funziona la tenuta stagna, immaginiamo che un medico laureato, che si fregia dunque legittimamente di questo titolo, o un politico che si occupa politicamente di questioni sanitarie, potrebbero mettere presto a tacere una persona che si è formata una propria opinione studiando su di una Enciclopedia Medica, semplicemente sottolineando il fatto che quella persona non ha un laurea medica di nessun tipo. Per caso lei ha una laurea per parlare di questi argomenti? Ecco una domanda tipica di chi chiude il compartimento e lo rende stagno, impermeabile alle osservazioni scomode. E l'intento sembra proprio essere quello di evitare osservazioni scomode.

Penso che si debbano tenere presenti alcuni concetti generali. Intanto qualsiasi persona ha il diritto di esprimersi su qualsiasi argomento; chi ha una laurea ha il diritto di fregiarsi del giusto titolo ed ha certamente una pertinenza certificata nell'argomentare su questioni di sua competenza, pertanto ben vengano le lauree; ma una persona che non ha una laurea in medicina non significa che non abbia acquisito nozioni o competenze in quel settore; è legittomo pensare che quando si tratta di informarsi su questioni mediche sia bene informarsi interloquendo con medici competenti e dalle competenze certificate; tuttavia non è da escludersi che una persona anche se non è laureata in medicina abbia su determinati argomenti di medicina delle competenze, anche se non certificate, che gli permettono di argomentare legittimamente, anche con i medici.

Per queste ragioni chiudere il compartimento e renderlo stagno non è mai bene. Insomma  sembra di poter ritenere che la cultura della divisione in compartimenti stagni abbia come obiettivo quello di rendersi impermeabile alle critiche, anche in ambiti dove il dubbio diviene metodo, come nell'ambito medico e scientifico perché l'atteggiamento del ricercatore deve sempre essere quello di chi mette in dubbio le proprie certezze cercando deliberatamente confutazioni alle proprie tesi. Come possiamo notare invece, la cultura della divisione in compartimenti stagni, è utilizzata proprio per evitare la confutazione delle proprie tesi, cioè per inficiare alla radice un metodo che dovrebbe proprio essere quello scientifico, quello che sta alla base delle proprie competenze. Potremmo anche affermare che questo tipo di cultura, svolga la funzione di evitare controlli, che invece devono sempre poter sussistere. Mi isolo per non essere controllato, se non eventualmente da miei pari, ma così si rischia di divenire, come abbiamo accennato, autoreferenziali e soprattuto senza controlli esterni, che sempre dovono poter sussistere.

Per contrastare questa cultura, che finirebbe per inficiare proprio i metodi scintifici, è necessario adottare e quindi opporgli la cultura interdisciplinare, che apre gli ambiti gli uni agli altri. Ma anche una modesta cultura del rispetto della persona o una cultura modestamente giuridica, quella del rispetto del diritto di opinione, potrebbe riuscire ad affiancarsi a quella interdisciplinare per contrastare potenziali chiusure deleterie.

I danni di queste chiusure li abbiamo visti con i nostri occhi e sono stati notevoli e sono ancora in corso.

Riconoscere chi adotta la cultura della divisione in compartimenti stagni non è difficile. Se una persona ti chiededesse se per caso tu possieda una laurea che ti conferisce il diritto di argomentare su di una certa questione, è una indicazione abbastanza precisa del fatto che ci si trovi dinanzi a qualcuno che è un adepto di questa cultura e che forse ha ricevuto precise istruzioni per diffonderla a macchia d'olio. Ne emerge subito una assenza del rispetto dell'interlocutore, un tentativo di intimidazione, nonché una confusione giuridica, perché si confonde diritto di esprimersi, che c'è sempre, a prescindere da diplomi o lauree, e pertinenza nell'esprimersi che solo questa potrebbe eventualmente essere fatta oggetto di discussione. Infatti una persona non laureata in medicina è del tutto evidente che potrebbe esprimere dei giudizi non pertinenti, ma prima di giudicarli tali bisognerebbe aspettare che eserciti il sacrosanto diritto di esprimerli questi pensieri, questi concetti. Se poi la persona studia per conto proprio, come nel caso della persona che legge l'Enciclopedia Medica, potrebbe non solo fare delle osservazioni pertinenti, ma addirittura dirimenti, potrebbe cioè contribuire fattivamente e concretamente ad inquadrare il problema nella giusta direzione. Sollevare dubbi su troppo facili e veloci attribuzioni di cause di decessi ad agenti patogeni, senza considerare che le cause dei decessi potrebbero avere molteplici origini e potrebbe derivare dalla somma di molte malattie, e che una sola malattia può essere determinata da una costellazione di cause, non è un esercizio che non abbia un qualche senso, e potrebbe appunto riusicre a contribuire ad una migliorata visione della situazione in corso, in una ipotetica pandemia.

Non è necessario avere una laurea per leggere una Enciclopedia Medica ed entrare in contatto con certe nozioni, è sufficiente saper leggere ed è questa una cosa che si impara nella Scuola Primaria, e se chi è laureato sfortunatamente se le dimentica, non è male che gli vengano ricordate, ciò svolge una funzione di stimolo e di controllo e non credo ci sia bisogno di ricordare che la funzione del controllo in una Democrazia compiuta è una delle funzioni di maggiore importanza. Se la cultura della divisione in compartimenti stagni impedisce stimoli e controlli, è una cultura negativa, antidemocratica, sbagliata che non può fare del bene alla nostra società e che pertanto deve essere contrastata. Impariamo intanto a sapere che c'è, impariamo a saperla riconoscere, e poi impariamo a contrastarla anche ribadendo alcuni semplici concetti, cioè che il diritto di parola e di esprimere libere opinioni sussiste sempre, che la cultura dell'inerdisciplinarità apre gli ambiti a preziosi confronti, e che il pensiero divergente stimola il pensatore a trovare moltelici soluzioni ad uno stesso problema.

Queste osservazioni che abbiamo svolto, non sono da intendersi minimamente contro il comparto medico, né contro i medici o altro personale sanitario, al contrario, sono osservazioni che vanno precisamente a tutela di essi e del comparto a cui essi stessi appartengono, perché la tutela della libera espressione, la tutela degli strumenti del controllo, nonché quella della Democrazia in genrale, non può che rappresentare una garanzia per tutti, ivi compresi i medici che, se supportati da adeguati strumenti, verrebbero tutelati da eventuali ulteriori obblighi di inoculazione che potrebbero giungere, che le inoculazioni devono sempre essere libere e non obbligate. Anche in questo caso, come nelle osservazioni inerenti alla digitalizzazione, il principio cardine è sempre quello della libera scelta e non dei percorsi obbligati.

C'è un'ultima osservazione che vorremmo fare prima di concludere, ed è quella relativa alle piattaforme sociali nelle quali libere persone esprimono liberi pensieri. Questo esercizio di libertà è importante per la Democrazia, proprio perché contribuisce a contrastare la cultura della divisione in compartimenti stagni dando a ciascuno il diritto di opinare su questioni che sono opinabili e che tali devono essere e rimanere a prescindere dal possesso di diplomi o lauree.

Come abbiamo visto, dare voce ai soli 'esperti' non è sempre una buona cosa, porebbero dimenticarsi nozioni che si trovano nelle prime pagine delle Enciclopedie Mediche e questo non è un bene. Se talune iniziative per il controllo delle piattaforme sociali, col pretesto di contrastare la disinformazione, finiscono per contrastare chi contrasta la cultura della divisione in compartimenti stagni, così pericolosa e deleteria, non svolgono una funzione sociale per il bene dei popoli e il miglioramento della società ma quella di una censura interessata e rischiano proprio di favorire la chiusura dei compartimenti, e la creazione di 'gruppi di sapienti' che potrebbero essere tentati dal creare un 'cartello culturale' che incentivi la dimenticanza di certe nozioni, spesso basilari, per favorire una miope visione su dinamiche anche importanti come quelle di una pandemia, per risolversi a suggerire una sola soluzione in luogo di molte che invece potrebbero essere possibili. Per cui è necessario definire bene che cosa sia 'disinformazione' prima di procedere a silenziare utenti, a intimidirli, utenti che stanno solamente esprimendo liberamente la propria opinione e che potrebbero proprio per questo creativamente contribuire al concorso di idee, utili per individuare quelle possibili molteplici soluzioni che potrebbero sussistere e che nella maggioranza dei casi effettivamente sussistono. Esiste da sempre un potere che non ama il libero pensiero, è un potere dispotico che sfrutta la verticalizzazione per stare lontano da quel popolo di cui chiede i voti, ma su cui poi esercita uno striungente controllo, tuttavia quella relativa alla verticalizzazioni è una questione che potendo, affronteremo in un'altro momento. Per il momento ci limitiamo ad osservare un legame che le verticvalizzazioni del potere hanno con la divisione in compartimenti stagni, derivante dal fatto che se chiudi i compartimenti e li rendi stagni, essi possono entrare in contatto solo attraverso il tramite di chi li domina, per così dire, dall'alto, ed è chiaro quindi che le verticalizzazioni siano molto funzionali a questo scopo, allo scopo cioè di dominare dall'alto i vari compartimenti, che si sono indeboliti dall'autoisolamento e che non parlando tra di sé, prestano il fianco a farsi dirigere da chi li può osservare tutti, ma la condizione indispensabile perché essi siano tutti osservabili è proprio quella di stare in alto. Naturalmente l'esercizio del dominio dei compartimenti dall'alto potrebbe avvenire in modo non equilibrato, non imparziale e potrebbe immettere nella società dinamiche arbitrarie e ingiuste.

mercoledì 31 luglio 2024

Digitalizzazione e Democrazia

Nel mondo di oggi assistiamo ad un incremento del fenomeno della digitalizzazione. Questo incremento fa nascere molte domande, alle quali sembra urgente dare delle risposte. In che rapporto sta questo processo di digitalizzazione con la Democrazia? Ecco una domanda che riteniamo abbastanza interessante. Abbiamo la sensazione che molto spesso nell'avanzamento della digitalizzazione non si tenga conto di questo rapporto

In questo caso il rischio è quello di vedere contrarre i livelli democratici nella società. Quando il digitale sposa dinamiche che si muovono in contrasto con la Democrazia rischia di accelerare enormemente il processo di contrazione democratica, a dei livelli che per noi oggi sono ancora impensabili per quanto qualcuno li intuisca.

Ma quali sono queste dinamiche a cui il digitale potrebbe sposarsi?

Cultura della deresponsabilizzazione, cultura della divisione in compartimenti stagni, verticalizzazione del potere, con conseguente allontanamento sociale dalla popolazione, sono dinamiche già di per se stesse tutte suscettibili di determinare notevoli contrazioni democratiche e consistenti retrocessioni sociali e civili. Potrebbe risultare di un qualche interesse far capire come l'intreccio di queste col digitale farebbe aumentare esponenzialmente i rischi di una contrazione democratica.

Ci viene incotro, in questo senso, una recente esperienza a fare da scuola, e magari non avesse mai avuto modo di venirci incontro, significherebbe esserci risparmiati momenti veramente difficili, momenti di contrazione dello stato di diritto, momenti di prevaricazione, di ingiustizia. 

Durante il regime di emergenza sanitaria non c'è alcun dubbio che la cultura della divisione in compartimenti stagni abbia giocato un certo ruolo. Attraverso di essa si è cercato di mettere a tacere un numero consistente di domande legittime e di legittime perplessità, espresse da individui anche dotati di una certa cultura, ma in altri casi anche semplicemente dotati di buon senso, profani di molte questioni relative alla medicina ma dotati comunque di buonsenso appunto, persone semplici a cui non si voleva concedere il diritto di esprimere dubbi, intanto perché non facenti parte del compartimento stagno della medicina, poi perché gli scienziati patentati avevano già sentenziato che l'unica strada per uscire dal labirinto dell'emergenza sanitaria era il "vaccino" mentre erano in corso numerosissimi fenomeni di guarigione dovuti ad una precoce assunzione di antinfiammatori secondo determinati protocolli che funzionavano benissimo e che funzionano benissimo anche oggi. In quest'ultimo caso vi erano medici che si esprimevano in senso contrario ad altri medici, e in senso contrario a quanto le televisioni proponevano attraverso un certo limitato numero di figure di riferimento, numero limitato che però garantiva una sorta di onnipresenza pervasiva. E l'informazione corrente non permetteva a quei medici dotati di proposte alternative e sensatissime di esprimersi adeguatamente. Se non veniva permesso a dei medici di esprimersi liberamente in un bilanciato dibattito, figuriamoci a delle persone che non appartenevano al 'compartimento medicina' che venivano subito etichettate come incompetenti anche quando esprimevano opinioni del tutto ricalcabili e assimilabili a quelle dei medici dissidenti, che del compartimento medicina evidentemente erano, e sono, una componente legittima a tutti gli effetti e sotto tutti i punti di vista. Quella che possiamo definire una tendenza a mettere a tacere l'interlocutore, a marginalizzarlo quando esprimeva una opinione diversa da quella che proponeva l'informazione corrente, è tutto sommato analoga alla tendenza, ed ecco che compare il digitale, a marginalizzare l'individuo attraverso dispositivi elettronici, digitali, sotto forma per esempio di certificazioni, dette certificazioni verdi covid, tessere che avevano il compito di stabilire quale cittadino avesse il diritto a partecipare al lavoro, a frequentare ceri ambienti, a spostarsi, insomma, ad esercitare certi diritti, tutto in base ad un segno verde di spunta, un semaforo verde, che si accendeva quando si era dimostrato di avere certi requisiti, quando si era dimostrato, o così si pensava, di non avere quel famigerato agente patogeno, il sars cov due, in circolo nell'organismo, tutto attraverso sistemi diagnostici molto opinabili, tanto opinabili che nemmeno l'OMS ha potuto astenersi dal sottolineare il fatto che la reazione a catena della polimerasi, uno dei sistemi diagnostici più in voga in quel momento, doveva effettuarsi abbassando i cicli di amplificazione per non confondere presenza del virus e rumore di fondo. Confusione che invece c'è stata ed ha continuato ad esserci, confusione tra presenza del virus e rumore di fondo che probabilmente c'è anche adesso, oggi, nonostante l'invito dell'OMS del dicembre 2020. abbastanza precoce tuittosommato, e nonostante il fatto che molti di quelli che si affidavano a questo tipo di diagnostica manifestassero devozione nei confronti di questo organismo, salvo fare all'occorrenza, a quanto pare, delle debite e vistosissime eccezioni. 

Naturalmente, in ogni caso, c'era una semaforo verde sempre acceso per chi aveva optato per l'inculazione e non aveva bisogno, secondo lo scientismo imperante, di sottoporsi a reazioni a catena della polimerasi. In questo caso il problema degli alti cicli di amplificazione e del relativo rumore di fondo era risolto alla fonte.

Oggi che Robert Redfield, direttore dei CDC dal 2018 al 2021, durante l’audizione dell’undici luglio dell'anno corrente, alla Commissione per la sicurezza interna e gli affari governativi del Senato sulla supervisione governativa della ricerca sui virus ad alto rischio, negli USA, ha confermato i pericoli dei “vaccini” nRNA contro la covid definendoli nientemeno che tossici, qualcuno sta per caso pensando che quel famoso semaforo verde delle certificazioni verdi covid si era costantemente acceso per degli individui che hanno rischiato di intossicarsi e che, anzi, si sono iniettati sostanze tossiche per davvero?

E qualcuno sta pensando che quel semaforo verde era cpstantemente acceso per degli individui che non avevano minimamente la certezza di essere immuni in mezzo ad altri immuni, contribuendo ad una maggiore diffusione del patogeno per una falsa sensazione di sicurezza tutta politica e niente affatto scientifica?

Adesso che si sta dimostrando con sempre maggiore evidenza e con una crescita numericamente importante degli individui che ne sono consapevoli, che le cerficazioni non assicuravano di trovarsi tra persone incapaci di trasmette il virus, si è disposti a riconoscere che la tecnologia digitale collegata all'uso di quelle certificazioni non ha incrementato né la sicurezza né i livelli di Democrazia nel nostro Paese, e neanche negli altri? Perché se si è disposti a riconoscerlo, da una esprienza negativa si possono ricavare dei dati suscettibili di evitare il riproporsi degli stessi errori, altrimenti se non si è disposti a riconoscerlo sussiste sempre il rischio di una riproposizione degli stessi errori.

In ogni caso si dimostra come la cultura della divisione in compartimenti stagni, servisse solo a far tacere opinioni che oggi sono addirittura molto accreditate, e sono accreditate da figure di primissimo piano come Robert Redfield stesso, appunto, ma anche da Istituti come il Robert Koch Institute, in Germania, che non ha mai avallato la tesi della 'pandemia dei non vaccinati' per quanto qualcuno avesse quasi fatto pensare il contrario, cioè che la stesse avallando, a dimostrazione del fatto di quanto sia facile manipolare l'informazione e creare false credebze e false tesi non scientificamente dimostrabili, facendo credere alla pubblica opinione che taluni autorevoli Istituti le condividessero, le avallassero, proprio per conferire un'aura di scientificità altrimenti difficilmente indossabile.

Come possiamo notare il fenomeno della digitalizzazione non viaggia da solo e si associa ad altre dinamiche. Possiamo affermare che quando si associa a dinamiche in cui si cavalca una tesi pseudoscientifica, fatta passare per altamente scientifica, esso si dispone a togliere spazi di libertà ai cittadini, a marginalizzarli, a ghettizzarli potremmo dire. E sappiamo bene dalla storia che cosa significhi il fenomeno della ghettizzazione e a quali esiti può portare. Probabilmente il fatto che qualcuno stesse caldeggiando l'idea di creare dei campi di concentramento covid non è del tutto avulsa da un tipo di influenza similnazista e siccome l'occasione fa l'uomo ladro, qualcuno che riteneva i tempi sufficientemente maturi per uscire allo scoperto, si è lanciato in simili ipotesi, per riaffermare l'esattezza della famosa espressione popolare.

Per difenderci da tutto questo occore fare tesoro dell'eseperienza. 

C'è un primo atteggiamento qundi che dovremmo subito fare nostro e di cui dovremmo incentivare la diffusione, ed è quello di non considerare il digitale e la digitalizzazione sempre e solo un fenomeno positivo a prescindere, perché la digitalizzazione può portare ad esiti nefasti per la vita democratica se si associa a fenomeni di eccessivo controllo della popolazione, anche quando sembra, in un primo momento, che si sposi alla scienza, salvo poi scoprire che il matrimonio non era con la scienza ma con lo scientismo, con il dogmatismo che si fregia dell'apparente scintificità, non certo della vera scienza.

Sarebbe già molto se si affermasse la piena consapevolezza che digitalizzazione potrebbe voler dire anche regresso sociale e politico, regresso democratico.

Se il digitale è uno strumento, esso può essere usato per il bene o per il male, per includere o per escludere. C'è un solo modo quindi per evitare che la digitalizzazione vada nella direzione del regresso politico, sociale e democratico, ed è ribadire che è necessario RIPRISTINARE IL PRIMATO DELLA DEMOCRAZIA!!! Ripristinare il primato della Democrazia significa riconoscere che essa è una conquista che sta prima, che precede il fenomeno del digitale su larga scala, e che il digitale deve muoversi all'interno delle direttrici che la Democrazia traccia ed ha già tracciato. Abbiamo invece l'impressione che talvolta, sfruttando il potere di incantare il pubblico che il digitale ha, si cerchi di diffondere pratiche, abitudini, stili di vita che poi creano consuetudini le quali vengono sfruttate come fonti del diritto per giungere a 'normalizzare', quelle stesse pratiche, le quali però si erano spinte magari oltre un certo limite, sfruttando anche l'assenza di normativa, per creare precedenti che poi vanno a detrimento, una volta normalizzati della stessa Democrazia. Non accettare in sede parlamentare alcuni emendamenti perché l'algoritmo adottato non prevedeva la possibilità di gestire quelle informazioni, significa concedere al digitale degli spazi che vanno a contrarre la stessa iniziativa politica in generale e di rappresentanza politica dei cittadini, significa mettere una macchina a governare al posto della mente umana, significa sostituire l'uomo con un algoritmo, con qualcisa cioè che lo dovrebe aiutare, non ostacolare, che cosa potrebbe andare storto?

Se la Democrazia è importante, ciò si deve dimostrare sprattutto nelle sedi in cui essa trova il suo massimo esercizio. Se la Democrazia è importante e costituisce un primato, questo primato deve essere rispettato, e non deve essere vissuto come la maglia stretta che il potente, luminoso e muscoloso digitale non riesce ad indossare. Se viviamo in un mondo informatico, vogliamo che sia democratico.

Se la digitalizzazione può essere utile, dobbiamo adoperarci per far sì che questa utilità non vada a detrimento della Democrazia, e una via per fare in modo che questo non accada è lasciare che il cittadino vada spontaneamente al digitale, senza forzare le tappe, senza costringerlo al digitale. Insomma il digitale deve essere un scelta libera, spontanea, ma perché sia effettivamente tale, perché sia effettivamente una scelta libera e spontanea, è necessario lasciare aperti anche gli altri canali, i canali analogici, senza forzature di sorta. In pratica, il cittadino forzato al digitale è meno libero e la Democrazia si contrae; un cttadino invece a cui oltre ai canali tradizionali viene data la possibilità di sfruttare anche il digitale come strumento aggiuntivo o, se preferite, un cittadino a cui oltre all'offerta del digitale viene lasciata la possibilità di sfruttare i canali tradizionali, è un cittadino più libero, perché può scegliere.

Quindi il digitale può essere una buona cosa, ma solo se non si sostituisce alle altre, solo se vi si somma, se si aggiunge a ciò che già c'è.

Se un cittadino può scegliere, la Democrazia rimane intatta, se il cittadino è forzato ad una scelta, la Democrazia si contrae, l'uomo è meno libero, e si aprono scenari nei quali ai vertici di un sistema verticalizzato, si potrebbe essere tentati di sfruttare il digitale per aumentare il proprio potere personale a detrimento degli altri, e contrarre così gli spazi di libertà altrui, del popolo, quelli così duramente conquistati nel corso del secolo scorso. 

Teniamo sempre presente quindi che la Democrazia è un primato, un primato che deve essere rispettato proprio in quanto tale e che la digitalizzaione rappresenta un fenomeno positivo nella misura in cui, e solo nella misura in cui rispetta questo primato e si affianca agli altri canali, senza sostituirli. Si tratta della differenza che passa tra l'essere cittadini del digitale e l'essere sudditi del digitale. Durante l'emergenza sanitaria siamo stati sudditi del digitale, speriamo di non ripetere quell'errore.